Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    È appena uscito in libreria C'è un sole che si muore, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò

    Undici racconti napoletani, gialli e neri, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

    Ultimi post pubblicati

    venerdì 21 luglio 2017

    Pasquale Ruju, Nero di mare, ed. E/O, 2017

    Francesco Livio Zannargiu è un ottimo studente di giurisprudenza e un talentuoso fotoreporter, che si diletta nell’immortalare eventi di cronaca nera mentre strizza l’occhio ad ambienti anarchici ed extraparlamentari. O almeno lo era. Poi è successo che quegli “extra” erano andati a sedersi in parlamento, dall’altra parte dell’arco politico; e che le cose erano cambiate - a volte senza riguardo; a volte senza pietà - e lui era rimasto segnato dalla vita con il suo inconfondibile marchio sul fondo dell’animo. Così Zannargiu sparisce dalla circolazione e al suo posto arriva Franco Zanna, sempre fotoreporter, ma adesso dedito esclusivamente al gossip e agli scandali. Nel corso di uno di questi reportage - stavolta ai danni di Remo Girardi, brillante opinionista cui piace portarsi le sue amanti nella villa in Sardegna, mentre la moglie rimane a casa a dirigere l’emittente TV per la quale lui lavora - qualcosa va storto, lui si fa notare e la vittima lo aggredisce, anche se poi riesce fortunosamente a darsela a gambe. Ma il problema nasce subito dopo: e se quello lo denunciasse? Ovvero: se lo facesse lei, la donna che lo accompagnava, che sembra averlo riconosciuto? O ancora: se quello fosse l’ultimo fallimento che il suo datore di lavoro è disposto a tollerare?
    Pasquale Ruju - classe 1962, autore che ha lavorato per il teatro, il cinema, la radio e la televisione nonché nel doppiaggio e nei fumetti (ambito nel quale ha maturato una collaborazione ultraventennale con l’editore Sergio Bonelli, avendo al suo attivo oltre 100 storie per albi di Dylan Dog, Tex, Nathan Never, Dampyr e Martin Mystère) - è qui alla sua seconda prova narrativa, (dopo Un caso come gli altri, 2016, sempre per E/O), dove offre una storia piana narrata in prima persona dalla voce dell’umorale, per non dire irascibile, protagonista, che fluisce dalla sorgente alla foce senza scossoni, lineare nel linguaggio e nell’esposizione, dove l’interesse del lettore è alimentato dall’intreccio fra la trama nera (a base di ricatti, sospetti, minacce) e quella rosa (con lui che s’invaghisce della sua femme fatale fin dal primo momento che la vede aprire bocca). Sullo sfondo, la tragedia che ha segnato il protagonista imprimendogli la torsione che lo ha reso un alcolista sempre in bolletta, ma tutt’altro che inservibile (egli riesce anzi a spuntarla proprio nel suo compito più importante, come il Sughrue de L’ultimo vero bacio di Crumley, cui Ruju sembra occasionalmente strizzare l’occhio).


    Pasquale Ruju, Nero di mare, ed. E/O, 2017

    («Mangialibri», 21 luglio 2017)


    martedì 4 luglio 2017

    Pietro De Sarlo, L’Ammerikano, ed. Europa, 2016

    Vincenzo si ritiene un uomo piuttosto fortunato. Non a torto: nato da ultimo nella famiglia più ricca e in vista del paese - gli Ametrano di Monte Saraceno - ha sposato una delle donne più belle - Rosa Spina. E anche se nessuna ricchezza - come, del resto, nessuna bellezza - dura per sempre, il ricordo del luogo che lo ha visto nascere e crescere non gli è semplicemente caro, ma vivido, e le sue immagini - come quelle di Giovannino che, ubriaco, una sera aveva “azionato il suo uccello come se fosse un idrante”, costringendo i carabinieri a intervenire - si alternano in un movimento continuo come in un caleidoscopio che lui spera di portare sempre con sé, fino all’ultimo dei suoi momenti… Wilber Boscom è un killer della mafia, “lavora” per la famiglia Zambrino da tanto che ormai non ricorda più che cosa lo abbia condotto a quella vita. L’amore per le regole che gli era stato inculcato in famiglia, e che piace molto anche a don Vito? La sua naturale inclinazione alla vendetta, in silenzio e senza mezzi termini? Era stato come una specie di scivolamento per lui - non inconsapevole, ma nemmeno programmato in ogni dettaglio - e ora che si trova all’interno dell’appartamento di Christopher, pronto all’esecuzione, non può fare a meno di domandarsi: “Che ne è della mia infanzia felice, nella casa paterna?”
    Pietro De Sarlo - intellettuale lucano molto attivo su testate locali e online - scrive un romanzo che risente un po’, nello stile, della sua attività di giornalista e di saggista, nel quale si impone la chiarezza e il ritmo complessivo si adagia su un’esposizione piana che lascia ampio spazio alle descrizioni e alle divagazioni, meno alla suspense. L’Ammerikano è un romanzo scritto con una buona cura della lingua e con un diffuso e benvenuto uso delle parlate locali - di quella lucana in particolare - che cade purtroppo sul dialetto napoletano, sbagliato tanto nell’ortografia quanto nella costruzione, e in alcuni punti in cui sarebbe stata necessaria una revisione più attenta, per evitare di trovarsi spesso di fronte alla stessa parola scritta in modi diversi, come nel caso di “sciaffer” e “sciaffeur”, “Vincè” e “Vince’”, “si’” e “si”, “Mettiiu”, “Méttiiu” e “Méttiu” ecc. Traspare d’altro canto un innegabile amore per i personaggi e per la storia narrata, nella quale l’autore riesce a tenere insieme il Piano Marshall e le invidie locali, il boom economico e gli amori di gioventù, restituendo un’immagine a tuttotondo del sud d’Italia alle prese tanto con i problemi attuali e globali quanto con quelli storici.


    Pietro De Sarlo, L’Ammerikano, ed. Europa, 2016.

    («Mangialibri», 4 luglio 2017)

    venerdì 23 giugno 2017

    Déborah Danowski, Eduardo Viveiros del Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, ed. Nottetempo, 2017

    “C’è una ragazza che precipita dal cinquantesimo piano di un palazzo, e man mano che scende continua a ripetersi: ‘Non sta succedendo niente, non sta succedendo niente’. Il problema non è la caduta. È l’atterraggio”. Anche noi ci comportiamo come la ragazza del tormentone dello splendido La haine-L’odio, del 1995, quando si tratta della salute - e della sorte - del nostro pianeta: organizziamo incontri e dibattiti sul tema, ma non cambiamo stili di vita, né individualmente né socialmente; soprattutto, sottoscriviamo accordi internazionali ai più alti livelli istituzionali, senza preoccuparci di stabilire con quali mezzi procederemo ad attuarli. Appare sempre più evidente, ogni minuto che passa, che la questione ecologica non è più uno dei tanti problemi, e nemmeno solo uno dei più urgenti: ma è diventata il problema. Perché qualunque sia l’assetto che immaginiamo per il mondo a venire, è necessario anzitutto che un tale mondo… esista ancora. Il che non è scontato: anche se è questo che la nostra inerzia mentale ci suggerisce. “Il mondo è sempre esistito, ed esisterà sempre”, pensiamo. Ma l’evidenza ci dice il contrario: e prima che esso scompaia - o si trasformi in qualcosa che preferiremmo non aver visto mai - è necessario che l’uomo intervenga, e nella maniera giusta...
    L’apocalisse, la fine dei tempi, la fine del mondo: è un evergreen che dall’antichità classica giunge ai giorni nostri con tutto il suo smalto perfettamente intatto, dopo aver esplorato un’infinità di forme e di generi (dagli zombi di Romero a quelli di Matheson, dai nuovi inquilini della saga delle scimmie alle rape del folgorante “La razza dominante” di Fredric Brown; dalle ecatombi siderali à la Armageddon del ’98 a quelle di matrice più antropica come La strada di McCarthy - un excursus dell’immaginario apocalittico e dei suoi fondamenti è già stato esaminato qui). Ma qui, per la prima volta dopo oltre cinquant’anni (da quando, all’epoca della crisi dei missili, si temeva una catastrofe nucleare - timore che quasi fece impazzire Philip Dick, non a caso abbondantemente citato nella trilingue bibliografia finale), siamo di nuovo di fronte a un terrore che non è più soltanto (o in sostanza) immaginario, ma concreto, tangibile e - alla lunga - inevitabile. L’ecocataclisma è un futuro che possiamo realmente prevedere, e prevenire. Quella della fine non è più una paura, insomma, ma una vera e propria eventualità. Attraverso l’esame delle fonti e degli studi di settore - fisici, filosofici, sociologici - Déborah Danowski ed Eduardo Viveiros del Castro delineano il quadro attuale di una condizione che mai come in questo caso sarebbe opportuno definire “umana”, per quanto è immediatamente vicina a tutti noi. Un libro non solo per riflettere. Ma per agire.


    Déborah Danowski, Eduardo Viveiros del Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, ed. Nottetempo, 2017.

    («Mangialibri», 23 giugno 2017)

    martedì 13 giugno 2017

    Antonio Musarra, Acri 1291. La caduta degli stati crociati, ed. il Mulino, 2017

    San Giovanni d’Acri, Tolemaide. Antiochenes, Ocina, Acco, Colonia Claudii Caesaris. Sono solo alcuni dei tantissimi nomi della città di Acri, che nei millenni è stata visitata, occupata, sfruttata dai popoli più diversi; e che ancora oggi continua a racconta una delle storie più affascinanti e sanguinose della Storia: quella delle Crociate cristiane. Nel 1187 Gerusalemme, la Città Santa, era caduta nelle mani degli infedeli (i musulmani curdi; i quali chiamavano i cristiani con lo stesso appellativo), e da quel momento la capitale degli stati crociati era diventata Acri, estrema punta affacciata sul mare di una zona che oggi appartiene allo Stato d’Israele. Ma solo quattro anni il conflitto arriva fino a lì, e solo l’interventi repentino e congiunto di Filippo Augusto e di Riccardo Cuor di Leone, rispettivamente sovrano di Francia e Inghilterra, riesce a evitare la caduta dell’ultima rocca europea in terra mediorientale. Il Saladino, costretto a patteggiare - che prevedeva, tra l’altro, la restituzione della reliquia della Vera Croce (perduta appunto nel 1187), il pagamento di una grossa somma di denaro e la liberazione dei prigionieri - temporeggia: quei patti hanno il sapore amaro della sconfitta. Ma non sempre il tempo serve ad appianare i contrasti; talvolta, all’opposto, li inasprisce...
    Gran bel lavoro questo di Antonio Musarra, giovane dottore di ricerca in Storia medievale e Fellow di Harvard, che ha al suo attivo diverse pubblicazioni in volume. La storia qui raccontata sarebbe già avvincente in sé: partendo da uno scontro che diventa alla fine una guerra di nervi, più che uno scontro tattico, fra Riccardo e il Saladino (dove il torto, come spesso accade, è da entrambi i lati: Riccardo aveva garantito salva la vita ai prigionieri che si erano arresi ed era venuto meno alla parola massacrandoli, certo; ma è pur vero che Saladino stava prendendo tempo oltre misura, e questa era in sé una violazione dei patti stabiliti, tanto più che, come noto, il suo era solo uno stratagemma per riorganizzare le forze militari) si arriva al resoconto di come, circa un anno dopo (agosto 1191-maggio 1291; anche se certe fonti cronachistiche tendono a forzare i fatti per far coincidere i due eventi in una stessa data - 17 maggio - a distanza di cento anni esatti) Acri cada definitivamente nelle mani dei Mamelucchi del sultano d’Egitto. Ma a rendere questo studio realmente degno di nota basterebbe lanciare uno sguardo all’apparato critico di oltre cento pagine fra note, cronologie, carte, bibliografia (con fonti inedite) e indice dei nomi, oltre a un inserto di 4 pagine a colori con piante, foto e incisioni dell’epoca. Rivolto a tutti, tanto agli specialisti quanto ai lettori comuni, per la capacità dell’autore di narrare in maniera divulgativa e colloquiale, pur trasferendo contenuti ad alto grado di erudizione. Con l’introduzione di Franco Cardini.


    Antonio Musarra, Acri 1291. La caduta degli stati crociati, ed. il Mulino, 2017.

    («Mangialibri», 13 giugno 2017)