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sabato 8 ottobre 2016

Intervista al Presidente della Cooperativa Istituto Sant'Antida onlus


Dopo oltre cento anni di insegnamento, la scuola di Sant’Antida chiude i battenti: i problemi economici non permettono oggi alla Società Cooperativa Istituto Sant’Antida Onlus di tenere in funzione né le cinque classi della scuola primaria, né gli asili. Ne abbiamo parlato con il Presidente, dott. Vincenzo Farina, che ciò nonostante non rinuncia alla speranza...

La scuola di Sant’Antida chiude. Parafrasando l’espressione d’oltreoceano, potremmo dire che si pensava ad essa come a un’istituzione troppo antica per finire. Eppure ci siamo.
Abbiamo tentato fino all’ultimo di salvare almeno l’asilo e il nido, ma non è stato possibile. L’obiettivo era tenere in qualche modo aperta la scuola con questo nucleo minimo di servizi, e in prospettiva di riprendere l’anno prossimo con la prima classe elementare e crescere di nuovo, pian piano. Non eravamo stati i soli a sperarlo, c’erano stati anche segnali incoraggianti in tal senso.
In che senso?
Da più parti mi avevano chiedono di fare l’impossibile perché il Sant’Antida non chiudesse. Anche l’Amministrazione comunale si era espressa in tal senso: e questo non è strano, se si pensa che il Comune – in quanto erede del patrimonio De Dominicis – è tenuto a gestire questa scuola. Non va dimenticato infatti che sono passati vent’anni da quando ci fu chiesto, poiché il Comune non disponeva del personale idoneo, di gestire la scuola, e noi accettammo, affiancando gli asili alla scuola elementare già gestita dalle suore. Ora si torna al punto di partenza, con il Comune che ha lo stesso problema di allora, cioè gestire la scuola in una situazione di penuria: basti pensare che i nidi accreditati sul territorio casertano sono solo tre, e il Sant’Antida è uno di questi.
Se le cose stanno così: come si è potuti arrivare a questo punto?
C’è stata una coincidenza sfortunata di cause che ci ha colti di sorpresa: sono venute meno contemporaneamente le due principali fonti di sostentamento per la scuola, i trasferimenti economici da parte dello Stato, ormai in ritardo da un anno e mezzo, e il calo drastico del numero delle iscrizioni.
Si potrebbe vedere in quest’ultimo elemento un demerito della gestione.
Ma non è così: l’esodo di bambini cui abbiamo assistito è stato tanto massiccio quanto improvviso. E quindi imprevedibile. Noi abbiamo aperto regolarmente la scuola il 1 settembre, e con i numeri giusti, per così dire. Dopodiché, con nostra grande sorpresa, a partire dall’8 di settembre, i bambini hanno cominciato a spostarsi altrove, in gruppi sempre più nutriti, senza una spiegazione. Si potrebbero fare mille congetture. Ma la verità è che non sappiamo cosa sia successo: tuttora non riusciamo a spiegarcelo.
Sono stati questi gli unici problemi?
Pur non essendo quello principale, non va trascurato il costo del contratto di locazione (prima si trattava di una concessione), che nonostante non sia alto in proporzione all’ampiezza dello spazio concesso, si fa sentire notevolmente in bilancio.
Ma il Comune, dicevamo, ha tutto l’interesse a dare una mano affinché la cosa potesse andare avanti…
All’atto pratico, l’unica cosa che mi hanno saputo dire è stata di mettermi in regola con i canoni di locazione e tenere in piedi l’attività. Senza comprendere che così la cosa non ha nessun senso, in mancanza dei bambini; e che non ci sono risorse per pagare gli stipendi del personale, figuriamoci dei canoni di locazione...
Avendo capito che la difficoltà fondamentale era di carattere economico, il Comune avrebbe almeno potuto fare pressione sugli organismi dello Stato affinché i trasferimenti dei contributi economici vengano effettuati quanto prima?
Questa è sempre stata una cosa di cui si sono preoccupate le scuole, non il Comune. Difficile immaginare che potesse cominciare a interessarsene stavolta. Abbiamo provato a contare solo sulle nostre forse, che erano l’unica cosa che avevamo, fino alla fine.
Il trasferimento delle suore può aver inciso in qualche misura?
No, si tratta solo di un’ennesima sfortunata coincidenza. È stato un dramma che non c’entra niente con le difficoltà di bilancio, ma cui avremmo preferito non dover assistere, soprattutto in questo momento.
Stiamo davvero per scrivere la parola “fine” a questa storia che ha più di 100 anni?
Ahimè sì. Se non ci saranno nei prossimi giorni offerte per rilevare l’attività didattica, entro la fine dell’anno contabile la cooperativa verrà messa in liquidazione.

giovedì 25 giugno 2015

S. Campregher, Monster English, ed. Erickson, 2015

Da un pianeta molto lontano è arrivato Fluffy, un simpaticissimo mostriciattolo che – atterrato per sbaglio qui da noi – non sa più come tornare a casa, perché la sua astronave si è rotta. Per fortuna ha incontrato Jason e Summer, due bambini che lo stanno aiutando a ricostruire la navicella, un pezzetto alla volta e che nel frattempo… gli stanno insegnando un pochino di inglese. Che ne diresti di aiutarli? Potresti incollare anche tu qualche pezzetto, e con l’occasione imparare l'inglese insieme a loro. Divertendoti. Non devi preoccuparti se non l'hai mai fatto prima: anche Fluffy è nuovo non l’ha mai parlato, e può cominciare a imparare solo cose semplici: i nomi dei colori, a contare, quello che c'è nello zainetto per la scuola, i giocattoli e gli animaletti...
Monster English – rivolto a bambini della scuola primaria e articolato su 5 volumi di grande formato e di 48 pagine, coloratissimi e con inserto – si basa su un approccio comunicativo (per il quale la lingua è uno strumento di comunicazione e viene appresa solo quando viene parlata in un contesto di vita reale, come ad esempio quello del gioco tra amici). Gli argomenti vengono trattati in modo graduale e presentati tanto nella forma affermativa quanto in quella interrogativa e negativa. Obiettivo dell’intera serie è il raggiungimento del livello A1 del Quadro Comune Europeo, corrispondente alla comprensione e all'uso di espressioni quotidiane in contesti di interazione (fino a imparare a parlare di Londra, dei mezzi di trasporto, dello shopping, del denaro e del lavoro). Tramite l'uso dei codici QR contenuti nei volumi è possibile accedere alle risorse aggiuntive online, anche audio. Insomma: tutto quanto serve per diventare “mostri in inglese”!


S. Campregher, Monster English, ed. Erickson, 2015.

(«Pagina3», 25 giugno 2015; «Mangialibri», __)

venerdì 24 aprile 2015

S. Andrich, M. Turrini, SOS esame di terza media, ed. Erickson, 2015

Quando andavo a scuola (sto parlando degli anni ’80, eh, non del mesozoico) le interrogazioni mi terrorizzavano; gli esami peggio ancora. Oggi, a quanto pare, le cose non stanno molto diversamente, segno probabilmente che la scuola - nonostante i tanti sforzi anche fruttuosi verso l’inclusione e l’orizzontalizzazione - non ha ancora raggiunto la piena consapevolezza (in sé come negli altri) di essere un servizio educativo. Quello che resta è la paura degli studenti di fronte all’esame di terza media in particolare: un po’ per la sua valenza simbolica - si tratta di un momento di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, e di quel momento specifico in cui si farà la scelta della scuola superiore, primo atto pubblico di autoindividuazione. Per alcuni ragazzi c’è l’aggravante della dislessia, o di altri DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e la preoccupazione può aumentare: riuscirò a utilizzare correttamente gli ausilii tecnologici? Il mio metodo di studio funzionerà? Riuscirò a essere all’altezza e a farmi valere?
Spesso - spiegano Silvia Andrich e Massimo Turrini, entrambi psicologi specializzati in Psicopatologia dell’Apprendimento - si può supplire con successo a una carenza funzionale con una integrazione organizzativa (oltre che strumentale, chiaramente): soprattutto un metodo di lavoro collettivo e cooperativo può mettere l’alunno con DSA nelle condizioni migliori per (ri)scoprire le proprie potenzialità nell’ambito del lavoro scolastico, e alimentare così quell’autostima che è importante in questi casi quanto la conoscenza stessa. Il libro si rivolge sia agli studenti sia ai genitori, e affronta gli aspetti psicologici, normativi e metodologici a tuttotondo. Con due appendici contenenti materiali utili per l’alunno e una nota sullo svolgimento delle prove INVALSI 2014 per gli allievi con BES (bisogni educativi speciali).


S. Andrich, M. Turrini, SOS esame di terza media, ed. Erickson, 2015.

(«Mangialibri», 24 aprile 2015)

lunedì 22 settembre 2014

T. Travaglino, La scuola bocciata, ed. Dissensi, 2014

Il professore, dopo averci a lungo pensato, ha maturato la sua decisione: prenderà un anno sabbatico. È irrevocabile: lui pensa a lungo prima discegliere, valuta pro e contro da ogni angolazione, ma quando decide… non c’è appello. Forse è una “testa dura”, come dice qualcuno; o forse ha capito meglio degli altri che la sua aspirazione non può più aspettare: deve mettersi a scrivere. E i suoi alunni, che dice di amare al di sopra di ogni altra cosa? Sarà dura, ma li rivedrà l’anno prossimo. E come farà per dodici mesi senza stipendio? Tutto calcolato, ha già chiesto un prestito. L’impulso, ormai, non può più essere tenuto a freno: le cose tutt’intorno si sono fatte talmente gravi che il solo attendere un minuto di più sarebbe un delitto…

sabato 7 giugno 2014

D. Ianes, L’evoluzione dell’insegnante di sostegno, ed. Erickson, 2014

«Io voglio fare come gli altri» scrive in classe un alunno disabile per esprimere il suo ideale di una scuola pubblica uguale per tutti, non nel senso banale del termine (quella cioè di un’assurda e irrealizzabile, oltre che contro producente, proposta educativa “standard”), bensì nel senso di una scuola che riesca a tenere tutti insieme, sapendo distinguere (senza però separarle) le specificità (anche quelle più problematiche) ed offrendo una formazione che sia veramente in grado di dare a ciascun alunno ciò di cui ha bisogno.
A questo livello, “inclusività” è in certo modo sinonimo di “sostegno”. Anzi, più precisamente, le due idee si implicano a vicenda, eppure - afferma Dario Ianes, ordinario di Pedagogia e Didattica speciale all’Università di Bolzano, nel suo ultimo L’evoluzione dell’insegnante di sostegno. Verso una didattica inclusiva (ed. Erickson) - è un fatto che i 110.000 insegnanti di sostegno operanti nella scuola italiana siano in gran parte insoddisfatti.

sabato 24 maggio 2014

E. Nardo, Prof, non capisci niente! Manuale di sopravvivenza per insegnanti sotto stress, ed. Erickson, 2014

Non è un buon momento, soprattutto in Italia, per gli insegnanti: i tanti tagli alla spesa nella scuola, l’aumento della pretesa da parte della società e del legislatore (si fa un gran parlare di “inclusività”: ma poi i mezzi per realizzarla dove sono?), la caduta verticale di prestigio e soprattutto le nuove frontiere dell’apprendimento (sempre più estese ed eclettiche in direzione di un autoapprendimento tanto interessante quanto rischioso), rendono il mestiere del “Prof” complicato quanto mai.
Dopo tanti libri di “tecnica” per insegnanti, (abbiamo recentemente avuto la felice occasione di parlare della cosiddetta “classe capovolta” - o “flipped-classroom”, per dirne una), Prof, non capisci niente! Manuale di sopravvivenza per insegnanti sotto stress, di Emanuela Nardo (ed. Erickson) si occupa della “tattica”, necessaria ai docenti per gestire le situazioni difficili, anche dal punto di vista emotivo. Ricco di schede operative, collocate alla fine di ogni capitolo, e basato sull’analisi delle situazioni che l’insegnante si trova ad affrontare e delle cose che tipicamente gli vengono dette dagli studenti (dal celebre “Non sa niente di noi” al celeberrimo “Ma a che cosa serve?”), questo libro conduce i docenti (indipendentemente dall’età, dall’esperienza, dalla formazione) a venir fuori dal pantano dello scontro con la propria classe, spesso generato semplicemente da una comunicazione inadeguata.


E. Nardo, Prof, non capisci niente! Manuale di sopravvivenza per insegnanti sotto stress, ed. Erickson, 2014, pp. 180, euro 16.

(«Pagina3», 24 maggio 2014)

giovedì 15 maggio 2014

AA.VV., Disabilità intellettiva a scuola. Strategie efficaci per gli insegnanti, ed. Erickson, 2014

L’ambizioso obiettivo del volume Disabilità intellettiva a scuola. Strategie efficaci per gli insegnanti, appena pubblicato dall’editore Erickson, è fornire un quadro della disabilità intellettiva che sia al contempo completo, aggiornato e utile. Obiettivo pienamente conseguito grazie ai contributi dei maggiori esperti del settore a livello mondiale, tra i quali spiccano i nomi di Dario Ianes - docente dell’Università di Bolzano - e di Carlo Scataglini - docente dell’Università de L’Aquila.
Scritto con il taglio pratico che caratterizza la collana “Le Guide”, il libro rivolge la sua attenzione alle procedure e agli strumenti diagnostici più attuali; alle modalità di programmazione didattica e ai metodi di intervento utili all’attivazione delle potenzialità di sviluppo e di apprendimento negli alunni con disabilità intellettiva; ai risultati sperimentali consolidati nel panorama scientifico internazionale. Un’opera dall’altissimo livello contenutistico e dalla grande densità e pregnanza, la cui chiarezza espositiva è a sua volta supportata da un impeccabile progetto grafico e dalla abbondante disponibilità di risorse aggiuntive online.


AA.VV., Disabilità intellettiva a scuola. Strategie efficaci per gli insegnanti, ed. Erickson, 2014, pp. 370, euro 18,50. Grande formato.

(«Pagina3», 15 maggio 2014)

sabato 10 maggio 2014

Ritratti: Mario Lodi


Bando alla retorica commemorativa: Mario Lodi, scomparso lo scorso 2 marzo, è stato un educatore di quelli che lasciano il segno. Grande innovatore, seppe portare in Italia le idee pedagogiche del francese Célestin Freinet, contribuendo a dar vita al Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) che ancora oggi porta avanti il “metodo attivo” e la “scuola popolare”.
Cosa fa di lui una “star” della pedagogia italiana? Come spesso accade in questi casi, sono le piccole cose a rendere grande il messaggio. In primo luogo l’idea che l’insegnamento debba essere aperto a tutti, non nelle chiacchiere dei benpensanti o nelle buone intenzioni - pur lodevoli - dei mandati normativi: la scuola va portata nelle periferie, nelle zone rurali, di montagna, dovunque si annidino gruppi di cittadini pronti ad apprendere; è il maestro che va dagli allievi, se necessario. In secondo luogo, l’idea che l’apprendimento debba essere cooperativo, basato cioè sulla collaborazione spontanea tra gli alunni della classe (seppur giovandosi della guida di un insegnante). Non la competizione, dunque, fondata sulla disponibilità dell’informazione teorica, ma la solidarietà nell’esplorazione del nuovo (pungolo della creatività; aspetti di cui si parla nelle due interviste di questa settimana, a Marco Rossi-Doria - il quale, oltre che sottosegretario all’istruzione, ha collaborato con Lodi al MCE - e ad Alberto Pellai, che ha scritto con Mario Lodi e Vera Slepoj un libro a 3 mani sul ruolo della TV nell’educazione).
Sulla televisione in particolare si è concentrata una delle critiche più acuminate di Mario Lodi: quella verso uno schermo che avrebbe potuto potuto portare la cultura a tutto il Paese e che invece ha preferito veicolare nient’altro che il divertimento; e fatalmente, con esso, la pubblicità commerciale.
Con ogni probabilità, è il momento di leggere - o di rileggere - i tanti libri di Mario Lodi. Per scoprire quanto siano attuali, in una società che continua a correre dietro alle mode e al consumo. Cosa che non ci fa onore; ma che almeno potrebbe, si spera, farci riflettere un po’.

(«Il Caffè», 9 maggio 2014)

venerdì 9 maggio 2014

D. Novara, C. Di Chio, Litigare con metodo, ed. Erickson, 2013

Dopo aver spiegato - nel suo precedente Litigare per crescere, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare - che il litigio fra bambini non è affatto qualcosa da evitare sempre e comunque, come se in esso risiedesse “il fallimento dell’educazione”, bensì una tappa del processo di socializzazione e di scoperta di sé e degli altri (che l’educatore deve saper gestire, ma non soffocare), Daniele Novara torna oggi a parlare - nel suo ultimo Litigare con metodo. Gestire i litigi dei bambini a scuola (ed. Erickson), scritto con Caterina Di Chio - proprio di questo difficile compito che è la gestione dei litigi a scuola, dove l’autonomia dell’insegnante è limitata rispetto a quella del genitore e dove la presenza di tanti bambini rende più delicato e problematico ogni intervento.
Con un linguaggio semplice e diretto l’autore mostra che il litigio non è per niente una forma degenerata di confronto,

venerdì 2 maggio 2014

M. Veladiano, Parole di scuola, ed. Erickson, 2014

«Non solo essere docenti non è più in alcun modo prestigioso. E pace. Ma non è quasi neppure dignitoso nel comune sentire. Si parte a insegnare con un debito di fiducia, ed è tutto da dimostrare l’esser bravi insegnanti. “Almeno il postino prende la pioggia”, ha detto uno studente che contestava la fatica dell’insegnante».

Con questo rovesciamento fanno oggi i conti le scuole, i presidi, i professori. Ma anche con riforme scolastiche inadeguate e tagli ciclopici alla spesa, proprio mentre si pretendono al contempo prestazioni eccezionali vòlte all’inclusività e alla competitività. Con quali parole parlarne? Quelle solite - identità, integrazione, equità, empatia - ma che tra i banchi, con i genitori, dall’altra parte della cattedra assumono un sapore, un significato, una missione diversa: la scuola ha ancora qualcosa da dire alla società, a cominciare dagli alunni.
Parole di scuola, di Mariapia Veladiano (ed. Erickson), non è solo un libro sulla scuola, ma è un libro che viene dalla scuola, senza pretese apologetiche o agiografiche, con la genuinità e la pregnanza di chi la conosce davvero, nelle sue debolezze ma anche nelle sue eccezionali potenzialità.

Mariapia Veladiano, laureata in filosofia e teologia, ha insegnato Lettere per più di vent’anni ed è oggi Preside a Rovereto. Collabora con «Repubblica», «Avvenire» e «Il Regno». Nel 2010 il suo primo romanzo, La vita accanto, ha vinto il Premio Calvino; l’anno dopo è arrivato secondo al Premio Strega. Tra le sue ultime pubblicazioni: Il tempo è un dio breve (2012), Messaggi da lontano (2012) e Ma come tu resisti, vita (2013).


Mariapia Veladiano, Parole di scuola, ed. Erickson, 2014, pp. 120, euro 9.

(«Pagina3», 2 maggio 2014)

domenica 30 marzo 2014

Cara TV con te non ci sto più. Intervista ad Alberto Pellai sulla critica di Mario Lodi alla televisione

Alberto Pellai, medico e ricercatore presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, si occupa di prevenzione in età evolutiva. Conduce corsi di formazione per genitori e docenti, e nel 2004 ha ricevuto dal Ministero della Salute la medaglia d’argento al merito della sanità pubblica. Collabora con Radio 24 e ha pubblicato numerosi volumi, quasi tutti con le Edizioni Erickson di Trento. Ha scritto con Mario Lodi (e con Vera Slepoj) il libro Cara Tv con te non ci sto più. Come «Resistere» al potere della televisione (ed. FrancoAngeli, 1997). L’abbiamo intervistato a proposito del rapporto di Mario Lodi con la televisione.

Come ha conosciuto Mario Lodi?
All’epoca mi interessavo del rapporto tra l’educazione familiare e la televisione; avevo appena scritto un libro dal titolo Il bambino che addomesticò la televisione - che trattava proprio della possibilità per le famiglie di dare una buona “teleducazione” ai bambini; nello stesso momento Mario Lodi aveva scritto il suo La TV a capotavola e stava dando il via alla petizione (con raccolta di firme a livello nazionale) volta a cambiare la TV. Ci siamo incontrati grazie a questo interesse comune, finendo per unire le nostre forze nel progetto di un nuovo libro, Cara TV con te non ci sto più, scritto a 3 mani (c’era anche Vera Slepoj), del quale ho curato la parte più psicologica, mentre lui parlava della petizione (era riuscito a raccogliere oltre mezzo milione di firme) presentando al contempo delle lettere di genitori ed educatori che gli avevano scritto riguardo al binomio televisione-educazione.
Eppure sappiamo che Mario Lodi non è stato sempre contrario alla televisione; anzi, almeno inizialmente, vi intravedeva una nuova possibilità per l’educazione. Che è successo da quel punto in poi?
Inizialmente ha creduto in una TV che avesse una valenza pedagogica, educativa, non una TV del divertimento. Del resto egli ha sempre sostenuto che i bambini dovevano divertirsi giocando, e giocando insieme, con i giocattoli - non solo e non principalmente quelli dell’industria, ma anche e soprattutto quelli che riuscivano a costruirsi da soli o in gruppo con le risorse della natura. Eppure la TV conservava il fascino del mezzo d’istruzione che può arrivare a tutti, ovunque si trovasse; chiunque, in campagna, in montagna, nelle zone più lontane dai “centri culturali”, poteva avere accesso ad un’autoformazione diffusa e condivisa. Possibilità sconosciuta alle generazioni precedenti, inimmaginabile senza la potenza della TV. Mario Lodi credeva in una televisione “alta”, di qualità, che avesse alle spalle un progetto culturale. È chiaro quindi che la TV degli ’80 - che vedeva nei propri spettatori dei soggetti da formare non alla cultura, ma al consumo - era destinata a deluderlo.
Quindi il discorso di Mario Lodi non è rivolto solo agli studenti in età scolare, ma in primo luogo agli adulti.
Sì, la sua era una preoccupazione educativa che non si rivolgeva solo ai bambini ma all’intera società, facendo in parte propria la lezione del filosofo Karl Popper, che proprio in quegli anni pubblicava il suo Cattiva maestra televisione, in cui denuncia il fatto che la TV fosse diventata uno strumento nelle mani di una lobby che la sfruttava a fini unicamente commerciali.
Che impatto ha avuto su questo tema il vostro libro?
In realtà quel libro è rimasto una pubblicazione un po’ di nicchia, probabilmente anche a causa del mutamento che l’epoca stava subendo. Ricordo che non molto tempo prima io - come lo stesso Lodi - giravo l’Italia di scuola in scuola per dare consigli ai genitori su come dare una buona “teleducazione” ai figli; c’era un grande interesse per la questione e ricevevo richieste continue, da ogni parte del Paese. All’uscita del libro, invece, le cose erano già cambiate, e tutto questo interesse sembrava svanito. Non è difficile indovinarne le cause: erano gli anni in cui si stava passando da “uno schermo televisivo in ogni famiglia” a “uno schermo televisivo per ogni membro della famiglia”. Fu quel periodo in cui il regalo-tipo per la prima comunione del bambino era un televisore nuovo per la cameretta (non per niente questa era anche la copertina del libro: un bambino davanti allo schermo che proietta un cartone dell’orrore). A loro volta, quelli sono stati gli anni che hanno anticipato la generazione dei “nativi digitali”, i quali hanno a propria disposizione più di uno schermo (PC, TV, smartphone, tablet ecc.).
Quindi potremmo dire cha a vent’anni di distanza da quei libri e da quella petizione queste idee rimangono attuali?
Basti osservare che l’ultimo ventennio ha visto la TV penetrare - grazie alla spinta di una lobby dapprima economica, poi anche politica, soprattutto in Italia - prepotentemente nelle famiglie, con l’effetto di ridurre negli adulti la consapevolezza del proprio ruolo di educatori, rispetto all’impatto che gli schermi hanno nelle nostre vite e sulle nostre vite. Non è un caso che adesso i giovani si trovino alle prese con una molteplicità di schermi, senza che i genitori siano in grado di valutarne le conseguenze. Questo era proprio il tema del romanzo sulla televisione di Mario Lodi, La TV a capotavola, basato sull’intuizione che la presenza di una TV in ogni famiglia avrebbe prima o poi monopolizzato le relazioni e fatto male a tutti, non solo ai bambini.
Eppure ci sono professori più ottimisti al riguardo, per i quali i giovani mostrano oggi una consapevolezza sull’uso degli schermi che i loro genitori non hanno mai possseduto.
In realtà c’è questa teoria ultradiffusa del “bambino competente”, che sarebbe capace più degli adulti di auto-orientarsi, auto-regolarsi, auto-determinarsi. Da psicologo osservo invece il contrario: cioè l’effetto destabilizzante di questi strumenti, che fanno saltare la consueta attitudine umana a compartimentare le attività (distinguendo gli ambiti) e a darsi delle regole. Gli schermi si muovo infatti in direzione opposta, verso l’assenza di regole e di limiti: sono sempre accesi ed invitano (anzi, sfidano) non a fermarsi a un certo punto, ma ad andare sempre più avanti (si pensi ai videogiochi). Se a questo si aggiunge che sono anche fortemente “uncinanti” ed eccitanti, si capisce bene di quale tipo di “educazione” siano portatori. C’è infine un esperimento che tutti i genitori possono fare semplicemente a casa propria: dire al figlio che gli permetteranno di giocare al computer per un’ora sola. Al termine del periodo, invariabilmente si sentiranno rispondere: “Come, è già passata un’ora? Mi sembrava di aver appena cominciato!”. In questa risposta c’è l’evidenza che il tempo - dentro a uno strumento tecnologico di questa natura - non va alla stessa velocità del tempo della vita reale, e di conseguenza finisce per dissociare dalla vita reale, gettando il bambino in un mondo parallelo che ha altre regole, altri tempi, altre modalità di fruizione.
Cosa consiglierebbe a dei genitori che vogliano recuperare la lezione di Mario Lodi oggi, su questo tema?
Essere genitori vuol dire non delegare agli strumenti tecnologici - che sono dei baby-sitter fantastici: si può perfino arrivare a dimenticarsi di avere un figlio quando questi è in compagnia di uno schermo - il proprio ruolo di educatori. Bisogna prendere coscienza che questi strumenti colonizzano le potenzialità di pensiero, la creatività e l’espressività della mente del bambino. Cosa dire dunque ai genitori? Una cosa molto semplice: non consegnate i vostri figli nelle mani della tecnologia. Non rinunciate a fare i genitori. Nessuno schermo, per quanto iridescente, può sostituirvi.
(«Pagina3», 30 marzo 2014; «AgoraVox, 7 aprile 2014; «Il Caffè», 9 maggio 2014)

sabato 29 marzo 2014

Più scuola per tutti. Intervista a Marco Rossi-Doria sull’insegnamento di Mario Lodi


Marco Rossi-Doria - insegnante della scuola primaria, politico e “maestro di strada” - è stato sottosegretario all’istruzione dal 2011 al 2014 nei governi Monti e Letta. Membro del Movimento di cooperazione educativa, è autore del volume Di mestiere faccio il maestro (ed. L’àncora del Mediterraneo). L'abbiamo ascoltato a proposito del pensiero del maestro Mario Lodi, appena scomparso.

Mario Lodi: un uomo, un insegnante, un esempio. Possiamo dire: “unico”?
Dire “unico” è forse eccessivo, perché Mario Lodi faceva parte di un gruppo di insegnanti che dopo la Seconda guerra mondiale hanno portato in Italia il pensiero di Celestine Freinet e della “scuola popolare”, già allora molto affermato in Francia, che si basava su una pedagogia e una didattica laboratoriali, il cosiddetto “metodo attivo”. Furono tanti i portatori di questa prospettiva in Italia, grazie ai quali si fondò il Movimento di cooperazione educativa (MCE), di cui Mario Lodi fu certamente uno dei principali esponenti. Si trattò dunque non dell’ispirazione di un singolo, ma di una linea educativa - fatta non solo di modelli pedagogici ma anche di politiche pubbliche in favore dell’educazione dei bambini nella scuola - ben più ampia, riconducibile peraltro a Dewey, figura che giganteggia in quest’ambito.
In cosa consiste la novità di Mario Lodi?
Direi nella chiarezza con cui intendeva portare l’insegnamento su di un piano realmente universale, cioè anche nei quartieri periferici delle città e fin nelle più remote zone rurali del Paese. Affinché tutti - braccianti, operai, bottegai, casalinghe ecc. - potessero accedere alla conoscenza, come la Costituzione suggerisce e impone.
E in cosa sta la sua attualità?
Soprattutto in una didattica non verticale, che pretenda di passare le conoscenze in linea retta da un maestro a degli allievi, bensì circolare, dove gli alunni si istruiscano a vicenda - guidati dal maestro - tramite l’esperienza e il lavoro comune. È il gruppo la forza dell’apprendimento, non l’insegnamento: questa è la grande novità - ancora fortemente attuale - che Mario Lodi ci ha insegnato.
Il metodo di Mario Lodi punta a formare l’insegnante contestualmente agli alunni. Che significa?
Significa che quando si impara in maniera cooperativa e si forma un gruppo di insegnanti, la formazione non consiste nello spiegare in teoria come si dovrebbe procedere nell’insegnamento, ma nel condividere in pratica l’esperienza che quegli insegnanti ripeteranno poi insieme ai loro alunni. È un metodo di apprendimento basato sulla pratica - in altri casi sull’osservazione, anche reciproca - che insegna agli insegnanti a trasmettere genuinamente le conoscenze che hanno, a partire dalla loro propria esperienza. Ciò senza che venga meno la necessaria riflessione critica (supportata dalla scienza e dalla teoria), che porta ad approfondire e a verificare personalmente le proposta pedagogiche.
Quindi al centro abbiamo da un lato la creatività e dall’altro l’esperienza.
La creatività, l’esperienza e poi senz’altro - lo ribadisco - la teoria, perché è chiaro che dietro questi “dispositivi pratici” c’è la riflessione della psicologia, delle scienza cognitive ecc.
Cosa rimane di Mario Lodi nella scuola italiana di oggi?
Io direi che l’insegnamento di Mario Lodi è penetrato nella scuola italiana in almeno due sensi: in un primo senso questa pedagogia ha informato le indicazioni che il Ministero dell’istruzione dà ancor oggi a tutta la scuola italiana; possiamo dunque dire che il messaggio ha messo a tal punto radici da diventare il fondamento delle direttive pedagogiche della Repubblica. Poi - e qui vengo al secondo punto - ci sono tutti quegli insegnanti che hanno tratto e continuano a trarre giovamento dall’insegnamento di Mario Lodi e dall’esperienza di MCE, fermamente intenzionati a portarne avanti il messaggio.
È ancora sostenibile la sua critica radicale alla televisione?
La critica di Mario Lodi alla televisione si è sviluppata in due fasi: nel primo periodo della televisione, quando non era ancora così invadente, egli rimase possibilista nei confronti di un mezzo - del quale criticava alcuni aspetti, ma in maniera soft - che poteva offrire prospettive educative nuove e accessibili a tutti. Quando la televisione diventò invece quella che conosciamo oggi, divenne subito molto critico, e quello che è interessante è che la sua critica - espressa nel suo libro sulla televisione [La TV a capotavola, N.d.R.] - investì in maniera effettivamente radicale non solo i bambini, ma anche gli adulti, ai quali la televisione rischiava di sottrarre tempo prezioso per l’osservazione, per la riflessione, per le relazioni… in cambio di poco o nulla. Tuttavia vorrei chiudere questa riflessione sulla televisione con uno spunto, diciamo così, più ottimista: i ragazzi di oggi - tanto gli adolescenti quanto gli ultraventenni - hanno imparato ad usufruire della televisione in maniera più ponderata, più attenta, più attiva rispetto alla generazione precedente, anche perché il loro apprendimento si alimenta in buona parte in rete (la quale a sua volta, lo sappiamo bene, non è esente da rischi). Credo quindi che l’immagine del tubo catodico come di qualcosa che spinge alla passività e all’annichilazione mentale… sia qualcosa d’altri tempi. Per essere più chiaro: non credo che si debba osannare la rete contro la televisione, perché ognuna mantiene in sé pregi e difetti, vantaggi e rischi. D’altro canto, ci saranno sempre battaglie da compiere in un senso o nell’altro; mi sembra semplicemente di poter cogliere una maggior luciadità e consapevolezza nell’uso che le nuove generazioni fanno del mezzo televisivo.
Quale parte del pensiero di Mario Lodi non è ancora stata recepita?
Non credo che ci sia qualche “parte” del discorso del professore che sia rimasta accantonata, misconosciuta o fraintesa del tutto. Direi piuttosto che - data la complessità e la ricchezza della sua opera, ma soprattutto dato che la parte maggiore (e migliore) del suo insegnamento ce l’ha data nell’esperienza che ci ha indotti a effettuare personalmente - parlerei piuttosto di quegli aspetti che emergono di più in una data epoca, un dato contesto o discorso, mentre altri rimasti in ombra magari per tanto tempo vengono fuori di nuovo all’improvviso. Mario Lodi resta per noi una continua riscoperta.
(«Pagina3», 29 marzo 2014; «AgoraVox», 9 aprile 2014; «Il Caffè», 9 maggio 2014)

mercoledì 26 marzo 2014

R. Gris, La caverna digitale. Educare alle nuove tecnologie, ed. Erickson, 2014

«Le nuove tecnologie, da sole, anche se si ingegnano a immettere altri sensi e la motricità complessa nei prodotti commerciali che conosciamo, non modificano il sostanziale dominio audiovisivo: pensare che un videogioco sostituisca le esigenze motorie di un essere umano è come ritenere di essere pronti ad affrontare una gara di mountain bike in un sentiero di un bosco alpino dopo essersi allenati con la bicicletta su un tapis roulant. È il momento che il nostro essere nel mondo-della-vita comporti un surplus di educazione estetica (e sinestetica) che coinvolga i sensi in un progetto pedagogico e, dunque, culturale».


Che cosa accadrebbe se, un giorno, le nuove tecnologie diventassero consuete a scuola? Se lo domanda Roberto Gris nel suo ultimo La caverna digitale. Educare alle nuove tecnologie (ed. Erickson), viaggio pedagogico-didattico di esplorazione delle possibilità di interazione fra l’uomo e la macchina nell’ambito di ciò che significa “conoscere”. Partendo dal mito platonico della caverna ed esaminando la tradizione dell’apprendimento umano (dalla narrazione di storie, al teatro, al cinema), l’autore si interroga sulle possibilità di superare l'egemonia occhio-orecchio verso forme di approccio alla realtà più estese, in una riflessione a cavallo tra filosofia e scienze cognitive e dell’educazione.

Roberto Gris è docente di Didattica dell’Immagine all’Università degli Studi di Verona e ricercatore presso il Laboratorio di comunicazione e narratività dell’Università degli Studi di Trento. Per le edizioni Erickson ha pubblicato: La pedagogia dei poop-corn. Il cinema come strumento formativo (2010).


R. Gris, La caverna digitale. Educare alle nuove tecnologie, ed. Erickson, 2014, pp. 128, euro 16,50.

(«Pagina3», 26 marzo 2014)

lunedì 17 marzo 2014

P. Mazzocchini, Studenti nel paese dei balocchi, ed. Aracne, 2007

Studenti nel paese dei balocchi, di Paolo Mazzocchini (ed. Aracne) parte dall’immagine collodiana del paese dei balocchi per delineare lo stato e la tendenza della scuola italiana dei nostri giorni: mentre il paese visitato da Pinocchio offriva la possibilità di vivere nella più completa libertà, in opposizione a una scuola caratterizzata dall’oppressione e dalla noia, la scuola d’oggi corre secondo Mazzocchini il rischio paradossale di trasformarsi proprio in quel paese dei balocchi che dovrebbe essere ai suoi antipodi. La direzione appare infatti all’autore marcata e inesorabile: una scuola che si senta in dovere di non scontentare nessuno e di accogliere tutti indistintamente, non può che andare incontro a un abbassamento del proprio standard didattico al livello del più ignorante dei discenti, rendendo così inadatta la propria opera a favore di tutti gli altri.
Colpevoli in primo luogo quei governanti che hanno progettato e realizzato colpo dopo colpo lo smantellamento dell’istituzione scolastica, a partire dalla drastica riduzione dei finanziamenti statali; ma colpevoli anche gli insegnanti, rei quanto meno di una scarsa intraprendenza ove non di connivenza.

domenica 16 marzo 2014

A.M. Venera, Giochi e attività per l’arricchimento linguistico, ed. Erickson, 2013

Non c’è modo migliore, per accrescere il patrimonio lessicale del bambino e incentivare le sue abilità narrative, che esercitarne il linguaggio facendolo sembrare un gioco. Anzi, un modo migliore c’è, spiega Anna Maria Venera nel suo Giochi e attività per l’arricchimento linguistico (ed. Erickson): esercitare il linguaggio del bambino proprio tramite il gioco. Nel volume vengono offerti 20 diversi giochi, per un totale di oltre 100 attività (realizzabili con il materiale allegato: 10 scenari, 20 gettoni smile, materiale iconografico per un totale di 444 carte, 276 tessere e 28 vignette, interamente illustrati a colori).
Basate su una ben precisa metodologia pedagogica e didattica (spiegata nella prima parte del volume), tutte le attività proposte sono in linea con le più recenti indicazioni ministeriali e sono suscettibili di adattamento al tipo di classe coinvolta.


Anna Maria Venera, Giochi e attività per l’arricchimento linguistico. Sviluppare le competenze lessicali, semantiche, narrative e descrittive nella scuola primaria, ed. Erickson, 2013, pp. 140, euro 21.

(«Pagina3», 16 marzo 2014)

venerdì 7 marzo 2014

C. Bortolato, Primi voli, ed. Erickson, 2013


Continua il viaggio delle edizioni Erickson nel metodo analogico di Camillo Bortolato, che con quest’opera in 3 volumi (Primi voli, interamente illustrata a colori) si estende al mondo dell’infanzia:
1. Fare. Disegnare, colorare e prepararsi a scrivere
2. Contare. Lettura intuitiva della quantità
3. Pensare. Topologia e classificazione
Il metodo analogico è una delle più grandi novità didattiche degli ultimi anni: basato sul calcolo intuitivo a partire dalle dita delle mani (con le quali i bambini - soprattutto nella scuola d’infanzia - hanno molta più familiarità che con pallottolieri o addirittura quaderni), il metodo è già stato esportato in Brasile e in India, e anche in Italia viene usato e diffuso con grande successo, riscontrato un apprendimento più semplice e rapido.
Primi voli è pensato per i bambini dai 3 ai 6 anni.


Camillo Bortolato, Primi voli. Apprendere nella scuola dell’infanzia con il metodo analogico, ed. Erickson, 2013, cofanetto con 3 voll. e 2 strumenti allegati, complessive pp. 550, euro 13,80.

(«Pagina3», 7 marzo 2014)

venerdì 7 febbraio 2014

M. Maglioni, F. Biscaro, La classe capovolta, ed. Erickson, 2014

«L’idea dell’insegnamento capovolto, tanto semplice quanto rivoluzionaria, è quella di fare in modo che i ragazzi possano studiare i video prima della lezione. Può sembrare banale, ma questo piccolo cambiamento permette di liberare in classe un’incredibile quntità di tempo. Questo spazio temporale può essere utilizzato per rispondere alle loro domande, per organizzare lavori di gruppo e per tante altre attività nelle quali il ragazzo viene ad assumere il ruolo di protagonista della sua formazione. La flipped classroom, o insegnamento capovolto, consiste quindi nell’invertire il luogo dove si segue la lezione (a casa propria anziché a scuola) con quello in cui si studia e si fanno i compiti (a scuola anziché a casa)».


Continua l’opera didattica “di frontiera” da parte dell’editore Erickson, da decenni specializzato nella pubblicazione di libri per la scuola caratterizzati dalla forte impronta innovativa e dal taglio pratico, il cui contenuto sia immediatamente fruibile dal lettore. Ispirato alle idee della Montessori e basato su un’esperienza pluriennale che attinge a quella statunitense e richiama un uso più disinvolto e meno diffidente della tecnologia, La classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom di Maurizio Maglioni e Fabio Biscaro invita a ripensare il ruolo del docente nella nostra epoca dell’informazione distribuita, nella quale l’insegnante non è più il detentore del sapere ma colui che può organizzarlo e incanalarlo, a vantaggio di studenti sempre più autonomi nel guidare la propria formazione. Un’intera sezione è dedicata alle FAQ (Il metodo funziona? Quali sono le sue basi teoriche? E se i ragazzi non guardano i video? ecc.). Con la Prefazione di Tullio De Mauro.

INDICE: Prefazione di Tullio De Mauro - Introduzione - Capitolo 1: Cos’è l’insegnamento capovolto - Capitolo 2: Preparare i video e allestire una videoteca - Capitolo 3: Studio individuale, svolgimento dei compiti e fase di interiorizzazione dei contenuti - Capitolo 4: Capovolgere la valutazione - Capitolo 5: La didattica per competenze - Capitolo 6: Il metodo flipped classroom in dieci domande - Conclusioni - Appendice - Bibliografia e sitografia.


M. Maglioni, F. Biscaro, La classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom, ed. Erickson, 2014, pp. 90, euro 16.

(«Pagina3», 7 febbraio 2014)

sabato 25 gennaio 2014

M. Ranieri e S. Manca, I social network nell'educazione, ed. Erickson, 2013

Si può criticare "la rete" e le sue tante emanazioni (dall'e-commerce al web 2.0) quanto e come si vuole; ma se questa critica non è utile a governare il processo che ne deriva - il quale, con ogni evidenza, al momento è in progressiva espansione - resta qualcosa di sterile, elitario e, tutto sommato, velleitario.
Da questa considerazione prende le mosse il bel volume di Maria Ranieri e Stefania Manca, I social network nell'educazione. Basi teoriche, modelli applicativi e linee guida (ed. Erickson): poiché internet penetra sempre di più nelle abitudini di tutti noi (e non solo delle giovani generazioni), tanto vale "farsela amica" e provare a cavarne qualcosa di utile per i nostri figli. Battuta a parte, le autrici (con l'attenzione specificamente rivolata ai social network - ormai sempre più su piattaforma mobile: smartphone, tablet ecc., e dunque sempre più onnipresenti -sottolineano e sviluppano il risvolto potenzialmente positivo della questione: conoscere queste tecnologie e comprendere i meccanismi con i quali esse si insediano stabilmente nei processi comunicativi dei giovani, vuol dire entrare negli ingranaggi del loro modo di vedere, pensare, apprendere il mondo. Qui si apre lo spazio per una didattica nuova - non condiscendente - ma al passo coi tempi nella misura in cui sa rendere digeribili le solite, buone, vecchie cose agli stomaci dei nativi digitali, tutt'affatto e innegabilmente nuovi.
Il confine tra apprendimento formale e informale si fa qui labile, a favore del secondo, accresciuto da una poderosa spinta all'autonomia (e alla responsabilità) del soggetto discente nella ricerca delle proprie fonti di conoscenza. Qui, dove pedagogia e tecnologia si incontrano (e forse, almeno in certi casi, si scontrano) il problema più grave può essere talvolta non la formazione dei ragazzi bensì, paradossalmente, quella dei professori, poco o nulla preparati (per non dire disposti) a un radicale cambio del paradigma educativo.
Basato su un'amplissima bibliografia quasi interamente in inglese (a conferma del fatto che si tratta di un lavoro pionieristico, soprattutto in Italia) e su una solida conoscenza del mondo de social network, il libro si offre anche al lettore non edotto tramite la chiarezza dell'esposizione e l'utilizzo di immagini, schede e tabelle esplicative.

INDICE
Prefazione di Giulio Trentin
Introduzione
1. Social network: origini e definizioni
2. Educare all'uso consapevole dei social network
3. Insegnare e apprendere con i social network
4. Formarsi nei social network: comunità informali e gruppi professionali
Conclusioni
Appendice 1. Schede di buone pratiche
Appendice 2. Schede tecniche
Glossario
Bibliografia
Sitografia

Maria Ranieri è Ricercatrice di Didattica e Pedagogia Speciale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell'Università degli Studi di Firenze, dove insegna Nuove Tecnologie e Apprendimento, E-Learning e Didattica Multimediale.

Stefania Manca è Ricercatrice presso l'Istituto per le Tecnologie Didattiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dove si occupa di tecnologie didattiche, apprendimento basato sulle tecnologie, formazione a distanza ed e-learning dal 1995.


M. Ranieri e S. Manca, I social network nell'educazione. Basi teoriche, modelli applicativi e linee guida, ed. Erickson, 2013, pp. 210, euro 18.

(«Pagina3», 25 gennaio 2014)

mercoledì 11 dicembre 2013

A. Canevaro, Scuola inclusiva e mondo più giusto, ed. Erickson, 2013

«Dobbiamo fare i conti con il fatto, decisivo, che l'apprendimento è nella pluralità. E che l'autonomia di un soggetto non è fare da solo, ma avere la padronanza delle proprie dipendenze. Questo significa che l'incontro con la diversità favorisce l'apprendimento, e che la sottrazione alla verità dell'incontro con l'altro, diverso, costituisce un sabotaggio».


Per una volta, l'integrazione scolastica non viene presentata come un fastidioso ma ineludibile dovere di accogliere l'"altro", lo "svantaggiato", da parte di chi non ne avrebbe bisogno, bensì come un'opportunità di arricchimento realmente reciproco e anzi come l'unico sistema davvero efficace per far fronte alle sfide pedagogiche, didattiche e umane del terzo millennio. Tra Bauman e don Milani, Ivan Illich e Hannah Arendt, Scuola inclusiva e mondo più giusto, di Andrea Canevaro (ed. Erickson) ci spiega che aspirare al passaggio dalla mera integrazione scolastica (limitata nello spazio e nel tempo al contesto della classe di assegnazione) alla più ampia e fruttuosa "inclusione" dei soggetti è possibile e alla portata di una società e di un sistema scolastico come quelli italiani. Con un'intervista esclusiva all'autore di Dario Ianes.


Andrea Canevaro, Scuola inclusiva e mondo più giusto, ed. Erickson, 2013, pp. 215, euro 18,50.

(«Pagina3», 11 dicembre 2013)

mercoledì 6 novembre 2013

M. Lodoli, Vento forte tra i banchi, ed. Erickson, 2013

“La scuola come la vita”: espressione stereotipa che nell’ultimo lavoro di Marco Lodoli si fa riflessione sulla decadenza della società italiana (e della civiltà occidentale), e parallelamente su quella della scuola, un tempo costruttrice di cultura e oggi ricettacolo dei tanti cattivi esempi che dalla politica, dai media, dall’economia filtrano fino alle giovani generazioni, infettandole anzitempo.
Vento forte tra i banchi è una sorta di diario o, se si preferisce, di meditazione sulle difficoltà che l’insegnante incontra quotidianamente con i ragazzi: maleducazione, indifferenza, superficialità. Cose di sempre? È probabile; ma che si presentano oggi in maniera nuova, chiamando a nuove sfide il docente, il quale si trova di fronte a ragazzi che non solo hanno i problemi tipici degli adolescenti di sempre (come l’irrequietezza e l’incontrollabilità), ma che hanno in più tutte le difficoltà tipiche di quest’epoca (come il sempre più diffuso deficit di attenzione: sono tantissimi i giovani incapaci di seguire il filo di un ragionamento e di mantenere la concentrazione per più di pochi minuti - non riescono neppure a vedere dall’inizio alla fine un film al cinema o una partita in televisione). Riflesso delle difficoltà che i ragazzi vivono per primi sulla propria pelle, disillusi - ancora minorenni - nei confronti della vita e della mobilità sociale, che vedono sempre più come un inganno e un’illusione. Soprattutto in periferia, dove Lodoli insegna, gli studenti - per molti dei quali la scuola sporca è scalcinata è comunque una reggia nei confronti della casa popolare in cui vivono - sanno già che il futuro appartiene a quelli che hanno i soldi e le conoscenze, mentre loro non ce lo avranno mai. La stessa parola “meritocrazia”, tanto sbandierata oggi quasi fosse un sinonimo di ”giustizia”, è per loro null’altro che un modo per tagliare fuori quelli come loro: loro che, al fondo della scala, non potranno mai “meritare” la vita più di quelli che, in cima alla scala, ci sono nati.
L’autore, pur partendo dalle difficoltà oggettive - come la mancanza di carta igienica e di quella per le fotocopie - non rinuncia all’idea di una scuola pubblica che “ce la può fare”, e che sola può continuare a trasmettere le idee di solidarietà e di destino comune che rendono forte e degna una società. Tra i racconti delle tante carriere bruciate in mezzo agli insuccessi scolastici, dei piccoli e grandi trucchi del mestiere, delle frustrazioni quotidiane ma anche delle soddisfazioni e delle gioie improvvise e folgoranti, Marco Lodoli invita studenti e insegnanti a riprendersi la “loro scuola”, per farla tornare ad essere quel prolungamento della famiglia e della società votato alla realizzazione del comune progetto di crescita e di cittadinanza. La scuola per la vita: un’occasione di crescita, e pubblica. Cioè di tutti.