Filosofia e Noir

Dopo Dostoevskij e Tolstoj, il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca.
Jean-Patrick Manchette

  • L'intransigenza

    Il primo dei "Gialli del Dio perverso"

  • La verità cammina con noi

    Introduzione al pensiero di Maurice Bellet

  • Le cose si toccano

    Raimon Panikkar e le scienze moderne

  • Paolo Calabrò

    In arrivo in libreria L'abiezione, di Paolo Calabrò

    Volume secondo della serie dei Gialli del Dio perverso

    Edito da Il Prato nella collana Gli antidoti, con il marchio di qualità dell'associazione di scrittori NapoliNoir

    Ultimi post pubblicati

    venerdì 20 aprile 2018

    Carmine Castoro, Il sangue e lo schermo, ed. Mimesis, 2017

    Che l’intento della “TV del dolore” sia quello di far addolorare il proprio pubblico - colpendolo allo stomaco, anziché al cervello - è un dato ormai attestato che non sorprende più. La novità è l’aumento della quantità di trasmissioni che fanno un uso sistematico di tecniche e mezzi giornalistici con queste finalità, sulle principali reti nazionali, che promuovono apertamente la disinformazione, in tanti modi: invitando, ad esempio, a rendere il contributo tramite la loro testimonianza parenti e conoscenti delle vittime, anziché coloro che hanno indagato da esperti sulle circostanze di fatto degli avvenimenti; puntando a sollecitare le emozioni e l’irrazionalità, anziché la riflessione lucida; compiendo una fondamentale e radicalmente perniciosa inversione di senso, nella quale non è più la trasmissione televisiva a collocarsi all’interno della realtà per renderne conto, ma è la realtà a ridursi e a deformarsi, per poter entrare nella misura e nel format che la televisione gli impone. Alla fine, è un po’ la solita storia del mostro da sbattere in prima pagina, non importa se sia veramente tale, purché la gente continui a comprare il giornale e a restare col fiato sospeso; e la cosa più preoccupante è che il fenomeno sembra star assumendo proporzioni che vanno al di là di un singolo canale o di un certo pubblico, per offrirsi ormai indiscriminatamente - in forme e modi diversi - a tutti...
    Carmine Castoro - docente universitario e giornalista professionista che ha firmato programmi per RAI e per SKY - consegna un volume di duecentocinquanta pagine che trabocca di contenuti e di riferimenti telecinefili, fin dall’indice (dove ad esempio il titolo “Malvagi senza storia” rimanda evidentemente a Bastardi senza gloria) ma ahimè anche di refusi e di imprecisioni tutt’altro che occasionali (doppi apici chiusi, invece che aperti, in presenza dell’apostrofo a inizio parola; E maiuscola con l’apostrofo al posto di quella accentata; e un’assurda pagina pari vuota, la 22, che riporta in alto il numero di pagina e il titolo del libro). Dove si parla del male e della paura e del loro effetto sulle masse, prendendo in esame praticamente ogni aspetto della raffigurazione mediatica, dai programmi di informazione alle serie TV, dal cinema fino ai cartoni animati e concludendo che un cambiamento nel modo catodico di trattare questi temi è necessario, a tutti i livelli, che “Contro lo Spavento servirebbe il Vento. Un Vento marziano, magari. Ma anche nostro, nato qui. Un Vento amorevole e pugnace. Che spazzi tutto. Il tutto di questo Tutto”. Dove la parte decostruttiva sembra farla da padrona a scapito di quella costruttiva, difficile da individuare.


    Carmine Castoro, Il sangue e lo schermo, ed. Mimesis, 2017.

    («Mangialibri», 20 aprile 2018)

    sabato 14 aprile 2018

    Norah Gelbe, Un mare di luppolo, ed. Il Prato, 2018

    Un mare di luppolo, secondo episodio della saga Der Code Knacker (ed. Il Prato) si apre come l’episodio precedente, con una confessione della vittima. E il lettore assume subito una ben precisa consapevolezza: non vi sono innocenti, in questa storia, ma solo colpevoli. Anche il protagonista, ispettore della polizia austriaca, è colpevole: di aver ceduto alle lusinghe della collega, Anna Fischer, e di aver così messo a rischio la carriera di entrambi (motivo per cui lei si è vista costretta a chiedere il trasferimento a un altro ufficio). Il caso stavolta è sconcertante. Al birrificio Hegel è stato appena ritrovato il corpo nudo di un uomo, gonfio in viso e in via di decomposizione; e, a dispetto del nome roboante, sembra esserci ben poco di razionale: l’afrore della fermentazione del malto si somma a quello del cadavere, e al nuovo collega di Steiner, Saul Liebermann, belloccio e ambizioso, viene da rimpiangere la tranquillità dell’ufficio…
    Dopo La ragazza bambola, una nuova indagine per Hans Steiner, nato dalla fantasia di Norah Gelbe, autrice ancora misteriosa di cui nessuno conosce l’identità, se non il suo personaggio principale: Der Code Knacker, il decifratore di enigmi, come lui viene chiamato dall’intero dipartimento di polizia. Separato, fin dalla prima avventura, e qui felicemente fidanzato, l’indagine si svolge fra l’Austria e l’Italia, fra una Salisburgo fintamente tranquilla e una Venezia che dietro i fasti eternamente carnascialeschi cela un brulichio di traffici pedopornografici via web che Anna cerca di sventare. Dal ritmo sostenuto e ben congegnato, Un mare di luppolo è un romanzo (per ora disponibile solo in versione digitale; mentre il primo è già distribuito su carta) che tiene col fiato sospeso fino all’ultima rivelazione. Consigliato.


    Norah Gelbe, Un mare di luppolo, ed. Il Prato, 2018.

    («Pagina3», 14 aprile 2018)

    giovedì 5 aprile 2018

    Marcello Barbanera, Il corpo fascista, ed. Aguaplano, 2016

    Nell’età classica la rappresentazione del corpo umano nudo, in specie quello maschile, ha sempre avuto un ruolo di spicco nell’arte. In Grecia e nella Roma antiche la forma fisica sintetizza due tra le più importanti virtù del tempo: la disposizione atletica e il talento militare. Due millenni dopo, il fascismo recupera questo culto passato del corpo maschile e ne fa - non senza una strana contorsione ideologica - un trampolino per un futuro radioso tutto da conquistare con il vigore e la determinazione che solo una mens sana in corpore sano può garantire. Spuntano numerose sculture di uomini nudi in pose ginniche, ma soprattutto l’atletica diventa il luogo dell’autoaffermazione dell’orientamento e della forza del fascismo sul piano internazionale: “Il notevole successo degli atleti italiani nei recenti giochi olimpici, con le medaglie d’oro di Giorgio Zampori nei concorsi di ginnastica ad Anversa e a Parigi, aiutò a superare lo stereotipo dell’italiano gracile [...] Lo sport è per noi strumento di propaganda e di potenza della Nazione”. Nel frattempo i futuristi italiani elaboravano i concetti di virilità e di rinvigorimento nazionale, preparando un manifesto per un partito che intendeva servirsi - alla stregua di un novello leviatano - dei corpi dei singoli per la costruzione dell’unico corpo politico della Nazione...
    Uno studio del corpo - del suo culto, della sua immagine, del suo sfruttamento per fini secondi - in epoca fascista, intrisa di una filosofia gentiliana volta al fare, più che (o dovremmo dire: “anziché”?) al pensare, fra esperimenti di eugenetica à la Tetsuo (la commissione creata da Mussolini per sviluppare un piano di ottimizzazione dell’educazione fisica e della preparazione militare, consegnò un rapporto nel quale si parla di un “ingegnere biologico” impegnato nella “costruzione di un uomo-macchina”: “da uomini resi così automaticamente e fisiologicamente migliori deriveranno figli sempre più robusti”) e sogni di supremazia che, più si faceva difficile da realizzare, più diventava indispensabile ostentare. Un saggio dalla tesi non dirompente, scritto con un piglio accademico rivolto evidentemente a un pubblico abituato a frequentare un certo tipo di letteratura scientifica - si tratta a ben vedere di un lungo articolo, di meno di 40 cartelle - con un inserto fotografico infratestuale di 16 pagine in bianconero e una nutrita bibliografia quadrilingue, elaborato nell’ambito delle ricerche finanziate da un Award Sapienza Università di Roma del 2014. Marcello Barbanera è docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Sapienza di Roma e visiting professor a Parigi.


    Marcello Barbanera, Il corpo fascista, ed. Aguaplano, 2016.

    («Mangialibri», 5 aprile 2018)

    venerdì 16 marzo 2018

    Domenico Aliperto, Non conquistammo che sabbia, ed. Bianca&Volta, 2017

    Primo del ’900. Madame De Cecco è una donna nobile che ama la comodità; ma che, più d’ogni altra cosa, ama essere lasciata in pace. Ecco perché, pur potendo scegliersi una casa al centro di Napoli, capitale del sud Italia, ha preferito andare a vivere in una specie di esilio dorato nella cittadina di Mondragone, sul litorale di Caserta, vicino alla campagna e lontano dalle seccature. Poi però la noia si fa sentire e l’idea di partire in viaggio nel posto più affascinante del mondo - insomma: cosa c’è più suggestivo del deserto? - fa capolino e lei finisce per partire a dorso di cammello e con tanto di guida berbera al seguito. Se ne è pentita praticamente subito, ça va sans dire; ma adesso, dopo venti giorni, non è più tempo di ripensamenti, ma di imprecazioni. E darebbe effettivamente, come si dice, la sua cavalcatura, per cinque minuti di toilette come in Europa. Se non fosse per la compagnia dei due uomini che sono con lei, avrebbe già dato di matto: sir Archibald McFenzie, già console in Giappone per conto della Corona Britannica e monsieur Roger Delacroix, gesuita fondatore di non si sa più quante missioni in sud America, figura di mistico probo in odore di santità. Sul conto del quale ultimo circolano strane voci - quale uomo di Dio è mai sfuggito a tale condanna? - che lei non è più tanto sicura siano del tutto inventate...
    Non conquistammo che sabbia è l’opera prima di Domenico Aliperto, giornalista nell’ambito dell’economia digitale che ha collaborato con testate nazionali come “Italia Oggi” e “Milano Finanza”. Che cattura, fin dalla prima pagina, per la padronanza che l’autore sembra avere non solo e non tanto della lingua e dello stile, ma della stessa intenzione narrativa: la voce narrante colpisce subito per la sobrietà coniugata con l’incisività, dando al lettore la piacevole sensazione - quanto rara! Soprattutto in un esordiente - di venir condotto per mano, senza incertezze né inutili deviazioni. Ché ce n’è bisogno, in un romanzo di oltre settecento pagine in cui le sottotrame si intrecciano - lasciando spazio a fenomeni come il futurismo, emergente e già privo di sbocchi - e le emozioni dei personaggi si mescolano secondo una geometria triangolare come sempre foriera di problemi (si legga: di guai). Ciò che li accomuna è la fondamentale convinzione che siano i vincitori a scrivere la storia. E, se pur si possa dire che per loro le cose più importanti non siano né le strategie né le tattiche squisitamente militari, quel che è certo è che loro la Storia, con la s maiuscola, intendono scriverla. Resta la domanda: riusciranno ad arrivarci abbastanza vicino?


    Domenico Aliperto, Non conquistammo che sabbia, ed. Bianca&Volta, 2017.

    («Mangialibri», 16 marzo 2018)