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martedì 13 giugno 2017

Antonio Musarra, Acri 1291. La caduta degli stati crociati, ed. il Mulino, 2017

San Giovanni d’Acri, Tolemaide. Antiochenes, Ocina, Acco, Colonia Claudii Caesaris. Sono solo alcuni dei tantissimi nomi della città di Acri, che nei millenni è stata visitata, occupata, sfruttata dai popoli più diversi; e che ancora oggi continua a racconta una delle storie più affascinanti e sanguinose della Storia: quella delle Crociate cristiane. Nel 1187 Gerusalemme, la Città Santa, era caduta nelle mani degli infedeli (i musulmani curdi; i quali chiamavano i cristiani con lo stesso appellativo), e da quel momento la capitale degli stati crociati era diventata Acri, estrema punta affacciata sul mare di una zona che oggi appartiene allo Stato d’Israele. Ma solo quattro anni il conflitto arriva fino a lì, e solo l’interventi repentino e congiunto di Filippo Augusto e di Riccardo Cuor di Leone, rispettivamente sovrano di Francia e Inghilterra, riesce a evitare la caduta dell’ultima rocca europea in terra mediorientale. Il Saladino, costretto a patteggiare - che prevedeva, tra l’altro, la restituzione della reliquia della Vera Croce (perduta appunto nel 1187), il pagamento di una grossa somma di denaro e la liberazione dei prigionieri - temporeggia: quei patti hanno il sapore amaro della sconfitta. Ma non sempre il tempo serve ad appianare i contrasti; talvolta, all’opposto, li inasprisce...
Gran bel lavoro questo di Antonio Musarra, giovane dottore di ricerca in Storia medievale e Fellow di Harvard, che ha al suo attivo diverse pubblicazioni in volume. La storia qui raccontata sarebbe già avvincente in sé: partendo da uno scontro che diventa alla fine una guerra di nervi, più che uno scontro tattico, fra Riccardo e il Saladino (dove il torto, come spesso accade, è da entrambi i lati: Riccardo aveva garantito salva la vita ai prigionieri che si erano arresi ed era venuto meno alla parola massacrandoli, certo; ma è pur vero che Saladino stava prendendo tempo oltre misura, e questa era in sé una violazione dei patti stabiliti, tanto più che, come noto, il suo era solo uno stratagemma per riorganizzare le forze militari) si arriva al resoconto di come, circa un anno dopo (agosto 1191-maggio 1291; anche se certe fonti cronachistiche tendono a forzare i fatti per far coincidere i due eventi in una stessa data - 17 maggio - a distanza di cento anni esatti) Acri cada definitivamente nelle mani dei Mamelucchi del sultano d’Egitto. Ma a rendere questo studio realmente degno di nota basterebbe lanciare uno sguardo all’apparato critico di oltre cento pagine fra note, cronologie, carte, bibliografia (con fonti inedite) e indice dei nomi, oltre a un inserto di 4 pagine a colori con piante, foto e incisioni dell’epoca. Rivolto a tutti, tanto agli specialisti quanto ai lettori comuni, per la capacità dell’autore di narrare in maniera divulgativa e colloquiale, pur trasferendo contenuti ad alto grado di erudizione. Con l’introduzione di Franco Cardini.


Antonio Musarra, Acri 1291. La caduta degli stati crociati, ed. il Mulino, 2017.

(«Mangialibri», 13 giugno 2017)

giovedì 15 settembre 2016

Wieslaw Kielar, Anus mundi, ed. Gingko, 2016

La polizia li ha appena tirati fuori dal carcere polacco di Tarnov senza nessuna spiegazione, ma fortunatamente sono riusciti a trovare una guardia abbastanza gentile da dir loro che stanno andando in un posto che non è un carcere, dove dovranno lavorare. Poco male, pensano, in fondo è quello che si aspettavano - che forse speravano. Niente è peggio della prigione, pensano anche, neanche quel treno che li sta portando verso una destinazione ignota (la guardia ha specificato che il nome della meta non era autorizzato a rivelarlo). È il giugno del 1940, e stanno attraversando la frontiera del Governatorato generale - quella parte del territorio polacco che si trova sotto il controllo militare dell’occupante tedesco - e il Reich nazista. Infine arrivano in una stazione che ha tutto l’aspetto di essere importante; eppure non ne riconoscono il nome: Auschwitz. Pare che si tratti di una discarica, o qualcosa di simile: almeno così dice qualcuno. Sembrerebbe - per quanto strano - essere il punto d’arrivo, perché li fanno scendere. Quello che sembra veramente incomprensibile è che, d’improvviso, si cominci a gridare contro di loro “Fuori dal treno, pezzi di merda”, spingendoli giù a colpi di fucile sulla schiena: senza nessun motivo, perché nessun stava opponendo resistenza. Cosa sta succedendo? E chi sono quegli uomini dall’aspetto inquietante, vestiti con quel curioso pigiama a strisce?
Anus mundi - “ano del mondo” - è un’espressione coniata nel 1942 da Heinz Thilo, medico delle SS, per descrivere Auschwitz in estrema sintesi. Trent’anni dopo, Wieslaw Kielar - prigioniero ad Auschwith-Birkenau per cinque anni, fino alla liberazione - riprende quell’espressione per farne il titolo della sua opera, che fa venire in mente spesso - per la chiarezza dell’esposizione, per lo stile narrativo scelto, per la puntualità e la vividità dei dettagli e per la profondità dell’analisi - quella di Primo Levi. Un libro eccellente, da consigliare sia a chi intenda affacciarsi oggi al problema di Auschwitz e, più in generale, a quello concentrazionario, sia a chi desideri approfondirli, a partire da una testimonianza oculare di inestimabile valore. Vincitore di due premi letterari nazionali in patria, e bestseller in Germania alla pubblicazione, questo libro si lascia leggere e ricordare anche per la galleria di imprevedibili personaggi presentati, con i loro drammi, il loro genio, la loro capacità di amare e di generare storie d’amore in maniera insospettabile: contraltare a un mondo altrimenti inconcepibile, dove ogni cosa viene indistintamente trasformata in rifiuto (perfino gli uomini e l’umanità stessa che essi portano). Suggestiva la grafica del filo spinato che introduce ogni capitolo, fino a rivestirne la lettera capitale.


Wieslaw Kielar, Anus mundi, ed. Gingko, 2016.

(«Mangialibri», 15 settembre 2016; «l'Altrapagina», luglio-agosto 2017)

venerdì 2 settembre 2016

Stefano Malatesta, Il napoletano che domò gli afghani, ed. Neri Pozza, 2002-2015


Il suo nome è Paolo Avitabile. Ma quelli che lo conoscono, lo chiamano “’o Malommo”. Cioè: quelli che dicono di conoscerlo. Perché di lui, in realtà, a parte le tante chiacchiere – e sempre le stesse – si sa ben poco. Nato ad Agerola, in provincia di Napoli, dove c’è una piazza dedicata al suo nome; generale che ha combattuto in quella che, a metà dell’800 era la Persia, nella zona che oggi interessa l’Iran e l’Afghanistan, prima per il Regno delle Due Sicilie, poi per gli Inglesi; e che si è distinto militarmente, sebbene non in virtù delle sue doti tattiche (che non gli avrebbero conferito l’inequivocabile appellativo prima riferito); pare invece che fosse unico non tanto in battaglia, quanto nel “trattamento post-bellico”, per così dire: una miscela orrifica a base di squartamenti pubblici ed esecuzioni sommarie e plateali di vario tipo. Si dice infatti che questa sua particolare versione dell’ordine pubblico fosse così efficace, da suscitare niente di meno che la reazione ammirata degli Inglesi - pur non avvezzi né alla tenerezza né alla moderazione - per i quali la possenza dei suoi metodi si rinveniva “nello sguardo degli afghani”, che lo conoscono come “Abu Tabela”. Insomma, di Paolo Avitabile si sa così poco, dal punto di vista storiografico, che ci si è spinti talvolta a metterne in dubbio - esagerando - perfino l’esistenza, come per altri grandi del passato, come Socrate (minutis minuendis, ovviamente)...
Il sospetto c’è e rimane, insomma: il solo fatto che la Bibliografia (pur trilingue) sia così ristretta, fa nascere “automaticamente” il dubbio che non tutto ciò che si racconta del Generale, trovi effettivo riscontro nella realtà storica. Stefano Malatesta, collaboratore di “Repubblica” e vincitore di diversi importanti premi per le sue pubblicazioni in volume, che ha amato viaggiare e scrivere letteratura di viaggio, ne è consapevole, e proprio all’inizio della bibliografia dichiara di sapere bene che “c’è sempre qualcuno che pensa che certi personaggi non possono che essere inventati”. Ma non per questo rinuncia a raccontare le vicende del suo paladino con lo stesso entusiasmo e lo stesso incedere di un racconto di viaggio, e come se fosse stato lui a compiere quel viaggio, fin dalle origini agerolesi (e non napoletane!) del protagonista. Se l’Avitabile meriti o meno, per l’esiguità del narrato specifico, una monografia del genere, resta domanda legittima; ma non v’è dubbio che il testo sia scritto nel migliore dei modi. Il libro è stato edito da Neri Pozza nel 2002 e viene ripubblicato oggi – senza nessuna integrazione o modifica – in formato digitale (che, curiosamente, costa per il .MOBI meno della metà dell’.EPUB).


Stefano Malatesta, Il napoletano che domò gli afghani, ed. Neri Pozza, 2002-2015 (I edizione digitale).

(«Mangialibri», 2 settembre 2016)

venerdì 20 maggio 2016

Patrizia Marzocchi, La staffetta delle valli, ed. Raffaello, 2016

Nelle valli della Romagna, la guerra non risparmia nessuno, neanche i bambini: siamo nel 1943, i tedeschi sono dappertutto e Rosa - che ha sedici anni, una splendida cagnona di nome Giana e due genitori che ama più di ogni altra cosa al mondo - si ritrova a prendere parte al conflitto dal lato di coloro che, nati e cresciuti proprio in quelle valli, fanno di tutto per difenderle dall’invasore nazista. Scoprendo così molto presto l’importanza di piccoli gesti e di grandi valore, come la lealtà e il sacrificio...
La staffetta delle valli, di Patrizia Marzocchi (edito da Raffaello, nella collana di narrativa per ragazzi “Il mulino a vento”) è un libro bellissimo, ben strutturato, ben scritto, chiarissimo nell’intento e nel messaggio ai giovani, che per la carica d’entusiasmo può essere letto anche dai più grandi, che magari hanno voglia di ricordare perché noi italiani abbiamo scelto di essere antifascisti sempre e comunque. In appendice, un’ampia sezione illustrata, ricca di foto di repertorio e di proposte di approfondimento, a cura di Valentina Conti. In allegato, un volumetto di 48 pagine a cura di Ottavia Tordini, contenente le proposte di lavoro, utili per la didattica in classe, ma anche per una serata in famiglia a televisore spento. In più, schede interattive online: tutto a soli 9 euro. Aspettiamo la prossima uscita.


Patrizia Marzocchi, La staffetta delle valli, ed. Raffaello, 2016, pp. 180, euro 9.

(«Pagina3», 20 maggio 2016)

martedì 22 marzo 2016

Eric Lichtblau, I nazisti della porta accanto, ed. Bollati Boringhieri, 2015


È davvero possibile pensare che militari nazisti, colpevoli di crimini contro l’umanità, trovassero accoglienza in quella confederazione di Stati che si proponeva al mondo come garante della libertà? La cosa sembra da subito paradossale, eppure la storia è andata proprio così. Alla fine della seconda guerra mondiale, i servizi segreti statunitensi e l’FBI, organizzarono, all’indomani della sconfitta nazista, la fuga e la risistemazione di un gran numero di rappresentanti del Terzo Reich. Nello stesso momento in cui molti permessi richiesti da profughi, vittime della persecuzione, venivano rifiutati, gli Stati Uniti d’America aprivano, in segreto, le porte a un ingente numero di seguaci di Hitler, tra cui spicca la figura del “Macellaio dei Balcani”, nazista croato responsabile della morte di seicentomila uomini. Nonostante le pubbliche condanne dirette dal governo statunitense a quelle istituzioni che permettevano la fuga degli ex gerarchi nazisti, ora è possibile vedere come anche quello stesso governo si macchiasse dello stesso reato. Qualcosa che, ancora inedito, viene finalmente alla luce e che riguarda la vita di quei fuggiaschi che Robert Jackson, procuratore capo della Corte di Norimberga, definì “mille piccoli Führer”...
«I crimini che cerchiamo di far condannare e punire sono stati così premeditati, così malvagi, così devastanti che la civiltà non può permettersi di ignorarli, perché non sopravviverebbe se dovessero ripetersi»; così ancora Jackson si esprimeva a proposito della politica nazista, mettendo involontariamente a nudo una terribile verità: gli Stati Uniti d’America hanno sempre avuto un atteggiamento scandalosamente bifronte verso il nazismo, condannato senza meno da un lato, tollerato e anzi “perdonato”, per non dire finanche “incentivato” (mettendo in fuga, clandestinamente, tanti gerarchi che altrimenti non ne avrebbero avuto nessuna possibilità; e permettendo che continuassero segretamente la loro attività di propaganda e di riorganizzazione, “alla porta accanto” di tanti cittadini americani inconsapevoli) dall’altro. Ipocrisia che Lichtblau prova a mostrare, facendo emergere un’opera dei servizi segreti deliberata e a tutto campo. Insomma: né un caso, né un’eccezione: il governo statunitense li voleva. Quali fossero i termini dello scambio - ché in circostanze come quelle del dopoguerra, nessuno regala nulla - può solo essere immaginato. Si è sempre data ai Paesi sudamericani la colpa di un asilo politico troppo facilone: ora sappiamo che qualcuno ha fatto anche di peggio, per giunta di nascosto. Una lettura che sarebbe interessante, non fosse per la mole del volume e dell’apparato critico, e per il linguaggio non sempre scorrevole e invitante come si auspicherebbe. Contiene la mappa delle località in cui abitavano i nazisti ufficialmente perseguitati dagli USA.


Eric Lichtblau, I nazisti della porta accanto, ed. Bollati Boringhieri, 2015.

(«Mangialibri», 22 marzo 2016)

lunedì 7 marzo 2016

G. Salmoni, Buchenwald. Una storia da scoprire, ed. Fratelli Frilli, 2016

«Il giorno 2 alle ore 11 il comandante del campo riunisce tutti gli internati tedeschi, facendo loro un discorso nel quale assicurava che il campo non sarebbe stato evacuato e che egli stesso sarebbe rimasto in questo, fino all’arrivo delle truppe Americane, domandando però che essi dovevano assicurare l’ordine all’interno del campo. A questa notizia nessuno dei compagni dirigenti si fa illusioni sulle vere intenzioni del Comandante il campo»

venerdì 4 marzo 2016

P. Ridolfi, Rinascimento a tavola, ed. Donzelli, 2015

Cristoforo di Messisbugo, Giovan Battista Rossetti, Bartolomeo Scappi, Vincenzo Cervio, Sante Lancerio: nomi che ai più non dicono nulla, ma che andrebbero accostati - non si tema di esagerare - niente di meno che a quelli di Leonardo, Michelangelo e Raffaello: se questi ultimi, infatti, hanno offerto all’umanità nuovi modi di concepire la pittura e l’esperienza estetica in generale, quelli, a loro volta… hanno inventato nuovi, sapienti, intriganti modi di stare a tavola e di gustarne il piacere. Prima del loro arrivo, era dal crollo dell’impero romano (e dal tramonto di nomi come Lucullo e Trimalcione) che la cucina non veniva più considerata materia di cura e di ricerca; poi, nel Cinquecento (più precisamente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Seicento), il Rinascimento artistico investe anche la gastronomia. O meglio, quella che diventerà la gastronomia, grazie al genio degli “chef” citati, nel suo senso più ampio: dallo stare a tavola all’organizzazione di feste e banchetti sui generis, dalla creazione di ricette inedite e impensabili all’abbinamento del vino, dall’insieme delle regole da mettere in pratica per ricevere un papa, a tutto ciò che occorre per organizzare un banchetto all’altezza dell’imperatore...
Stupire: ecco la parola d’ordine di un secolo che - a ridosso di un millennio dove l’innovazione non solo latita, ma è essa stessa inconcepibile, almeno in certi àmbiti - è consapevole delle proprie potenzialità e ama diventarlo sempre di più. Anche nell’esperienza della tavola, che alle corti più raffinate (tra le quali spiccano quelle dei Gonzaga e degli Estensi) ha occasione di esprimersi nella sua forma migliore (prima che - insieme al vento della politica - tutta questa “scienza” emigri in Francia, per diventare haute cuisine). Pierluigi Ridolfi - Presidente dell’Associazione Amici dell’Accademia dei Lincei e appassionato di storia della gastronomia, che ama cucinare per i suoi ospiti, stupendoli a sua volta con manicaretti dal sapore d’altri tempi - offre qui un pregevole lavoro di raccolta e di ricostruzione dei materiali dell’epoca, dalle cronache di eventi, alla raccolta di regole e ricette. Dove il cibo non esaurisce il proprio ruolo nel saziare la fame, né nel vellicare il palato più raffinato, ma si spinge fino a nutrire l’anima (ciò su cui perfino Tommaso d’Aquino e Lutero si trovavano, in certo modo, d’accordo) e ad alimentare un senso di convivialità e di amicizia che oggi andrebbe riscoperto ed esaltato (al di là delle deprecabili mode televisive). Con diversi inserti patinati a colori fuori testo, e numerose illustrazioni.


P. Ridolfi, Rinascimento a tavola, ed. Donzelli, 2015.

(«Mangialibri», 3 marzo 2016)

mercoledì 30 settembre 2015

D. Rance, Albania. Hanno voluto uccidere Dio, ed. Avagliano, 2014

28 novembre 1944: Enver Hoxha - che, oltre a essere primo segretario del Partito del Lavoro sarà dittatore d’Albania per oltre quarantanni - entra da vincitore a Tirana, dopo averla liberata dall’occupante nazista. In capo a pochi mesi la nuova Repubblica albanese si fregia di una Dichiarazione dei diritti dei cittadini in cui figura ogni tipo di libertà, da quella di parola a quella di stampa, fino alla libertà religiosa. Ben presto, però, le cose iniziano a cambiare, e le esigenze di controllo dello stato autoritario si fanno più forti dei propositi: così - con l’aiuto dell’“amico jugoslavo” e spalleggiato dall’“orso russo” - il potere di Hoxha dà il via alla repressione, e a farne le spese sono tra gli altri i sacerdoti (ma anche gli ordini ecclesiastici più presenti, soprattutto gesuiti e francescani, che avevano messo radici in quelle terre in età medievale), colpevoli di indottrinare il popolo in direzione anti-comunista, ovvero anti-materialista...
«Una volta i primi cristiani facevano circolare da una chiesa all’altra gli atti dei loro martiri e confessori della fede. Questo libro non ha altra ambizione che riallacciarsi a questa tradizione. Ecco perché ho voluto scrivere unendo la pietà dell’agiografo e il rigore dello storico»: così Didier Rance, diacono cattolico, dichiara il suo intento nel compilare questo libro, dal sottotitolo “La persecuzione contro la chiesa cattolica in Albania (1944-1991)”. Probabilmente la pietà ha preso talvolta il sopravvento sul rigore, dato che lo stile è pervaso da una diffusa vena apologetica; d’altro canto, il lavoro svolto sulle fonti storiche e sulle testimonianze inedite di rifugiati scampati al regime, ne fa una ricostruzione interessante di un Paese la cui tragedia dittatoriale è stata forse sottovalutata. Poco o niente si parla di Papa Francesco - il cui nome spicca sulla fascetta e in quarta di copertina - e della sua visita apostolica del 21 settembre 2014; e giustamente, visto che l’edizione originale francese è precedente a quella data, e di parecchio (1995).


D. Rance, Albania. Hanno voluto uccidere Dio, ed. Avagliano, 2014.

(«Mangialibri», 30 settembre 2015)

giovedì 16 luglio 2015

R. West, Serra con ciclamini, ed. Skira, 2015

Norimberga, 1946. Il processo ai “più grandi criminali di tutti i tempi” (per usare l’espressione di Goebbels a proposito dei nazisti) è in pieno corso, eppure langue: nonostante i loro misfatti siano così giganteschi da far parlare di “peccato” ancor prima che di “reato”, la macchina processuale stenta ad avviarsi a conclusione, impantanata com’è tra cavilli legislativi e filosofici (insomma, se è valido il principio del nulla poena sine lege, come si possono condannare delle persone per delle azioni che esse stesse hanno inventato, come la deportazione e lo sterminio di massa?). Il tempo qui è il nemico numero uno: più passa e più sembra necessario fornire prove ulteriori, mentre intanto vengono scagionati i (presunti) ideologi del regime nazista, come Carl Schmitt (che si difende dicendo: «Se condannate me, dovrete condannare allo stesso modo Rousseau per i giacobini»). E più siedono tra i banchi docili come agnellini, più quegli infami gerarchi perdono le sembianze delle belve che hanno dimostrato di essere negli ultimi tredici anni...
Miglior scrittrice del mondo secondo Time nel 1947, Rebecca West (pseudonimo di Cicily Isabel Fairfield, scelto in onore dell’eroina di un dramma di Ibsen), è stata un’autrice che ha saputo far parlare di sé con l’impegno (soprattutto sul fronte femminista) e con lo stile letterario raffinato e incisivo. Qui racconta del dramma (così lancinante da assomigliare quasi a un thriller) di uomini che sanno di avere ragione e sentono il dovere di un giudizio preciso e adeguato, ma che si trovano di fronte alla difficoltà di documentare crimini talmente grandi da sfuggire alla presa del diritto. Riflessioni che West ha maturato ben quindici anni prima del celebre La banalità del male (nel quale Hannah Arendt ha ben descritto la difficoltà di processare un assassino del calibro di Eichmann, organizzatore delle deportazioni in treno, e dei maldestri tentativi di addossargli qualcosa di specifico, come l’omicidio di alcune persone con la propria pistola). Questo volume riunisce tre testi inediti in italiano, apparsi in inglese tra il 1946 e il 1954 (il secondo e il terzo parlano della Germania del dopoguerra e delle difficoltà dell’“amministrazione controllata” da parte dei vincitori) e riuniti nel volume A Train of Powder.


R. West, Serra con ciclamini, ed. Skira, 2015.

(«Mangialibri», 16 luglio 2015)

venerdì 10 luglio 2015

René Fülöp-Miller, Segreto e potenza dei gesuiti, ed. Odoya, 2015

Uno dei più grandi e persistenti leit-motiv del cristianesimo, dall’origine ai giorni nostri (ma soprattutto nel Basso Medioevo), è quello della “visione di Dio”: vedere Dio faccia a faccia è considerato, per il cristiano, la più grande delle beatitudini. Da qui, un po’ per umiltà (è a Dio che spetta l’iniziativa di un simile incontro), un po’ per l’intrinseca difficoltà, si è sempre pensato che la visio beatifica spettasse a pochi eletti, colti da “illuminazione mistica”. Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei gesuiti, è di diverso parere; e senza paura di affermare la propria posizione tanto controcorrente, sostiene che a Dio può arrivare chiunque. Non (solo) con l’umiltà: ma con l’applicazione disciplinata e ben indirizzata della propria volontà. Trionfo della volontà nietzschiana ante litteram in chiave religiosa? Può darsi, ma ancor prima qualcosa di molto più importante: fiducia in ciò che l’uomo è e può conquistarsi, certo con l’aiuto di Dio, ma anche con l’uso delle proprie forze e, in particolare, del proprio sapere...
Nella storia del cristianesimo non è nuova la critica a un modo di intendere la religione che lascia scontenti tanto i religiosi abituati a disincarnare la propria fede (cioè la stragrande maggioranza dei cristiani), tanto i laici impegnati nel concreto (ai quali la fede sembra una giustapposizione superflua e imbarazzante). I gesuiti, probabilmente (non che sia questo il luogo per un processo a un movimento storico di tanti secoli, tanto meno per delle esecuzioni sommarie), ci hanno messo del loro, contribuendo - con una eccessiva disonvoltura nel maneggiare “le cose del mondo”, dalla politica al denaro - a dare di sé un’immagine poco devota. Non per questo si può disconoscerne i meriti, come quelli di un modo di intendere la missione che porta oggi ai benvenuti frutti dell’inculturazione; ovvero, la riaffermazione del sacrosanto principio per il quale “tutto è rapporto di forze”: preghiera e azione materiale possono e devono operare insieme. René Fülöp-Miller affronta un esame a trecentosessanta gradi dell’azione gesuitica nelle varie epoche, anche troppo circostanziato (sarebbe bastata forse la metà delle 500 pagine scritte) se l’obiettivo è tutto sommato quello di concludere che, nonostante le buone intenzioni e i buoni risultati, ebbene, anche loro hanno commesso degli sbagli; che ha il pregio di non tralasciare né il dato più scientifico né il pettegolezzo di corridoio, restituendo così un’immagine piuttosto completa di questo importante movimento che - piaccia o non piaccia - ha nutrito la cultura dell’umanità, non solo occidentale. Uno studio classico che risente un po’ dell’età (l’originale è del 1947) e che sarebbe stato meglio pubblicare con una seppur piccola nota introduttiva da parte del curatore.


René Fülöp-Miller, Segreto e potenza dei gesuiti, ed. Odoya, 2015.

(«Mangialibri», 9 luglio 2015; «Pagina3», 15 luglio 2015)

sabato 4 luglio 2015

La patria perduta. Intervista ad Agop Manoukian


Agop Manoukian, comasco armeno per parte di padre, è stato assistente presso la cattedra di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, ricercatore presso l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna e professore associato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. A partire dagli anni ’60 ha maturato un’articolata conoscenza del mondo armeno e ha rivestito vari incarichi associativi tra cui quello della presidenza dell’Unione degli Armeni d’Italia.
 
La questione degli armeni compie oggi un secolo: cento anni… di che cosa?
Cento anni di un difficile cammino di ricostituzione di migliaia di profughi che hanno dovuto rifarsi una storia, una residenza, un futuro. Cento anni in cui il nucleo della nostra società armena ha cercato di ricostituire una unità territoriale che poi si è trasfigurata per preservarsi entrando nell’orbita sovietica, e dopo molti decenni è riuscita anche a ottenere un’indipendenza e un’autonomia; tra virgolette, perché ci sono sempre difficoltà di relazione con i Paesi vicini. Sono quindi cento anni di reazione a quella che definirei, sinteticamente, una catastrofe.
Quali sono le ragioni di questa catastrofe? Si poteva evitare?
Non siamo noi a poterlo dire. Gli armeni, anche all’interno dell’impero ottomano, hanno sempre avuto un atteggiamento collaborativo; ma non tacevano le loro richieste di rispetto di diritti. Erano così integrati socialmente che in certi momenti si sono perfino illusi di poter marciare insieme ai giorvani rivoluzionari turchi, nel 1909-10, per mettere in atto quelle riforme costituzionali in attesa da cinquant’anni, spinte anche delle potenze confinanti… non è facile dire se si poteva evitare. Chiaramente gli armeni, come noto, erano dislocati sotto tre imperi diversi, quindi lo scoppio della guerra ha sicuramente determinato un aumento di quelle contrapposizioni che hanno visto armeni schierarsi tanto da una parte quanto dall’altra: gli armeni si son trovati a esser presenti e fedeli su due fronti contrapposti, e quando la loro fedeltà è stata in dubbio dai turchi (il che è avvenuto quasi subito), sono diventati dei traditori e dei nemici. Ma fondamentalmente, essi erano in ogni caso e già da prima un ostacolo al progetto nazionalistico turco, che mirava alla costituzione di una nazione turca dotata di un’omogenità culturale, linguistica etnica ecc.
Che cosa possiamo dire di aver imparato da quest’esperienza centenaria?
È un tema che viene sollevato spesso: io non sono ottimista circa la capacità dei popoli e dell’umanità di trarre profitto dall’esperienza. Questo profitto ce l’hanno solo le persone che sono al di fuori dalle contraddizioni reali e immediate, quelle persone che possono scrivere, riflettere... Non credo basti la memoria per evitare che la storia si ripeta. C’è un noto detto per il quale la storia sarebbe una buona maestra; se è così, sono gli studenti a mancare. E mancano nei momenti più critici, come quello che stiamo vivendo. Noi siamo, come tutti, incapaci di fermare questi scontri, che hanno una natura economica e demografica e passano al di sopra delle buone intenzioni e degli insegnamenti passati. Mi rendo conto che può suonare cinico; certo non è rassicurante.
In effetti è una lezione un po’ dura la Sua: se i popoli non imparano nulla dalla storia… chi potrà salvarci?
L’Europa negli ultimi cento anni ha conosciuto cose tanto diverse e inimmaginabili - dai campi di concentramento al Nobel per la pace - che una speranza rimane sempre. È solo che è francamente difficile intravederla.
Quella stessa Europa vincitrice del Nobel per la pace, ma ancor oggi in guerra su tanti fronti diversi.
I Nobel sono spesso più un incentivo a mantenere la rotta che, l’attestazione del raggiungimento di un traguardo. E come vediamo nel caso proprio dell’Europa, che al centro riesce a mantenersi stabile, le periferie vanno sempre un po’ alla deriva: ce lo mostra la situazione Ucraina. Il Nobel all’Europa ha più il sapore del premio di incoraggiamento che del giudizio storico: soltanto il tempo potrà dirci se quest’Europa… tiene o no.
Come dire: la verità non risuona al centro, ma alla periferia. È lì che si tocca con mano come stano veramente le cose. in che modo pensa che - nell’attuale situazione geopolitica - i rapporti tra Turchia e Armenia possano evolvere?
La strada che certamente non può funzionare è quella della contestazione. Pensiamo all’affermazione coraggiosa del papa, che da un lato dà sfogo all’irrequietezza della diaspora che da anni continua a impegnarsi per il proprio riconoscimento, e che vede l’ammissione del genocidio come una cosa fondamentale, oltre che come un tributo alle vittime; d’altro canto però non sempre questa sottolineatura formale trova il nostro interlocutore - parlo della Turchia “ufficiale” - disposto a negoziare. D’altro canto è la natura di questo tipo di rivendicazione (la richiesta di resa incondizionata) a soffocare lo spazio per la negoziazione. Qui si rischia di sortire l’effetto contrario, di avere in risposta un ulteriore irrigidimento e questo non conviene agli armeni, che non dovrebbero dimenticare di essere nella diaspora, e soprattutto non dovrebbero dimenticare degli armeni che si trovano in Turchia oltre che in Armenia. La riconciliazione dovrà nascere dalla base, dalla gente che pian piano scopre delle ascendenze armene di cui non aveva cognizione (perché molti orfani vennero islamizzati)… c’è tutto un movimento della società civile che sta cercando di accedere a questo pezzo di storia che gli è stato negato. Lì sicuramente ci sono le basi per una caduta delle barriere; le barriere più ufficiali invece, se provocate, rischiano di irrigidirsi. Questa è una delle problematiche del riconoscimento. Qualcuno adesso, dopo la frase del papa, si aspetta un’uscita in tal senso anche di Obama; ma credo che si tratti di un’arma a doppio taglio.
In questo senso Lei crede più al lavoro della cultura e dell’opinione che della diplomazia.
Esatto. Se la gente potrà cominciare a leggere i libri di storia - e al momento la cosa è tutt’altro che facile, perché è noto che Ataturk ha praticamente cambiato ai turchi la lingua, per cui non possono andare a leggere i loro stessi libri, che prima venivano scritti con i caratteri arabi, oltre ad aver cambiato la storia, eliminando da essa tutte le tracce di “armenità” della Turchia (negando sistematicamente l’eredità armena del patrimonio turco) - e accedere alla conoscenza - tramite internet, tramite i libri che ora vengono piano piano tradotti in turco - ci si potrà finalmente riappropriare del poprio passato: ciò dà la speranza di lavar via questa macchia che grava sul popolo turco. Al momento la questione è ancora tabù. Ci vorrà del tempo, e ovviamente non c’è nessuna garanzia che le cose migliorino davvero: abbiamo visto cosa è successo in medioriente, dove sembrava si fosse in primavera e invece è arrivato un rigidissimo inverno.
Un punto di somiglianza (e uno di differenza) con la diaspora ebraica.
Ci sono tante somiglianze, e tante diversità. Una diversità grande è che la diaspora ebraica, dopo tutto quello che ha subito, è riuscita a edificare il sogno di un ritorno alla propria terra e della costruzione di uno Stato ebraico. Per gli armeni questo non c’è stato, perché l’Armenia è una cosa diversa dallo Stato di Israele: l’Armenia è stata una realtà congelata, una realtà dimezzata - perché gran parte di quel territorio, della sua cultura architettonica, paesagggistica, in cui vivevano gli armeni, adesso non c’è più, è in mano alla Turchia e fino a poco fa non si poteva neanche attraversarla - quindi questa Armenia in cui adesso ci ritroviamo è in un certo senso costruita interiormente, ma non è stata una costruzione collettiva e politica di “ritorno al proprio luogo”. Il mio luogo, ad esempio, è ora in mano turca.... Questa Armenia ha una certa difficoltà a integrarsi col resto della diaspora, qui le cose sono andate diversamente che per gli ebrei. Per molte cose siamo ancora sudditi dell’ex-Unione Sovietica (che ci difende con le sue armi). Sicuramente questo centenario è un’occasione importante per una riflessione corale.
L’Italia ha partecipato col cuore della vicenda armena fin dai primi tempi, nella figura di Giacomo Gorrini.
È stato un uomo che ha avuto grandi dei meriti come archivista, creando le basi per un archivio di documenti armeni. Avendo avuto l’opportunità di esser nominato console a Trebisonda, dove c’era una comunità armena molto viva, ha potuto conoscere il nostro popolo da vicino; in seguito, quando è stato costretto a rientrare in Italia dallo scoppio della guerra, è stato un testimone importante: in un’intervista al «Messaggero» del 1915 ha raccontato quello che aveva visto, non le solite notizie giornalistiche più o meno “ufficiali” o di parte, e poi ha continuato a mantenere anche durante il periodo fascista un occhio particolare nei confronti della comunità armena italiana, che ha aiutato in molti casi a proteggersi da leggi che potevano portare alla limitazione della libertà degli armeni (allora trattati come sudditi ottomani. La storia della comunità armena in Italia lo ricorda come uno dei nostri protettori.
Il Suo auspicio per il popolo armeno nel terzo millennio.
L’auspicio è quello mantenere vivo il dialogo fra la diaspora e la Repubblica armena: solo così si potrà mettere a frutto tutta l’esperienza (e tutta la sofferenza) maturate in questi anni a favore di una crescita democratica, culturale e umana della Repubblica d’Armenia.
(«l'Altrapagina», maggio 2015)

giovedì 25 giugno 2015

A. Cazzullo, Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, ed. Rizzoli, 2015

Il torto non sta mai da una sola parte: con le dovute eccezioni, si può dire che questa affermazione sia sostenzialmente vera. Spesso però purtroppo se ne fraintende il reale significato. Essa infatti non significa che tutti siano uguali (per il solo fatto di avere - o di aver avuto - del torto, in qualche misura); né che non vi sia alcuna ragione da attribuire a chicchessia. La violenza va biasimata sempre, quella di chi tira schiaffi come quella di chi massacra in gruppo; ma qualunque bambino della scuola primaria è in grado di capire che non si tratta della stessa cosa. Molti adulti sembra non abbiano le idee altrettanto chiare al riguardo: e allora ciclicamente si ripropone la solita condanna degli orrori della Resistenza partigiana e la solita assoluzione dei “giovani di Salò” (che in fin dei conti… stavano rispettando la legge). Come se tutti i torti fossero uguali, in qualità e in ampiezza. Dimenticando che la lotta per la libertà non è paragonabile alla fedeltà all’alleato nazista, autoautorizzatosi a invadere la nostra terra nello stesso momento in cui organizzava deportazioni di massa ai fini dello sterminio…
Un altro libro sulla Resistenza e sul periodo dell’occupazione nazifascista, ebbene sì. A volte c’è bisogno di ripetere le cose affinché vengano capite bene; affinché, soprattutto, si imprimano nella memoria. E c’è bisogno di chi sappia raccontarle, spiegarle, commentarle nuovamente in maniera chiara e circostanziata. Aldo Cazzullo è uno di questi: la sua esposizione lineare fa in modo che il discorso fluisca nonostante la mole dei dettagli biografici e delle considerazioni storiche. C’è bisogno di ricordare che la Resistenza non è patrimonio della sinistra politica, né di qualche nostalgico: la Resistenza è patrimonio di tutti gli italiani, perché è stata fatta da tutti gli italiani (graduati, preti, casalinghe, religiose…) per il bene di tutti gli italiani. È vero che il torto non sta mai da una sola parte, figuriamoci in guerra. Non di meno la scelta di Salò fu quella sbagliata, mentre giusto fu prendere la via delle montagne. C’è bisogno di chi esponga le cose con questa sintesi. Cazzullo lo fa e lo fa bene, offrendo in un’ampia sezione conclusiva tante testimonianze inedite raccolte in prima persona via social network; a sancire che della Resistenza c’è ancora tanto da dire. E che quel lavoro, anche dopo settant’anni, non è ancora terminato.


A. Cazzullo, Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, ed. Rizzoli, 2015.

(«Mangialibri», 25 giugno 2015)

venerdì 19 giugno 2015

M. Pizzigallo, A. Frusciante, Sulla via di Samarcanda, ed, Bordeaux, 2014

Uzbekistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, Kazakhstan: cinque repubbliche “ex-sovietiche” che, dalla dissoluzione del grande orso russo in poi, hanno preso vita autonoma in campo politico, e recuperato in parte quella culturale - schiacciata dai rigori anche normativi dell’unificazione. Cinque realtà uniche, accomunate più dal passato che dal presente. E il futuro? Cosa c’è nelle prospettive di queste cinque realtà, cui la popolazione chiede stabilità (in un momento tumultuoso di passaggio) e l’Europa, ai fini del riconoscimento, chiede condizioni di rispetto dello stato di diritto (tutela delle minoranze, ecc.), mentre loro… non hanno nessuna esperienza democratica? Soprattutto: cosa riserva la diplomazia, sui due fronti russo ed europeo, in un momento in cui la posizione geografica diventa strategica per la lotta al terrorismo?
Matteo Pizzigallo e Alessandra Frusciante, entrambi del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli, scrivono un libro che - anche se molto leggibile, grazie a uno stile fruibile e discorsivo - è di difficile collocazione: si propone come uno studio delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e ciascuno dei cinque Paesi citati, ma poi ruba spazio (del già esiguo complessivo, scarse 120 pagine) a questo tema facendo una ricostruzione storica anche troppo dettagliata; similmente, dichiara fin da subito di avere intento divulgativo e non scientifico, ma qui ci si domanda quale sia poi il target di lettori cui mira (che non può essere quello scientifico). Non volendo credere che il libro sia pensato esplicitamente per gli studenti (che se lo ritroveranno in mano in sede d’esame), resta l’insoddisfazione di fondo per un’iniziativa originale e interessante più nelle intenzioni che nella realizzazione. Promosso dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.


M. Pizzigallo, A. Frusciante, Sulla via di Samarcanda , ed, Bordeaux, 2014.

(«Mangialibri», 19 giugno 2015)

lunedì 8 giugno 2015

E. Cinnella, 1905. La vera rivoluzione russa , ed. Della Porta, 2008

1917: i bolscevichi prendono il potere sottraendolo allo zar, grazie all’appoggio delle masse e alla guida di Vladimir Il'ič Ul'janov, detto Lenin. Qui, con l’indirizzo sapiente e calcolato di Trockij, prende il via un’opera di trasformazione che non si era mai vista prima, con l’obiettivo di portare nel Paese equità e uguaglianza; ma, soprattutto, di traghettare le moltitudini contandine - lo “zoccolo duro” della Russia tradizionalista e arretrata - verso un modello più occidentale (europeo), a base di illuminismo (quella di Marx è all’epoca la più “scientifica” delle filosofie), progresso e industrializzazione. Ma quegli stessi ideali facevano già parte delle intenzioni della fallita rivoluzione del 1905, la quale - a differenza della successiva - non venne mai tradita, per usare le parole dello stesso Trockij…
Qual è stata la vera rivoluzione? Quella compiuta nel 1917, con tutto il suo tragico epilogo totalitario accompagnato dai massacri e dai gulag, o non piuttosto quella del 1905 che, seppur embrionalmente, conteneva in sé il germe di tutto quello che la successiva avrebbe voluto (e dovuto) essere? Ettore Cinnella - storico e docente all’Università di Pisa - racconta quei primi annni del ’900 mostrando lo stato di fatto e l’evoluzione di un mondo che anelava a cambiamenti radicali in tanti àmbiti - politico, sociale, economico - e che sarebbe stato più fortunato, probabilmente, se si fosse potuto dire “buona la prima”, quando non c’era la guerra in Europa a dividere il popolo e a sequestare l’attenzione dell’establishment. Un libro molto ben documentato, scritto con un fruibile stile discorsivo, del quale - per il livello di dettaglio e di intreccio - si potrebbe dire che “si legge come un giallo”. Purtroppo però sappiamo già come andò poi a finire.


E. Cinnella, 1905. La vera rivoluzione russa , ed. Della Porta, 2008.

(«Mangialibri», 8 giugno 2015)

lunedì 30 marzo 2015

P. Borgognone, Capire la Russia, ed. Zambon, 2015

La Russia (o quel che ne rimane) è una dittatura. La Russia ha superato le più fosche previsioni fantapolitiche di Orwell. La Russia gioca un ruolo destabilizzante sullo scacchiere internazionale. La Russia è una potenza contraria tanto all’Europa quanto all’America. La Russia… Parlare male della Russia è facile, a buon mercato, quasi spontaneo: la faccia di Putin difficilmente ispira simpatia “a pelle” e il repertorio di stereotipi antisovietici è ben ricco e in continuo aggiornamento. Eppure quest’immagine non resiste a un’occhiata più attenta: da almeno quindici anni questo Paese ha assunto un governo stabile e democratico (a modo suo, ovviamente: non esistono al mondo due democrazie uguali, come non lo sono ad esempio quella italiana e quella americana), che gli ha permesso di diventare un partner commerciale affidabile per l’Europa (indicativo il caso del gas). Alla prova dei fatti quella critica sembra più una tetra caricatura scritta a tavolino per creare il “nemico reale” che, dopo l’89, era sempre più difficile rinvenire nell’“orso russo”: non sarà per caso che qualche altra forza politica internazionale stia facendo di tutto per piegare - tanto con la propaganda quanto con le armi, volendo interpretare in tal senso quel che succede in Ucraina - uno dei maggiori baluardi che ancora osano sfidare l’avanzata globale del pensiero unico a stelle e strisce?
La demonizzazione della Russia - spiega Paolo Borgognone in questo ponderoso volume che prende giustamente tutto lo spazio necessario ad affrontare in maniera scientifica, ma non tecnicistica, un problema cruciale e complesso come la comprensione della Russia contemporanea - non è altro che una operazione di marketing finalizzata a vendere il solito prodotto: “Statunitense è meglio”. Borgognone guarda la Russia al microscopio, esamina nel dettaglio più minuto le tante correnti e sub-correnti di partito e indaga con acribia i fenomeni culturali e sociali che ne hanno caratterizzato l’evoluzione, da Femen a Pussy Riot, dal ruolo della stampa (anche italiana) a quello delle lobby. Uno studio pregevole (dotato di una bibliografia di oltre 400 titoli e di un apparato di oltre 2.200 note a piè di pagina, oltre che della Prefazione di Giulietto Chiesa), a cavallo tra la storia e la filosofia politica, che non si prefigge a sua volta una propaganda anti-americana: l’obiettivo dichiarato - e raggiunto - è invece mostrare come la Russia - attraverso le tante fasi della sua storia recente - sia riuscita a formarsi un’idea chiara che può essere quanto mai utile a tutto l’Occidente: l’alternativa alla mondializzazione liberistica esiste. Immaginare lo sviluppo dei prossimi decenni, o provare a indirizzarlo, passa necessariamente dalla comprensione di questa alternativa. La vera sfida di questi tempi è riuscire a farlo senza pregiudizi.


P. Borgognone, Capire la Russia, ed. Zambon, 2015.

(«Mangialibri», 30 marzo 2015)

domenica 30 novembre 2014

G. Pansa, Eia eia alalà. Controstoria del fascismo, ed. Rizzoli, 2014

Lei, bellissima e inarrivabile. Lui, appena più piccolo, eccitato e tremante. Insieme a scuola negli anni del liceo - nei quali lui fantastica e anela, come i suoi compagni, mentre lei fiorisce e snobba tutti - si pèrdono di vista alla maturità. Per ritrovarsi, ormai ottantenni, in un’occasione suggestiva e bizzarra: lei gli scrive per invitarlo a casa sua, ha una proposta che lo sorprenderà di certo. La cosa lo incuriosisce, da un lato; ed è pur vero che rifiutare non sarebbe facile, senza cadere nella scortesia. Dall’altro, lui in generale non ama rivedere oggi gli uomini e le donne della sua gioventù: il tempo passa per tutti, e osservarne lo scorrere sull’altrui volto significa doverlo riconoscere sul proprio. Che fare? Alla fine decide di andarci, al di là di tutto l’attrazione per l’ignoto è sempre irresistibile. E lei gli chiede di scrivere una storia che ha conosciuto molto da vicino: una storia che comincia negli anni del fascismo delle infami deportazioni, ma anche di un’Italia diversa da quella attuale, forse migliore…

lunedì 24 novembre 2014

P. Albano, A. Della Valle, La strage di Caiazzo, ed. Mursia, 2014

13 ottobre 1943: un’unità tedesca attestata sul Monte Carmignano si sta preparando alla ritirata; ma il giovane ufficiale al comando non vuol perdere l’occasione di distinguersi in qualche modo. Uno qualunque: purché il suo nome possa venir ricordato. Così, mentendo ai suoi stessi soldati, gli addita gli abitanti di un casolare poco distante come ribelli (senza che essi abbiano nessuna colpa) e ne ordina l’esecuzione: vengono trucidati in 22, undici adulti e undici tra ragazzi e bambini. Cinquantun anni dopo, il 25 ottobre 1994, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere emette la sentenza: Lehnigk-Emden Wolfgang (insieme a Schuster Kurt Artur Werner, unico altro sopravvissuto di quel commando nazista) viene condannato all’ergastolo, al termine di un’inchiesta che ha coinvolto governi, rintracciato fonti d’archivio nascoste, subìto rimbalzi tra il giudizio civile e quello militare; fino ad identificare il nome e il volto del “Boia di Caiazzo”...

giovedì 13 novembre 2014

Q. Antonelli, I dimenticati della Grande guerra, ed. Il Margine, 2014

Si potrebbe fare un gioco: pensare al Trentino e vedere cos’è che salta in mente. Una delle regioni più belle d’Italia, certo. Il suo capoluogo ogni anno in cima alle classifiche sulla qualità della vita, anche. Un ambiente culturale tra i più fervidi, almeno quanto a filosofia, economia, ecologia. E poi gli austeri massicci alpini, le valli mozzafiato… si potrebbe continuare a lungo. Ma quello che quasi sicuramente non verrebbe mai fuori è che il Trentino non è sempre stato una terra di splendida gioia: ha invece conosciuto nel profondo della propria carne la sofferenza in un modo che il resto d’Italia probabilmente ignora. Perché giusto un secolo fa, nel 1914, quand’era ancora solo una parte della contea austriaca del Tirolo, la sua gente era divisa: con l’Impero, o con l’Italia? Arruolarsi come di precetto (con il rischio di venire spedito con l’armata austro-ungarica in Russia), o disertare (con il rischio di ritorsioni per sé e per i propri cari)? Certo è che il primo conflitto mondiale fu per i trentini una vera e propria guerra interna, dove il coinvolgimento di inermi civili era la regola…

sabato 1 novembre 2014

G. Ottaviani, I temi dei Balilla. Mussolini visto dai bambini, ed. Cultura e dintorni, 2013

«Mussolini è il padrone di tutte le città. Se non ci fosse lui non ci sarebbero delle leggi così belle. Tutta la gente farebbe quel che ci pare e piace e ucciderebbero la gente come uccidere i gatti. Invece c'è lui e possiamo stare sicuri.

Mussolini è un uomo misterioso. Lavora sempre e non dorma mai o quasi: chiude gli occhi dieci minuti, poi si desta, si dà una bella lavata e torna subito a lavorare che è fresco come una rosa.

Mussolini quando è a cavallo è il più bel guerriero del mondo.

L'anno scorso al mare ho visto il figlio di Mussolini. Pareva un bambino come noi».

venerdì 17 ottobre 2014

C. King, Il miraggio della libertà. Storia del Caucaso, ed. Einaudi, 2014

Il Caucaso, bello e maledetto: una catena montuosa sconfinata ed elevatissima, dalle alture boscose attraversate dai fiumi; paesaggio la cui intensa desolazione può riempire l’anima, invadendola. Ma anche luogo di una vita selvaggia dove la barbarie è all’ordine del giorno e il rispetto (anche quello per la vita umana) ha una connotazione tutta sua, insospettata al visitatore euroamericano. Luogo di cui già Erodoto parla, ma che recentemente ha dato da parlare ai più grandi scrittori russi, testimoni di uno scempio imperialistico che ha fatto di questa regione - terra d’interessi strategici - una zona in cui si alternano infaustamente il conflitto e l’assoggettamento. Ma la popolazione non ci sta: e la sua indomita fierezza si ribella appena può in cerca dell’irrinunciabile libertà. Una rivendicazione sacrosanta… o un eterno miraggio?