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mercoledì 23 marzo 2016

Carl Gustav Jung, Opere, ed. Bollati Boringhieri, 2015


La libido - parola cui siamo stati ormai abituati da cent’anni di libri e film su Freud, ma che ciò nonostante conserva un suo fascino “misterioso” - è considerata il motore dell’esistenza, ciò che spinge gli esseri umani ad agire, dando corso ai propri desideri. Ma si può forse dire che la libido sia nient’altro che il frutto dei nostri istinti? In un primo tempo, la psicanalisi ha ritenuto che le cose stessero esattamente così. In un secondo momento, però, è emerso il dubbio che certi simboli - o meglio: la funzione psicologica di elaborazione di quei simboli - servisse da tramite fra l’inconscio pulsionale è il razionale conscio. In altri termini, forse la psiche umana non era spaccata in due, tra un fondo oscuro, caotico e ingovernabile - l’Es, dalla cui scoperta nacque il celebre e inquietante adagio: “L’uomo non è più padrone a casa sua” - ma vi era un trait-d’union, qualcosa che collegava conscio e inconscio rendendola unitaria: il simbolo e la sua funzione. Niente più divisioni e gerarchie psichiche, quindi: bensì una unità formata da diverse parti non più separate, seppur distinte. Nasce qui quella psicologia analitica - cui Jung dà il primo fondamentale abbrivio - capace di indicare le dimensioni archetipiche dell’umano; che delinea un percorso personale di maturazione il cui approdo non si trova né nel (chimerico) “dominio degli impulsi”, né nel subirne la tirannia, bensì nella riunificazione graduale e progressiva in un sé unitario...
La psicoanalisi viene quasi sempre associata al nome di Sigmund Freud. Di certo, però, non è possibile fare psicoanalisi senza prendere in considerazione chi di Freud fece propria la lezione donandole, poi, un vigore e un orientamento tutto particolare. L’opera di Jung, allievo fondamentale, mostra la possibilità di una ricostituzione del metodo psicoanalitico secondo un rinnovato orientamento inteso a sanare la più sanguinosa delle ferite inferte dalla teoria: non tanto quella, citata, dello spodestamento dell’uomo dal posto di governo del proprio sé (inaccettabile da un punto di vista morale come quello, ad esempio, cattolico: ce n’è un gustoso esempio in Habemus Papam di Nanni Moretti), quanto quella della scissione della psiche dell’uomo e dell’eterna lotta interiore che ne deriva. Un’opera, quella di Jung, che copre la prima metà del secolo XX, e che mostra di intraprendere una strada autonoma già a partire dal 1912, con l’introduzione, in ambito psicoanalitico, della dimensione simbolica opposta alla mera matrice istintuale. La pubblicazione, in versione digitale, dell’Opera completa rappresenta un’ulteriore possibilità di avere sotto mano un percorso interessante, voce “altra” che ha permesso di coniugare, in certo modo, l’interesse clinico con una nuova speculazione di carattere spirituale. Una istanza, quella di Jung, che non può essere ignorata nell’ambito di un dibattito attuale sulla storia contemporanea delle idee.


Carl Gustav Jung, Opere, ed. Bollati Boringhieri, 2015.

(«Mangialibri», 23 marzo 2016)

lunedì 12 gennaio 2015

V. Cesari Lusso, Genitori e nonni: alleati o rivali?, ed. Erickson, 2014

«Cari genitori e cari nonni, fate attenzione: se i vostri rapporti reciproci sono tesi, se ci sono conti in sospeso da regolare, se il tarlo del rancore vi rode, se litigate per un nonnulla, allora cercate di "curare" la vostra relazione prima dell'arrivo dei nipotini. Dopo le cose possono aggravarsi. [...] In famiglia (come pure in altri ambiti) a volte non mancano validi motivi per detestarsi. Le persone e le circostanze difficili esistono, e ciò può intossicare i rapporti reciproci. Tuttavia, nella maggior parte dei casi le divergenze e i conflitti potrebbero essere gestiti in modo meno distruttivo».
 
I genitori sperano nell'aiuto dei nonni per portare avanti la famiglia che si allarga; ma non ci stanno a farsi insegnare una volta di più come (tanto loro quanto i loro figli) dovrebbero vivere. I nonni, dal canto loro, sono felici di poter essere di nuovo utili (e forse indispensabili); ma la fatica si sente, e anche il peso del non essere perfettamente all'altezza del compito educativo in un mondo tanto cambiato, che in parte non condividono... Un libro sulla difficile (ma non impossibile) relazione fra genitori e nonni, scritto con la fruibilità di un manuale, in uno stile semplice e accessibile a tutti. Nella collana "Capire con il cuore", sezione Psicologia, dell'editore Erickson, da sempre all'avanguardia nello studio delle dinamiche relazionali e familiari.

Vittoria Cesari Lusso - laurea in Economia, dottorato in Psicologia e diploma in Approccio sistemico-relazionale - già professore associato all'Università di Neuchatel e docente all'Università della Svizzera italiana, è consulente, supervisore e formatrice nel campo delle dinamiche relazionali.


V. Cesari Lusso, Genitori e nonni: alleati o rivali?, ed. Erickson, 2014, pp. 282, euro 15,50.

(«Pagina3», 12 gennaio 2015)

venerdì 9 gennaio 2015

A. Zamperini, La bestia dentro di noi. Smascherare l’aggressività, ed. Il Mulino, 2014

Siamo afflitti dalle immagini mediatiche di ragazzi americani che vanno a scuola armati fino ai denti e fanno strage di compagni e professori; di kamikaze disposti a sacrificare la propria vita in nome di fanatismi incomprensibili e cruenti; di persone che tutto il vicinato conosce come affabili e perbene le quali, di punto in bianco, uccidono intere famiglie e magari infieriscono sui cadaveri. Come se non bastasse, il cinema e la letteratura (ma, ancora una volta, anche la miriade di serie televisive) ci presentano i profili criminali di assassini seriali dall’inimmaginabile truculenza e dalle più inesplicabili perversioni. Si finisce così per credere alla “lezione standard”, secondo la quale certi individui sono naturalmente portati alla “mostruosità”. Teoria che ha un presupposto: alcuni uomini hanno un “lato oscuro”, una “bestia interiore” pronta a venir fuori all’improvviso e nel peggiore dei modi. Ma è veramente questo che mostrano le ricerche scientifiche sull’argomento? Esiste un’essenza malvagia naturale, congenita e inestirpabile in alcuni uomini? O non è questo un modo semplicistico - e sbagliato - per utilizzare certe tragedie a scopo sensazionalistico o politico?
Adriano Zamperini, docente di Psicologia all’Università di Padova, spiega - al termine di una brillante analisi dei dati scientifici a disposizione, comprese le testimonianze personali e collettive di chi per mestiere è costretto ad avere a che fare con la brutalità, come i militari in missione - che l’aggressività non esiste, se intesa come una specie di bomba a orologeria pronta ad esplodere. Alla parola “aggressività”, statica e fuorviante, preferisce “violenza”, più immediatamente riconducibile all’evento (anziché a una pretesa sostanza), grazie al quale è possibile inquadrare l’espressione della rabbia nel più complesso e realistico insieme delle relazioni della persona con gli altri e con l’intera società. Senza rimuovere con ciò né la responsabilità né la moralità, ma anzi potenziandole nell’affermare che il male compiuto non è qualcosa di ascrivibile a qualche “pezzo difettoso” del nostro organismo. Bisognerebbe prendere «consapevolezza di quanto sia mutevole e variabile quell’aggressività che ancora oggi, sbagliando, molti considerano inevitabilmente e permanentemente fissata da qualche parte dentro di noi». Un libro straordinariamente lucido e attuale, indispensabile nell’odierno dibattito sulla natura dell’uomo.


A. Zamperini, La bestia dentro di noi. Smascherare l’aggressività, ed. Il Mulino, 2014.

(«Mangialibri», 9 gennaio 2015)

domenica 4 gennaio 2015

La bestia dentro di noi. Intervista ad Adriano Zamperini su società e violenza

Preferisce parlare di “violenza” anziché di “aggressività”. Perché?
Essendo uno psicologo, la mia scelta potrà apparire ancora più strana. Dopotutto, proprio la psicologia ha contribuito alla fortuna del concetto di “aggressività”: è facile notare come nel lessico scientifico occupi un posto di primo piano. Anche nelle nostre conversazioni quotidiane, il termine “aggressivo” è usato per descrivere un numero infinito di comportamenti con cui singoli o gruppi cercano di raggiungere i propri scopi e interessi gli uni contro gli altri. Così, possiamo dire che un bullo, un soldato, un politico, un atleta, un partner e così via siano aggressivi. Ma aggressività è un “termine sfortunato”: è soggetto a innumerevoli dispute semantiche, tali da rendere evidente che siamo in presenza di un concetto interpretativo piuttosto che descrittivo. Inoltre, a me pare che molti psicologi (e non solo) siano caduti nella trappola di credere che una moltitudine di comportamenti assai diversi siano riconducibili a un’unica categoria “naturale”, l’aggressività appunto. Proprio analizzando criticamente un simile convincimento, sono giunto alla conclusione che l’aggressività è veramente un concetto-valigia, ci si può infilare di tutto e di più, e quindi mi sembra scientificamente poco spendibile per comprendere e spiegare la varie e mutevoli forme della conflittualità umana. Per questo motivo preferisco il ricorso al concetto di violenza. Non che questo concetto sia privo di ambiguità, tutt’altro; ma rigettando l’alveo “naturale” dove si fa accasare la nozione di aggressività, il ricorso al concetto di violenza costringe a fare i conti con queste ambiguità, rendendole esplicite.
C’è davvero una “bestia” che si cela, in agguato, dentro ognuno di noi? Qualcosa di congenito e strutturale (un elemento biologico, un processo chimico, un fattore genetico)? O piuttosto qualcosa che prende forma nella relazione tra il soggetto e il mondo circostante?
Nel libro muovo i miei passi dal cranio del brigante Villella, da cui Lombroso trarrà ispirazione per elaborare la teoria dell’uomo delinquente, svolgo l’analisi sull’aggressività intesa come “energia negativa” (istinti per Lorenz e pulsioni per Freud), mi inoltro nell’“evoluzionismo pop” (scimmie assassine e uomo cacciatore), per poi approdare alle neuroscienze (cervello primitivo), alla sociobiologia e alla psicologia evoluzionistica (lotta per la sopravvivenza e genecentrismo). Ebbene, in tutto questo peregrinare non ho trovato alcuna teoria scientifica in grado di poter affermare sulla base di un solido fondamento empirico che questa bestia (ossia l’aggressività) sia dentro di noi. Perciò il bilancio finale non può che essere uno solo: no, non c’è alcuna bestia dentro di noi. Non c’è alcuna traccia di quella essenza negativa chiamata “aggressività” che dovrebbe ricoprire il ruolo di causa di qualsiasi male commesso dagli esseri umani. E sono convinto che per capire la conflittualità umana dobbiamo abbandonare la falsa dicotomia tra “natura” e “cultura”, e guardare alla persona che agisce in un contesto.
Esiste insomma la “violenza in sé”?
Secondo il World Report on Violence and Health la violenza è “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che determini o che abbia un’elevata probabilità di determinare lesioni, morte, danni psicologici, compromissione dello sviluppo o deprivazioni”. A me pare che questa definizione, smarcandosi dal concetto di aggressività, segnala che il ricorso alla nozione di violenza avviene perché lo scopo dell’agente è socialmente condannabile o comunque problematico. E, oggigiorno, si parla di violenza non soltanto quando si cagiona una lesione o si pratica con la forza una costrizione alla soggettiva libertà, ma altresì quando con strumenti qualsiasi, anche psicologici, vengono inferti danni e procurate sofferenze di qualsiasi tipo.
Cosa mostrano le ricerche scientifiche sull’argomento? A quali immagini infondate della violenza siamo ancora - erroneamente - aggrappati?
Le ricerche scientifiche sull’argomento sono vaste ed eterogenee, impossibile fornire un bilancio in poche battute, servirebbe perlomeno circoscrivere il campo, per esempio sulla violenza nella scuola, sulla violenza negli stadi, sulla violenza in famiglia e così via, e anche così facendo risulterebbe un’impresa proibitiva. In ogni caso, se proprio si vuole mostrare un quadro sintetico dello stato dell’arte, vale ancora quello che è stato scritto nel 1986 nel “Documento di Siviglia sulla Violenza”, redatto all’VIII Congresso Mondiale della International Society for Research on Aggression da psicologi, sociologi, antropologi, biologi, etologi, e altri figure professionali, ovvero: “Non esistono prove che la guerra, come ogni altro comportamento umano violento, sia frutto di un istinto, di un programma inscritto nella natura umana”. Nonostante questa posizione scientifica, l’immagine che continua a tenere al guinzaglio i nostri ragionamenti e che diventa il gancio a cui appendiamo i nostri sforzi per far fronte alla violenza è ancora la bestia dentro di noi (non a caso scelta come titolo del libro), ossia l’errata concezione di una maligna natura umana. Come se fosse possibile (e non lo è) spiegare, per esempio, la guerra, lo stupro, l’omicidio, l’infanticidio, il bullismo, eccetera, sulla base del medesimo imperativo istintuale o genetico.
Cosa possiamo dire della violenza - dal punto di vista strettamente scientifico - e cosa invece dovremmo smettere per sempre di sostenere?
Sulla base di quanto dicevo poco fa, il primo passo da compiere è quello di affrancarsi dall’idea che l’aggressività sia una categoria “naturale”. Poi smettere con la sterile ostinazione di voler localizzare l’aggressività in qualche area del cervello, nei cromosomi oppure nei geni. E farla finita con l’inutile esercizio di voler pesare i contributi della natura e i contributi della cultura nella determinazione dell’aggressività. A livello generale, possiamo dire che la violenza si presenta come una relazione e non come una “cosa” o una “essenza interiore”. E parlare di relazione vuol dire muoversi lungo i crinali di tensione tra individui, gruppi e Nazioni.
Le neuroscienze: sono d’aiuto in questa indagine o con il loro materialismo riduzionistico rischiano di condurre fuori strada?
Le neuroscienze, come qualsiasi altra impresa scientifica, sono di fondamentale importanza per il sapere umano. Il problema che vedo è l’uso improprio di questa conoscenza. Laddove si intende perseguire un riduzionismo deterministico, frazionare l’essere umano in tante piccole parti funzionali, per poi pensare che ognuna di queste parti possa spiegare fenomeni complessi e articolati come la condotta violenta. Se le neuroscienze dovessero seguire un programma di ricerca disaggregazionista, che smarrisce la necessità di considerare l’interezza degli organismi viventi, il posto occupato nel loro sistema socio-ecologico, allora sì corriamo il rischio di deragliare. Finiremmo di pensare, come già accaduto nel recente passato, che basta disporre di una qualche mappa frenologica per affondare il bisturi che rimuove alla radice il male prodotto dall’essere umano. Un simile progetto non è solo scientificamente irrealizzabile, ma i suoi metodi sono pure contraddittori rispetti ai fini perseguiti: sono metodi violenti che generano inutili sofferenze nelle persone che si pretende di “liberare dal male”.
Che ne è della morale e del diritto nella sua visione relazionale della violenza? In che senso e in che modo l’uomo va ritenuto responsabile (e punibile) per le proprie azioni?
Se, come dico in conclusione del libro, la biologia non è un ostacolo alla pacifica convivenza umana, e se è ormai venuto il momento di salutare la contrapposizione tra natura e cultura, credo sia giunto anche il momento di affrancarci dalla contrapposizione tra determinismo genetico e libero arbitrio. Gli studiosi che teorizzano la nostra dipendenza dai geni (o da altre entità) sono costretti ad ammettere che loro stessi sono in grado di disobbedire alla tirannia dei loro geni, possono così decidere, per esempio, di non generare una prole o di condurre una vita da altruisti (alla faccia di geni tacciati d’essere egoisti). Così facendo però, si dimostrano avari di dettagli; forse che esiste un gene per il libero arbitrio che ha la meglio su tutti gli altri? Certo che no, però queste teorie deterministe, finendo in un vicolo cieco, si arrampicano sugli specchi prospettando una soluzione individualista (molto cara all’imperante neoliberismo). In realtà, la responsabilità è un’istituzione sociale. Attiene al progetto umano di costruire comunità di vita e già dalla sua etimologia (respondeo) segnala che si tratta di un concetto relazionale: si risponde di qualcosa a qualcuno. Ora, le forme assunte dalla responsabilità sono varie e interessano differenti persone. E la nostra concezione di responsabilità è mutata nel tempo e continua a mutare. Basti ricordare che a noi non basta la responsabilità-causalità (chi ha fatto che cosa), ci interessa sapere il perché dell’azione. E usiamo pure una responsabilità senza causazione, come nel caso della responsabilità di ruolo che hanno i genitori rispetto a ciò che fanno i figli minorenni. Pertanto, la responsabilità si declina sempre all’interno di specifici spazi d’interazione, dove sono simultaneamente messi in gioco principi ed emozioni, interessi e ragioni, istanze soggettive e dettati societari. Pertanto le istituzioni umane continueranno a svolgere un ruolo centrale per definire la responsabilità e i soggetti di responsabilità. Nessun sapere scientifico potrà mai dire la parola finale su questi temi; potrà invece continuare a offrire conoscenze empiricamente fondate affinché una società stabilisca norme adeguate per i suoi cittadini e ispirate a criteri di giustizia collettiva, come nel caso dei contributi offerti dalla psicologia nell’ambito della giustizia minorile.
Abu Grahib, Columbine, Utoya: casi di devianza patologica, o qualcosa che potrebbe succedere a chiunque?
Comprensibilmente, diffuso è il desiderio che le tre vicende citate, seppure diverse da molti punti di vista, abbiano come protagonisti figure della violenza esaurite da una diagnosi. Magari una diagnosi che ci dica che costoro hanno un eccesso di aggressività. Forse come in nessun altro campo d’indagine il bisogno di rassicurazione si impone e guida i nostri ragionamenti. Però, i riscontri disponibili ci dicono che nessuno di coloro che hanno agito in questi scenari di violenza aveva una qualche forma di patologia, intesa in senso clinico. Quindi, la violenza agìta non è confinabile nell’altrove della patologia ma parla a tutti noi, ci riguarda. E ci riguarda non tanto perché io posso diventare l’aguzzino di Abu Grahib, il vendicatore sparatore della scuola di Columbine o il fanatico sterminatore di Utoya. Ognuno di noi ha una propria biografia e non possiamo certo essere riassunti nella categoria omologante dei “chiunque”. Ci riguarda invece perché ci impegna a guardare in faccia il significato della violenza, uno sforzo irto di interrogativi cui non vorremmo mai rispondere, preferendo il valium sociale dell’insensatezza.
Ogni tanto la televisione ci mostra casi di killer brutali che i vicini conoscevano fino a un attimo prima come persone tranquille e perbene. Follia latente e impercettibile? O un confine sottile, molto vicino alla “normalità”?
Credo che il problema risieda nell’idea che il “cattivo” sia identificabile in quanto portatore di un qualche stigma che segnali al resto della comunità chi egli veramente sia. Conoscendo le caratteristiche personologiche di individui che poi commettono atti violenti effettivamente si resta stupiti dell’accaduto, perché siamo abituati a pensare che il male venga commesso dal malvagio. In realtà, i fenomeni di violenza sono molto complessi e articolati e soprattutto hanno una storia e un significato. Con un esempio la spiegazione è più semplice e rapida. Poco fa ha menzionato Columbine e sappiamo tutti il dramma di questa scuola scossa da una violenza impensabile. Columbine non è purtroppo un caso isolato, per cui gli studiosi hanno cercato di tracciare un profilo dei vari studenti sparatori. Ebbene, com’era prevedibile, l’identikit di uno sparatore è sfocato e poco utile per identificarlo prima che passi all’azione. Invece, più nitide sono le ragioni che armano la sua mano. Benché abbiano commesso crimini, non sono devianti psicopatici. Sono invece studenti che rispondono al conformismo imperante nel loro ambiente di vita, estremizzandolo. Se impera la legge del più forte, allora vuol dire che c’è spazio solo per guerrieri e vittime. Gli sparatori, riscattando una storia di soprusi, angherie e ostracismo relazionale, decidono di stare dalla parte dei guerrieri, agendo una violenza considerata legittima alla luce delle umiliazioni provate. Gli sparatori condividono così le medesime credenze culturali dei propri oppressori; la violenza vendicativa è anche la riaffermazione di una mascolinità sino a lì calpestata. Ne consegue che dovremmo preoccuparci molto di più di ciò che accade “tra” gli esseri umani, piuttosto che “dentro” gli esseri umani.
Esistono ambienti, situazioni, modi di vivere e di intendere la vita che fomentano la violenza invece di sedarla? Pensiamo all’esercito, o alle prigioni.
Certamente, la storia è purtroppo ricca di esempi di tal genere e anche vari studi psicosociali, come il famoso esperimento della prigione simulata di Stanford, evidenziano quanta violenza gli esseri umani riescono a compiere agendo all’interno di un’organizzazione ritenuta legittima. La guerra è forse l’esempio più drammatico perché in guerra gli individui sono organizzati in modo tale che chi ha deciso di uccidere non lo fa e chi l’ho fa non l’ha deciso. Da qui la necessità di una rigida gerarchia, una catena del comando, un ferreo principio di autorità che lega e accomuna comandanti e comandati. Poiché ho già detto dell’importanza di analizzare cosa accade tra gli esseri umani, in simili contesti si punta a far sì che le interazioni siano esaurite da ruoli e regole contingenti, non concedendo spazio a relazioni personalizzate. Naturalmente, questo non vuol dire che i singoli sono forgiati unilateralmente dall’ambiente, secondo un rigido determinismo. Però i limitati gradi di libertà, la spogliazione della soggettività, l’asservimento all’organizzazione, i soprusi interpretati e legittimati come lavoro, e altri processi del genere preparano e sprigionano la violenza.
Luigi Zoja ha parlato dell’“asimmetrica forza del male”: occorrono decenni per maturare un atteggiamento pacifico, ma basta un attimo per cedere al furore omicida. Cosa ne pensa? C’è speranza per il nostro mondo afflitto dalla millenaria violenza umana?
Per rispondere partirei da una constatazione che a mio avviso troppe volte viene ignorata: nella storia umana il tempo della minaccia, della violenza e della guerra è largamente inferiore al tempo del lavoro, della costruzione di comunità, della pace. Poiché in noi non c’è alcun guerriero dormiente che aspetta di essere risvegliato da squilli di tromba e lo stato di partenza degli esseri umani non è quello di un conflitto (aperto o sopito che sia), a cui si cerca affannosamente di porre rimedio, a mio avviso serve un cambio di prospettiva: non è il male il soggetto, il soggetto sono gli esseri umani che fanno o non fanno ciò che chiamiamo male. Per l’essere umano, qualsiasi attività, come uccidere, comporta una consapevole presa di posizione rispetto a ciò che sta facendo. L’essere umano è sempre nella condizione di chiedersi cosa deve fare e perché deve farlo. Egli è libero nel senso che può svolgere una moltitudine di attività, può usare la forza contro un suo simile, o decidere di allearsi per cooperare, oppure ignorarlo. Quindi, la violenza è un’opzione. E se la violenza è un’opzione, c’è sicuramente la speranza (unita all’impegno di costruire comunità civili e giuste) che l’essere umano non la scelga.
Adriano Zamperini è professore di Psicologia della violenza, di Psicologia del disagio sociale e di Relazioni interpersonali all’Università di Padova. Tra i suoi libri: L’indifferenza (Einaudi, 2007) e L’ostracismo (Einaudi, 2010); (con M. Menegatto), Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico (Liguori, 2011). È tra i curatori e autori di Psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze (Einaudi, 2006-2007).

(«Filosofia e nuovi sentieri», 4 gennaio 2015)

martedì 25 novembre 2014

D. Melloni, Forte e sottile è il mio canto, ed. Giunti, 2014

«Nell’opinione comune, se sei grassa è colpa tua. Un’obesa è semplicemente una che mangia troppo e non si muove a sufficienza per smaltire, e questa è l’unica causa del suo male. Così pensano i più e, come tutti i luoghi comuni, anche questa visione ha un suo fondo di verità. Ma si tratta di una verità incompleta». Nella nostra epoca caratterizzata da una curiosa e preoccupante schizofrenia fra il proliferare di libri e trasmissioni di cucina e l’ossessione per la forma fisica (al punto che ormai è moda tra i pediatri prescrivere diete dimagranti a bambini che avrebbero 3-4 chili in eccesso), l’obeso è un colpevole: potrebbe dimagrire da un momento all’altro, se solo lo volesse, ma preferisce cedere alla tentazione autolesionista del cibo. Be’, che s’ingozzi, e ne paghi le conseguenze.

martedì 30 settembre 2014

M.B. Rosenberg, Le parole sono finestre [oppure muri], ed. Esserci, 2014

L’uomo usa la parola per comunicare. Anzi: la parola è il mezzo più potente e più frequente che l’uomo usi per comunicare. E con essa l’uomo esprime non solo se stesso agli altri, ma anche il proprio modo di recepirli: ci riflettiamo nell’altro quando capiamo - tramite ciò che ci dice - che ci è vicino, che lo stiamo annoiando o che ci disprezza. La parola, insomma - chi di noi non ne ha fatto l’esperienza, da protagonista o da vittima? - può essere anche molto pericolosa, proprio perché potente: andrebbe maneggiata con cura. Siamo soliti ad esempio, senza farlo apposta, sparare sentenze moralistiche su chiunque e fare facilmente paragoni, proprio mentre neghiamo o sminuiamo con la massima disinvoltura (e perizia retorica) le nostre responsabilità. Comunicare in maniera più efficace può essere utile non solo a una maggiore chiarezza, ma anche a stabilire rapporti migliori e più autentici con quelli che ci stanno vicino: ambito di studio della CNV (Comunicazione NonViolenta), ispirata all’intuizione gandhiana e perfezionata secondo le tecniche, le pratiche e le conoscenze moderne.

sabato 23 agosto 2014

T. Grandin, Visti da vicino. Il mio pensiero su autismo e sindrome di Asperger, ed. Erickson, 2014

L’autismo non è una sindrome, ma uno “spettro” di disturbi che si manifestano generalmente a partire dalla prima infanzia e sono di natura neurologica: essi possono colpire il cervello compromettendo il linguaggio e la comunicazione, le abilità sociali, i sistemi sensoriali e il comportamento. Le cause dell’autismo non sono ancora note, anche se alcuni studi rilevano che, almeno in certi casi, l’origine possa essere genetica (e ciò non sorprende: pare che di questi tempi la medicina non studi altro che la genetica). Si tratta di uno spettro talmente ampio da includere manifestazioni diversissime e perfino opposte, che vanno dal ritardo mentale agli individui ad “alto funzionamento” ovvero dalle “abilità eccezionali” (nel qual caso si parla di “sindrome di Asperger”, appunto), dove il ritardo sociale viene compensato dalle ottime capacità linguistiche ed espressive. Secondo le statistiche l’autismo è in aumento: le diagnosi ammontano oggi a un caso ogni cento nascite (dato del 2009) e ogni 21 minuti viene diagnosticato un nuovo caso, che è quattro volte più comune fra i maschi che fra le femmine ed è trasversale alle aree geografiche di tutto il mondo.

sabato 19 aprile 2014

M. Giannantonio, Il piacere delle donne, ed. Erickson, 2013

Il sesso è l’origine della vita: sembrerebbe che debba trattarsi della cosa più naturale, semplice e “normale” che ci sia; fors’anche la più bella. Eppure per molte persone non è così. Inibizioni psicologiche (magari legate a traumi infantili), divieti morali o religiosi, condizionamenti sociali o disturbi clinici possono determinare una condizione di disagio o perfino di anomalia nella vita sessuale che si ripercuote, oltre che sul singolo, sulla relazione della coppia.
Michele Giannantonio, nel suo Il piacere delle donne. Come affrontare e risolvere le problematiche sessuali e affettive (ed. Erickson) cerca di parlare del problema con la massima chiarezza dal punto di vista delle donne, affrontandone i risvolti a 360 gradi (pur senza scantonare in ambiti che non siano quelli propri dello psicoterapeuta) e sottolineando che 3 sono le qualità fondamentali (e dunque irrinunciabili) in quest’ambito: l’attenzione, il rispetto e la complicità. Dall’esame critico dei pregiudizi più diffusi in materia (“Il sesso è roba da giovani”; “L’iniziativa dev’essere sempre del maschio”, ecc.) a quello delle piccole cose che non vanno, con tanto di esercizi pratici.

Sommario: Opinioni errate o distorte sulla sessualità umana - L’apparato sessuale femminile - Il ciclo della risposta sessuale femminile - I disturbi sessuali femminili - Rilassare il corpo e la mente - I pensieri tossici e i loro antidoti - Conoscere il proprio corpo e la propria interiorità - Ridurre le emozioni e le sensazioni negative - La fantasia - Il piacere - L’abuso sessuale infantile - Se da sole non ce la fate.


Michele Giannantonio, Il piacere delle donne. Come affrontare e risolvere le problematiche sessuali e affettive, ed. Erickson, 2013, pp. 260, euro 16.

(«Pagina3», 19 aprile 2014)

martedì 15 aprile 2014

L. Monte Serrat Barbosa, Educare ai no nella prima infanzia, ed. Erickson, 2014

Prima o poi, tutti gli educatori si trovano di fronte a un dilemma di enorme portata: il dovere di insegnare ai piccoli (incapaci di comprenderlo da soli) che la vita mette a disposizione delle risorse limitate (e che questo vale per ogni cosa: tempo, soldi, relazioni...) e che dunque bisogna saper approfittare al meglio di ciò che si ha; ciò unitamente alla necessità di gestire il “desiderio di illimitato” dei bambini, che vedono ogni limite come una privazione o, peggio, come un castigo.
Laura Monte Serrat Barbosa, docente in diverse Università del Brasile, fa i conti con questa situazione nel suo Educare ai no nella prima infanzia. Insegnare i limiti e promuovere l’autonomia (ed. Erickson), dove riflette specificamente sulle difficoltà del nostro contesto globalizzato, caratterizzato dalla mentalità dell’“Aperto 24h” tipica di internet. Con lo scopo di evitare un impatto traumatico con la realtà, spesso indisponibile ai nostri capricci; oltre che rischioso: non è neanche il caso di soffermarsi sull’ovvia pericolosità dell’abitudine a non avere limiti (e a non sapersene dare, dunque, e a non accettare che possano esisterne in linea di principio).
Chiaro ed efficace, basato sull’esperienza in prima persona dell’autrice quale consulente per le famiglie, il volume mira ad educare i bambini alla responsabilità. Scoprendo, al contempo, che i limiti non sono poi delle barriere alla volontà; ma indicazioni che descrivono a nostro vantaggio l’ambito concreto delle possibilità che sono a disposizione di ciascuno di noi.


Laura Monte Serrat Barbosa, Educare ai no nella prima infanzia. Insegnare i limiti e promuovere l’autonomia, ed. Erickson, 2014, pp. 140, euro 16.

(«Pagina3», 15 aprile 2014)

lunedì 28 ottobre 2013

G. Maiolo, Lessico psicologico. 100 parole per capire e capirsi meglio, ed. Erickson, 2012.

“Le parole sono importanti” recitava Nanni Moretti nella memorabile scena di Palombella rossa. E lo sono ancor di più in psicologia, dove parlare bene non vuol dire solo pensare bene, ma anche imparare a conoscere se stessi e a vivere meglio.
Lessico psicologico. 100 parole per capire e capirsi meglio, di Giuseppe Maiolo (ed. Erickson) si propone di chiarire il senso di alcune parole del lessico psicologico. Ma, a differenza dei dizionari classici, non si esaurisce nell’esame dei tradizionali termini tecnici, concentrandosi piuttosto su cento parole che pian piano diventano sempre più abituali per noi, come ad esempio “bamboccioni”, “lifting”, “mobbing”, “stalking”. La nostra quotidianità va infatti riempiendosi di questi vocaboli attraverso televisione, internet, giornali; i quali, tuttavia, ben di rado ne presentano tutte le sfaccettature o ne sviluppano le implicazioni.
Maiolo, superando sia le definizioni formali sia quelle intuitive e consolidate, svela significati nascosti e spiega le conseguenze di eventi o azioni che ci diventano sempre più familiari, fino a tirarne fuori il “lato oscuro”. Permalosità, intimità, solitudine, gestualità (ma anche nozioni più specifiche quali resilienza, disforia, cultura del rischio, ambivalenza): un glossario attuale per mettere - se non dei punti fermi - almeno un po’ d’ordine in questo “tempo relativo e liquido nel quale mancano riferimenti certi” (dalla presentazione di Alberto Pellai).

(«l'Altrapagina», ottobre 2013)

sabato 5 ottobre 2013

C. Bonner, Evitare stress inutili alla persone con demenza, ed. Erickson, 2013

Avere un parente affetto da demenza non è cosa piacevole, né facile da gestire. Ma affidarsi ai soli farmaci prescritti dai protocolli terapeutici può risultare insufficiente o addirittura controproducente, perché gli effetti della dipendenza da farmaci psicotropi possono essere devastanti. Evitare stress inutili alla persone con demenza, di Chris Bonner (ed. Erickson) spiega che la terapia farmacologica va sempre valutata con cautela e in ogni caso integrata con altre pratiche di cura, altretanto appropriate e a portata di mano.
Il libro, pensato in primo luogo per gli operatori delle strutture residenziali che accolgono persone anziane, ma utilizzabile anche a casa da membri della famiglia o da altri caregiver - badanti, medici, volontari, infermieri, assistenti sociali, amici - prende in esame le situazioni più comuni e i problemi più diffusi, come ad esempio quelli della nutrizione, del sonno, della gestione di comportamenti sessuali inappropriati. Con la consueta attenzione rivolta agli aspetti pratici delle questioni affrontate, tipica della collana "Assistere gli anziani" diretta da Maria Luisa Raineri.


C. Bonner, Evitare stress inutili alla persone con demenza, ed. Erickson, 2013, pp. 92, euro 15. Collana "Assistere gli anziani"

(«Pagina3», 5 ottobre 2013)

martedì 2 luglio 2013

Assistere gli anziani. Una nuova collana dell'editore Erickson

Primi due volumi della collana “Assistere gli anziani”, diretta da Maria Luisa Raineri, Perdita progressiva della memoria e Anziani all’aria aperta si presentano come manuali pratici e snelli, ma con un solido background teorico-sperimentale alle spalle.
L'iniziativa dell’editore Erickson nasce sull’onda di quelle che in psicologia e in fisiologia vengono chiamate terza e quarta età: rispettivamente la fascia che va dai 60 agli 80 anni e quella dagli 80 in su. Distinzione resa ormai necessaria nelle società occidentali, dove la vita va allungandosi, spostando in avanti la soglia dell’anzianità, e protraendo le abitudini e le aspettative dell’età adulta fin oltre la pensione.

venerdì 14 giugno 2013

D. Ianes (a cura di), Le migliori proposte operative su... Emozioni, ed. Erickson, 2013

La rivista «Difficoltà di Apprendimento», edita da Erickson da oltre 25 anni e rivolta a tutti gli operatori che si occupano di inclusione e sviluppo delle persone con disabilità (ovvero con disturbi dell’apprendimento e altre difficoltà), ha raggiunto oggi un patrimonio di oltre 800 articoli pubblicati.
Alcuni di questi sono superati, altri sono confluiti in pubblicazioni più ampie, altri ancora non hanno rivelato un’efficacia all’altezza delle aspettative. Per molti degli altri, però, si pongono due esigenze: porre all’attenzione del mondo scientifico quegli studi che, sul campo, si sono rivelati efficaci e maggiormente meritevoli di ulteriore indagine e applicazione; riunire in un volume unico e di facile accesso tutti questi contributi che altrimenti si perderebbero nella frammentazione dei tanti numeri periodici della rivista.

lunedì 11 febbraio 2013

Riflessioni sull’autismo. Due libri Erickson per indagare le “abilità eccezionali”

L’autismo predispone al talento? Perché? Il talento può essere determinato, in generale, da deficit neurocognitivi? Queste e altre domande intorno alle cosiddette “abilità eccezionali” in due libri Erickson del 2012: Autismo e talento, curato da Francesca Happé e Uta Frith e Autismo e psicomotricità, di Giovanna Gison, Andrea Bonifacio ed Ermelinda Minghelli.
Gli studi raccolti nel primo (frutto del lavoro delle massime autorità mondiali del settore) rispecchiano il contenuto di un convegno organizzato congiuntamente dalla Royal Society e dalla British Academy tenutosi nel settembre 2008 e indagano le questioni trasversalmente, dalle scienze umane a quelle biologiche. Fuori da semplificazioni, banalizzazioni e stereotipi: l’unica evidenza scientifica che abbiamo al momento è che non tutte le persone di talento sono autistiche e viceversa - ma che gli orizzonti della ricerca (cui è dedicato l’ultimo saggio) sono ancora molto ampi e inesplorati.

mercoledì 19 dicembre 2012

A. Pellai, Distanze, ed. Erickson, 2012

«Ognuno di noi è il risultato della propria storia e di come impara a raccontarla prima di tutto a se stesso e poi agli altri. Nessuno vive una vita perfetta. La perfezione come aspirazione di vita è pura utopia. Siamo programmati per l'imperfezione. Ma ciò che ci rende imperfetti è anche ciò che ci rende unici»

Un libro, quest'ultimo di Alberto Pellai (autore che abbiamo già avuto modo di apprezzare), che sarebbe riduttivo definire originale: sui generis fin dalla copertina, che lo presenta come un taccuino con tanto di banda elastica a richiuderlo, Distanze (ed. Erickson) è un esperimento editoriale che chiama il lettore all'insolita attività di co-scrittore del testo, dove ciascuno è invitato a indagare e a raccontare se stesso, nella convinzione che imparare a raccontarsi sia il primo passo per trasformare se stessi e la propria vita.
Ciò sullo sfondo della relazione con il padre, che Pellai tratta in maniera leggiadra fino all'onirico, senza per questo sacrificare la concretezza dell'analisi e della verifica. Un'occasione per vivere (magari per regalare) un Natale un po' più sapido di quello offerto dalle solite pubblicità stagionali. Distanze è un libro Erickson con copertina rigida della collana Passaggi - Narrazioni per la crescita personale. Con illustrazioni di Cristina Picciolini.


A. Pellai, Distanze, ed. Erickson, 2012, pp. 130, euro 10.

(«Pagina3», 19 dicembre 2012)

domenica 9 dicembre 2012

N. Luxmoore, Adolescenti con il cuore a mille, ed. Erickson, 2012

Si tende sempre a scegliere il percorso più facile, quello con meno ostacoli, il più breve o meno faticoso: è una legge di natura, che vale per gli uomini quanto per le biglie di vetro o le gocce di rugiada. È uno dei motivi per cui - come spiega Nick Luxmoore nel volume Adolescenti con il cuore a mille. Come capire le emozioni dei propri figli (ed. Erickson, 2012) - i genitori tendono a stare alla larga dai turbamenti dei figli adolescenti, dando la colpa della loro incomprensibilità agli ormoni, alle mode, spesso nel maldestro tentaivo (o con l'alibi) di rispettare la loro privacy e di non essere invadenti.
Ma gli adolescenti non sono affatto reticenti per principio o refrattari a qualunque consiglio o confronto; facendo finta di niente si rischia di lasciarli in preda alle loro incertezze e privi di quell'orientamento che essi desiderano ma non hanno mai trovato; o che pensavano di avere, ma ora - che assaporano un impatto con la vita più autonomo e consapevole - temono di aver smarrito.

venerdì 7 dicembre 2012

L. Maggi e L. Zoja, Amare oggi, ed. Il Margine, 2012


«Che cosa è accaduto nella nostra società [...] da ridurre lo sperimentare l'amore a un'esperienza emotiva, individuale, oppure a un'esperienza poco frequentata perché soppiantata dal sospetto, dalla paura dell'altro, vissuto sempre come più lontano ed enigmatico?» (Maggi)

«Gli uomini non vedono Dio in faccia, quindi dubitano che Dio esista. Anche la psiche non si vede, eppure la maggioranza ascolta gli psicologi, secondo cui la psiche esiste. [...] Dio e la psiche non sono entità materiali, ma corrispondono a un senso profondo. [...] Lo psicologo non può provare né l'esistenza della psiche né quella di Dio, ma scopre - o dovrebbe scoprire - nell'uomo le funzioni psichiche, che le funzioni fisiche da sole non bastano a spiegare» (Zoja)

L'amore: un comandamento religioso, un bisogno laico o una speranza per l'umanità? Sull'amore, al di là di pregiudizi e stereotipi, riflettono Lidia Maggi - pastora battista e responsabile del settore diritti umani delle chiese battiste italiane e Luigi Zoja, psicanalista di fama mondiale le cui opere sono tradotte in 14 lingue. Da questo incontro nasce il libro Amare oggi (ed. Il margine), nella collana "La cattedra del confronto", spazio di pensiero aperto alla transdisciplinarità, oltre i confini settoriali e specialistici. Il volume contiene i saggi degli autori e un estratto del dibattito fra i due. Con la Prefazione di Francesco Ghia.


L. Maggi e L. Zoja, Amare oggi, ed. Il Margine, 2012, pp. 65, euro 7.

(«Pagina3», 7 dicembre 2012)

venerdì 23 novembre 2012

R.O. Frost e G.Steketee, Tengo tutto, ed. Erickson, 2012

Esistono persone che non riescono a disfarsi della roba vecchia, delle cose inutili, di nulla che sia passato anche per una sola volta per le loro mani: sono persone affette da una malattia mentale tecnicamente nota come disposofobia, che - per quanto incredibile possa sembrare - coinvolge dal 2 al 5% della popolazione.

venerdì 5 ottobre 2012

Viva le emozioni. Due libri Erickson per imparare a conoscerle e ad usarle

Agli antipodi dello stereotipo secolare delle emozioni come “cattive consigliere” della coscienza, Michele Giannantonio - psicologo psicoterapeuta e docente presso la Scuola Bolognese di Psicoterapia cognitiva - nel suo libro Paura di sentire. Come gestire il “pericolo” delle emozioni (ed. Erickson, 2012) ci spiega non solo che le emozioni sono parte integrante e insostituibile del “software cognitivo” della nostra mente, ma anche che spesso prendiamo decisioni irrazionali e sbagliate non perché seguiamo emozioni fuorvianti, ma al contrario perché decidiamo di ignorare i segnali che le nostre emozioni ci inviano. Conoscere meglio le nostre emozioni, a partire dalle sensazioni fisiche - conclude Giannantonio - è il primo passo di un percorso che può aiutarci a vivere con maggiore consapevolezza e autocontrollo; percorso che il libro presenta e cui introduce, tramite chiavi di lettura teoriche ed esercizi pratici.

lunedì 4 giugno 2012

La trappola della felicità. Riflessioni e strategie per migliorare la vita di coppia

La trappola della felicità, di Russ Harris (ed. Erickson, 2010), parte da un’agghiacciante constatazione: lo standard di vita della società occidentale è probabilmente il più elevato dell’intera storia umana (un individuo della classe media europea o americana vive oggi in maniera più agiata di un membro della famiglia reale di un secolo e mezzo fa), eppure non si è mai vista al mondo tanta infelicità. Le statistiche - per quanto i numeri non dimostrino niente in sé, ma significano pur qualcosa - parlano chiaro: ogni anno quasi il 30% della popolazione adulta soffre di un disturbo psicologico classificato. La depressione è la quarta malattia al mondo (entro il 2020 diverrà la seconda), un adulto su quattro vive una forma di dipendenza (da alcol o da altre sostanze) e una persona su due, almeno una volta nella vita, prende in considerazione seriamente e per un periodo prolungato l’idea del suicidio.