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martedì 21 giugno 2016

Michel Le Van Quyen, Il potere della mente, ed. Dedalo, 2016

Che cos’è la mente? Un mero prodotto del cervello, una specie di secrezione neurale, magari semplicemente un nome come un altro da dare all’attività cerebrale… o qualcosa di completamente distinto dalla materia grigia, di eterogeneo fino all’immateriale, forse addirittura in grado di sopravvivere in una dimensione “spirituale” anche dopo la morte del corpo? La storia del pensiero si è arrovellata su questa domanda, a tutt’oggi priva di una risposta definitiva (o, per meglio dire, “soddisfacente”); i recenti sviluppi delle neuroscienze, tuttavia, e delle discipline che con esse lavorano alla comprensione di quell’“oggetto impossibile” che è l’essere umano, sembrano indicare una promettente strada d’indagine e addirittura legittime speranze: mente e cervello sono distinti, ma non separati (né separabili); e convivono nell’uomo, influenzandosi a vicenda… Già, a vicenda. È forse questa la cosa più stupefacente, per la nostra comprensione moderna deviata da una concezione materialistica e riduzionistica della realtà: immaginare che non solo il cervello possa agire sulla mente, modificandola; ma che anche la mente - il pensiero, se si preferisce - sia in grado di agire sul cervello, modificandolo a sua volta…
Strano, inconcepibile, assurdo? Lo smarrimento istintivo che afferra immediato il lettore, davanti a una proposta che può far pensare alla parapsicologia o alla pseudoscienza (niente di più sbagliato: siamo invece di fronte a studi scientifici che si avvalgono di un metodo specifico e vengono condotti al centro dell’attenzione internazionale degli studiosi), è comprensibile. Ma è soltanto l’ovvia reazione a una novità destabilizzante. Che tuttavia comincia a non essere più tanto nuova o inedita; se l’epistemologia contemporanea - in prima linea quella di Raimon Panikkar - ha mostrato le condizioni di possibilità di una relazione tra pensiero e materia, sul piano ontologico, è banale osservare che la verifica di questa stessa ipotesi è alla portata di mano di chiunque: basta recarsi nella prima corsia d’ospedale per accorgersi che i medici incoraggiano i pazienti a tenere alto il proprio umore, perché questo contribuisce significativamente al processo della guarigione. Gli stessi medici che sperimentano (e utilizzano con grande successo) l’efficacia del placebo (o, se si preferisce, dell’autosuggestione) sul benessere dell’organismo fisico. Con puntualità da scienziato e chiarezza da divulgatore, Michel Le Van Quyen - dirigente medico parigino e studioso di neurofenomenologia allievo di Francisco Varela - offre uno studio importante dal punto di vista del metodo almeno quanto da quello dei risultati: perché mostra l’irrinunciabilità di un approccio interdisciplinare a problemi di questo livello di complessità. Volume pubblicato con il contributo del Ministero della Cultura francese - Centre National du Livre.


Michel Le Van Quyen, Il potere della mente, ed. Dedalo, 2016.

(«Mangialibri», 21 giugno 2015)

venerdì 23 ottobre 2015

F. Laudisa, Einstein e l’immagine scientifica del mondo, ed. Carocci, 2015

Filosofia e fisica sono inestricabilmente intrecciate: ne è un esempio eloquente il primo principio della dinamica (“principio d’inerzia”): «In assenza di una forza che agisca su di esso, un corpo in quiete o in moto rettilineo uniforme conserva il proprio stato all’infinito», inesprimibile senza il concetto filosofico di “infinito”. Ciò non stupisce, dato che filosofia e fisica sono nate insieme e, per lunghissimo tempo, sono andate a braccetto. Eppure molti uomini di scienza, anche insigni, sembrano fare di tutto per affermare il contrario: la scienza può (e anzi, dovrebbe) fare a meno della filosofia. È sostenibile questa posizione? Cosa succederebbe se, d’un tratto, si rimuovesse dalla fisica tutta la filosofia? Albert Einstein - sul cui peso nel dibattito a lui contemporaneo non è possibile avanzare dubbi - aveva le idee molto chiare al riguardo: per elaborare una conoscenza scientifica degna di questo nome si dovrebbe aspirare a una teoria in grado di formulare un’immagine complessiva del mondo con il minor numero possibile di presupposti e di concetti. Insomma, per lui la filosofia era alla base della fisica; e non vedeva in questo un limite, nella misura in cui la metafisica non negasse l’evidenza, ma aiutasse a darne conto nella maniera migliore...
Federico Laudisa approfondisce qui - tramite l’esame dei documenti originali e dell’enorme discussione che nel tempo ne è scaturita - il lavoro iniziato con Albert Einstein. Un atlante filosofico (2009), richiamando al centro della questione sulla filosofia della scienza la riflessione di un autore, Einstein appunto, che ha ancora molto da dire agli studiosi odierni. Contrariamente a un’immagine erronea ma molto diffusa, Einstein non era affatto un conservatore affezionato all’idea di una realtà oggettiva, al punto di rifiutare l’innegabilità dei risultati della meccanica quantistica; conosceva invece molto bene il valore e il ruolo della creatività nella scienza, tanto da affermare che la realtà non è un’immediatezza, ma una costruzione che nasce dai dati osservativi senza esaurirsi in essi; e che non vi è modo di parlare della realtà se non attraverso la stessa descrizione fisica (e metafisica) che siamo in grado di darne. Modello dell’intellettuale che ha ha fatto suo il monito di Heisenberg (il padre della “nuova” meccanica quantistica) a ricercare soluzioni fruttuose al crocevia di filoni di studio diversi. Questo di Laudisa è uno studio ben-venuto, importante antidoto al settarismo disciplinare che oggi - nell’epoca della globalizzazione e dell’interculturalità - non possiamo proprio più permetterci.


F. Laudisa, Einstein e l’immagine scientifica del mondo, ed. Carocci, 2015.

(«Mangialibri», 23 ottobre 2015)

mercoledì 28 gennaio 2015

R. Oliveri, Nietzsche profeta della scienza, ed. Il Prato, 2014

Nietzsche filosofo della volontà e della creatività della vita, avversario di tutte quelle forme di razionalismo finalizzate a ingabbiare l’autonomia dell’uomo all’interno di automatismi quantificabili e prevedibili: non sono necessarie molte parole per rendere, con un’immagine stereotipata, l’idea di un filosofo che si è spesso meritato l’appellativo di “irrazionalista”. Appena si voglia però andare al di là, appunto, dello stereotipo, diventa necessario domandarsi: veramente Nietzsche ha filosofato contro la scienza? O la sua non è stata piuttosto la prevedibile (e sacrosanta) reazione di una speculazione innovativa nei confronti di un modello scientifico già all’epoca vetusto, ancorato al meccanicismo laplaciano, che di lì a poco sarebbe andato in frantumi sotto i colpi della relatività, della quantistica e della teoria del caos?
Rosanna Oliveri, nel suo Nietzsche profeta della scienza (ed. Il Prato), prende spunto da quell’immagine ingenua ma accreditata del Nietzsche avversario della razionalità e della scienza tout court, per decostruirla e mostrare al contrario il genuino interesse del filsoofo tedesco nei confronti dell’avanguardia scientifica della sua epoca. Studio nel quale ritroviamo Nietzsche a confronto con Mach e Darwin, Galileo e Newton, Einstein e Prigogine; che ha saputo non solo interpretare ma finanche anticipare certe conclusioni che il mondo scientifico avrebbe tratto a posteriori con fatica. Con un’importante Prefazione di Sossio Giametta, nella collana “I cento talleri” diretta da Diego Fusaro.


R. Oliveri, Nietzsche profeta della scienza, ed. Il Prato, 2014, pp. 125, euro 15.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 28 gennaio 2015)

giovedì 17 aprile 2014

J.H. Poincaré, La scienza e l’ipotesi, ed. Dedalo, 1989-2012

Ci sono personalità del mondo della scienza appartenenti al passato che lasciano noi moderni - ormai assuefatti alla faziosità spesso facinorosa di certi personaggi del mondo mediatico della divulgazione scientifica - senza fiato per la lucidità e la sintesi con le quali erano capaci di offrire la loro lezione sul metodo della ricerca (che tanti di quei moderni, appunto, sembrano non aver appreso affatto). È il felice caso di Henri Poincaré e del suo La scienza e l’ipotesi, recentemente ristampato da Dedalo in una nuova edizione in occasione del centenario della morte dell’autore, ricorso nel 2012, che si impone al lettore con considerazioni come questa, a proposito dell’ipotesi: «Queste ultime si incontrano soprattutto in matematica e nelle scienze che ad essa fanno riferimento. È esattamente da lì che le scienze traggono il loro rigore; quelle convenzioni sono opera della libera attività del nostro intelletto che, in questo campo, non conosce ostacoli. Lì, il nostro intelletto può affermare perché decreta; ma occorre intendersi; tali decreti si impongono alla nostra scienza che, senza di essi, sarebbe impossibile; non si impongono alla natura».
Ovvero: la fisica - per quanto ben fondata, benvenuta e benemerita - non coincide con la realtà; la fisica non è la visione del mondo, ma una visione del mondo, e nemmeno la prima: «L’esperienza è la sorgente unica della verità: essa sola può insegnare qualcosa di nuovo, essa sola può darci la certezza».
In più, la fisica costruisce modelli i quali - lungi dall’essere la “riproduzione fedele” della realtà, come vorrebbe un certo scientismo - stanno alla realtà come la diagnosi medica sta al quadro sintomatico del paziente (e non alla realtà del paziente tout court). Ecco perché Poincaré, ancora a proposito dell’esperienza (e dell’eterna illusione di poter un giorno attingere la “cosa in sé”), può scrivere: «Non potremmo accontentarci della mera esperienza? Questo è impossibile. Equivarrebbe a disconoscere completamente il carattere vero della scienza. Lo scienziato deve fare ordine: la scienza si fa con i fatti così come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa».
Un messaggio di grande fascino e di grande attualità, nell’ambito di un dibattito scientifico asfissiato dall’autocelebrazione e dal prometeismo. In una bella edizione Dedalo con sovraccoperta e la Prefazione di Piergiorgio Odifreddi.


Jules Henri Poincaré, La scienza e l’ipotesi, ed. Dedalo, 1989-2012, pp.230, euro 16. Prefazione di P. Odifreddi.

(«Pagina3», 17 aprile 2014)

martedì 25 marzo 2014

A. Borghini, E. Casetta, Filosofia della biologia, ed. Carocci, 2013

Sempre più spesso assistiamo ultimamente - e con grande piacere - alla pubblicazione di libri tesi a trovare punti d’incontro tra discipline diverse, soprattutto quando si tratti di riprendere vecchi rapporti che la storia ha diluito o interrotto. Nella nostra epoca caratterizzata - ma forse meglio diremmo “afflitta” - dalla specializzazione, si fa sempre più pressante l’esigenza di sintetizzare, di rintracciare quel filo rosso che tiene insieme le cose che conosciamo. Non sorprende dunque che continuino a fiorire studi mossi dall’ambizione di ritrovare intuizioni brillanti e feconde al crocevia dei tanti saperi frammentati; ma è ogni volta una bella sorpresa ritrovarsi di fronte a un’opera che riesce nell’intento, offrendo risultati d’interesse, per di più rivolti a un pubblico non solo accademico.
È a tal proposito benvenuto il volume Filosofia della biologia di Andrea Borghini ed Elena Casetta, appena edito da Carocci. E lo è per diversi motivi. In primo luogo offre un panorama approfondito (e al contempo semplice e chiaro) delle convergenze possibili tra la filosofia e la biologia, nell’ottica di un’interazione proficua per entrambe. In secondo luogo, contribuisce a scardinare il predominio praticamente incontrastato, in quest’ambito, della fisica (la tradizione dell’ultimo secolo tracima di libri di filosofia scritti da fisici, mentre scarseggia di opere simili scritte da qualunque altra categoria di scienziato). Ma, soprattutto, questo libro ribadisce un principio filosofico fondamentale, che si auspica possa venir sempre più rimarcato nell’ambito del metodo scientifico dei prossimi tempi: quello per il quale nessun aspetto della realtà può esser conosciuto genuinamente tramite categorie, presupposti, strumenti ritenuti indispensabili “in generale”; al contrario, dev’essere la scienza a regolarsi sulle cose, se necessario anche sovvertendo i suoi stessi secolari fondamenti. Non può più, dunque, venir considerato una debolezza il fatto che non si ottenga per la “materia biologica” la stessa precisione tipica delle scienze fisiche; al contrario, sarà considerato utile e adeguato un certo grado di flessibilità nella formazione e nell’uso di concetti, paradigmi, definizioni. Una scienza che, altrimenti, pretenda di imporre alla realtà una uniformità che questa non possiede… non è animata dalla logica del rigore, ma da quella di Procuste.
La vita e l’evoluzione, Darwin e Roscellino, le questioni del sesso e della razza, la biodiversità e la biotecnologia sono solo alcuni dei temi trattati in questo volume, basato su una nutritissima bibliografia e su una lettura puntuale e intelligente delle fonti a disposizione. Con la Prefazione di Alessandro Minelli.

Andrea Borghini è Associate Professor di Filosofia presso il College of the Holy Cross (MA). Per Carocci ha pubblicato Che cos’è la possibilità (2009) e, con C. Hughes, M. Santambrogio e A.C. Varzi, Il genio compreso. La filosofia di Saul Kripke (2010).

Elena Casetta è Research Fellow al Centro di Filosofia della Scienza dell’Università di Lisbona e membro del Laboratorio di Ontologia dell’Università di Torino. Ha pubblicato La sfida delle chimere (Milano 2009).

INDICE
Prefazione di Alessandro Minelli
Introduzione. Dalla biologia alla filosofia, e ritorno
Parte prima. Processi
1. Vita
2. Darwin
3. L’evoluzione dopo Darwin
Parte seconda. Entità
4. Biodiversità
5. Specie
6. Organismi
7. Individui
Parte terza. Implicazioni
8. Sesso
9 La rivoluzione biotecnologica
10. Altre evoluzioni
Note
Riferimenti bibliografici
Indice dei nomi
Indice degli argomenti

Andrea Borghini ed Elena Casetta, Filosofia della biologia, ed. Carocci, 2013, pp. 310, euro 19.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 23 marzo 2014)

lunedì 29 ottobre 2012

A. Zhok, Emergentismo, ETS, 2011

La filosofia della scienza è a tutt’oggi (e da decenni) percorsa dallo scontro tra i riduzionisti (per i quali tutte le proprietà di ciò che esiste, anche le più complesse, sono - anzi, debbono essere - riconducibili alle proprietà più elementari della natura, cioè quelle degli oggetti infratomici) e gli emergentisti (per i quali, invece, la realtà sarebbe organizzata in livelli di complessità in parte indipendenti, ciascuno dei quali è essenzialmente irriducibile a qualunque altro livello e le cui proprietà peculiari emergono lì e non sono rintracciabili altrove).

mercoledì 5 settembre 2012

F. Coniglione, Realtà e astrazione, ed. Bonanno, 2010

Nella convinzione che l’originalità e il ruolo della scuola epistemologica polacca, in particolare quella di Poznan, abbia avuto nella filosofia della scienza contemporanea un clamoroso e pernicioso misconoscimento, Francesco Coniglione – ordinario di Storia della Filosofia dell’Università di Catania – si spinge a ripubblicare, a distanza di vent’anni dalla sua prima apparizione e con il meritevole supporto dell’editore Bonanno, il volume Realtà e astrazione. La scuola polacca di epistemologia post-positivistica, aggiornato alle più recenti pubblicazioni sull’argomento.

giovedì 5 luglio 2012

P. Barrotta, G.D. Longo, M. Negrotti (a cura di), Scienza, tecnologia e valori morali. Quale futuro?, ed. Armando, 2011

Un intreccio di riflessioni equilibrate e intelligenti prende corpo nel volume Scienza, tecnologia e valori morali (ed. Armando, 2011) incentrato sulla questione della «coloritura etica dell’attività scientifica e tecnica». Attività legata intrinsecamente a una dimensione etica, non solo a valle - nelle ricadute eticamente problematiche delle nuove scoperte - ma anche a monte, dove una scienza accorta e libera dal mito insensato della “neutralità della ricerca” («un mito duro a morire», secondo Barrotta) può e deve operare immaginando le conseguenze (pratiche) delle proprie scelte (teoriche). Non esistono indirizzi intellettuali privi di ricadute sulla vita umana: è compito della scienza (anche se forse questa funzione di indirizzo e controllo andrebbe allargata alla società civile) valutare quali sentieri siano più auspicabilmente percorribili in quanto buoni per l’uomo e quali - al contrario - vadano evitati perché pericolosi. Ciò che vale ancor più apertamente e direttamente per la tecnologia, esplicitamente votata alla manipolazione (da non intendersi per forza in senso deteriore) del mondo.

mercoledì 13 giugno 2012

F. Rufo (a cura di), Il laboratorio della Bioetica, ed. Ediesse, 2011

Contrariamente agli errati e fuorvianti slogan sulla “scienza per la scienza” e sulla “ricerca scientifica disinteressata e neutrale”, l’innovazione scientifica (e quella tecnologica da cui è sempre accompagnata) - che introduce nel mondo dell’uomo nuove possibilità e nuovi rischi - comporta sempre l’irruzione di nuovi problemi morali per la società (è il caso lampante di tanti temi di bioetica, da quelli più classici - l’aborto, la contraccezione - a quelli più alla moda - la fecondazione assistita, le staminali - tanto dibattuti).

venerdì 27 aprile 2012

A. Ludovico, Dalla fisica alla filosofia, ed. Nuova Cultura, 2011


Se Dalla fisica alla filosofia di Anna Ludovico (ed. Nuova Cultura, 2011) fosse il libro di un esordiente, magari una tesi di laurea o di dottorato, si potrebbe recensirlo esaltandone l’erudizione a dispetto della scarsa incisività, o la continua attenzione rivolta al linguaggio a scapito dell’approfondimento teoretico. Tuttavia l’autrice (docente di Epistemologia del Dipartimento di Filosofia dell’Università «La Sapienza» di Roma) non è per nulla un’esordiente, ma una scrittrice consumata con innumerevoli pubblicazioni al suo attivo e che ha tra l’altro contribuito alla stesura di voci per le Enciclopedie Treccani prima di venir inserita nella rassegna Who’s Who in the World (2003) e di essere inclusa tra i 2000 Outstanding Intellectuals of 21th Century (2009).

martedì 27 marzo 2012

C. Alunni, M. Castellana, D. Ria, A. Rossi (a cura di), Albert Einstein et Hermann Weyl, 1955-2005, ed. Barbieri Selvaggi, 2009


In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Albert Einstein e Hermann Weyl, diversi studiosi di scienza e di epistemologia si sono riuniti a Presicce, in Francia, il 22 e 23 aprile 2005, per discutere delle tante questioni che a tutt’oggi - nell’ambito delle rivoluzioni scientifiche einsteiniane e degli importanti contributi di Weyl al pensiero fisico-matematico del XX secolo - rimangono aperte e dibattute: dalla relatività alla gravitazione, dal falsificazionismo popperiano alla località, dalla completezza della meccanica quantistica alle teorie del campo unificato.
Gli autori di questo volume (tra i quali spiccano tanti noti nomi italiani, come Dario Antiseri, Silvio Bergia, Gino Tarozzi, Mario Alai, oltre a quelli dei curatori) intercalano gli interventi in francese a quelli in inglese, dando luogo a un ventaglio di problematiche e di considerazioni dotte in cui la fanno da padrone la filosofia della fisica e la matematica differenziale.

giovedì 22 marzo 2012

R. Presilla e S. Rondinara (edd.), Scienze fisiche e matematiche, ed. Città nuova, 2010


Nasce con il lodevolissimo e attuale intento di avviare un dialogo costruttivo tra saperi eterogenei alla comune ricerca della verità - la fisica e la matematica, da un lato; la filosofia e la teologia, dall’altro - il volume curato da Roberto Presilla e Sergio Rondinara dal titolo Scienze fisiche e matematiche. Istanze epistemologiche e ontologiche (ed. Città nuova, 2010).
Autorevoli i contributi, provenienti da diverse aree di studio (Dipartimenti universitari di scienza e di filosofia, Università cattoliche, Istituti internazionali) tra i quali si distinguono - oltre a quello del curatore Rondinara (“La modellizzazione in fisica e in teologia”) gli interventi di Gennaro Cicchese (breve ma intenso, su “L’interpretazione del reale, tra linguaggio/i e ontologia”), Giuseppe Tanzella-Nitti (“I fondamenti filosofici dell’attività scientifica”), Alberto Strumia (“Condizioni per un corretto dialogo tra scienza e teologia”).

lunedì 19 marzo 2012

La “cosa in sé”: una superstizione moderna. Intervista a Carlo Sini sulla verità della fisica e dei suoi oggetti


Innanzitutto grazie per aver accettato questa intervista. Entriamo subito in argomento: esiste la cosa in sé?
Una critica radicale alla nozione di “realtà in sé” (idem: “cosa in sé”) si impone non appena ci si accinga a valutare la verità della fisica e l’esistenza dei suoi oggetti. Senza questo preliminare passaggio, ogni dialogo e ogni rispondere si aggirerebbero in un continuo fraintendimento. Per questa critica posso rimandare a Da parte a parte. Apologia del relativo, ed. ETS, Pisa 2008. Qui mi limito a ribadire che la nozione, o l’idea, di una realtà “assoluta” (cioè sciolta, appunto, da qualsivoglia nozione o idea, essendo essa anzitutto una nozione o idea) è palesemente assurda e inconsistente.

lunedì 20 febbraio 2012

F. Pollini e G. Tarozzi, I concetti della fisica, ed. Mucchi, 1992


Nel quarto secolo della sua attività culturale, l’Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Modena dà vita a una Collana di studi sui fondamenti e sulla filosofia della fisica intesa come «risposta alle richieste di una società sensibile alla riflessione storico-critica sulle scienze, punta di diamante del moderno sapere», come scrive Giuseppe Gemignani nella sua Presentazione del volume I concetti della fisica, curato da F. Pollini e G. Tarozzi.

venerdì 13 gennaio 2012

M. Maldonato (a cura di), Fenomenologia della scoperta, ed. B. Mondadori, 2011


Ricco di spunti, di aperture, di connessioni, si presenta il libro di Mauro Maldonato (a cura di) dal titolo Fenomenologia della scoperta (ed. B. Mondadori, 2011). Un progetto che parte dalla domanda - inevasa da millenni - sul significato della scoperta (soprattutto scientifica, ma non solo) con l’ambizione di indagarne ogni risvolto, seguendone i percorsi e intessendone le relazioni con l’invenzione, l’intuizione, la coscienza, la metafora, l’immaginazione, l’emozione.
Si potrebbe parlare a lungo dei tanti saggi contenuti, che spaziano tra la medicina e l’economia, la filosofia della scienza e la linguistica, tra i quali spiccano - oltre a quello del curatore - gli studi del genetista Edoardo Boncinelli, dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, di Giuseppe Gembillo, esperto della complessità e docente all’Università di Messina, Edoardo Massimilla, docente di filosofia all’Università Federico II di Napoli.

lunedì 2 gennaio 2012

G. Tarozzi (a cura di), Il paradosso della realtà fisica, ed. Mucchi, 1992


La disputa sull’interpretazione della meccanica quantistica (MQ) continua a coinvolgere filosofi e scienziati e ad appassionare i curiosi di filosofia della fisica. La MQ “spiega la realtà”, o è soltanto un modello matematico atto a predire (e con grande accuratezza) i risultati di certe misurazioni? Ci dice qualcosa sulla natura, o su noi stessi (e sulle capacità - e limitazioni - della nostra conoscenza)? Ci si deve arrendere al fatto che quello di Einstein, Podolsky e Rosen (EPR) sia un paradosso, oppure - come sostenne fino alla fine con grande ardore Karl Popper - si può affermare che «ciò che è paradossale è solo l’interpretazione di Copenaghen»?
Il volume Il paradosso della realtà fisica. Le interpretazioni dell’argomento di Einstein, Podolsky e Rosen, curato da Gino Tarozzi (ed. Mucchi, 1992) è una piccola collezione di tesori:

lunedì 20 giugno 2011

John S. Bell, Dicibile e indicibile in meccanica quantistica, ed. Adelphi, 2010


>Dicibile e indicibile in meccanica quantistica (di seguito MQ) è un libro di filosofia della scienza. Nel senso del genitivo soggettivo: è un libro di filosofia scritto da uno scienziato, e dei più grandi: John Stewart Bell, autore del celebre teorema di non località della MQ che porta il suo nome. Questo libro è uno dei tanti felici casi in cui uno specialista (nel caso di Bell, un fisico delle particelle) si interroga circa i fondamenti metafisici delle cose che studia e del metodo che utilizza per farlo, riuscendo a illuminarli in maniera esemplare e inedita. Ciò accade non perché si possa davvero dire che i più grandi filosofi del secolo scorso siano stati degli scienziati (come ha scritto Enrico Bellone in un suo editoriale di qualche anno fa), bensì perché quasi sempre non c’è miglior interpretazione dell’autointerpretazione; ed anche perché, come pensava Heisenberg, è proprio nei punti di intersezione fra conoscenze diverse che nascono le più grandi intuizioni.

domenica 12 giugno 2011

E. Mach, L'evoluzione della scienza, ed. Melquiades, 2010


Ernst Mach (1838-1916) è stato uno dei fisici più importanti della sua epoca e tra quelli che più hanno influenzato le epoche successive. Ma non è molto noto - soprattutto in Italia - tra i non addetti ai lavori: paradossale destino per uno dei più grandi divulgatori scientifici dell’Ottocento, famoso soprattutto per le sue “lezioni popolari” (corsi organizzati dall’Università di Vienna e rivolti alle classi lavoratrici - che in alcuni paesi della Bassa Austria si diffusero al punto di raggiungere la partecipazione dei due terzi della popolazione).
Massimo Debernardi - curatore del volume L’evoluzione della scienza. Nove “lezioni popolari” (ed. Melquiades, collana “Meccanismi”, 2010, pp. 271, con la Prefazione di Telmo Pievani) - spiega, con grande chiarezza e perizia, muovendosi a suo agio tra la bibliografia machiana ma anche nell’ambito del pensiero scientifico e filosofico dei due secoli scorsi, i motivi per cui Mach andrebbe oggi riscoperto. Nel suo saggio introduttivo dal titolo “Le ragioni di una rilettura di Ernst Mach”, il curatore enuclea i principi del pensiero machiano, li pone in relazione ai pensatori che maggiormente vi hanno interagito (talvolta fino allo scontro): tra di essi spiccano filosofi come Kant e Hume, scienziati come Planck ed Einstein, ma anche uno scrittore come Musil, che dedicò alla riflessione di Mach la sua tesi laurea e perfino un teorico del comunismo come Lenin. Ne affiora un ritratto di Mach scienziato, certo, ma non di meno didatta e divulgatore, animato da un precipuo intento filosofico: non quello di introdurre una propria filosofia della scienza, bensì quello di

martedì 10 maggio 2011

M.C. Amoretti-N. Vassallo, Piccolo trattato di epistemologia, ed. Codice, 2010


Il Piccolo trattato di epistemologia, di Maria Cristina Amoretti e Nicla Vassallo (ed. Codice, 2011), è un libro scritto “in difesa della conoscenza” (come si apprende fin dal titolo del primo paragrafo). Di tutta la conoscenza, tanto quella scientifica quanto quella cosiddetta umanistica, (nonostante non sia mai possibile adottare classificazioni recise nel caso delle branche del sapere), in quanto tutta la conoscenza è buona per l’uomo. Sempre, senza eccezioni (o quasi).
Anche quando non è utile a nulla (quando cioè non si traduce immediatamente in vantaggi pratici). E anche quando può rivelarsi pericolosa o sfavorevole all’uomo. Questa è la posizione delle autrici, che si prodigano nel difendere la ricerca umana dall’oscurantismo in tutte le sue forme. La libertà di ricerca (in generale, ma in particolare

domenica 8 maggio 2011

R. Panikkar-H.P. Durr, L’amore fonte originaria dell’universo, ed. La Parola, 2011


L’amore fonte originaria dell’universo. Un dialogo su scienza della natura e religione (di R. Panikkar e H.-P. Dürr, ed. La Parola, 2011, pp. 220, euro 18) è un libro che mancava. Non temo di esagerare nel dirlo, perché nonostante Panikkar sia autore di oltre 50 libri, ne ha dedicato uno solo alla filosofia della scienza; che, di conseguenza è la parte del suo pensiero meno esplorata.
E questa è una lacuna. Perché la sua filosofia si è formata al banco di prova della scienza (Panikkar ha svolto ricerca scientifica per 7 anni al fianco del premio Nobel Hideki Yukawa) e perché il suo confronto con la scienza è