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martedì 7 maggio 2013

Dipendenza e droga. Intervista a Luigi Zoja


Luigi Zoja è uno psicanalista italiano di fama mondiale. Già Presidente del Centro Italiano di psicologia Analitica e del Comitato Etico dell’Associazione Internazionale per la Psicologia Analitica, è autore di libri tradotti in 14 lingue, tra i quali: Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza (ed. Cortina) e La morte del prossimo (ed. Einaudi).

Si è passati, negli ultimi trent’anni, dalla “droga per protesta” al consumo trasversale di massa. Com’è accaduto?
Ho cominciato a occuparmi di tossicodipendenza quarant’anni fa, all’epoca della pubblicazione del mio primo libro, Nascere non basta (ripubblicato nel 2003, N.d.R.). Lavoravo in clinica a Zurigo e ci capitavano casi di pazienti gravi che in Italia non erano riusciti a trovare una cura adeguata. Quello che osserviamo oggi è che, nel mondo moderno, le persone sono sempre più tentate di far uso di sostanze che alterino lo stato di coscienza. Non lo definirei tuttavia un problema della droga, quanto piuttosto un problema del mercato, del consumismo, del fatto che mediamente nei Paesi occidentali la popolazione ha un tenore di vita che le permette di spendere denaro per cose non strettamente necessarie. Una quota del bilancio individuale viene stanziata in maniera ormai fissa (e crescente) per i “godimenti”, tra cui compare il consumo di sostanze “stupefacenti” (come le si chiamava un tempo). Il quale consumo non è più qualcosa di extra rispetto all’ordinario ma tende sempre più a integrarsi nella vita di tutti i giorni. Oggi viene ritenuto un diritto della persona concedersi una certa quantità di piaceri.

giovedì 17 dicembre 2009

Considerazioni sulla violenza. Intervista a Luigi Zoja, 4 dicembre 2009


Luigi Zoja, in Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (ed. Bollati Boringhieri, 2009) la violenza è intesa come un aspetto umano. Qualcosa da integrare e metabolizzare per evitare che esploda, non da negare o rifiutare.
L’uomo, per usare un’espressione celebre, non è né una bestia né un angelo. Bisogna assumere questo dato di fatto ed evitare quelle ingenue e funeste contrapposizioni tra il bene e il male, i fedeli e gli infedeli, noi e gli altri: perché "chi non accetta la presenza degli opposti è destinato ad incontrarla in forme patologiche". Abbiamo sentito l’autore su questo suo ultimo lavoro.


Dopo 6.000 anni di storia umana, 8.000 guerre ed altrettanti trattati di pace e soprattutto dopo le atrocità del “secolo breve” e di questo inizio di millennio, che considerazioni possiamo ancora fare sulla violenza?
La violenza è un terreno comune per lo psicanalista, l’antropologo, il sociologo, lo storico, il politologo. Da più di otto anni, in particolare dal 12 settembre 2001 (il giorno successivo all’attacco alle Torri gemelle di New York), mi interesso al ruolo della paranoia - cioè la ferma e genuina convinzione, ancorché basata su premesse erronee, di avere dei nemici - nella genesi della violenza all’interno delle nostre società occidentali. La paranoia, a differenza degli altri disturbi mentali, che quasi mai hanno conseguenze apprezzabili sul piano sociale, incide pesantemente