Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    È appena uscito in libreria C'è un sole che si muore, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò

    Undici racconti napoletani, gialli e neri, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

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    venerdì 30 settembre 2016

    Natalino Balasso, Livello di guardia, ed. Mondadori, 2007

    Quando arriva la notizia che il Po ha rotto – frammentaria, incerta, confusa: insomma, ha già rotto, o sta per farlo? È successo a San Bartolomeo, o più giù? – l’intero paese si infiamma all’istante e, senza andare troppo per il sottile, comincia ad agire nei modi consueti per correre ai ripari: si grida in ogni dove, si chiamano parenti-soccorsi-rinforzi, si caricano camion e si va tutti in direzione degli argini noti e più a rischio. Tuttavia, le cose possono avere conseguenze inimmaginabili, e il fiume – che anche questa volta ha risparmiato il paese, evitando di sommergerlo – porta a galla un uomo, privo di documenti. E privo di memoria. Hai voglia a interrogarlo, a stimolarlo, a inventarti cose d’ogni tipo affinché possa recuperare anche un solo brandello del suo passato, cui appigliarsi per capire chi sia, cosa ci faccia lì… e magari come fare per riportarlo a casa. Ma non c’è niente da fare. Non resta che condurlo dai carabinieri e sperare che loro – “incrociando i dati”: si dice così? – possano venirne a capo in qualche modo. Ma proprio quando stanno per caricarselo in macchina e accompagnarlo in caserma… lui scompare. E sorge, contemporaneamente, un dubbio: forse quell’uomo, dall’aspetto così innocente, non lo è poi così tanto...
    Livello di guardia di Natalino Balasso (comico prestato alla narrativa, che ricordiamo per le esilaranti partecipazioni alle prime edizioni di Zelig) è un noir che mette a tema tante cose, con garbo e gusto, dalle pressioni del malaffare sull’impresa (un malaffare che, anche quando sembra avere le migliori intenzioni di crescita e di sviluppo per l’azienda, non ha in realtà che un unico invariabile obiettivo: quello di appropriarsene, o di portarla all’autodistruzione) all’indipendenza (e pregnanza) del giornalismo. Tratto distintivo è l’insistenza sul dialetto locale – siamo in un paesino del Polesine, dove il più giovane ha cent’anni e ogni parola trasuda i luoghi e le storie della propria formazione – che avvolge l’intera narrazione e ne costituisce infine la vera ambientazione. I personaggi sono simpatici – ovviamente la cricca dei vecchietti non può non far pensare istintivamente a quelli del Bar Lume di Malvaldi – e l’insieme è godibile. Quello che fa le spese della tanta carne messa a cuocere è il ritmo; che talora passa in secondo piano, come se l’autore fosse troppo preso attorno dalle cose che ha da dire. Prova interessante e discreta, questo secondo romanzo di Balasso (che era stato preceduto da L’anno prossimo si sta a casa e seguito da Il figlio rubato).


    Natalino Balasso, Livello di guardia, ed. Mondadori, 2007.

    («Mangialibri», 30 settembre 2016)

    giovedì 29 settembre 2016

    P. McGrath, Follia, ed. Adelphi, 1998

    Edgar Stark è un artista. Uno scultore. E ha ucciso sua moglie in un raptus psicotico violentissimo: per questo non si trova in prigione ma in manicomio, in una zona fuori città dell’Inghilterra di cinquant’anni fa. La sua è una strana condizione: lucido e “normale” sotto ogni altro profilo, quando si tratta di sua moglie – e della sua fine – comincia a sragionare, e a negare l’evidenza, ostinandosi a sostenere che l’assassinio sia stato una necessità, di fronte a una situazione insostenibile: una presunta infedeltà che non avrebbe potuto che peggiorare. Il dottor Cleave, che lo cura da anni, assiste al decorso della malattia come da manuale; fino a quando comincia a notare che Stella, moglie del dottor Raphael, si comporta in modo strano e che lei e quell’uomo hanno intrapreso (di nascosto, credono loro) una relazione che non solo è al di fuori delle convenienze sociali e di ogni più elementare regola deontologica, ma anche e soprattutto è mortalmente pericolosa: perché Stark ha già ucciso e potrebbe tornare a farlo, non essendo ancora guarito. Ciò di cui lui probabilmente non riesce a essere consapevole, ma che Stella – peraltro moglie di uno psichiatra, che conosce molti dettagli del caso – dovrebbe essere ben avvertita...
    Follia è un capolavoro: meglio dirlo subito, senza mezzi termini. Uno di quei libri destinati a restare, per diversi motivi. Per la naturalezza – e si vorrebbe quasi dire: la grazia – con la quale tutto cresce gradualmente, senza scossoni eppure in maniera incessante e inesorabile. Per il finale maestoso, per nulla prevedibile (anche se in rete è facile trovare lettori che sostengono il contrario: il che sembra palesemente impossibile, data la quantità di arrovellamento che il romanzo induce nel lettore, fatto dopo fatto, scena dopo scena). Ma soprattutto per la capacità di McGrath – e qui non si tema di dire che si tratta di una qualità ben difficile da ritrovare in un autore moderno – di generare pathos e suspense praticamente dal nulla, senza fatti eclatanti, senza deus ex machina, senza colpi di scena artificiali: laddove Chandler invitava lo scrittore a corto di ispirazione a far comparire sulla scena una pistola, “ché tutto comincerà ad animarsi automaticamente”, l’autore mostra con questo libro di non averne bisogno. Inutile dire che la follia pervade tutta la narrazione e investe tutti i personaggi (dalla moglie del dottore, vittima dell’ossessione, alla voce narrante), e costringe anche il lettore a guardare la propria, dietro l’angolo: non è un caso che un regista come Cronenberg – studioso della deformabilità dell’io, tanto fisica quanto psichica – si sia ispirato a McGrath per il suo Spider. Qualunque sia il vostro gusto letterario, questo è un libro da leggere assolutamente. Non farlo sarebbe una follia.


    P. McGrath, Follia, ed. Adelphi, 1998.

    («Mangialibri», 29 settembre 2016)

    lunedì 26 settembre 2016

    E. De Agostini, Un prosciutto e dieci ducati, ed. IoScrittore, 2016

    A Circello, don Giovanni è una celebrità: avrebbe già i propri affari a cui badare, ma ciò che più lo assorbe è la gestione dei possedimenti di don Nicolò di Somma, principe del Colle, marchese di Circello e signore della Terra di Reino. Siamo nella primavera del 1798, e queste cose non si possono fare comodamente da casa, o per procura: occorre essere ben presenti e vigili. Di conseguenza, quell’enorme livido, sorto praticamente dal nulla, che lo ha messo a letto da giorni, ha gettato don Giovanni nella disperazione; ancor più quando l’ultimo medico che lo ha visitato, don Pasquale Verdura di Fragneto, amico stimato di vecchissima data, è stato chiaro al riguardo: ventiquattro ore di tempo, e se la cosa - che ormai si è estesa all’intera gamba - non passa da sola, toccherà amputare. Dopodiché ha lasciato il malato al suo capezzale e se ne è tornato a casa, lasciando chiaramente intendere che non c’è proprio nient’altro da fare che affidarsi alla Madonna. Un momento: don Giovanni non ci aveva ancora pensato, ma poiché lui è sempre stato un uomo di fede; poiché la cappella è vicina alla stanza da letto; e poiché non vi sono alternative… si risolve a mettersi a pregare. Dopodiché, nel giro di poche ore, l’estensione delle macchie si riduce gradualmente, fino a che lui ritorna agile esattamente come prima. Un miracolo, non c’è dubbio. Per qualcuno, semplicemente un fatto inspiegabile dalla medicina. Per altri, invece, la cosa è molto più chiara di quanto sembri: “quello don Giovanni è un diavolo…”
    Enrico de Agostini, romano classe ’64 e diplomatico di carriera da oltre vent’anni, attinge all’archivio di famiglia per raccontare - sulla base di fatti realmente accaduti, e raccolti nella testimonianza orale dello stesso don Giovanni - la storia di un uomo cui è affidato un compito intrinsecamente difficile - gestire l’enorme patrimonio del signore locale, con perizia ed equilibrio, sapendone meritare giorno dopo giorno la stima e la fiducia - ma che è reso enormemente più complicato, fino a diventare praticamente impossibile, in un contesto invidioso e becero come quello di un paesino come Circello, che per sovrappiù sta per subire la più grossa delle trasformazioni: l’impatto con l’arrivo della rivoluzione francese, che come ogni cosa nuova affascina, mal celando la sua carica eversiva. Vera protagonista del romanzo è infatti, più dello stesso don Giovanni che pur suscita simpatia, con la sua tracimante buona volontà, sovente frustrata, la società napoletana, nella quale coesistono, contraddittoriamente, ma senza conflitto apparente, l’amministrazione della giustizia e il brigantaggio, la necessità del mantenimento di un ordine costituito e il suo aperto disprezzo. Un romanzo che parla anche - pur con qualche refuso, e pur nella sua ricostruzione storica e filologica fedele, come rimarca nella prefazione Francesco Barra, ordinario di Storia moderna all’Università di Salerno - ai nostri tempi schiacciati dal qualunquismo e dal divorante desiderio di avere e di apparire senza aver fatto nulla per meritarlo.


    E. De Agostini, Un prosciutto e dieci ducati, ed. IoScrittore, 2016.

    («Mangialibri», 26 settembre)

    venerdì 23 settembre 2016

    Kocku von Stuckrad, Che cos'è l'esoterismo, ed. Messaggero, 2016.

    Da Che cos'è l'esoterismo? Breve introduzione alla conoscenza segreta, di Kocku von Stuckrad, ed. Messaggero, 2016:
    «Urge definire un concetto di esoterismo che delinei non solo le continuità ma anche le dinamiche e i processi di formazione delle identità. Un tale concetto deve includere il transfert discorsivo tra le singole aree della cultura europea, soprattutto tra la religione, le scienze naturali, la filosofia, la letteratura e l’arte. Poiché cerchiamo di elaborare uno strumento analitico, occorre sottolineare fin da principio che l’«esoterismo» non esiste in quanto oggetto ma solo nella mente degli studiosi che classificano gli oggetti in base a criteri che a loro stessi paiono significativi, al fine di analizzare i processi della storia culturale europea. In altri termini: le definizioni sono strumenti ermeneutici e come tali privi di un valore assoluto. Quindi è meglio parlare di esoterico piuttosto che di esoterismo».

    Kocku von Stuckrad, professore di storia delle religioni presso l’Università di Groninga, Olanda. Si interessa di storia della filosofia e tradizioni esoteriche nella storia del pensiero europeo.

    (23 settembre 2016)