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lunedì 16 maggio 2016

Felix Vallotton, Vedo vivere, non vivo, ed. Via del vento, 2015


La tendenza a gustare l’ordine delle cose, il loro senso rintracciabile tramite il fluire compatto e regolare, da un lato; dall’altro, la tensione opposta, a ricercare - a pretendere - una libertà sbrigliata, non caotica, ma insofferente alla disciplina. Felix Vallotton, artista franco-elvetico vissuto a cavallo del “secolo breve” (1865-1925), si ritrova in seno le due forze contrapposte del calvinismo materno - che lo porteranno, ad esempio, a contrarre matrimonio non con la giovane amante di sempre, ma con una ricca vedova, figlia di mercanti d’arte, in grado di sostenere la sua carriera - e quelle libertarie, nate all’ombra della repressione subita in età scolastica ad opera di educatori e insegnanti, che ne fanno un autentico anarchico, insofferente tanto delle regole religiose quanto di quelle laiche. Punto di partenza già di per sé instabile, che unito a una spiccata sensibilità artistica lo rende vulnerabile al disagio psicologico, fino alla depressione. Ma, soprattutto, rende l’uomo che scriveva al fratello circa la ragionevolezza della sua scelta (nonostante la nuova fidanzata avesse già tre figli), lo stesso che diceva: «Penso più alle opere che agli uomini. Oggi l’una, domani l’altra, seguendo il tempo. [...] La natura? Le idee? Si fa quel che si può. Dal momento che le più grandi idee sono piccole, bisogna recarsi spesso in campagna, osservare l’acqua scorrere sotto i ponti, e fare all’amore sul divano con qualche bella donna»...
“I Quaderni di Via del Vento” costituiscono una collana (diretta da Fabrizio Zollo) di testi inediti o rari del Novecento, pubblicati in esemplari numerati (duemila, in questo caso). Qui vengono messi insieme - con una postfazione del curatore, Marco Alessandrini, oltre a biografia e apparato critico - brani del pensiero di Felix Vallotton, travagliato artista che ha riversato nella pittura le contraddizioni di un’esistenza gravata dal peso di un’educazione intollerabile e di una propensione all’ordine che sovente mal si concilia con le forze dinamitarde della creatività. Arricchito da un repertorio di immagini (essenzialmente xilografie e matite). Un’operazione editoriale di un certo pregio (già la scelta della carta e dei caratteri la dicono lunga sulla cura riposta, nonostante un piccolo refuso), che tuttavia mette insieme contenuti eterogenei, troppo frammentari - lettere, diari, articoli di giornale - e in quantità troppo ridotta, utili più come invito ad approfondire la conoscenza di un autore trascurato, che a farsene propriamente (seppur limitatamente) un’idea. Manca insomma un’unità di fondo, che il curatore si sforza di rinvenire nel suo breve saggio di chiusura “Una geometria delle passioni”.


Felix Vallotton, Vedo vivere, non vivo, ed. Via del vento, 2015.

(«Mangialibri», 16 maggio 2016)

giovedì 18 giugno 2015

A. Torreguitart Ruiz, Caino contro Fidel, ed. Il Foglio, 2014

Cuba. E la Gran Bretagna. Ecco le due isole tra le quali si è divisa la vita di Guillermo Cabrera Infante, tra i massimi scrittori cubani. Ma non il suo cuore: quello rimarrà sempre legato in via esclusiva alla sua terra natìa, lacerato da una vita da esule che gli pare impossibile ancorché necessaria. E tutto questo è paradossale: perché dopo essere cresciuto a lungo solo con i nonni - padre e madre arrestati per attività sovversive dalla dittatura machadista quando lui ha solo sette anni - e dopo aver fatto parte dell’avanguardia intellettuale comunista che ha portato al rovesciamento di Batista nel 1959, si è visto rivoltarsi contro lo stesso regime comunista cui Castro ha dato vita: era avvezzo alla censura (già all’inizio degli anni ’50, per poter pubblicare, aveva dovuto aggirarla con lo pseudonimo di G. Caìn, creato contraendo le iniziali del nome), ma non immaginava che Castro, il comunista, il liberatore dei cubani, potesse dire, in un celebre discorso “agli intellettuali”: «Tutto è permesso: all’interno della Rivoluzione. Al di fuori, niente». Comincia così la sua vita “fuori”, a Londra, con l’esigenza di imparare una lingua nuova (lui, vincitore del Premio Cervantes nel 1997) e di fare i conti con la realtà di un regime comunista deludente e avvilente per gli stessi cubani; tanto che, a chi lo accusa di aver “abbandonato la nave” rivoluzionaria, risponde che è stata la nave ad abbandonare lui…
Una biografia intellettuale atipica, scritta con piglio romanzesco e con continui salti stilistici che rendono la lettura vivace e interessante. Resa tale anche da una vita realmente meritevole di essere raccontata, per l’intensità e la ricchezza: quella di uno scrittore (qui raccontato da un altro scrittore) che si è saputo distinguere fin da subito (si pensi che nel 1963, quando in patria nessun editore voleva rischiare di pubblicarlo, pubblica in Italia, presso Mondadori, la sua raccolta di racconti Come in pace così in guerra) e che per le sue idee libere e mai allineate (anche se animate da un ideale comunista focoso, ispirati dai genitori) ci mette solo due anni a passare dalla censura di Batista a quella di Castro (1961).


A. Torreguitart Ruiz, Caino contro Fidel, ed. Il Foglio, 2014.

(«Mangialibri», 18 giugno 2015)

lunedì 2 marzo 2015

M. Pressler, Io voglio vivere. La vera storia di Anne Frank, ed. Sonda, 2013

«Una biografia dovrebbe sempre riportare alla luce i lati nascosti. E più famosa è la persona di cui si parla, maggiore è l’importanza dei dettagli, del dato umano, individuale. L’icona “Anne Frank” va ri-trasformata nella ragazza, nell’adolescente, nella teen-ager degli anni Quaranta. Rendere Anne di nuovo visibile: ecco l’obiettivo di questa biografia».

Un lavoro di decostruzione e di ricostruzione, questo Io voglio vivere. La vera storia di Anne Frank di Mirjam Pressler (ed. Sonda): a partire dalla versione integrale del diario, raffrontata a quella diffusa inizialmente a livello mondiale (ma vittima della censura del padre di Anna, suo primo curatore), prende corpo qui un resoconto basato su documenti e testimonianze che ha come scopo fondamentale la presentazione della figura di Anna Frank dal punto di vista particolare della sua sensibilità e della sua emotività. Si ritrovano tra queste pagine, senza veli - ma anche senza alcuna velleità sensazionalistica - le considerazioni sul rapporto controverso con la madre e sulle prime esperienze sessuali con il suo giovanissimo compagno nell’“Alloggio segreto”. Adatto anche ai ragazzi, a partire dai tredici anni.


M. Pressler, Io voglio vivere. La vera storia di Anne Frank, ed. Sonda, 2013.

(«Pagina3», 2 marzo 2015)

mercoledì 21 gennaio 2015

M. Sayo, Il mondo dei fiori e dei salici. Autobiografia di una geisha, ed. 0barra0, 2014

0barra0
«Non potendo andare a scuola e non potendo leggere, crebbi come un cane abbandonato, e all’età di dodici anni fui venduta». Così si descrive Masuda Sayo, bambina dalle origini poverissime e umili, che a soli sei anni faceva da “bambinaia” (ovvero, più che altro, da animaletto di compagnia) ai figli di ricchi proprietari terrieri sconosciuti e cattivissimi, che le lasciavano gli avanzi dei loro pasti in una ciotola posata a terra, e quando piangeva (come tutti i bambini di quell’età) la legavano a un castagno lasciandola sola per ore. Essere venduta a un’okiya, una casa per apprendiste geisha, fu una specie di liberazione. A quell’epoca non aveva ancora idea di cosa significasse vivere in regime di schiavitù, e dover vendere il proprio corpo ogni sera al miglior offerente, in una regione del Paese in cui i clienti più prestigiosi erano piccoli commercianti o clienti della yakuza locale, sempre rozzi e volgari, spesso violenti…
Questa autobiografia di Masuda Sayo (1925-2008) è un autentico page-turner, scritto con uno stile semplice - ma mai ingenuo - che cattura con il fascino dell’autenticità e dei continui richiami a dettagli di un Giappone inusitato. Pubblicato per la prima volta nel 1957 - la rivista “Shufu No Tomo” aveva bandito un concorso e lei, autodidatta dall’innata vena narrativa, si era aggiudicata il secondo premio - questo libro originalissimo e avvincente viene offerto oggi nella traduzione di Silvia Taddei, con la Prefazione di Paola Scrolavezza. Affascinante (e struggente) ritrovare dietro a ogni pagina - anche quando parla delle cose più scabrose e inquietanti - la voce in sottofondo di quella bambina “cresciuta come un cane”. Consigliato a tutti.


M. Sayo, Il mondo dei fiori e dei salici. Autobiografia di una geisha, ed. 0barra0, 2014, pp. 175, euro 14.

(«Mangialibri», 21 gennaio 2015)

Claire Clairmont, Epistolario, ed. Solfanelli, 2014

Solfanelli
Claire Clairmont nasce in Inghilterra alla fine del diciottesimo secolo. La sua sorella (sorellastra, più precisamente) si chiama Mary Shelley: l’autrice di Frankenstein e compagna del poeta Percy Bisshe Shelley, coppia che Claire segue in giro per l’Europa. In quel periodo conosce Lord Byron, il poeta più famoso del momento; difficile non innamorarsene, come è difficile evitare che da questa relazione nasca Allegra, figlia che per motivi di buon senso e di opportunità - ma non per questo meno crudelmente - verrà presto affidata alle sole cure dell’agiato padre. Quando Mary si stanca di averla sempre tra i piedi, Claire si sposta a Firenze, dove si sostiene come istitutrice; poi, a causa delle sue relazioni con Shelley e Byron - considerati sovversivi - è costretta a riparare in Russia, poi a Dresda, poi di nuovo in Inghilterra…
La vita di Claire Clairmont è stata indubbiamente segnata dall’incompletezza, e dalla sofferenza che questa reca. Il rifiuto ostinato da parte di Lord Byron di concederle il più piccolo spazio nella sua vita - nonostante avesse approfittato di lei e dei suoi sentimenti al punto da metterla incinta - la separazione precoce e fulminea dalla figlia piccolissima (che di lì a poco morirà di febbre tifoidea), l’inaccoglienza da parte della sorella Mary, amata tanto da rendersi complice della sua fuga con Shelley, hanno segnato indubbiamente la sua esistenza in maniera angosciosa, come le lettere e i diari - qui pubblicati in parte - attestano senza possibilità di dubbio. Lo stile è bello, ma il lettore potrebbe smarrirsi nei meandri dei mille bigliettini di richiesta d’appuntamento, seguiti dai mille in cui si domanda perché Byron non abbia risposto ai precedenti. Non di meno si tratta di un’operazione editoriale interessante che porta all’attenzione una figura trascurata (in Gran Bretagna le lettere e i diari sono stati pubblicati soltanto nel 1968 e nel 1995, rispettivamente), sulla quale c’è ancora parecchio da scoprire (solo nel 2010 è emerso, da un altro carteggio, che il vero padre di Claire è…) e che può dire ancora tanto sulle vicende del travagliato e geniale duo Shelley.


Claire Clairmont, Epistolario, ed. Solfanelli, 2014.

(«Mangialibri», 21 gennaio 2015)

venerdì 12 dicembre 2014

P. Oliva, Lo sparviero, ed. Sperling e Kupfer, 2014

Rocco ha visto suo padre morire a fucilate per mano dello zio, ha sentito il suo corpo accasciarsi al suolo fino a schiacciarlo. Suo padre aveva sfregiato la sorella, sorpresa a casa sua con l’amante: erano altri tempi, la cosa dovette sembrargli intollerabile. Lei, deturpata, decide di vendicarsi per mano del cognato: erano gli stessi “altri” tempi, e il sangue andava riscattato col sangue. Anni dopo, lo zio chiede perdono al ragazzo, e lo ottiene; ma Rocco rimarrà segnato per sempre da quel dolore, al punto da venir schiacciato - questa volta psicologicamente - dalla spinta a ripetere quella violenza che aveva portato suo padre alla morte, scaricandola su sua moglie e sui figli inermi. Lì il piccolo Patrizio - che ha una manciata di anni e vorrebbe tanto andare in palestra con il fratello, ma non lo fanno ancora entrare - impara due cose fondamentali: la prima è l’importanza di impostare una buona difesa, per rimanere in piedi di fronte a chi ti tira pugni; la seconda è che la violenza che hai dentro non la devi scaricare per forza su quelli che ami, come hanno fatto suo nonno e suo padre: si può farlo benissimo sul ring…
Patrizio Oliva, pugile partenopeo di fama planetaria nelle categorie superleggeri e welter - che ha vinto tra l’altro l’oro olimpico nel 1980 e il titolo mondiale nell’86, oltre ad essere stato campione italiano ed europeo - si racconta a quattro mani con Fabio Rocco Oliva nel bellissimo volume Sparviero. La mia storia (ed. Sperling&Kupfer), dove si definisce, appunto, “sparviero che vola in alto per schiantarsi sulla preda” e racconta la storia della sua morte in una famiglia venata dalla violenza paterna e dalla perdita del giovane fratello Ciro, e della sua rinascita nella boxe, metafora di un mondo migliore di quello in cui è cresciuto, della quale ha apprezzato e portato avanti gli onorevoli valori della lealtà e della lotta alla pari. Nonostante la frase d’apertura («Ho vissuto la mia vita come l’ho sognata») è un libro onesto e sinceramente modesto, senza sovrattoni, dove i racconti della strada si incrociano gradevolmente con quelli del tappeto a quattro corde. Con la Prefazione di Maurizio de Giovanni.


P. Oliva, Lo sparviero, ed. Sperling e Kupfer, 2014.

(«Il Caffè», 5 dicembre 2014)

venerdì 5 dicembre 2014

R. Gramiccia, Vita di un matematico napoletano, ed. EIR, 2014

Roberto Caccioppoli è stato uno dei grandi matematici del secolo scorso. Ma anche - da buon nipote dell’anarchico Bakunin - un attivista politico antifascista. E un intellettuale anticonformista e raffinato che amava frequentare artisti come Eduardo De Filippo e Alberto Moravia e coltivare amicizie come quella con Pablo Neruda e Paul Éluard. Come mai la sua figura - che ha dato tanto lustro e tanto nutrimento alla città di Napoli - è quasi del tutto sconosciuta ai napoletani, al punto che ci si ricorda a malapena del nome, associandolo quasi esclusivamente al film di Mario Martone?
Roberto Gramiccia si pone questa domanda nel tentativo non solo di rispondere, ma di colmare una lacuna, scrivendo una biografia il più possibile circostanziata - nei limiti delle scarse fonti a disposizione - e aliena da deteriori propositi agiografici. Da qui un ritratto che parte dalle origini e dai primi traumi familiari e arriva agli ultimi tempi passando per i dolorosi anni del fascismo e quelli dell’internamento in manicomio, attraverso il suo rapporto con l’università e con la politica, con le donne e con gli amici. Ricco di interventi e di testimonianze notevoli: dall’intervista ad Antonio Mondelli, matematico allievo di Caccioppoli al saggio conclusivo di Carlo Sbordone e alla Prefazione di Luigi De Magistris. Nuova edizione EIR aggiornata e rilegata a filo.


R. Gramiccia, Vita di un matematico napoletano. Roberto Caccioppoli, la regola e il disordine, ed. EIR, 2014, pp. 207, euro 16,50.

(«Mangialibri», 5 dicembre 2014)