I punti di forza di questo racconto lungo sono la rapidità dell’azione e il linguaggio scarno che ben si addice a una narrazione che vuol essere, appunto, veloce. I punti di debolezza, purtroppo, vi convivono: le descrizioni sono frettolose, approssimative e stereotipate (siamo in un generico futuro che non è molto diverso dal presente, dove al posto della televisione c’è la olovisione… ricorda qualcosa?). La lingua, d’altro canto, avrebbe avuto bisogno di un grosso lavoro di rifinitura, per evitare i tanti “gruppo terroristico che terrorizza gli USA”, “dieci milioni di abitanti” ripetuto 3 volte in 4 righe, molti tanti troppi punti esclamativi; e non di meno l’ortografia, dove si inciampa in refusi sparsi, doppi spazi, l’intollerabile compresenza delle virgolette dritte ("") accanto a quelle con grazie (“”). A Cetta non mancano né le idee né l’entusiasmo, ingredienti fondamentali della buona scrittura; gli manca però la disciplina che viene tra l’altro dalla lettura onnivora (non limitata alla letteratura di genere) e dalla giusta guida che gli ricordi quanto abusata sia ad esempio l’espressione “un mare di pensieri si agitava dentro di lui”. Quindi, male stavolta: ma nulla esclude - è anzi auspicato - che la prossima volta vada meglio.
Enrico Cetta, Election Day, ed. Sensoinverso, 2015.
(«Mangialibri», 23 maggio 2016)









