Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    È appena uscito in libreria C'è un sole che si muore, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò

    Undici racconti napoletani, gialli e neri, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

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    venerdì 24 febbraio 2017

    Morte a San Siro. L'ultimo noir Frilli di Alessandro Bastasi

    Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore e giornalista teatrale, ha scritto fra gli altri il noir Era la Milano da bere (Fratelli Frilli Editori, 2016). L'abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro, ancora edito dai Fratelli Frilli, dal titolo Morte a San Siro.

    A un anno di distanza dal tuo primo noir con la Fratelli Frilli Editori, Era la Milano da bere, torni in libreria con un nuovo romanzo. Sintetizzaci Morte a San Siro in venticinque parole.
    Un noir che partendo da un delitto lontano nel tempo racconta la trasformazione di una società e la solitudine di un settantenne accusato dalla Storia.

    Questa è la tua sesta prova narrativa. Ti collocheresti più sul versante del giallo, o del noir?
    In generale sul versante del noir. Nel giallo si racconta di un ordine sociale che viene “disturbato” da un’azione delittuosa, poi c’è qualcuno che investiga, isola il colpevole e riporta la situazione alla normalità dei “buoni”. Nei miei romanzi i “cattivi” si confondono con i “buoni”, colpevoli anch’essi del loro egoismo, delle loro brutture, in definitiva della loro umanità.

    Ambienti le tue storie a Milano. Cos'è questa città per te? E cos'è per i libri?
    Milano è la città nella quale abito da quarant’anni, della quale ho vissuto in prima persona la profonda trasformazione economica, politica e sociale. Per questo Milano è diventata – se così si può dire – il fulcro dei miei ultimi romanzi: un mondo che meglio di altri esprime tutte le contraddizioni dei quali i miei personaggi sono vittime e al contempo artefici.

    Nelle tue narrazioni c'è sempre un fondo di impegno sociale che porta le vittime e i carnefici oltre i confini del singolo personaggio.
    Nella mia concezione, frutto della mia biografia, un romanzo – soprattutto oggi, in un momento di passaggio epocale, dove sono venuti a mancare i punti di riferimento – non può non avere delle forti connotazioni sociali: il suo compito è, attraverso una storia e i suoi personaggi, porgere al lettore elementi di riflessione su chi/cosa siamo e dove stiamo andando.

    Cos'ha in serbo Alessandro Bastasi per il futuro? Un'anteprima sul tuo lavoro, in esclusiva, per i lettori di «Pagina3».
    Sto iniziando un romanzo sul “doppio”: un personaggio che “muore” e ricompare sotto un’altra veste, un rappresentante delle istituzioni (quindi dell’”ordine”) che troveremo in un ruolo del tutto diverso. Emblemi – a ben guardare - dello stato confusionale in cui versa realtà dei nostri giorni.


    Alessandro Bastasi, Morte a San Siro. Milano, il mistero di villa Pozzi, ed. Fratelli Frilli, Genova 2016, collana "I Tascabili".

    («Pagina3», 24 febbraio 2017)

    lunedì 20 febbraio 2017

    Che cosa significa pensare in Heidegger. Intervista a Danilo Serra

    Danilo Serra (1991) è laureato in Scienze Filosofi che presso l’Università degli Studi di Palermo. Collabora con Agenzia Stampa Italia. Numerosi sono i suoi articoli scientifici editati su volumi, riviste e piattaforme virtuali. Ha pubblicato, fra l’altro, Il movimento del pensare (2013), «Non ho tempo»: la grande menzogna (2014), La banalità che uccide (2015), La meraviglia è quando tremi. Per un’etica della bellezza (2016). L'abbiamo intervistato a proposito del suo libro su Heidegger edito da Il Prato di Padova nella collana I Cento Talleri diretta da Diego Fusaro, dal titolo Che cosa significa pensare in Heidegger.

    A quasi un secolo di distanza dalle sue prime riflessioni, il pensiero di Martin Heidegger continua a essere attuale. Perché?
    È il minuzioso lavoro ermeneutico condotto da Heidegger che, dal mio punto di vista, rende il suo pensiero attuale e meritevole di interesse. L'attenzione rivolta alle parole, al loro significato, è il suo tratto decisivo. Attraverso le sue opere, Heidegger punta l'accento sull'importanza del linguaggio. La sua è una rivoluzione concettuale fondata sullo “scavo linguistico”. Egli è un provocatore e, provocando, invita e stimola a scavare nel terreno fertile delle parole. Le parole, riprendendo un'immagine tanto cara al pensatore tedesco, sono sorgenti, fonti che il dire cerca, che di continuo devono essere ricercate e scavate, che facilmente franano ma che a volte all'improvviso sgorgano. Da questo punto di vista, il suo pensiero è assai affascinante poiché ci permette, quasi costringendoci, di pensare alle parole come qualcosa di non abituale o scontato ma straordinario. Qualcosa che deve essere ascoltato e custodito. In questo ascolto, l'uomo è chiamato in causa. Lui, d'altronde, ne è il pastore, il vero custode delle parole e del linguaggio. Ecco la bellezza. Questo rende, a mio parere, il pensiero di Heidegger sempre attuale.

    Heidegger ha scritto: «Il più considerevole nella nostra epoca preoccupante è che noi ancora non pensiamo». Cosa vuol dire?
    Ho voluto intitolare il primo capitolo del mio testo con questa potente frase pronunciata da Heidegger all'Università di Friburgo durante il semestre invernale 1951-52: “Il più considerevole nella nostra epoca preoccupante è che noi ancora non pensiamo”. Rispondere brevemente alla domanda circa il suo significato è pressoché impossibile. Ciononostante posso dire brevemente che, con questa affermazione, Heidegger si rivolge all'uomo spingendolo a riflettere e soffermarsi sul “più preoccupante” (Das Bedenklichste), ovvero su ciò che ci “preoccupa” e coinvolge prima di ogni altra cosa in quanto a lui si deve il “dono” (Gabe) del pensiero. Per Heidegger, questo “più preoccupante”, che viene concepito come matrice del pensiero - e quindi della stessa essenza umana - non viene affatto pensato nella sua piena e totale autenticità. La proposizione vuole quindi porsi al contempo come una denuncia (“il più preoccupante”, oggi, non è pensato) e come un monito, una chiamata, un invito a mettersi sulla via del pensiero per pensare autenticamente ciò che è degno di essere pensato.

    Cimentarsi con un autore di questo calibro, dalla bibliografia secondaria sterminata, è impresa temeraria. Come vi è arrivato? E cosa ha voluto dire al lettore?
    Cominciai ad apprezzare il pensiero di Martin Heidegger, in particolare le opere scritte a partire dagli anni '30, fin dal mio primo anno universitario. La sua scrittura, così densa e ricercata, a tratti oscura, colpì il mio interesse ed ebbe un ruolo decisivo per la mia formazione accademica. Al lettore ho voluto e voglio comunicare questo interesse e questa passione verso un autore che, più di ogni altro, ha saputo cogliere il senso dell'essere nel mondo: mettersi in moto, attivarsi, tendere, camminare in direzione del pensare, nei pressi del pensare.

    Un paio d'anni fa non si parlava d'altro che dei Quaderni neri, oggi sembra che la cosa sia passata di moda. In che modo e in che misura la riflessione filosofica dovrebbe fare i conti con l'antisemitismo del pensatore di Messkirch?
    Rispondo fin da subito con chiarezza: non vedo nessuna relazione (nessuna misura) tra la riflessione filosofica di Heidegger e l’antisemitismo nazista. La questione è delicata e fa ancora rumore. L'uscita dei cosiddetti Quaderni Neri (Schwarze Hefte) ha scosso il mondo accademico e non solo. In questi taccuini-appunti, scritti da Heidegger in un lungo periodo di tempo che include anche i terribili anni della guerra, molti studiosi e critici hanno colto, tra le altre cose, delle tracce di antisemitismo nel suo globale sistema filosofico. È vero che nei Quaderni Neri c'è una speculazione filosofica che coinvolge ed assorbe in un certo senso il popolo ebraico. La problematica, però, è molto complessa e andrebbe trattata, con tutto il suo carico di complessità, in sedi più appropriate ed adeguate. Comunque sia, credo fermamente che non si possa asserire, come pretenderebbero di fare invece taluni studiosi, che la sua filosofia sia inficiata dal nazismo o - cosa ancor più ridicola - da un presupposto o da una forma di pensiero antisemita. Perché? Semplicemente perché l'antisemitismo (come il nazismo) non è e non può essere né un principio fondante e fondativo della sua riflessione filosofica, né un suo messaggio, né un punto di approdo. Dunque, per una comprensione autentica del pensiero filosofico di Heidegger non è affatto essenziale conoscere le sue presunte e/o discutibili opinioni politiche.

    A quale nuovo progetto sta lavorando?
    Uscirà prossimamente un mio breve saggio su Thomas Kuhn e, nello specifico, sul concetto di “rivoluzione scientifica”, idea fondamentale per comprendere l'originale attività del filosofo americano. Inoltre, sto lavorando da alcuni mesi alla stesura del mio nuovo libro. Al centro di questo progetto è la riflessione sulla figura di Gesù Cristo operata con delicatezza riprendendo alcuni versetti incisivi dei quattro Vangeli canonici, in particolare del Vangelo secondo Matteo. Sono consapevole del fatto che tanto si è già scritto sulla personalità di Gesù. Non per questo si deve smettere. La scommessa, anzi, è quella di continuare ad essere originali, contribuendo a fornire un valido sostegno per lo sviluppo della storia della cultura e dell’umanità. C'è ancora tanta strada da compiere. Le idee certamente non mancano, anche se il cammino è complesso e tortuoso. Tuttavia, finché è possibile, occorre camminare. Hic et nunc.


    Danilo Serra, Che cosa significa pensare in Heidegger, ed. Il Prato, Padova 2015, collana "I Cento Talleri".

    («Pagina3», 20 febbraio 2017)

    mercoledì 15 febbraio 2017

    R. Oliveri, Nietzsche tra le stelle, ed. Il Prato, 2016

    Nietzsche è stato un profeta della scienza? si chiedeva Rosanna Oliveri nel suo precedente lavoro in volume del 2014. Oggi la sua riflessione si spinge in profondità su un singolo punto, con la domanda: che rapporto c'è stato (ed è possibile individuare per noi, oggi) tra l'eterno ritorno e la scienza moderna?
    La celebre teoria nietzschiana presenta aspetti che invitano a un'indagine comparata: c'è infatti un'ampia porzione della scienza del suo tempo che Nietzsche prese in esame e di cui si servì per dare sostegno alla sua idea. Non che, a stretto rigore, ve ne fosse bisogno: la sua non era una teoria cosmologica, ma morale; Nietzsche parlava cioè del cosmo per parlare dell'uomo. Ma la Oliveri vuole compiere un ulteriore audace passo: cosa succederebbe se si guardasse l'eterno ritorno... proprio come se si trattasse di un modello fisico dell'universo?
    In questo saggio snello ma ben esposto e ben documentato, basato su una bibliografia trilingue, l'autrice si muove a suo agio tanto nei territori della filosofia quanto in quelli della scienza positiva degli ultimi centocinquanta anni, al fine di desumere quanto, come e, soprattutto, con quali esiti Nietzsche abbia derivato «la sua concezione dell'eterno ritorno dagli scritti di Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematico e fisico gesuita del XVIII secolo». Un lavoro d'indagine interdisciplinare che anche solo in quanto tale sarebbe benvenuto; ma che qui si colora in più di una passione e di un'originalità piuttosto infrequenti nell'ambito della saggistica di settore. Pubblicato nella collana "I Cento Talleri" diretta da Diego Fusaro.
    Indice: Introduzione - L'eterno ritorno fra scienza e mito - Blanqui e l'astronomia dell'eterno ritorno degli astri - Mayer e Vogt e il principio di conservazione dell'energia - Boscovich: l'eliminazione della materia - L'eterno ritorno: lo sviluppo della teoria - Il riso espressione della volontà di potenza - La cosmologia ciclica conforme - Il Multi-verso - L'eterno rimbalzare.

    Rosanna Oliveri è nata a Bolzano, si è laureata in Filosofia a Bologna con una tesi sulla relatività di Einstein e attualmente insegna Storia e Filosofia nei licei altoatesini. Autrice di diversi saggi filosofici, collabora con il "Corriere dell'Alto Adige", inserto locale del "Corriere della Sera". Nella stessa collana ha pubblicato <em>Nietzsche profeta della scienza</em>, nel 2014, con la Prefazione di Sossio Giametta.


    R. Oliveri, Nietzsche tra le stelle, ed. Il Prato, 2016.

    («Filosofia e nuovi sentieri», 15 febbraio 2017)

    domenica 12 febbraio 2017

    Cartolina da... Marvin Menini

    Marvin Menini ha quarantacinque anni ed è medico. Poker con la morte, ambientato a Genova, è il suo primo romanzo pubblicato con la Fratelli Frilli Editori.

    («Pagina3», 12 febbraio 2017)