Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    È appena uscito in libreria C'è un sole che si muore, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò

    Undici racconti napoletani, gialli e neri, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

    Ultimi post pubblicati

    mercoledì 8 novembre 2017

    F. Lorefice, Ribellarsi non basta. I subalterni e l’organizzazione necessaria, ed. Bordeaux, 2017

    Da quando Marx ha lanciato ai proletari di tutto il mondo, oltre centocinquant’anni fa, l’invito a unirsi, le cose sono cambiate in tanti modi: ma la divisione continua a essere la parola d’ordine di una sinistra che - almeno qui in Italia - non fa che creare a ogni piè sospinto nuove divisioni, spesso incomprensibili, sempre suicide. Cosa tanto più evidente - e deprecabile - quanto più si consideri che i soggetti della politica intesa à la Marx&Engels erano quegli stessi proletari che, per evoluzioni successive sono diventati i moderni precari, disoccupati, sottoccupati del mondo moderno a ogni latitudine. I subalterni. Quelli costretti a subire una politica che non riesce mai a occuparsi seriamente dei loro problemi - in buona o in cattiva fede - perché sempre troppo impegnata a venerare i dogni dell’economia, primi fra tutti quelli della competitività e della crescita. Insomma, nel modo governato dal denaro sembra non esserci più posto per il lavoro (e dunque per il lavorarore): cambiano le categorie, le industrie, le sigle e le rappresentanze sindacali, ma quello che il filosofo di Treviri insegnava allora è rimasto uguale: “il proletario vive finché lavora, ma lavora solo fino a quando ce n’è bisogno”...
    Questa prima opera in volume di Fulvio Lorefice - trentenne dottore di ricerca catanese vincitore del premio Roosevelt Study Center Research Grant - non è specificamente un saggio sul comunismo, nonostante i riferimenti e le tendenze siano piuttosto manifeste, come risulta peraltro, oltre che dall’esposizione, dalla bibliografia bilingue su cui è basato. Un libro che è evidentemente frutto di uno studio accademico, ma che per lo stile divulgativo intende probabilmente rivolgersi a un pubblico più ampio, se non direttamente alle masse. Quelle masse - si preferirebbe forse “popolo”: ma si può realmente dirlo oggi, con cognizione di causa e aderenza alla realtà? - dalle quali è necessario ripartire per rifondare la politica nell’epoca della rete e della democrazia telematica. Non perché, come sarebbe forse auspicabile ma probabilmente illusorio, il tempo del partito e dei leader sia definitivamente tramontato; ma perché in ogni caso è sempre necessario organizzare la massa affinché in una democrazia gli uomini possano incidere sulle scelte che più gli stanno a cuore. E perché si diventa sacrosantamente intolleranti verso i soprusi di partiti che tendono ad accaparrare il potere nelle proprie mani senza che questo provochi ricadute positive per gli elettori (è il caso eclatante delle votazioni con liste bloccate). Oggi il voto è meno efficace perché sempre frammentato e spinto dall’onda emotiva e anomala degli ultimi dieci giorni di campagna elettorale. Una volta il problema era l’ignoranza; ora è la mancanza di rappresentanza. A chi giova tutto ciò? Certo non ai più. Indignarsi non basta, ci vuole organizzazione. Compito politico per i prossimi cinquant’anni, che però deve partire… adesso.


    F. Lorefice, Ribellarsi non basta. I subalterni e l’organizzazione necessaria, ed. Bordeaux, 2017.

    («Mangialibri», 8 novembre 2017)

    lunedì 30 ottobre 2017

    Patrick McGrath, Il morbo di Haggard, ed. Adelphi, 1999

    Londra, 1940. I nazisti stanno preparando l’invasione della Gran Bretagna e tra gli inglesi ferve la preparazione della difesa, per quanto disperata: non saranno pochi piloni di cemento buttati in mezzo alla strada a sbarrare l’avanzata del nemico, né quel paio di mitragliatrici che, sole, si ritrovano per le mani. Tutto fa presagire una catastrofe. Ma la tragedia del dottor Edward Haggard - chirurgo un tempo dalle brillanti prospettive ospedaliere, che ha poi ripiegato sulla professione del medico condotto - è iniziata molti anni prima, quando ha perso il grande amore della sua vita, in maniera inaspettata e brutale. Ma l’aveva mai avuto veramente quell’amore, così come avrebbe voluto? Anche se si sa che certe cose non si possono avere - quando una donna è sposata, il marito tende a tenersela stretta e può arrivare a fare letteralmente di tutto per riuscirci - questo non placa la sofferenza. E nemmeno quel dolore nella gamba, onnipresente e lancinante, a cui ha dato il nome di Spike. È in mezzo a quel dolore che si presenta da lui un giovane dal nome caro e sintomatico: James Vaughan. Ma la cosa più impressionante non è il suo nome, bensì il suo aspetto: guardarlo è come vedere quella donna - la sua donna - ritornare dall’oltretomba per fare visita proprio a lui...
    Racconto in prima persona da parte del dottor Haggard - qui, come in Grottesco http://www.mangialibri.com/libri/grottesco, la condizione di invalido del narratore dipende da un evento interno alla storia, che il lettore viene a conoscere solo nella seconda metà - medico interamente concentrato su se stesso, sul suo male e sulla sua visione a senso unico delle cose; nella quale non c’è posto per i pensieri, le aspirazioni, i sentimenti degli altri, fino al punto di negarne ogni evidenza. Tanto da voler vedere per forza in quel James di cui si sente ingiustamente il padre, una patologia inesistente di cui il giovane nega ogni sintomo, che ha l’unico scopo di inverare ai suoi stessi occhi la sua più grande ossessione: quella della sua amante che - reincarnatasi in qualche modo e in qualche misura in quel figlio - viene a offrirgli una seconda possibilità di fare le cose per il meglio e, forse, ricevere un’assoluzione per quelle irrimediabilmente fallite. È questa la vera morbosità di un testo - altro che il “morbo” che il protagonista vorrebbe a tutti i costi vedere nel fisico del ragazzo. Tratto caratteristico di tutta l’opera dell’autore, che in altri casi ha attratto l’attenzione di un regista come Cronenberg (come in Spider, poi diventato un film). Probabilmente non il migliore romanzo di McGrath, il quale tuttavia conferma il suo geniale talento nel riuscire a sviluppare storie dense e appassionanti praticamente dal nulla.


    Patrick McGrath, Il morbo di Haggard, ed. Adelphi, 1999.

    («Mangialibri», 30 ottobre 2017)

    mercoledì 18 ottobre 2017

    A. Capobianchi, La discendenza, ed. Novecento, 2017

    Saverio De Marchis ha finalmente guadagnato il posto che gli spetta: è diventato preside del liceo classico nel quale si è diplomato a pieni voti nel lontano 1984. E la sua gioia – mista alla convinzione di esserselo proprio meritato quel traguardo, tanto per il talento quanto per l’impegno – trasuda dal suo discorso d’apertura, che infervora il corpo docente, il quale già guarda a lui come a un innovatore dalle idee chiare che saprà come risolvere i problemi di tutti. Il fervore raggiunge perfino gli studenti, al punto che molti accolgono l’invito a lasciare desiderata firmati che si pronunciano su ambizioni (e deviazioni) personali senza peli sulla lingua. Sembra che le cose vadano mettendosi per il meglio, ma non tutti ne sono convinti e qualcuno non si lascia ingannare dall’apparente scintillio della nuova figura carismatica: tra di essi c’è Furio Longhi, che ha studiato negli anni lontani insieme al nuovo preside e, se proprio dovesse mettersi a raccontare dei tempi andati, non ne verrebbero fuori soltanto rose e fiori; e la vicepreside, Barbara Baldi, anch’ella compagna di classe di De Marchis. Il quale si sta già adoperando affinché gli idilli – veri o presunti – del passato si ripristinino al più presto; nello stesso momento in cui qualcuno sta tramando l’assassinio della sua prima vittima, che arriva con un funesto “Ave Agrippina”…
    Angela Capobianchi – autrice non nuova al noir, già vincitrice dei premi Gran Giallo Città di Cattolica e NebbiaGialla, che ha pubblicato con Piemme e vede la presenza di suoi racconti all’interno di antologie date alle stampe da Mondadori – scrive un noir metropolitano che ha a che fare con la storia e la lingua dei romani, che sfrutta l’amenità dell’ambiente scolastico – il vociare dei ragazzi nei corridoi e le ingenuità della gioventù, insieme all’ordine e alla prevedibilità che scaturiscono dalla disciplina e dal metodo didattico – per creare un contrasto netto con la nerissima psicologia del killer (tanto più avvilente quanto più si fa pressante), che uccide in maniera ferina ma spaventa soprattutto per la determinazione e la risolutezza. Sullo sfondo, conflitti irrisolti (e forse irrisolvibili) che fanno capo a De Marchis, al suo passato scolastico e alla morte del padre, imprenditore di successo. Un romanzo godibile che punta più sull’atmosfera e sull’approfondimento dell’interiorità dei personaggi che sul ritmo; un’indagine che si fa intricata non solo nei dettagli materiali ma anche nei percorsi mentali dei tanti coprotagonisti.


    A. Capobianchi, La discendenza, ed. Novecento, 2017.

    («Mangialibri», 18 ottobre 2017)

    mercoledì 11 ottobre 2017

    R. Sorensen, La stanza delle meraviglie filosofiche, ed. Salani, 2017

    « "Se uno scienziato anziano ma eminente dice che una cosa è possibile, ha quasi sicuramente ragione, ma se dice che una cosa è impossibile, ha con tutta probabilità torto", disse Arthur C. Clarke. Uno scienziato anziano ma eminente risponde: "È impossibile che il signor Clarke abbia ragione" ». Quanto è probabile che l'asserzione dell'augusto vecchio sia corretta? Spoiler: lo scienziato anziano ha senza dubbio ragione. La spiegazione è... a pag. 283.
    Ellen Gould White, fondatrice del movimento avventista, ebbe una rivelazione: dallo studio dei capitoli 7 e 14 dell'Apocalisse dedusse che il numero esatto degli eletti, coloro che "hanno scritto in fronte il nome di Cristo e del Padre" è 144.000, cioè 12.000 eletti tondi per ciascuna delle 12 tribù di Israele. Tutto quadrava. Tranne il "quadrato perfetto" nel quale, sempre secondo lei, avrebbero dovuto disporsi: la radice quadrata di 144.000 infatti non è un numero intero ma irrazionale; per cui, su ogni lato del quadrato, avrebbero dovuto trovare posto esattamente 379,47331922... persone...