Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    È appena uscito in libreria C'è un sole che si muore, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò

    Undici racconti napoletani, gialli e neri, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

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    mercoledì 7 dicembre 2016

    Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, ed. Garzanti, 2016

    “Fare teatro vuol dire vivere sul serio quello che la maggior parte della gente, di solito, recita male”. Il celebre aforisma di Eduardo De Filippo porta alla luce immediatamente la contraddizione insita nel ruolo dell’attore: l’ambiguità intrinseca connotata, da un lato, dal doversi calare una maschera sul volto per interpretare vite diverse dalla propria; dall’altro dall’autenticità di una forma d’arte – il teatro, appunto – che sola riesce a portare alla luce le radici più profonde e nascoste delle cose – azioni, pensieri, emozioni – che nutrono l’esistenza. È la stessa contraddizione di fondo della condizione umana: la quale ha bisogno, allo stesso tempo, tanto che l’individuo possa svilupparsi nel fertile silenzio della solitudine, quanto delle relazioni della persona con gli altri, ciascuna caratterizzata da un diverso approccio, un diverso intendimento, un diverso modo d’essere. Considerazioni che pongono contestualmente sia la domanda su dove si trovi la verità del soggetto, sia quella radicale sulla libertà dello stesso: quand’è che la persona è veramente libera? Nella clausura della propria interiorità senza vincoli, o nell’ambito delle costrizioni creategli dai suoi legami sociali?
    Vito Mancuso, pensatore che non ha bisogno di presentazioni, di cui abbiamo già parlato volentieri, offre al pubblico una nuova riflessione, nel suo stile tipicamente a cavallo fra quello scientifico e quello divulgativo, rigoroso per necessità, rivolto a tutti per vocazione. Che oltretutto coniuga, come sempre, la speculazione classica della filosofia (a trecentosessanta gradi: dalla dialettica alla teodicea, dalla riflessione sul male a quella sul nichilismo) e quella sapienziale della teologia, con la lezione più recente delle scienze positive, in un intreccio salutare – organico e mai sincretico – scevro da secondi fini quanto dal bisogno di appartenenza (visibili in filigrana in tanta saggistica di settore). Una lettura che porta avanti la strada tracciata dall’autore con le sue tante opere precedenti – al cui fondo c’è la consapevolezza che l’uomo ha di sé, che dovrebbe avere di sé, che aspira ad avere di sé – che induce il lettore (quasi si vorrebbe dire: “lo costringe”) a interrogarsi non sulla verità estrinseca di testi e opinioni autorevoli, ma su quella attuale della propria esperienza di sé e dell’incontro con la realtà. Un libro che, come ogni cosa buona, sa nutrire con la propria genuinità. Consigliato a tutti.

    * Vito Mancuso è un teologo italiano. È stato docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano dal 2004 al 2011. I suoi scritti hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, in particolare L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007), Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011), Il principio passione. La forza che ci spinge ad amare (Garzanti 2013), Dio e il suo destino (Garzanti 2015), quattro bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in altre lingue e una poderosa rassegna stampa, radiofonica e televisiva. Il suo pensiero è oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. Dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. Dal 2013 al 2014 è stato docente di "Storia delle dottrine Teologiche" presso l'Università degli Studi di Padova.


    Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, ed. Garzanti, 2016.

    («Filosofia e nuovi sentieri», 7 dicembre 2016)

    Giovanni Lattanzi, Kambo e Iboga, ed. Bibliosofica, 2016

    «Le tribù amazzoniche, come quelle africane che risiedono nella fascia centro occidentale del continente, lungi dal rappresentare una forma primitiva di sviluppo dell’umanità, custodiscono una vera e propria enciclopedia di conoscenze riguardanti un numero vastissimo di piante delle quali conoscono con precisione l’uso. Non è un caso che le loro conoscenze si stanno rivelando di grande aiuto, sia a livello spirituale che di ricerca scientifica, nel mondo cosiddetto evoluto».

    (Dal comunicato stampa): Nota semplicemente con il nome di Kambo, la secrezione di una rana dal nome scientifico di Phyllomedusa bicolor, ha svolto per millenni un ruolo decisivo nella cultura sciamanica delle tribù dell’Amazzonia. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, nell’Africa centro occidentale la corteccia della radice di una pianta sacra, la Tabernanthe Iboga, viene usata da tempi immemorabili dai Pigmei del Gabon e del Camerum. In questa raccolta di ricerche antropologiche e scientifiche, interviste e testimonianze, oltre ad un’estensiva trattazione riguardante questi due enteogeni ancora poco conosciuti in Italia, Giovanni Lattanzi offre informazioni sulla sua innovativa metodologia. Giovanni Lattanzi è il primo sciamano europeo ad aver elaborato un metodo di guarigione spirituale usando una sinergia di Kambo e Iboga applicando il Kambo sui Meridiani secondo le indicazioni della Medicina Tradizionale Cinese e somministrando la corteccia di Iboga ad alto e basso dosaggio. Particolare attenzione viene rivolta agli studi sui peptidi presenti nella secrezione del Kambo effettuati dal Professor Vittorio Erspamer, nominato al Nobel per la Medicina e la Fisiologia da Rita Levi Montalcini; agli studi sull’Ibogaina, un alcaloide della corteccia di radice di Iboga divenuto noto per la sua sorprendente capacità di risolvere problemi legati alla tossicodipendenza, ADHD e ADD; agli studi sull’attivazione da parte dell’alcaloide Ibogaina di stati di coscienza quali il sogno lucido e il sonno attivo; all’esempio di Nikola Tesla che testimonia come sogni e visioni abbiano cambiato il nostro mondo. Un intero capitolo del libro è dedicato alla tradizione tolteca di Don Juan e Carlos Castaneda, ai segreti che questa ancora cela e all’inquietante universo de los voladores. In un'era in cui la salute pubblica viene sempre più monopolizzata dagli interessi delle big farmas, l'autore ci mostra come le più recenti ricerche effettuate sugli enteogeni stiano apportando un contributo decisivo verso la comprensione dell'universo del cervello umano e della sua intrinseca capacità di 'risettare' sé stesso e ci aiuta a comprendere come l'affascinante universo degli enteogeni sia ben lontano dai pregiudizi con i quali viene sbrigativamente liquidato in Occidente.

    Giovanni Lattanzi è nato a Roma nel 1962. Si è laureato in Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente con il professor Corrado Pensa che lo ha iniziato alla meditazione Vipassana. Per più di dieci anni ha praticato meditazione Zen in Francia, nella comunità buddhista di Plum Village fondata dal Maestro Thich Nath Hanh e dal 2005 è fardado della chiesa olandese del Santo Daime, il Ceu da Santa Maria. Pittore e poeta, ha tenuto mostre – personali e collettive – e performance d’arte in Europa; ha pubblicato due libri di poesie spirituali, Dall’acqua e dal Fuoco (2006) e Door Water en Vuur (2007). Dal 2009 facilita cerimonie di Kambo e Iboga in vari paesi tra cui Olanda, Italia, Repubblica Ceca, Finlandia, Messico e Perù e conduce workshop per aspiranti facilitatori di Kambo interessati ad imparare il suo metodo di applicazione. Vive e lavora ad Amsterdam.


    Giovanni Lattanzi, Kambo e Iboga, ed. Bibliosofica, 2016.

    («Pagina3», 7 dicembre 2016)

    mercoledì 23 novembre 2016

    G. Gagliano, La filosofia politica kantiana, ed. Armando, 2016

    Se gli Stati nazionali possono essere considerati allo stesso modo degli individui che li costituiscono, si potrà probabilmente pensare che tra di essi regni il sospetto, il timore, l'invidia e che ci si attrezzi nella prospettiva di una reciproca difesa. Pur volendo tralasciare qui, per un attimo, i problemi legati storicamente e strategicamente all'ansia della conquista e alla tendenza a usare le armi per l'attacco, anziché per la difesa, non si può fare a meno di guardarsi intorno e constatare lo sfacelo di un mondo in cui si perpetua la guerra, ampliandola in ambiti sempre nuovi (dall'economia all'informatica). Al che viene da chiedersi: è possibile immaginare, con Kant e con la sua filosofia morale e politica, un assetto personale e sociale improntato più all'ascolto delle voci della ragione, che ai rumori della pancia?
    A partire dagli scritti di Kant, messi in relazione con la filosofia moderna e con gli studi contemporanei sull'autore e sulle questioni della guerra e della pace, Giuseppe Gagliano* si interroga tanto sull'attualità quanto sull'attuabilità di un'idea di pace essenzialmente basata sull'etica e sul diritto (anziché sull'esame dei reciproci rapporti di forze, che oltre a essere al di fuori del dominio della semplice ragione, mutano in continuazione nelle epoche e nei contesti). Studio snello dalla lettura scorrevole e interessante, basato su una buona bibliografia, bilingue ma incentrata quasi esclusivamente su studi italiani.

    Indice generale: I presupposti della filosofia politica kantiana: Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico – Risposta alla domanda: "Che cos'è l'illuminismo?" – La religione entro i limiti della mera ragione – Sopra il detto comune: "Questo può esser giusto in teoria, ma non vale per la pratica" – Il progetto filosofico e politico per la pace perpetua: Per la pace perpetua – Metafisica dei costumi – La filosofia politica kantiana a confronto con il realismo politicoL'attualità del progetto kantiano

    *Giuseppe Gagliano è Presidente CESTUDEC (Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis) e collabora con la «Rivista Marittima», l’Isag, la Glocal University Network, la Società italiana di Storia militare, il Centre Français de Recherche sur le Renseignement, il Sage International australiano, il Terrorism Research & Analysis Consortium americano e lʼ«International Journal of Science» inglese.


    G. Gagliano, La filosofia politica kantiana, ed. Armando, 2016, pp. 123, euro 12.

    («Filosofia e nuovi sentieri», 23 novembre 2016)

    martedì 22 novembre 2016

    A. Fusco, Il metodo della fenice, ed. Giunti, 2016

    A volte, per quanto possa sembrare strano, le idee fanno più male dei fatti. Ancora peggio, sono le associazioni tra le idee a colpire con più violenza: per questo, stamattina, uno dei poliziotti della scientifica ha vomitato sulla scena del crimine. C’era un odore dolciastro, che di per sé sarebbe stato innocuo. Ma poi c’era il cadavere di quella donna, nuda e bruciata, ed è stato difficile resistere all’esito dell’abbinamento. Il commissario Casabona, che sta indagando su questo omicidio orripilante, riflette proprio sulla stessa questione: è mai possibile che il colpevole sia stato ritrovato tanto facilmente? Tanto presto? Ma, soprattutto: tanto immediatamente, per così dire, secondo la più banale linea retta d’indagine, cui sono bastate poche semplici domande – da cui si era risaliti, senza colpo ferire, a Luca Simoni, proprietario di quell’Audi A4 station wagon nera che stanno tutti cercando e che adesso, nonostante siano appena entrati in casa sua e gli abbiano messo sotto controllo ogni telefono, sembra scomparso nel nulla? È un’associazione che non sta in piedi, pensa il commissario. Che ultimamente fa una certa fatica a tenere insieme le cose: non a caso l’ultimo litigio con la moglie è stato più duro del solito, e non lascia prevedere niente di buono...
    Il metodo della fenice è un noir teso, ricco di dettagli ben piazzati, nel quale i tanti temi trattati si intrecciano felicemente in una composizione equilibrata. Dal dissidio con la moglie e la preoccupazione per il futuro (perfino la figlia del commissario sa bene che certi litigi tra marito e moglie, anche molto burrascosi, possono finire in una bolla di sapone; ma anche, viceversa, che da un nonnulla può generarsi la più dolorosa delle separazioni), alle difficoltà di indagare in mezzo ai tagli alle risorse della pubblica amministrazione, dove la squadra che ha bisogno dell’auto è costretta a sottrarla ai colleghi che, più tardi, “dovranno andare a piedi”; dalla critica al consumismo ipertecnologico, incarnata dalla “comunità degli elfi” di tolkeniana memoria, alle peggiori ragioni per uccidere pur di sottrarsi – non tanto alla giustizia, che certe volte, per certi individui, è solo l’ultimo dei problemi – alla verità, e all’insostenibilità di un presente artefatto che rischia di crollare di fronte all’evidenza di un passato da nascondere a ogni costo. Un altro buon lavoro per Antonio Fusco, funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense che, dopo aver lavorato a Roma e a Napoli, vive adesso in Toscana, dove il libro è ambientato.


    A. Fusco, Il metodo della fenice, ed. Giunti, 2016.

    («Mangialibri», 22 novembre 2016)