Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    È appena uscito in libreria C'è un sole che si muore, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò

    Undici racconti napoletani, gialli e neri, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

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    venerdì 12 gennaio 2018

    P. McGrath, La guardarobiera, ed. La nave di Teseo, 2017

    Gennaio 1947. L’attore Charlie Grice è morto e, dei tanti che conosceva in vita - che si tratti dei buoni amici addolorati o dei molti nemici sotto sotto trionfanti - al funerale non manca nessuno. A questo suo ultimo spettacolo si registra il tutto esaurito, al punto che molti non ce la fanno nemmeno a entrare in chiesa per dargli l’estremo saluto. Sua figlia, Vera, a sua volta attrice è affranta, in occhiali scuri, avvolta nel suo cappotto nero di pelliccia, e si regge tutto il tempo al braccio della madre, Joan Grice, anche lei in nero e con il velo. La signora Grice, direttrice di un guardaroba di costumi di scena - una delle migliori di Londra - conosce quasi tutti i presenti, anche quelli che con il teatro non hanno mai avuto niente a che fare (si sa, d’altro canto, che Gricey, suo marito, aveva frequentato gente d’ogni risma, criminali compresi). La cerimonia è struggente e il gelo di quell’inverno da cani - che non ha scoraggiato i convenuti - penetra fin dentro le ossa. Ben presto, tuttavia, Joan si rende conto suo malgrado che starsene al caldo, a casa, in compagnia di Julius Gass - ex impresario e marito di sua figlia, che lei ha sempre mal sopportato e la cui presenza le riesce adesso intollerabile - può essere ancora peggio. Tanto da amare quei momenti imprevedibili e struggenti in cui lui torna a farle visita…
    Patrick McGrath, brillante autore britannico che vive tra Londra e New York (del quale abbiamo già più volte parlato su queste pagine: qui le sue recensioni http://www.mangialibri.com/autori/patrick-mcgrath e qui l’intervista esclusiva) dà alle stampe un libro scritto magistralmente, per lo stile e per il climax, certo, ma soprattutto per la capacità di tirar fuori la suspense più affilata da insospettabili recessi della normalità. Stupendo il tratteggio della protagonista, la quale sembra vivere non una doppia, ma addirittura una tripla esistenza: la prima, di ex moglie madre e suocera da un lato, quello che tutti vedono e dove ognuno si sente in diritto e in dovere di elargire consigli e suggerire orientamenti; la seconda, quella di donna ancora legata al marito, nonostante le sue tante defezioni - a cominciare dalle ripetute scappatelle - nella quale è difficile dire se si rifugi o venga risucchiata, dato che quella voce (è innegabile, è proprio quella del suo Gricey!) si fa presente all’improvviso e la richiama, soprattutto quando mette le mani nell’ampissimo guardaroba di Charlie; la terza, nella quale ogni cosa che accade passa sotto la lente della guardarobiera che lei è sempre stata e rimarrà per sempre, dove l’abito fa il monaco eccome, ogni persona è strettamente legata a ciò che indossa e tutta la vita è mediata dal rapporto con gli abiti. Cosa, quest’ultima, che occupa la sua mente prima e al di là di ogni altra considerazione: «Quando tornò a casa non si scolò un altro bicchiere, ma nemmeno andò a dormire. Si dedicò invece a un lavoro che desiderava finire ormai da settimane: intendeva fare delle modifiche al cappotto di Gricey, non le piaceva come le cascava. Sentiva Gricey vicino, ne percepiva l’odore nella fodera, voleva però indossare quel cappotto come se fosse suo». Tornano le tematiche tipiche di altri grandi romanzi dell’autore, l’apparente psicosi mal celata e impossibile tanto da diagnosticare quanto da curare, e al contempo il sospetto continuo che il paranormale - comunque lo si voglia intendere - sia a portata di mano solo a volerne scorgere la presenza. La guardarobiera è un masterpiece che conferma il genio di McGrath ai livelli del suo più celebre Follia.


    P. McGrath, La guardarobiera, ed. La nave di Teseo, 2017.

    («Mangialibri», 12 gennaio 2018)

    Personaggio ed evento. Intervista a Patrick McGrath

    Squilla il telefono ed è Patrick McGrath. Impegnato in un tour promozionale in Italia per il lancio del suo ultimo romanzo, lo scrittore londinese trova il tempo per una chiacchierata affettuosa con noi di Mangialibri, da sempre attenti alla sua scrittura piena di ombre e sottotesti. Grazie, Patrick! La foto è di Basso Cannarsa.
    Nei tuoi romanzi riesci a creare la suspense senza i soliti clichè, cadaveri in cui si inciampa per caso, lame che scintillano nel buio... Le tue storie tengono col fiato sospeso fin da subito, ma sembra che nascano praticamente dal nulla. Come fai?
    Tutto emerge nel corso della scrittura, l’autore avverte come sta andando dipanandosi la storia e la sua esperienza gli dice quando rallentare o accelerare il ritmo. È in questo modo che si crea la suspense: senza premeditazione, insomma, e senza “effetti speciali”. Ma è difficile generalizzare, perché ogni scena richiede un certo tipo di organizzazione della scrittura tutto suo; altre volte invece è nella fase di editing che si realizza quando è il momento di alterare il ritmo, magari rallentando per inserire più dettagli, arricchendo l’atmosfera, cambiando l’illuminazione della scena, dove all’autore viene richiesta una capacità, per così dire, cinematografica.
    Si dice che tu viva tra Londra e New York. Come cambia la tua scrittura, fra i due continenti?
    In realtà, non cambia. Quando scrivo, mi immergo nell’universo del romanzo appena mi siedo alla scrivania. Chiaramente, se il mio romanzo è ambientato a Londra e mi trovo a Londra, mi è più facile descrivere la città perché mi basta una passeggiata per fornire nuovo nutrimento alla mia fantasia, cosa che ovviamente è più difficile se mi trovo a New York. In quel caso, cioè se sono lontano, mi servo di altre fonti informative per creare l’atmosfera, l’ambiente e tutto il resto.
    Se il tuo La guardarobiera potesse diventare un film: quale regista sceglieresti?
    Visto che il romanzo è ambientato al teatro, mi piacerebbe che a dirigere la pellicola fosse un regista teatrale. Ci sono tanti ottimi registi che conoscono bene il teatro, di prima mano, mi piacerebbe che la scelta ricadesse su uno di loro.
    In certi tuoi romanzi si parla tra l’altro di un disagio psichico che si manifesta con una patologia fisica. Tema molto caro a Cronenberg: non ti ha mai parlato di farci un film?
    È un po’ che non incontro Cronenberg, sarebbe un grande piacere per me tornare a lavorare con lui (McGrath ha scritto la sceneggiatura di Spider, tratta dal suo romanzo omonimo, e il film è stato diretto da Cronenberg nel 2002, N.d.R.).
    Viceversa, in alcuni tuoi romanzi il disagio psichico del protagonista nasce da una condizione di invalidità. È il tema classico della deformità che si lega alla malvagità… o c’è dell’altro?
    Io non tratto tanto di malvagità, perché sono convinto che già gli eventi della vita o la malasorte scatenino le crisi che segnano la nostra esistenza, tanto interiormente quanto esteriormente.
    Nel tuo La guardarobiera tratti ancora del tema del paranormale, dei fantasmi, della reincarnazione: tutte ipotesi che nelle tue storie non trovano mai né una conferma, né una smentita. C’è davvero posto per queste cose nella psicologia moderna?
    Penso che il disagio psichico venga spesso attribuito a cause paranormali o sovrannaturali, motivo per cui le persone si sentono poi perseguitate da entità spirituali o simili, come ad esempio nel caso di coloro che “sentono le voci” (che possono rivelarsi in seguito un mero frutto della fantasia). A tal proposito va precisato che proprio il fenomeno del sentire le voci è ancora molto diffuso, non solo fra coloro che hanno problemi mentali diagnosticati.
    Henry James ha detto che “il romanzo è il punto di vista del personaggio”. Cosa ne pensi?
    Certo, è un modo di vedere il romanzo. Ma James era anche interessato alla relazione tra il personaggio e l’evento, a quello stretto rapporto di reciproco condizionamento che fa in modo che l’evento contribuisca a definire il personaggio, proprio mentre il personaggio si pone in certa misura alla guida degli eventi che lo riguardano. Al punto che non si conosce veramente appieno un personaggio fino a che non lo si è visto in azione in occasione di un certo evento narrativo.
    Stai già lavorando a un prossimo progetto? Cosa puoi rivelare in anteprima ai lettori di Mangialibri?
    Sto lavorando a un romanzo in cui tratto della guerra civile spagnola, in modo particolare delle ultime tre settimane della vita di Franco. La storia riguarda un padre e una figlia, la partecipazione di lui al combattimento contro il fascismo, pur essendo inglese, e il coinvolgimento di lei nel futuro della Spagna.
    («Mangialibri», 15 gennaio 2018)

    domenica 7 gennaio 2018

    Norah Gelbe, La ragazza bambola, ed. Il Prato, 2017

    Andrea Wolf, nata a Spittel am Drau il 7 febbraio 1990, è morta a Salisburgo questa notte. Era una violoncellista di soli 26 anni ed è stata uccisa con una corda del suo stesso strumento. Il primo pensiero dell’’ispettore Hans Steiner, appena giunto sul posto, è che quella ragazza assomiglia a una bambola di celluloide, di quelle che sua figlia Petra amava collezionare. Dopo il divorzio era andato via da Vienna, nella convinzione che una città come Salisburgo, molto più tranquilla - stando alle statistiche - gli avrebbe reso la vita lavorativa più facile. E invece anche qui pedopornografia, antisemitismo, corruzione e, stanotte, questo omicidio efferato e per niente semplice. Ma Anna Fischer, la Gruppeninspektor che affianca Steiner da molti mesi, sa bene che il collega non si fermerà fino a quando non avrà decifrato interamente l’enigma: non lo chiamano forse Der Code Knacker, il decifratore?
    Norah Gelbe dà alle stampe (nella collana Der Code Knacker dell’editore Il Prato) un giallo che sa di mistero fin dalla copertina: non si sa infatti chi si nasconda dietro questo pseudonimo femminile, e tutte le presentazioni del libro tenutesi finora hanno visto avvicendarsi sul palco persone (o dovremmo dire “personaggi”?) sempre diverse… La ragazza bambola è un romanzo d’esordio forte e convincente, che sa mescolare armoniosamente ingredienti diversi (dalla complessissima gerarchia delle forze dell’ordine austriache, che ha il sapore del secolo scorso alla prima scena, nella quale «l’idiota delle pulizie che ha scoperto il cadavere si è fatto un selfie col corpo e l’ha pubblicato su FaceBook», dall’ingarbugliato intreccio che lega i vari sospettati alla storia d’amore - sommessa e tanto più possente - di Anna per Hans, dall’iniziale trama di un plagio mal celato e forse fatale alla scoperta di qualcosa di molto più inquietante…). Si auspica un prossimo ritorno dei suoi protagonisti.


    Norah Gelbe, La ragazza bambola, ed. Il Prato, 2017.

    («Pagina3», 7 gennaio 2018)

    domenica 31 dicembre 2017

    Periferia e periferie. Intervista a Giuliano Santoro

    Giuliano Santoro è giornalista. Scrive su Il Manifesto. Ha lavorato per diversi anni al settimanale Carta. Ha scritto diversi libri. Tra gli altri: “Su Due Piedi” (Rubbettino), reportage narrato di un mese di cammino per la Calabria, “Un Grillo Qualunque” (Castelvecchi), sul fenomeno del Movimento 5 Stelle e “Al Palo della Morte” (Alegre Quinto Tipo), ibrido non-fiction sull’omicidio di un migrante pakistano nel quartiere romano di Tor Pignattara.

    Com’è la situazione attuale delle periferie romane?
    È difficile generalizzare. Roma è una città enorme, ha una superficie che è grande sette volte quella di Milano. Soltanto il municipio di Ostia, di cui in questi giorni si fa un gran parlare, è grande quanto una città come Bologna. Per ottenere a un’area vasta tanto quanto quella di Roma bisogna sommare la superficie occupata da nove capitali europee: Vienna, Atene, Lisbona, Amsterdam, Berna, Parigi, Copenaghen, Bruxelles e Dublino. L’anomalia è che di fronte a tale vastità, Roma non è fino in fondo una metropoli. Non lo è proprio perché stiamo parlando di centro e periferie, e non di una città fatta da diversi centri: di una metropoli, appunto. Ritengo che la storia di Roma sia storia di periferie che assediano il centro e i quartieri del comando e che strappano diritti di cittadinanza. Adesso che questo meccanismo si è inceppato, la città intera è entrata in crisi. Si tratta di una metafora più generale della dislocazione spaziale del conflitto sociale, soprattutto da quando – con la dissoluzione della grande fabbrica e la produzione spalmata sul territorio – la posta in gioco delle lotte sono gli spazi di vita oltre che i tempi.
    In che senso e in che modo le periferie di Roma sono diverse da quelle del resto d’Italia? In cosa invece vi assomigliano?
    La storia di Roma è quella di una città che, fin dai tempi antichi ma ancor di più con l’unità d’Italia e il fascismo, nelle intenzioni delle sue classi dirigenti doveva rappresentare una vetrina, la messa in scena di una società pacificata. Ecco perché Quintino Sella chiese che a Roma non venissero costruiti grandi insediamenti industriali che portassero lo scandalo della lotta di classe nella capitale. Per lo stesso motivo tra gli urbanisti fascisti si discusse molto di cosa fare delle indecorose borgate che accerchiavano le mura storiche della neonata “Capitale dell’Impero”. Benito Mussolini era terrorizzato dalla grande città, la considerava (non a torto) un posto incontrollabile, che sfuggiva all’ossessione igienica e securitaria del regime. Per questo a quel periodo risalgono le leggi contro l’urbanesimo: chiunque fosse privo di un lavoro e di una casa regolare non aveva diritto di residenza. Una specie di legge Bossi-Fini ante litteram, rivolta però ai migranti interni. Walter Tocci, che fu vicesindaco ai tempi di Rutelli, citando Pier Paolo Pasolini ha scritto di recente che Roma è una città coloniale, perché come queste è cresciuta spontaneamente e in maniera improvvisa e disordinata. Fino agli anni Settanta ancora centinaia di migliaia di romani vivevano in baracche o edifici abusivi. Per dare casa a questo popolo dell’abisso vennero costruiti casermoni che fecero la fortuna dei palazzinari. In mezzo a questi non mancano progetti di per sé non disprezzabili, grandi edifici pensati come falansteri che invogliassero il senso di comunità e il mutuo aiuto. Penso al chilometro di cemento di Corviale, pensato quasi come una diga di case. O alle case popolari di Tor Sapienza, negli anni scorsi divenute tristemente famose per una rivolta contro i rifugiati. L’utopia è divenuta distopia perché questi progetti sono rimasti isolati, senza servizi, con pessima manutenzione. Non ha aiutato il Piano regolatore varato dalla giunta Veltroni, che ha assecondato gli appetiti edificatori e costruito quartieri satellite e scollegati dal cento.
    Quanto è attenta l’amministrazione Raggi ai problemi delle periferie?
    Ad una prima occhiata, la mappatura del voto che ha largamente premiato il Movimento 5 Stelle e condotto Virginia Raggi fino al Campidoglio è inequivoca: al ballottaggio Raggi non ha ottenuto la maggioranza soltanto nei due municipi centrali, vincendo largamente nei restanti 13. E dunque si disse che era la vittoria delle periferie, la vendetta dei margini. È bastato poco tempo, tuttavia, per rendersi conto che le periferie avevano consegnato la vittoria a qualcun altro, avevano delegato la loro vendetta. A beneficio di chi era stata sottoscritta questa delega in bianco? Non vorrei fare sociologia spicciola ma sono costretto a essere schematico e tagliare con l’accetta. Il Movimento 5 Stelle romano, quantomeno nella parte che ha conquistato le istituzioni fin dall’inizio, ha una composizione professionale fatta di piccola avvocatura. Virginia Raggi, il presidente del consiglio comunale Marcello De Vito, la stessa Roberta Lombardi, che adesso si candida alla Regione Lazio, prima di entrare in politica erano piccoli avvocati. E quando Raggi ha dovuto affrontare le prime difficoltà, fin da subito, si è rivolta all’avvocato Sammarco, presso il quale aveva svolto il suo praticantato legale. Dunque, la sede delle decisioni, seppure in maniera informale, scombiccherata, quasi clandestina, si è spostato ancora in uno studio col parquet e le lampade di design situato al centro della città. Sia ben chiaro: la sindaca non ha colpe di molti dei mali di Roma, ha ereditato una situazione disastrosa, per l’ex assessore Paolo Berdini Roma è addirittura una città già tecnicamente fallita. Ma al momento uno dei grandi limiti della sua amministrazione è proprio l’incapacità di dialogare con la galassia di soggetti che, al di fuori dei partiti, opera sul territorio romano. Sono soggetti che esistono da molto prima che il M5S esistesse e probabilmente gli sopravvivranno. Trattarli, come spesso la sindaca e la sua giunta fanno, con un misto di paternalismo e timore, non è affatto una buona idea. È dannoso prima che sbagliato.
    Ecco, che ruolo ha la società civile?
    Faccio un esempio: in questo momento a Roma circa diecimila persone vivono in palazzi occupati dai movimenti per il diritto all’abitare. È una forma di welfare parallelo e di sperimentazione urbanistica, che rigenera dal basso pezzi di città altrimenti lasciati all’abbandono o alla speculazione. Un fenomeno che incontra l’ostilità assoluta della politica. Soprattutto in una fase storica come questa, in tempi di ottusa esaltazione della “legalità” fine a se stessa, si finisce per disprezzare ciò che accade in basso. Quello delle case occupate è solo un caso. Le energie sociali che animano Roma e che costruiscono reti solidali nelle periferie sono moltissime e il loro ruolo risulta decisivo. Diceva Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista recentemente scomparso, che nel modello italiano di accoglienza dei migranti la parte fondamentale la giocano strutture informali, mutualistiche, non istituzionali. Chiunque pensi di ricostruire davvero questa città non può prescindere da questo mondo.
    Spesso i termini “periferia” e “degrado” vengono usati come sinonimi. Cosa ne pensa?
    L’emergenza degrado e la conseguente retorica del “decoro” (si badi bene: due parole che derivano dal vocabolario militare) sono parte del problema e non della soluzione. È negli Stati Uniti che questa ossessione per la sicurezza urbana ha prodotto mostri. Come ci insegnano gli analisti statunitensi, che hanno studiato queste cose anni prima di noi, i tutori del decoro troppo spesso si preoccupano di proteggere gli spazi privati e sterilizzare, neutralizzandoli, quelli pubblici. Il che finisce per ripercuotersi proprio contro i più poveri, ha l’effetto di colpire quelli che le periferie le abitano.
    Quale rapporto c’è tra la vita delle periferie e la criminalità organizzata?
    Secondo gli esperti, soltanto la ’ndrangheta è la prima azienda d’Italia per fatturato. A questa bisogna aggiungere la mafia e le altre forme di criminalità organizzata. Un tempo si diceva che queste fossero un “freno allo sviluppo”, ma è evidente che siamo davanti al fenomeno contrario. Le mafie sono l’innesco e l’acceleratore di un particolare tipo di sviluppo capitalistico, condotto senza vincoli sociali ed ambientali. Mi riferisco ovviamente all’enorme massa di capitali da ripulire, che non possono non arrivare nelle grandi città, anche a Roma. Le periferie diventano il luogo di reclutamento della manovalanza, il posto in cui insediare piazze di spaccio. Ormai da anni, ad esempio, il mercato è stato invaso dalla cocaina. Si è quasi persa la memoria del passato (nient’affatto remoto) la cocaina era la droga per i ricchi, degli yuppies degli anni Ottanta. Oggi la cocaina è una droga assolutamente trasversale. Walter Siti nel fondamentale romanzo “Il contagio” traccia una lunga striscia di cocaina per connettere i ghetti di periferia dal centro di Roma. È la metafora del rovesciamento della profezia pasoliniana sulle periferie romane: la borghesia ha assunto i tratti selvaggi del sottoproletariato e il cosiddetto “popolo” è divenuto ambizioso come la borghesia.
    Come commentare i fatti di Ostia? Epifenomeno di una periferia alla deriva, o conseguenza ovvia di dinamiche che partono dal centro?
    La roccaforte degli Spada, sul litorale romano, è il quartiere di Nuova Ostia, cioè l’area di Roma a più alta concentrazione di case popolari. Qui gli Spada si costruiscono legittimità e radicamento sociale gestendo le liste di accesso agli alloggi. È il lato oscuro del conflitto sociale, una forma perversa e malata di quello che i movimenti per il diritto all’abitare, di cui parlavo poc’anzi, fanno alla luce del sole. Si pensi alla famigerata teoria della Terra di Mezzo esternata da Massimo Carminati: un sodalizio pensato apposta per mettere in relazione la strada coi palazzi del potere, il basso coll’alto. Laddove c’è un vuoto di mobilitazione sociale, la criminalità si propone come fattore di regolazione, a Roma sempre più spesso in combutta con neofascisti, che hanno attitudine alla violenza ed entrature col potere.

    («l'Altrapagina», dicembre 2017)