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lunedì 23 novembre 2015

A. Hart, Sionismo. Il vero nemico degli ebrei (vol. 1), ed. Zambon, 2015

Il sionismo è quell’ideologia politica che inizialmente, fino alla prima metà del secolo scorso, ha spinto alla realizzazione di un’identità ebraica basata sulla fondazione dello Stato di Israele; e che oggi ne difende l’intoccabilità, favorendo l’immigrazione dalla diaspora. Non ci sarebbe niente di male. Se non fosse per il secolare conflitto con i palestinesi. Se Israele non fosse - insieme agli USA - uno degli Stati con il maggior numero di risoluzioni disattese a carico. Se non ci fosse - nell’atteggiamento intransigente di certi governanti, e nelle critiche delle numerose e aspre opposizioni, anche interne - il sospetto che, dietro all’ideologia nazionalistica, si nasconda qualcosa di molto peggiore: un totalitarismo sopravvissuto ai “colleghi” del ’900, tanto più subdolo ed efficace quanto maggiormente in grado di dissimulare la propria ferocia dietro il vittimismo della Shoah e un’aura di rispettabilità conquistata e giocata sullo scacchiere delle relazioni internazionali. Tanto che alcuni hanno parlato di “giudeonazismo” e di “nazisionismo”...
In questo primo volume di una trilogia dedicata all’argomento, Alan Hart - giornalista inglese che nel corso della sua esperienza come corrispondente estero ha avuto occasione di incontrare personalmente Golda Meir e Yasser Arafat, protagonisti storici del dibattito arabo-israeliano, e di conoscere i retroscena della loro strategia politica - mette in discussione tanto la teoria (esiste veramente un’identità ebraica da difendere e da preservare? O, come alcuni ebrei illustri sostengono, tale identità è una costruzione meramente artificale?) quanto la pratica del sionismo (è veramente buono per gli ebrei? O non è forse un fattore di rischio per le loro stesse condizioni e prospettive di vita?), con l’intenzione di mostrare che ogni presunta ragionevolezza - o addirittura rivendicazione di necessità - si infrange contro ragioni di Stato che hanno a che fare con interessi e ambizioni di potenza, più che con il desiderio di convivere pacificamente e prosperamente in medioriente; con l’inganno e la menzogna, più che con la logica e il buon senso. Saggio impegnativo e ben documentato, che non nasconde la propria decisa posizione dietro un’insostenibile pretesa d’imparzialità.


A. Hart, Sionismo. Il vero nemico degli ebrei (vol. 1), ed. Zambon, 2015.

(«Mangialibri», 23 novembre 2015)

venerdì 15 maggio 2015

Un caso di coscienza


Un bellissimo film di una decina di anni fa, L’uomo senza sonno, narra la storia di un uomo che non riesce a dormire. E che è perseguitato da immagini di un pirata della strada che ha ucciso un bambino: immagini, sì, perché ormai per lui la differenza tra sonno e veglia non c’è più, vive in un perenne stato di allucinazione e di scivolamento nel sonno (che però non dura mai più di qualche secondo). Dopo un tempo lunghissimo - che usa più o meno casualmente e maldestramente per ricomporre i pezzi del “puzzle” - riesce finalmente a ricostruire la verità: e solo allora riuscirà, finalmente, ad addormentarsi.
Mi è tornato in mente leggendo la notizia del giovane uomo (meno di quarant’anni) che ha investito mortalmente un anziano sulla statale per Nola, col suo autocarro, e poi si è dato alla macchia. Per poco, però: la sua coscienza, a soli tre giorni di distanza, l’ha costretto a costituirsi denunciando la propria responsabilità. Cosa che più che al film può far magari pensare al Raskolnikov di Delitto e castigo. Ciò che resta fermo in entrambi i casi comunque, che si preferisca il noir francese del grande schermo o il classico russo del secolo scorso, è che la coscienza sembra qualcosa dei bei tempi andati; o, nel migliore dei casi, qualcosa di cui oggi si legge con stupore, da celebrare - nei rari casi in cui si fa viva - addirittura con un film. Anestetizzati come siamo dal profluvio di notizie (e di invettive) sulla corruzione in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, la coscienza sembra effettivamente qualcosa che i decenni scorsi non hanno trasmesso a questa generazione.
Chi sa se le cose stanno davvero così. Non lo so e in verità ci credo poco. Io continuo a credere di averne una (per opinabile che possa essere il mio modo di usarla). E mi domando: in coscienza, cosa voterò alle prossime elezioni? Mi interrogo - come tutti o, almeno spero, come molti - sulla presentabilità dei candidati: in particolare sulla candidabilità di quello di sinistra, riabilitato da delle discutibili primarie dopo che il giudice l’aveva riconosciuto colpevole in primo grado in almeno tre casi distinti (cfr. al riguardo Wikipedia). Lo faccio presente ai tanti amici di sinistra che mi vanto di avere ancora e in molti mi rispondono: va be’, ma si sa che la magistratura non sempre ci azzecca, magari è stato un tentativo di farlo fuori. Non ci posso credere: sono le stesse cose che non più di due anni fa rimproveravano a gran voce a Berlusconi. Glielo faccio notare; mi rispondono: “Non vorrai mica paragonarlo a lui!” “Ma siete voi a star facendo il paragone”, vorrei dire. Lascio stare. Torno a chiedermi cosa farò al momento del voto. Il che mi mette in un grave imbarazzo: se quelli lì sono quelli lì (e, insomma, non sono i miei preferiti) e questi qui - come dire - finiscono per essere come quelli lì…
L’unica cosa certa è che voterò in coscienza, questo sì. Spero solo, a cose fatte, che riuscirò a dormire.

(«Il Caffè», 8 maggio 2015)

venerdì 1 maggio 2015

Tsipras, Grecia nuova, Europa nuova. Intervista a Guido Viale


Guido Viale, leader nel ‘68 della protesta studentesca ed ex-dirigente di Lotta continua, è membro del Comitato tecnico-scientifico dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’Ambiente (ISPRA). Collabora con «Repubblica» e «il manifesto».


Tsipras: una nuova Grecia… o una nuova Europa?
Il cambiamento della Grecia è stato radicale. Dopo anni di un governo centrista, prima retto prima dai socialisti e poi dai democristiani, che hanno accettato incondizionatamente tutti i diktat delle autorità europee, abbiamo oggi un governo nato da una rivolta di popolo - prima ancora che da una vittoria elettorale - contro le condizioni e le conseguenze delle politiche europee. Quale che sia l’esito di questo scontro in atto con le autorità europee, la situazione sociale in Grecia è cambiata in maniera irreversibile e non è pensabile che si possa ritornare alla situazione quo ante. Naturalmente c’è anche una nuova Europa, perché quello che la Grecia prospetta è realizzabile esclusivamente in un quadro di cambiamenti radicali della politica europea nel suo complesso: cambiamenti che il governo greco, nel suo piccolo e nel suo isolamento, non è certamente in grado di imporre da solo. Dinamica che prende corpo attorno a una strada e a un programma con cui dovranno coordinarsi tutte quante le forze politiche che intendono opporsi alle attuali politiche di austerità: anche quelle che oggi sono all’opposizione, ma che domani potrebbero essere al governo.
Si è soliti dire che quando una formica trascina un elefante, non è l’elefante a spostarsi, ma la formica. Cosa accadrà: sarà l’Europa ad andare verso la Grecia, o viceversa?
Indubbiamente più di così la Grecia non può venir trascinata dall’Europa: non dopo gli ultimo cinque anni (dall’imposizione del memorandum post-crisi, 2010), e non dopo i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, con la Grecia devastata dal degrado, dalla miseria, dalla disoccupazione e dalla deprivazione. Io personalmente credo che l’Europa dovrà arrivare a un compromesso con la Grecia, che chiaramente sarà costoso per la Grecia - in quanto comporterà una riduzione di tutto quello che Syriza ha promesso in campagna elettorale - ma che comunque rappresenterà una sconfitta per i falchi dell’Europa. Ne sono convinto: non ci si può permettere, oggi, di espellere la Grecia dall’euro, perché l’Europa non in condizioni di progettare una ripresa economica che rimetta in sesto tutti quanti i Paesi in difficoltà. Quindi sostanzialmente alla domanda principale si può rispondere: quale che sia l’esito dell’incontro-scontro fra Grecia ed autorità europee, la Grecia uscirà segnando dei punti a proprio favore e l’Europa dovrà sostanzialmente cedere qualcosa. Quanto, e in che forma, credo che nessuno sia in grado di dirlo.
Su chi può contare Tsipras in Europa? C’è qualche altra nazione che potrebbe sostenere la Grecia, o addirittura provare a imitarla, seguendone la scia?
No: allo stato attuale la Grecia non può contare su nessun governo, per una semplice ragione: perché tutti i governi hanno accettato i diktat delle autorità europee, facendoli pagare durissimamente alle proprie popolazioni. Compresa la Germania, quella che apparentemente è la maggiore beneficiaria, ma che non a caso ha al suo interno 9 milioni di lavoratori sottosalariati e supersfruttati, coi cosiddetti “mini-jobs” a 500 euro al mese. Dopodiché, quanto più ci allontaniamo dalla Germania e ci avviciniamo agli Stati in difficoltà, che hanno subito maggiormente le conseguenze delle politiche di austerity, tanto più ci troviamo di fronte a governi che non possono assolutamente permettersi di schierarsi con la Grecia, perché anche solo l’accenno a un appoggio equivarrebbe ad ammettere che i sacrifici imposti finora… erano ingiusti e non indispensabili.
Questo vale anche per l’Italia?
Certo. Qui, anzi, abbiamo una situazione a dir poco grottesca, come tutta la politica di Renzi: a parole una linea di sostegno alla Grecia e di lotta contro la politica di asuterity delle autorità europee, nei fatti l’imposizione legislativa più antipopolare e brutale di tutti gli Stati europei, dalle misura sul mercato del lavoro - grosso modo analoghe a quelle della Spagna - a quell sulle pensioni, i mutui, gli sfratti. In più, in Italia abbiamo anche un cambio della Costituzione, che lungi dall’essere una presa di posizione a favore della prospettiva aperta dalla Grecia rappresenta un irrigidimento fortissimo, in senso autoritario, di tutto l’assetto politico del Paese.
Dovremmo avere in qualche misura paura, come italiani e come europei, dell’“effetto Tsipras”? Qualcuno lo ha definito “il nemico numero uno dell’Europa”, trattandolo quasi da incosciente, o da esagerato. Come dovremmo considerare la sua prospettiva politica?
No, Tsipras non è per niente un incosciente né un esagerato, e lo ha anche dimostrato comportandosi da capo di Stato, dopo essere stato per anni il capo molto giovane - anche se con una solida esperienza alle spalle - di un partito nato di recente e cresciuto inaspettatamente soltanto negli ultimi anni. Il modo in cui si sta muovendo nei confronti dell’Unione Europea dimostra al contrario, secondo me, una grande saggezza; ciò indipendentemente - insisto - dagli esiti. Perché da un lato ribadisce le finalità, assolutamente anti-austerity, della politica che si è impegnato a seguire nei confronti della propria popolazione, dall’altro cerca in qualche modo di smussare le punte più aguzze del fronte europeo, facendo anche risaltare l’improponibilità di certe alternative, che avrebbero conseguenze disastrose non solo per il sistema economico europeo, ma anche per l’assetto di potere del continente. Riflettiamoci un attimo: se Tsipras fosse costretto a chiedere l’aiuto finanziario di Putin, oppure della Cina… non sarebbe forse per le autorità europee (così come per la NATO) qualcosa di intollerabile?
Soprattutto considerando che al momento tanto le prime quanto la seconda sono impegnate in Ucraina e nel Medio Oriente.
Aggiungerei: in maniera pericolissima e irresponsabile. Non solo perché, in questo senso, si tende a sopravvalutare Putin quale fattore destabilizzante per l’Europa, mentre è evidente che tanto l’Italia quanto l’Europa commerciano stabilmente con la Russia da almeno quindici anni (e tutto sommato in condizioni molto meno temibili di certe proposte - come ad esempio il TTIP [Trattato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti, N.d.R.] - che non a caso ci vengono fatte ci vengono fatte più dagli Stati Uniti che dall’“orso russo”). Il paradosso dell’Europa e non soltanto dell’Italia è che da un lato fa il viso duro verso Putin, minacciando e attuando sanzioni, dall’altro lato sa bene che la sua economia dipende interamente dal gas e dal petrolio che provengono dalla Russia: senza, l’intero apparato industriale europeo potrebbe trovarsi dall’oggi al domani in una situazione di paralisi. Quindi ci troviamo di fronte a un gioco delle parti che ha peraltro dei risvolti criminali, oltre che rischiosi: perché in Ucraina ci sono stati tantissimi morti... e continuano ad esserci.
Qual è il rapporto di Tsipras con l’ecologia?
Credo che Syriza non abbia mai affrontato in profondità la questione ecologica e la gravità della situazione ambientale a livello globale. Ad esempio Tsipras - ne ha parlato Naomi Klein - sarebbe a favore delle trivellazioni nel Mar Egeo alla ricerca del petrolio: la sua novità starebbe solo nel fatto che i ricavi andrebbero a favore della popolazione greca, invece di andare a finanziare l’estinzione del debito nei confronti della troika.
C’è la speranza che, con Tsipras, il concetto di “decrescita economica” possa finalmente, e per la prima volta, uscire dalla teoria ed entrare nella prassi politica?
Credo proprio di no: queste tematiche sono rimaste relativamente estranee al complesso delle forze che hanno dato vita a Syriza, tutte provenienti da un ambiente conunista tradizionalmente refrattario a tematiche antiproduttiviste (e ambientaliste, come dicevamo). D’altro canto l’esigenza di far fronte a problemi urgenti e gravissimi rende un dibattito sulle prospettive di lungo termine per loro ancora più difficile che per noi.
In Italia Tsipras ha riscosso un certo consenso alle passate elezioni europee. Com’è si sta sviluppando da noi il movimento politico che ne condivide gli orientamenti e in un certo senso lo segue?
Purtroppo la cosa va relativamente male: nonostante il grande interesse per Tsipras e per il suo governo, la lista che ha beneficiato del suo nome alle scorse europee non è riuscita a mio avviso riuscita ad andare al di là del risultato raggiunto il 25 maggio scorso.
In chiusura: questa storia greca… avrà un lieto fine?
Non lo sappiamo e credo che che non lo sappiano neanche i protagonisti, che se la giocano giorno per giorno su un terreno molto accidentato. È importante però creare il massimo della mobilitazione a sostegno della Grecia: perché la partita che si gioca lì non riguarda solo loro, ma tutti noi.
(«Il Caffè», 10 aprile 2015; «l'Altrapagina», aprile 2015)

giovedì 23 aprile 2015

G. Civati, Il trasformista. La politica nell’epoca della metamorfosi, ed. Indiana, 2015

L’ideale politico dei nostri giorni non è più il capo carismatico: il führer va bene quando il popolo si trova su una certa strada, e vuole drasticamente cambiare rotta. Né il monarca: quello va bene quando il popolo è coeso spiritualmente, ancor prima che politicamente. Né il “popolo sovrano”: quello può funzionare solo quando esso abbia una coscienza propria chiara e definita. Insomma, qual è l’ideale politico nei nostri giorni caratterizzati dalla “liquidità” (Bauman) di tutte le cose, dagli investimenti alle istituzioni, dalle relazioni alle credenze? Ebbene, il format politico che funziona oggi è quello del trasformista. Non nel senso di colui che sappia voltar gabbana all’occorrenza o che sappia arzigogolatamente negare ciò che ha detto a distanza di poche ore. Il trasformista di oggi è qualcosa di più: è uno che sa cavalcare l’onda del momento e governare “con la pancia” anziché con la mente (o, quanto meno, col cuore). È colui che ha capito che le cose cambiano così velocemente che non è più possibile (è, anzi, controproducente) ancorarsi a convinzioni salde e a strategie ben delineate: in un momento storico in cui tutto cambia all’ordine del giorno (e tutto, all’improvviso, può succedere), il politico deve saper essere espressione di questo tutto: non perché si possa rappresentare veramente ogni opinione, ma perché muoversi con un certo ritmo in mezzo ai flutti dà la sensazione al popolo votante di saper rimanere sulla cresta dell’onda...
Come rileva acutamente Stefano Bartezzaghi nella sua Prefazione, la politica è passata negli anni dall’essere il Super-Io (per dirla nel linguaggio di Freud) del popolo, rappresentante dei suoi diritti e doveri, all’Es, espressione dei suoi desideri e delle sue paure. “Quando la politica potrà tornare a essere fatta su programmi, indirizzi riconoscibili e verificabili… libri?” si domanda. E il problema della nostra politica (e di questo libro) sta tutto qui: Civati - con la sua formazione filosofica, la sua esperienza e la sua lucidità - vola troppo alto per questa nazione. Non lo si dica né per una forma mal camuffata di piaggeria, né per il solito voler dir male dell’Italia. È invece allo stesso tempo un complimento e un vulnus: è il motivo per cui probabilmente piace a molti di più di quelli che voterebbero per lui, perché a gran parte di essi sembrerebbe troppo distante e poco concreto. Amaro paradosso per chi fa dell’“indagine della categoria del politico” la base per il suo programma. Che dire? Civati parla e scrive bene: soprattutto, ha qualcosa da dire (ciò che, come noto, non è di tutti). Per cui il libro è molto bello. Ma, in Italia… chi li legge i libri?


G. Civati, Il trasformista. La politica nell’epoca della metamorfosi, ed. Indiana, 2015. Con la Prefazione di Stefano Bartezzaghi.

(«Mangialibri», 23 aprile 2015; «l'Altrapagina», maggio 2015)

giovedì 9 aprile 2015

M. Almerighi, La borsa di Calvi, ed. Chiarelettere, 2015

È il 18 giugno del 1982 quando, sotto al Ponte dei Frati neri, a Londra, un impiegato delle poste ritrova un corpo penzolante da un traliccio: è il cadavere di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, travolto dai debiti e dalle inchieste. Ovvio pensare al suicidio (preceduto da quello della sua segretaria, lanciatasi da una finestra nel pomeriggio del giorno prima). Eppure la cosa non è né così scontata né così evidente: Calvi non aveva attraversato la Manica per andare a togliersi la vita tra gli inglesi, ma per andare a cercare rifugio in attesa di risolvere i suoi problemi con la giustizia e con le cattive amicizie che lo avevano abbandonato in seguito allo scandalo (amicizie che contava di ricondurre a miti consigli tramite… il ricatto). Come? Coinvolgendo tutti: Esponenti eccellentissimi del clero e della mafia, della politica e della massoneria: tutti accusabili da una serie di documenti che aveva portato con sé nella borsa. La quale, misteriosamente, non verrà ritrovata accanto al corpo...
La morte di Calvi - e ancor di più la vicenda della sua borsa - è un mistero tutto italiano che si ricollega ad altri misteri, come quello della morte di papa Luciani, risolutamente intenzionato a mettere ordine nelle finanze vaticane. Un mistero al quadrato, per così dire. Un intreccio nel quale la verità giudiziaria - nella sua purezza procedurale - è costretta a segnare il passo, in favore di una altrettanto necessaria verità giornalistica che non coincide con essa, proprio nel punto in cerca maggiormente di spingersi oltre il dato visibile in maniera “chiara e distinta”, provando ad attingere quel “verosimile” che talvolta è il più vicino al vero della storia vissuta. Nonostante il libro - ben costruito - pubblichi documenti inediti, si rimane scettici di fronte a un’operazione editoriale che va ad aggiungersi al sempre più forte rumore di fondo dei libri più o meno istantanei che parlano dei tanti scandali di questa Italia: fra le mille ruberie, intrighi e malefatte d’ogni specie, quello di Calvi è ormai un caso datato pur nella sua importanza (già quindici anni fa le guide turistiche londinesi sentenziavano: “ecco, questo è il ponte sul quale hanno suicidato Roberto Calvi”). Se certa editoria accademica è disposta a pubblicare le cose meno interessanti sotto il vessillo della “scienza per la scienza”, non si dovrebbe prenderne esempio quando in gioco non è la ricerca ma l’opinione pubblica: qui si rischia di sortire l’effetto contrario, cioè quello di anestetizzare le coscienze (ormai travolte dalla marea dell’informazione e in certo modo assuefatte), anziché risvegliarle. Con la Prefazione di Marco Travaglio.


M. Almerighi, La borsa di Calvi, ed. Chiarelettere, 2015.

(«Mangialibri», 9 aprile 2015)

venerdì 27 marzo 2015

M. Pucciarelli, G. Russo Spena, Tsipras chi?, ed. Alegre, 2015

Che è Tsipras? Che cos’ha in mente? Quali assi ha alla sua mano per tirar fuori la Grecia dalla gravissima situazione in cui si trova? E, soprattutto: cosa dice di se stesso colui che qualcuno ha definito “Il nemico numero uno dell’Europa”?
Poiché i riflettori hanno cominciato a illuminarne la figura politica solo da pochissimo - forse nella speranza che il silenzio mediatico ne fermasse l’ascesa - di lui si sa poco o niente, e le idee sono ancora molto confuse e talvolta preoccupanti. Ma l’esperienza del suo partito, Syriza, non nasce ieri e non trova consenso dietro a qualche banale slogan antieuropeista alla moda: Tsipras, volendo parlarne “tecnicamente”, non è contro nulla in particolare, ma è a favore di un’economia che abbia al centro l’interesse e il benessere dell’uomo. Utopia? Può darsi. Dipende anche da cosa si intende con questa parola. Anche il suo successo alle elezioni è stato a lungo considerato utopico, eppure queste utopie sono diventate reali non una, ma almeno due volte. A ben vedere, tutte le cose, prima di cominciare a esistere, sono “irreale” (e magari, secondo alcuni, impossibili).
Questo bel libro di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena (ed. Alegre, con la Prefazione di Valeria Parrella), contenente tra l’altro un’intervista allo stesso Tsipras, aiuta a comprendere quali siano le strade che questo nuovo politico greco ed europeo intende battere (e i mezzi che vuole utilizzare) per perseguire i propri obiettivi. Al centro della discussione, i rapporti con gli anarchici e l’esplosione di Alba dorata, il preoccupante partito greco della destra estrema; il tentativo audace di cambiare il sistema economico dall’interno e la centralità del concetto di austerità. Con un dialogo conclusivo tra Alexis Tsipras, Costas Douzinas e il filosofo sloveno Slavoj Žižek.


M. Pucciarelli, G. Russo Spena, Tsipras chi?, ed. Alegre, 2015.

(«Il Caffè», 20 marzo 2015)

Alexis Tsipras. Il volto umano dell’utopia

Prima del recente successo greco, in occasione del superamento della soglia del 4% da parte della Lista Tsipras alle europee, il celebre blog comico Spinoza.it aveva commentato: «Tsipras trionfa in Molise. Che si riconferma terra dell’utopia». Non è per ironizzare sul Molise che citiamo questa battuta; ma per ricordare che la lista “L’altra Europa” è entrata nel parlamento europeo quando nessuno ci avrebbe scommesso. La lista italiana di Tsipras, agganciata alla greca Syriza, ha smesso in quel momento di essere un’utopia, ed è diventata una realtà. È una cosa che in italiano va specificata; perché la nostra lingua tratta la parola “utopia” come sinonimo di “irrealizzabile” anziché, come nella sua concezione originaria - quella dell’omonimo classico di Moro - come qualcosa di altamente desiderabile, che - purtroppo - non c’è ancora in nessun posto. Ora, così come l’utopia di Tsipras non si è realizzata improvvisamente da sola - bensì con il lavoro delle tante persone che vi si sono prodigate, dai candidati agli uffici stampa, dagli intellettuali che l’hanno sostenuta al popolo che l’ha votata - allo stesso modo tutte le utopie hanno bisogno, per poter divenire reali, che qualcuno creda in esse e che si rimbocchi le maniche per costruirle, mattone dopo mattone.
Luigi Zoja, psicanalista junghiano di fama mondiale che ha dedicato il suo ultimo libro (Utopie minimaliste, ed. Chiarelettere) all’argomento, ha sottolineato che questo momento storico non è quello della fine delle utopie: è vero, le utopie (soprattutto quelle più cruente) ci hanno deluso, ma questo non è un buon motivo per abbandonarne lo slancio e l’opportunità; non dovremmo insomma rinunciare alle utopie, ma solo agli errori che le hanno accompagnate. Tenendo presente che non tutte sono uguali: le utopie massimaliste, quelle basate su progetti ideologici intransigenti, sono fallite per intrinseca inadeguatezza (e per essersi messe nelle mani di singole personalità carismatiche altrettanto intransigenti). L’utopia di oggi invece, spiega il professore, dev’essere minimalista, affidata cioè a gesti quotidiani, diffusi e tenaci, senza eroismi, ma con la consapevolezza che nel grande film della vita ogni comparsa ha la sua indispensabile unicità. In questo senso il nemico dell’utopia non è - come erroneamente si crede - la realtà con le sue tante inerzie e imperfezioni; il nemico dell’utopia è la sfiducia, che crede che la realtà non potrà mai rigenerarsi, e la disperazione di quegli uomini che non credono al potere delle loro azioni. Eppure il successo di Tsipras, in Grecia e in Europa, mostra senza dubbio che le azioni dei singoli hanno un peso, altroché. E ora Tsipras non è più un’utopia, ma una realtà. Può piacere o meno, ma non è questo il punto: il punto è che anche il più nuovo, il più inimmaginabile, il più fuori contesto… può diventare reale. Non è vero che “non c’è alternativa al capitalismo”, come urlano dai loro megafoni i liberisti di tutto il mondo con uno slogan stupido oltre che falso. Dovremmo cominciare a ragionare per utopie, invece che per obiettivi. Tutti i giorni. Fino al punto di percepire l’espressione “utopia concreta” come un pleonasmo. Quale utopia avete in mente: reddito di cittadinanza? Acqua pubblica? No al nucleare su scala globale? Smantellamento di tutti gli eserciti? Sarebbe bello incontrarci un giorno al bar, dopo averle realizzate tutte, e poter stappare una bottiglia brindando fra noi: “E adesso? Quale utopia realizziamo?”

(«Il Caffè», 20 marzo 2015)

venerdì 6 febbraio 2015

G. Merlo, Renzi e la classe dirigente, ed. Rubbettino, 2014

Si parla tanto, e giustamente, di crisi della politica; di politica che non è all’altezza delle sfide e non è al passo con i tempi; di politica che più si dichiara nuova, più si presenta sempre uguale a se stessa, addebitandole tutte le colpe, anche quelle che non ha. Di vero c’è che spesso la politica si mostra inadeguata a risolvere i problemi dei cittadini e a tutelarne gli interessi, in un contesto che è sempre più internazionale, europeo, globale. Per di più come la sociologia degli ultimi vent’anni ci ha insegnato, la politica è sempre più ostaggio dell’economia dominante, e sembra che il margine della sua autonomia si riduca ad elemosinare il consenso dei mercati finanziari. Insomma, la politica va riformata e forse rifondata; ma è tutto qui? Pare di no, se è vero che la politica si serve di un apparato dirigenziale, non eletto, nelle cui mani si trova una gran parte del potere operativo - quando non decisionale - che riguarda questo Paese. La domanda dunque è: oltre alla politica, come fare a selezionare e formare una classe dirigente che possa sostenere una politica nuova, in un momento storico nel quale l’innovazione tecnologica e le tante democrazie digitali acquistano sempre più spazio presso la popolazione?
Giorgio Merlo, giornalista professionista della RAI che è stato amministratore locale e provinciale a Torino per più di dieci anni (oltre che parlamentare dell’Ulivo e del PD), cerca di dare una risposta a queste domande, a partire da quella “speranza” che il PD rappresenterebbe nel panorama politico italiano secondo le sue stesse intenzioni. Riuscirà Renzi a dare nuova linfa alla politica e a plasmare una classe dirigente come quella di cui l’Italia ha bisogno? Perché, diciamolo chiaramente: il problema della classe dirigente è sempre anche quello di una politica che per decenni ha preferito circondarsi di yes-man ossequiosi, anziché di manager talentuosi e indipendenti. L’ottimismo dell’autore deve qui fare i conti con qualcosa di più di una speranza, che si rispecchi nei fatti e negli stili di un partito che al momento di innovativo ha avuto poco più che le primarie. A cominciare dal modo con il quale l’attuale presidente del consiglio è arrivato al governo, passando per il linguaggio tardocapitalistico indistinguibile da quello della destra, per arrivare alla demonizzazione della pubblica amministrazione cui eravamo stati abituati da Brunetta, che a momenti finiamo per rimpiangere. La storia ci dirà se il PD sarà stato in grado di andare oltre la propria apologia. Speriamo il più presto possibile.


G. Merlo, Renzi e la classe dirigente, ed. Rubbettino, 2014.

(«Mangialibri», 5 febbraio 2015)

domenica 1 febbraio 2015

Alleanze a rischio. Intervista a Giulietto Chiesa su medioriente, USA e NATO


>Giulietto Chiesa, giornalista, ha collaborato negli anni con diversi telegiornali nazionali, oltre a molte importanti testate italiane (tra le quali «il manifesto» e «Limes») ed è stato corrispondente da Mosca per «La Stampa» e «l’Unità». Fondatore del sito Megachip (www.megachip.info), dedicato alla democrazia nella comunicazione, è autore di parecchi libri pubblicati con gli editori Feltrinelli, Piemme, Fazi. Per l’Altrapagina ha pubblicato: AA.VV., La crisi della democrazia (2006) e Il ritorno della guerra (2005).

Entriamo subito in argomento: come sta la situazione in medioriente?
La situazione è legata a mio avviso al problema della successione americana: gli Stati Uniti - con il rafforzamento del potere dei repubblicani - calcheranno ancora più la mano in medioriente ai fini, come sempre, del perseguimento dei loro interessi, che sono quelli dello scontro con la Russia e con la Cina. Se questa valutazione è giusta la tensione nell’area non potrà far altro che aumentare, soprattutto se si considera che non tutti i giocatori “pro-USA” sono perfettamente allineati, in primo luogo l’Arabia saudita, ma anche il Qatar e Israele. Altra entità indipendente - anche se formalmente alleata - è la Turchia, i cui obiettivi sono ben diversi da quelli americani: Erdogan ha mire molto ampie per quanto riguarda il predominio turco sull’intera regione (compresa la più urgente per lui: quella di non far rinascere - ma meglio si direbbe: non far “nascere” - lo stato curdo). Il che non ha impedito - ciò si dica per render ragione della complessità delle dinamiche in gioco in medioriente - alla Turchia di allearsi con gli altri filoamericani per liquidare la Siria, con una tattica apparentemente contraddittoria che si spiega però alla luce di una strategia volta ad aumentare l’influenza turca complessiva.
Mentre non si intravede nessun segnale di pacificazione.
Al contrario: se lo scenario è questo, si può prevedere, a seguire, l’indebolimento dell’Iran e di tutti i suoi amici (con la liquidazione della Siria e, in cascata, di Hezbollah e di Hamas) e l’avvio di uno scontro in cui - dal punto di vista “religioso”, per così dire (il movente religioso è solo un paravento) - c’è lo scontro tra i sunniti e gli sciiti, mentre d’altro canto persiste la determinazione ferrea di Israele nel voler liquidare gli sciiti iraniani, considerati il pericolo principale per la propria esistenza. Ci si potrebbe domandare: perché appaiono qui tanti protagonisti, tutti ugualmente rissosi o quanto meno restii a una composizione? La spiegazione è semplice: comincia a serpeggiare l’idea che gli Stati Uniti stiano perdendo il loro ruolo di dominatore mondiale. Quindi accade che tutti quelli che si sentivano protetti da loro si sentano ora molto più vulnerabili di prima, il che li costringe a venir fuori in prima persona; ma, non potendo imporsi come leader - nessuno ha la forza per emergere da solo - si cerca di incentivare il caos e di approfittarne per guadagnare qualche posizione che possa tornar utile domani.
Messa così sembra quasi che dovremmo rimpiangere l’imperialismo statunitense.
Non è in questione cosa piace o meno a noi, ma in che maniera la realtà si offre oggi all’analisi. Un po’ come quando, per decenni, l’Occidente non desiderava altro che l’abbattimento dell’URSS; poi l’“Orso” russo è stato abbattuto e la situazione, invece di migliorare, è peggiorata (come vediamo).
La questione potrebbe non essere confinata al solo medioriente.
In un certo senso, poiché l’impero americano era planetario, anche il suo disfacimento lo è; quindi non vi sono potenzialmente “zone franche” in cui è garantito che il conflitto non si allarghi. Quello che si rileva, ahinoi, è che le classi dirigenti di tutto l’Occidente si mostrano spesso incapaci di guardare più in là del proprio naso. Debolezza che risalta maggiormente a confronto con i poteri asiatici emergenti, soprattutto quello cinese, ma anche con l’antico potere russo che, per certi versi, si mostra più intelligente e raffinato di quanto l’Occidente sia in grado di capire. Questo significa
continua il giornalista,
che non è escluso che lo scontro possa estendersi anche all’Europa. Poiché l’obiettivo di sempre degli USA è lo scontro con la Russia, il mezzo per ottenerlo è costringere l’Europa a entrare in guerra al loro fianco: se l’Europa cederà alla richiesta, verrà trascinata nel conflitto. È già successo nella recentissima “crisi ucraina”, dove questa nazione è stata usata - con l’appoggio dell’Europa - come un bastone per colpire la Russia. Esito: un Paese di 45 milioni di abitanti, di grande estensione, in mano a un gruppo dirigente di nazisti (e russofobi) incapaci di qualunque decisione. Di fatto, è un protettorato, che non ha la minima idea di cosa siano le regole europee ed è in bancarotta totale. La cui unica aspirazione è diventare l’avamposto dell’invasione - anche militare - europea alla Russia. Tuttavia, nulla è già scritto: c’è ancora posto per un rovesciamento fondamentale dei rapporti di potere in Europa, che dia preminenza alle esigenze dei popoli e non a quelle delle alleanze politiche e militari.
Uscendo per un attimo dall’Europa: cosa dire dell’ISIS, forza terroristica cui non importa di essere invisa a tutti, e di farsi ogni giorno nuovi nemici tramite i suoi gesti estremi dall’apparenza immotivata?
Bisognerebbe cominciare a capire da cosa è nata questa forza che chiamiamo ISIS, creazione artificiale voluta a tavolino: nessuno può credere che un esercito come questo, di centomila uomini, possa nascere su un moto spontaneo di fanatismo religioso. È evidente che dietro a questo fenomeno ci siano una o più mani dispensatrici di gigantesche quantità di denaro: il fanatismo da solo non crea né i carri armati né le comunicazioni, che al momento permettono all’ISIS di tenere sotto scacco un terzo della Siria. Quello che stupisce veramente non è il fanatismo o la barbarie di certi individui o di certi gruppi; stupisce che in Occidente nessuno si ponga la domanda-chiave: chi paga tutto questo?
La Sua ipotesi?
La mia ipotesi - che non è una opinione privata, ma una ricostruzione basata su fatti verificabili da tutti, ormai a disposizione dei media - è che l’Arabia saudita e il Qatar, con la collaborazione diretta dei servizi segreti americani, abbiano creato l’ISIS. Non dal nulla, è chiaro; i germi erano già presenti nel cosiddetto “Esercito siriano libero”, nell’ambito del quale qualcuno ha pensare di selezionare i tagliagole migliori cui fornire ampie dotazioni militari, logistiche e mediatiche. Con l’obiettivo di far fuori il regime siriano di Bashar-el-Assad. In questo l’ISIS non è nulla di nuovo: abbiamo già visto le stesse dinamiche, ad esempio, in Kosovo (lì ad opera della Turchia e della CIA). E farà la solita fine che fanno tutte le forze create a bella posta in questo modo: quando non servirà più, una volta conseguito l’obiettivo dei suoi creatori, verrà smantellata, magari tramite l’eliminazione fisica dei capi del movimento.
I servizi segreti potrebbero avere qualche difficoltà in tal senso.
Direi proprio nessuna: i servizi segreti del terzo millennio - penso ad esempio all’Agenzia statunitense per la sicurezza nazionale, la famigerata NSA - sono giganti (per non dire mostri) che hanno il potere di stati interi e non si limitano più ad operazioni di “accompagnamento” alla politica: la loro è l’azione politica fondamentale, cui la politica statale “ufficiale” si accoda. Dubito fortemente che il Presidente degli Stati Uniti - chiunque egli sia - possa davvero tenere sotto controllo questi poteri, che hanno oggi la forza di gestire conflitti su scala semicontinentale. A paragone con le loro operazioni, trame come il classico “I tre giorni del condor” sono giochi da ragazzi.
Se scriviamo questo, ci accuseranno di cospirazionismo.
Che lo facciano; staremo poi a vedere chi riesce a prevedere meglio gli sviluppi. D’altro canto non stiamo inventando nulla: le nostre ipotesi si basano su fatti ampiamente dimostrati, che purtroppo non circolano nell’informazione mainstream perché anche questa, in larga misura, è asservita ai poteri che dovrebbe contrastare (oltre al fatto che i giornalisti mainstream, purtroppo, sono molto poco informati). Il caso eclatante è appunto quello della guerra ucraina, passata sotto silenzio dalla stessa stampa occidentale che negli ultimi sei mesi si è concentrata quasi esclusivamente al medioriente: anche se in medioriente sono morte molte meno delle 20.000 persone morte in Ucraina. Come mai? Chi è il cospirazionista, dunque: chi racconta la verità ucraina, o chi la tace come se niente stesse accadendo? E ancora: il caso dell’abbattimento del Boeing 777 delle linee aeree malaysiane. Ricordiamo tutti l’accaduto: lo scorso 17 luglio viene abbattuto il Boeing. Il giorno dopo gli Stati Uniti lanciano le sanzioni contro la Russia; come un’eco, tutti i giornali e le tv occidentali dicono che il Boeing è stato abbattuto dai russi. Questa informazione (ancorché non verificata) è divenuta la verità per tutto l’Occidente. Adesso, mesi e mesi dopo, sappiamo che le cose non sono andate così, e che la responsabilità dell’abbattimento non è russa, ma ucraina. Domanda: quante persone lo sanno? Eppure è questa la verità documentata e dimostrabile. Chi è il cospirazionista? Chi dice questa verità, o chi per mesi ha propalato la menzogna?
Insomma: al momento gli interessi degli Stati Uniti sono quelli della guerra.
E continueranno ad esserlo. Ormai l’obiettivo principale del mondo interodeve essere impedire agli Stati Uniti di continuare a fare la guerra. Che rischia di diventare il terzo conflitto mondiale, se non si impedisce agli USA di coinvolgere altri Stati (o addirittura l’Europa intera) nelle loro ambizioni geopolitiche. Hanno provato a liquidare Putin e non ci sono riusciti. La Cina, d’altro canto, è ormai la prima potenza mondiale, non è possibile liquidarla su due piedi. Gli USA non si sono ancora rassegnati all’evidenza: oggi fare la voce grossa con gli avversari non basta più. Certo: rimangono i più armati del mondo. Ma non sono più l’impero. In questa fase è compito ineludibile di ogni alleato americano (ma di ogni Paese civile) spiegare all’America che da oggi dovrà accettare un ruolo di parità al tavolo con altre potenze (compresa la Cina, appunto, che per inciso detiene nei suoi forzieri 3 trilioni di dollari in certificati del tesoro americani).
Chi può avere questo ruolo, e questa incisività?
Certamente non i vassalli che hanno accettato l’imposizione delle sanzioni da parte del vicepresidente degli Stati Uniti. Quel Joe Biden che, candidamente, ha potuto dichiarare: «Abbiamo dovuto costringerli, perché gli europei erano recalcitranti». La speranza è che in Italia e in tutta l’Europa la classe dirigente maturi al punto di riuscire a rimanere fuori dalla bellicosità statunitense, in equilibrio con quelli che sono peraltro suoi partner da moltissimi anni (la Russia, per esempio, che per decenni si è dimostrata partner affidabile, non aggressivo e non ricattatorio nella fornitura del gas). E rimanere fuori, in questo momento, significa “uscire”: uscire dalla NATO. L’Italia deve dichiarare che non è più disponibile ad entrare in guerra, noi non abbiamo nemici e vogliamo rimanere neutrali. Uscire da un’Alleanza atlantica che, peraltro, costa al popolo italiano tra i 53 e gli 70 milioni di euro al giorno. Milioni che vengono spesi nello stesso momento in cui non ci sono soldi per rilanciare il lavoro, la sanità, l’istruzione, la ricerca.
Uscire dalla NATO: è tecnicamente possibile? Non c’è da temere la ritorsione degli USA?
Parliamo sempre di “cambiare questo Paese”: e non c’è modo migliore che rinunciare a una forza militare che non serve più a niente (perché in caso di conflitto i nostri 70 milioni di euro verrebbero bruciati nello spazio di un paio di minuti). Utopia? Non credo: l’Austria e la Norvegia, ad esempio, sono europee quanto l’Italia, e non sono nella NATO. Alleanza che non è neanche più quella delle origini - un’organizzazione difensiva - ma una forza militare offensiva che agisce al di fuori dei propri confini. Forse questo è il momento migliore per affermare che, essendo cambiate tante cose, è ora di ridiscutere tutto. Che poi ci sia da temere una ritorsione di quella stessa NSA di cui parlavamo all’inizio - la stessa domanda è rivelatrice di un timore diffuso - questo va da sé: ma non deve impedirci di intraprendere la strada migliore per noi (fermo restando che non dobbiamo per forza “correre da soli”: si potrebbe pensare a un’azione congiunta con la Spagna, ad esempio, o con la Grecia). D’altro canto il timore è giustificato: da moltissimo tempo gli Stati Uniti hanno smesso di essere un partner affidabile e amico, diventando una forza che usa l’Italia (come molte altre nazioni) unicamente per i propri scopi. Non si dovrebbe aver paura degli amici; se è così, vuol dire che l’Italia e gli USA non sono più tanto amici come ancora si vorrebbe far credere. L’Italia si trova attualmente all’interno di un’alleanza in cui il maggior alleato è una minaccia… un simile alleato è meglio perderlo che trovarlo.
(«l'Altrapagina», gennaio 2015; «Il Caffè», 6 febbraio 2015)

mercoledì 14 gennaio 2015

L. Prenna, Democratici perché cattolici. Una cultura della mediazione, ed. EIR, 2014

Un cattolico vuole entrare in politica. Apriti cielo: come farà a tenere divise Chiesa e Stato? Come farà a mantenere laico il suo impegno, all’interno di un ordinamento che lo pretende? Ci si potrà fidare di lui, o sarà sempre in qualche modo costretto a comportarsi “secondo coscienza” in una maniera inaccettabile per la nostra società civile? Domande certamente legittime, anche se in parte ingenue: si tende ad esempio a vedere come un limite dei soli medici cattolici il rifiuto di prestarsi alle pratiche abortive previste dalla legge, dimenticando che si tratti di una “clausola” del laicissimo giuramento di Ippocrate. Certamente la storia della democrazia italiana ha offerto casi disdicevoli di politica orientata verso un “religioso” male inteso (e discutibile nei suoi proponimenti), ma è sufficiente questo per dire che una politica cristiana sia tout court impossibile?
Lino Prenna, professore universitario di discipline filosofiche e pedagogiche, spiega con una trattazione densa di contenuti - non sempre dalla comprensibilità immediata - che è impossibile separare la religione dalla politica, perché un uomo religioso non smette di esserlo (non potrebbe) solo perché indossa gli abiti del parlamentare (proprio come un medico non smette di avere una sensibilità e una moralità personali, religiose o meno, all’atto di indossare il camice). Al contempo, mostra che questa può essere una ricchezza anziché un vulnus: si può sviluppare la propria azione politica a favore della società e del bene comune, orientandosi alla solidarietà e alla fraternità del vangelo (e non a questo o quel diktat vaticano). Comunità, educazione, cittadinanza, sono le parole chiave di un libro di grande interesse per il futuro della politica nazionale e globale. Con la Prefazione di Giorgio Campanini e la Postfazione di Pierluigi Castagnetti.


L. Prenna, Democratici perché cattolici. Una cultura della mediazione, ed. EIR, 2014.

(«Mangialibri», 13 gennaio 2015)

lunedì 1 dicembre 2014

D. Corbetta, La mela marcia. Una storia di Tangentopoli, ed. PaginaUno, 2014

1990. Antonio è appena guarito dal cancro; e ora che è scampato a un pericolo vorrebbe evitarne un altro: quello del suo lavoro come contrabbandiere di sigarette. Un amico di un amico lo ha instradato verso una nuova occupazione, dove c’è qualcosa in più da guadagnare rispetto alle 800.000 lire a viaggio che ha preso finora: d’ora in poi farà il fattorino per una grande azienda. Grandissima, a dire il vero. Perché anche se non ha capito con esattezza per chi lavora (e chi lo paga), lui se ne va in giro a consegnare valigette. Tante. Sono molte infatti le consegne da fare quando in gioco ci sono i miliardi del gas algerino e colossi come ENI che ne reggono le fila: mediatori internazionali, politici, burocrati, banchieri, ognuno ha il suo grado di corruzione e la sua parcella per il “disturbo”. Lavoro nuovo, vita nuova, pensa lui. Ma intanto i tempi di Tangentopoli si avvicinano e stringono la loro morsa sulla “Milano da bere”...
Un romanzo gradevole che riporta alla memoria le dinamiche e gli antidoti di un’epoca - quella appunto dei maxiprocessi alla politica - che aveva suscitato in molti delle grandi speranze (pur disattendendole quasi tutte). E che mostra bene come, alla fin fine, non sia necessario essere corrotti fino al midollo per rovinare una nazione intera: anche un personaggio moralmente neutro come il protagonista - che, semplicemente, non si fa troppi scrupoli - può essere il pernicioso anello di una catena la cui storia abbiamo già sentito raccontare. Ma mai con grosso profitto. Vale la pena di raccontarla ancora.


D. Corbetta, La mela marcia. Una storia di Tangentopoli, ed. PaginaUno, 2014, pp. 200, euro 15.

(«Mangialibri», 1 dicembre 2014)

sabato 22 novembre 2014

D. Cirioli, Good Morning Alife, ed. ANordEst, 2014

La politica è corrotta e i politici pensano solo ai loro interessi: sì, l’abbiamo detto tante volte. Se non sei amico di questo o di quello, non potrai mai combinare niente di buono nella vita: anche questo l’abbiamo detto e ripetuto. Il malaffare parte dai Comuni: dove, soprattutto al sud, la camorra - o il sistema, che dir si voglia - si infiltra a partire dal basso, fino ad arrivare ai più alti livelli della cosa pubblica: e via così. Frasi fatte, luoghi comuni, stereotipi - spesso verosimili e fondati - che si fa presto a dire. Cosa manca? Be’ mancherebbe che qualcuno, dati alla mano, alla luce della propria esperienza politica, magari in un Comune, mostrasse - atto dopo atto, deliberazione dopo deliberazione, incontro dopo incontro - cosa (e come) è in grado di fare la politica quando si metta in testa di fare della mala-amministrazione…

sabato 11 ottobre 2014

D. Balducci, Danke Frau Merkel, ed. Meligrana, 2014

“Di Europa bisogna parlare!” recita una delle più recenti pubblicità istituzionali sull’argomento passate in TV. E non v’è dubbio che sia opportuno farlo: ma si dovrebbe anche aver chiaro cosa si vuol dire, cosa che quasi mai traspare dai tanti dibattiti offerti dai media. L’Europa non va amata né odiata, ma in primo luogo compresa e fatta funzionare nel migliore dei modi. Tenendo il più possibile fuori le viscere dalle discussioni, e mettendo al centro i temi attuali e di forte interesse comune. A cominciare magari dal liberarsi dell’eterna subordinazione agli Stati Uniti, che hanno interessi diversi dai nostri (un esempio per tutti: il famigerato accordo commerciale denominato TTIP, che ha tutta l’aria, tanto per cambiare, di essere stato proposto dagli americani per la loro esclusiva convenienza); dall’efficienza dello Stato (che passa anche per la riduzione del divario digitale); dalla lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa e criminale; da politiche migratorie comuni e civili (che non degenerino né in altri muri, di cui il mondo è già pieno, né in ulteriori ritardi che è poi sempre Lampedusa a dover scontare).

giovedì 25 settembre 2014

L. Iannone, Sull’inutilità della destra, ed. Solfanelli, 2014

La destra politica è stata capace d bruciare entusiasmi e illusioni di varie generazioni di italiani: un po’ per l’inettitudine dei suoi rappresentanti, un po’ per l’allontanamento progressivo e inesorabile della destra di governo dal “sociale” (ben saldo invece tanto nella mussoliniana RSI quanto nell’almirantiano MSI), in favore di un avvicinamento a tematiche incongruenti come quella del federalismo (quanto meno problematica per uno schieramento sempre molto affezionato al “nazionale”) e di un liberismo economico senza limiti che avvilisce il popolo (schiacciato dalla crisi e dall’austerity) e mortifica la politica, sempre più deprivata della propria sovranità. Risultato: destra e sinistra si appiattiscono su una finta lotta politica dove - sul modello americano - il partito affezionato al denaro si scontra con quello legato ai soldi. Così nessuno ha più l’obiettivo (e la forza) di riprendere in mano i problemi concreti della gente: al punto che le uniche critiche al sistema egemone del dio mercato le si ascolta dal Papa anziché - come sarebbe legittimo aspettarsi - dai partiti. Dove andremo a fnire?

martedì 23 settembre 2014

Vincino, La cavalcata di Renzi. Come in 6 mesi conquistò tutto, ed. Cairo, 2014

Matteo Renzi che si fa strada nel PD senza esclusione di colpi. Matteo Renzi che tratta a pesci in faccia tanti gli avversari quanto gli alleati. Matteo Renzi che sparla di Berlusconi ma fa temere un nuovo ventennio. Matteo Renzi liberal amico dei banchieri. Matteo Renzi che con le sue manie di grandezza sembra Superman. Matteo Renzi come la più grande sconfitta dei comunisti italiani dal 1948. Matteo Renzi il trasformista, l’internettàro, l’attore da one man show. E sullo sfondo Berlusconi, che se ne va triste per la via pensando tra sé: “Non parla più nessuno di me, tutti di Renzi… mi arresteranno in silenzio”.

giovedì 21 agosto 2014

H.R. Clinton, Scelte difficili, ed. Sperling e Kupfer, 2014


Alla fine del 2008 Barack Obama - dopo aver sbaragliato alle primarie i suoi stessi compagni di partito - vince le elezioni, battendo il repubblicano John McCain con oltre sette punti percentuali di scarto. Subito dopo offre alla sua ex-avversaria Hillary Cinton l’incarico di Segretario di Stato; la quale accetta, per la gioia di tutti coloro che hanno visto in quell’atipico duo costituito da un nero e da una donna, la possibilità concreta di una politica americana veramente - e finalmente - diversa. Poi però arriva per lei il rendez-vous con Osama Bin Laden; il Nobel al Presidente nel bel mezzo delle missioni di guerra in Medio Oriente; le tensioni economiche con Pechino e la crisi finanziaria globale… e la spinta alla novità cede il passo alla gestione dell’“emergenza continua”: è il tempo delle “scelte difficili” del titolo, quello in cui, per un politico di questo livello (che, nonostante tutto, riesce a ritagliarsi il tempo di effettuare ben 112 visite diplomatiche), si tratta di scegliere se rischiare o meno la vita dei propri soldati, se risolvere la crisi pacificamente o militarmente, se proporre ai governi in difficoltà strategie realmente buone per loro (o ripiegare su quelle solite, in nome degli interessi americani).

martedì 19 agosto 2014

E. Greco, Mao e me. Cento italiani in Cina (appresso a un ministro), ed. GOWARE, 2014

Quando un politico va all’estero non ci va mai da solo. Nella delegazione che lo accompagna (e che in certo modo rappresenta il Paese) c’è tutta una pletora di personaggi che, a diverso titolo e con differenti mansioni, partecipa alla “missione”; umanità varia nella quale lo sfaccendato si ritrova seduto affianco all’imprenditore animato da secondi fini, la “donna in carriera” va a braccetto con il fornitore di “servizi vari”. E in questo gruppo può capitare che vi sia anche il cronista personale del ministro, la cui penna sarà utile al rientro a descrivere l’esperienza nel migliore dei modi. Cento italiani, dunque, appresso al ministro: ad incontrare una Cina che - una volta superato l’impatto con gli aspetti più superficiali ad uso dei turisti - può mostrare un volto ben diverso da quello con il quale ce la si raffigura di solito; vista attraverso le strade, le piazze, gli edifici, ma soprattutto la gente, delle tre metropoli di Pechino, Shanghai e Chongqing.

lunedì 30 giugno 2014

Dossier Genova G8

«La più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale»: così si espresse Amnesty International. Ma a quale proposito? In quale “Paese occidentale”? Quando? E, soprattutto: perché?
E pensare che è successo tutto in una notte sola. Una notte come tante, in fin dei conti. D’una città italiana come tante. Sì, il Paese occidentale è proprio l’Italia. La città - incolpevole, anzi: vittima tra le altre - è Genova. C’era il G8 in quei giorni. Il 21 luglio 2001, in tarda serata, la Polizia irrompe nella scuola “Diaz”, nella quale si trovano in quel momento cittadini italiani e stranieri riuniti pacificamente in attesa del giorno: quasi cento di quei cittadini vengono arrestati, molti picchiati e feriti; uno addirittura è ridotto in fin di vita.

La sera del 21 luglio 2001 la Polizia irrompe nella scuola Diaz, a Genova. È l’inizio della “macelleria messicana”

Di quella “macelleria messicana” si racconta nel bel volume Dossier Genova G8. I fatti della scuola Diaz, di Gloria Bardi e Gabriele Gamberini, edito da Becco Giallo, che mette meritevolmente a disposizione di tutti, anche dei lettori più giovani, il contenuto agghiacciante della Memoria illustrativa della Procura di Genova: Dossier Genova G8 è infatti un’opera a fumetti, fedele nel resoconto ma leggera nell’esposizione, il cui tratto bianconero è caratterizzato da inchiostri cupi. Come la storia che racconta. Come la luce di quella notte.
I più giovani potranno apprendere così - in maniera sintetica e agevole - una storia che val la pena ricordare. Per i più grandi c’è un’ampia sezione finale di approfondimento: tra i contenuti, un’intervista a Nando Dalla Chiesa.

(«Il Caffè», 27 giugno 2014)

lunedì 23 giugno 2014

Che volemo fa’?


Un po’ di tempo fa (cfr. «Il Caffè», 22 febbraio 2013) augurammo al Movimento 5 Stelle di arrivare a governare e di riuscire a farlo nel migliore dei modi a vantaggio del Paese. M5S che, per inciso, non mi è mai stato molto simpatico (non è un mistero). Ora, alla luce dell’ultimo - e magro - risultato elettorale per Grillo e i suoi, riprendiamo quella riflessione e ci domandiamo: alla fine, quella volta, Grillo, dopo il grande successo elettorale… ha fatto bene, scegliendo di non entrare nel governo?
L’ho chiesto ai tanti miei amici stellati, quasi tutti ex comunisti di ferro, molti dei quali all’epoca si dichiararono delusi dalla strategia grillina del non-far-nulla-con-nessuno. Molti avrebbero auspicato un governo, seppur di compromesso, con quelli che qualche ideale lo condividevano, e con cui qualcosa di buono si sarebbe potuto fare. Si parlava del PD, ovviamente. L’idea della “purezza catara” propagandata da Grillo e Casaleggio non piacque a molti di loro; e non perché non fosse bella, ma perché la si vedeva - e a nostro avviso aggiungiamo “giustamente” - sterile, ancorché molto chiara. Se quelle delusioni che io ho incontrato tra Napoli e Caserta hanno una scala nazionale, allora abbiamo spiegato l’esito del 20% ai 5 stelle alle europee (e in tal caso io sono l’analista politico più brillante di tutta Centurano).

Un’intesa politica tra la sinistra e il M5S è possibile. A chi giova ripetere ossessivamente il contrario?

Tutto qui? Be’, quasi: perché intanto non sembra affatto poco. Io credo che si possa passare su tutte le intemperanze, sia del leader sia della base, come quella del libro di Augias dato alle fiamme, o come quella recentissima di chi ha proposto di far fuori non tanto i politici quanto i cittadini che li eleggono; ma non si può passare sopra all’immobilismo politico. La purezza va bene, in generale; ma di purezza si può morire, come ci ha ricordato brillantemente in uno dei suoi grandi romanzi Leonardo Sciascia. Subito dopo le votazioni si è levato un coro di voci che chiedevano a Renzi di tendere la mano a Grillo. Perché no?, verebbe subito da pensare. Ma certamente non è facile organizzare un incontro con chi allestisce “sputi digitali” (parole del leader M5S) in testa agli avversari. Anch’io, amici miei a 5 stelle, auspico una riflessione e una strategia comuni; ma perché questo sia possibile, bisognerà pur crearne le condizioni. Quindi, per cortesia: cominciate col piantarla di dire sempre che siete i migliori, che siete diversi, che come voi non c’è nessuno. E non solo perché questo non dispone bene al dialogo con gli altri; ma anche perché nella storia dell’umanità quelli che si sono autoeletti “i migliori” non hanno mai fatto bene a nessuno. Soprattutto, lasciate che siano gli altri a giudicare se siete davvero migliori o meno; permettete loro di farlo sulla base delle vostre azioni, non dei vostri proclami. Visto l’ultimo scrutinio mi sa che il tempo delle chiacchiere è passato; forse ora siamo a quello dei fatti. E allora, come dicono a Roma: che volemo fa’?

(«Il Caffè», 20 giugno 2014)

S. Corradino, G. Santelli (a cura di), A sinistra! Un futuro possibile, ed. Melampo, 2014

Siamo davvero nell’epoca della fine delle ideologie, di tutti gli -ismi, dei “pensieri forti”, come spesso si dice? O siamo soltanto nell’era in cui il pensiero dominante - quello razionalista-capitalista - cerca di imporre non solo la sua supremazia, ma perfino la sua unicità, presentandosi come unico possibile? Questo problema investe anche la celebre domanda: “Ha ancora senso parlare di destra e sinistra in politica?” ed influenza evidentemente il nostro modo di intendere la democrazia e di parteciparvi. Sembrerebbe d’altronde che le differenze - non tanto tra gli schieramenti parlamentari o i singoli partiti - siano evidenti, e diano luogo a due ben distinti modi di vedere e di volere il mondo: da un lato (a sinistra) si accentua la possibilità di plasmare la realtà secondo le esigenze del momento, mantenendo (e finanche relegando) sullo sfondo i principi ideali; dall’altro, i principi vengono posti così tanto in evidenza che la prassi sociale è costretta ad adeguarvisi (come ad esempio nel caso delle decisioni in materia di bioetica, prese più sulla base di quegli ideali che dei desideri degli interessati). Comunque la si pensi al riguardo, una cosa è certa: sia la destra sia la sinistra, almeno in Italia, sono vive e vegete e si caratterizzano per questa differenza nell’impostazione, la quale investe a valle tutte quelle tematiche fondamentali che non sono appannaggio esclusivo né dell’una né dell’altra, come il lavoro, l’uguaglianza, l’ambiente, la solidarietà.
Differenza che si afferra tanto più nel dialogo con chi la sinistra la conosce di prima mano e da sempre: politici come Stefano Rodotà, Pippo Civati e Nichi Vendola, insieme a due nomi del Movimento 5 Stelle, Mario Michele Giarrusso (“ortodosso”) e Francesco Campanella (“dissidente”), esponenti del mondo della cultura come Moni Ovadia, Dacia Maraini, Fiorella Mannoia, Vauro e di quello sindacale (Maurizio Landini). Dieci riflessioni in forma d’intervista, da cui emerge che la politica in Italia ha un grande bisogno di tornare in mezzo alla gente (compito questo quanto mai urgente, ora che “la piazza” viene incitata quotidianamente a rivoltarsi contro “il palazzo”), smettendola di affidarsi al capo carismatico di turno e puntando con tutte le proprie forze alla ricostituzione della coesione sociale, madre di ogni benessere, oggi spezzata. Immediato e fuori dai denti, senza arzigogoli in “politichese”, come la politica dovrebbe essere. Ogni giorno.

S. Corradino, G. Santelli (a cura di), A sinistra! Un futuro possibile, ed. Melampo, 2014.

(«Mangialibri», 18 giugno 2014)