Visualizzazione post con etichetta Guerra e pace. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra e pace. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2015

M.N. Nagler, Manuale pratico della Nonviolenza, ed. Gruppo Abele, 2014

Dai tempi di Gandhi abbiamo imparato a scrivere “nonviolenza” come una parola unica, la cui assenza di cesure sottolinea non già la contrapposizione (o la rinuncia) alla violenza, bensì una teoria e una pratica tutt’affatto differenti e nuove. Il rovescio della medaglia è che, da allora, abbiamo legato quel termine alla figura del mahatma; e, istintivamente, consideriamo quell’esperienza conclusa, come passato è ormai l’esempio del suo grande ispiratore. Dimenticando in tal modo che la nonviolenza ha proseguito il suo percorso, evolvendosi, grazie all’opera di tanti uomini di buona volontà che ci hanno creduto (tra cui l’italiano Danilo Dolci). E che la nonviolenza è oggi non solo più che mai necessaria - in un mondo in cui i grandi poteri tendono a espropriare i popoli in barba alla democrazia che pur vanno sventolando - ma che è una forma viva e vegeta di risoluzione dei conflitti, a tutti i livelli…
Michael N. Nagler, professore emerito di letteratura all’Università della California, è uno dei più illustri esponenti della nonviolenza. In questo Manuale pratico della nonviolenza (ed. Gruppo Abele) si dedica all’esplicazione degli aspetti più pratici, dall’approccio ai rapporti interpersonali all’organizzazione dei più ampi movimenti collettivi (si pensi a NoTAV in Italia, o a Occupy Wall Street). Fondamentale rimarcare che la nonviolenza non è affare di qualche sognatore o di quelli che una volta si chiamavano “obiettori di coscienza”: al contrario, essa è l’ultima risorsa di una società che - in questo momento di crisi più che mai - tocca con mano quanto sia necessario reclamare e difendere i propri diritti per ottenerne il più elementare riconoscimento.


M.N. Nagler, Manuale pratico della Nonviolenza, ed. Gruppo Abele, 2014.

(«il Caffè», 13 marzo 2015)

martedì 2 aprile 2013

Guerra e pace/3


Trina McDonald e Tia Christopher hanno qualcosa in comune. Sono entrambe donne, certo. E americane. Il nome di entrambe inizia con la lettere T e tutte e due fanno parte della Marina militare statunitense. Ma qualcosa in più le accomuna, a tutt’altra profondità: le due giovani soldatesse sono state violentate ripetutamente dai loro stessi compagni d’armi.

sabato 16 febbraio 2013

Guerra e pace/2


Premio Nobel per la pace a chi dice la frase più bella sulla guerra: ne parlavamo la settimana scorsa, siamo ancora in tempo per annunciare le nostre candidature. A quelli già citati si potrebbero aggiungere, perché no, tutti quelli che chiamano “operazioni chirurgiche” i bombardamenti a tappeto, che quando gli fai notare che sono morti 10.000 civili in un solo anno ti rispondono che “non si può fare la frittata senza rompere le uova” (ecco, a costoro in particolare mi piacerebbe domandare: e allora perché fate tanto baccano quando uno dei “vostri” militari viene ucciso? Perché non ripetete il discorso della frittata anche in quella circostanza?).
Ma in verità l’unica frase che vorrei davvero candidare al Nobel è alla fine quella che più spesso ho sentito citare in vita mia: “la guerra è necessaria per l’umanità, senza gli eserciti non ci può essere la pace”. Detta e ripetuta da uomini e donne di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali, di ogni grado di istruzione e appartenenza politica. “Non ci sono alternative”: ecco il succo di questa mentalità, che vien fuori puntualmente ogni volta che si parla di qualcosa di più della partita di calcio. Fatalismo rassegnato in grado di accettare un’economia che fa disastri su scala planetaria (perché non vi sono alternative); un’energia pericolosa e letale come quella nucleare (perché non vi sono alternative); e la guerra, perché non vi sono alternative.

La guerra non è affatto necessaria, né “naturale”: potremo liberarcene, se sapremo imparare dalla storia

A tutti costoro (e pare ne siano tanti tanti) vorrei dire non “per favore ripensateci”: perché se non sono stati capaci di farlo, nel vedere che la guerra continua a esistere dopo la firma di 8.000 trattati di pace (sono infatti oltre ottomila i trattati di pace stipulati nei 6.500 anni di storia umana; più di uno all’anno), dispero di riuscirci con quattro parole. Vorrei dire, piuttosto: sperate che non capiti a vostro figlio. O a vostra figlia. E sperate con forza, perché in guerra si muore in tanti modi orribili: in un bombardamento, in uno scontro in campo aperto, in un agguato dinamitardo, di linfoma non-Hodgkin, anche a casa propria e ad anni di distanza, oppure mentre si passeggia per caso su una mina antiuomo (lo scorso 17 dicembre, nella provincia di Nangarhar, in Afghanistan, sono morte così dieci bambine). Sperate fortemente e tenete duro, perché oltre a ogni forma di riscarcimento (non sareste i primi a cui viene negata) vi si negherà anche la compassione. Sentirete ripetere a ogni angolo di strada che quella morte era necessaria. In quel momento, forse, vi sembrerà di sentire la vostra stessa voce. E non vi piacerà.

(«Il Caffè», 15 febbraio 2013)

domenica 10 febbraio 2013

Guerra e pace/1


Come c’era da aspettarsi, il Nobel per la pace all’Europa continua a far discutere. Per alcuni va festeggiato il fatto che l’Europa sia riuscita a scongiurare la guerra sul proprio territorio nell’ultimo mezzo secolo. Altri ritengono che non si possano premiare per la pace coloro che hanno spostato la guerra dal proprio territorio a quello altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Malvine ecc.). Altri poi ricordano che molti Paesi europei sono perennemente in cima alla classifica mondiale dei produttori e degli esportatori di armi. Altri infine ricordano che l’Europa, ancora oggi, è tutt’altro che aliena dalla guerra e che gli Stati europei debbano continuamente difendersi gli uni dagli altri (per la guerra economica intestina in corso in Europa e per il “trattamento bellico” che gli europei ricchi riservano a quelli poveri, cfr. questa intervista a Marco Revelli). Qualcuno spinge sul pedale del sarcasmo: la Norvegia - dice - appartenente alla NATO ma non all’Unione europea, avrebbe voluto premiare direttamente la NATO, per le brillanti “operazioni di pace” condotte nel mondo negli ultimi cinquant’anni, ma per evitare un conflitto d’interessi ha preferito premiare più genericamente la UE.

L’Europa, oggi in guerra in ogni dove, riceve il Nobel per la pace. Il prossimo è per Godzilla

Non contento vorrei andare oltre e proporre di conferire il prossimo Nobel per la pace non più a coloro che fanno la guerra (e che ne hanno già ricevuti tanti), ma a coloro che riescono a dire la più bella frase sulla guerra. Ecco, io alcune in mente ce le avrei, non sono mie ovviamente - sono immodesto, ma non tanto da autocandidarmi - e allora, scartando quelle troppo antiche tipo “se vuoi la pace prepara la guerra” (anche nella moderna versione orwelliana “la guerra è pace”), potremmo ricordare con l’ironia amara di De Gregori che “la guerra è bella anche se fa male”. O andare a quello storico cristiano che sul «Foglio» scrive: “la Chiesa non ha mai professato il pacifismo. Il combattimento cristiano, che è prima di tutto un atteggiamento spirituale, ma che comprende la possibilità della legittima difesa, della guerra giusta e perfino della ‘guerra santa’, appartiene alla più pura tradizione cattolica”; oppure, per rimanere in ambito cristiano, al vescovo Farina per il quale i duemila bersaglieri della Brigata Garibaldi di Caserta di ritorno dall’Afghanistan sono “i figli migliori della patria” (per inciso e per chiarezza, quelli di ritorno dalle missioni internazionali sono quelli più esposti al rischio di contrarre la leucemia, a causa dell’utilizzo di uranio impoverito nei teatri di guerra, mentre lo Stato maggiore dell’esercito nega qualsiasi relazione tra il servizio prestato e le malattie contratte. Se questo è il trattamento che la patria riserva ai suoi figli migliori, non so più cosa temere per noi che siamo fra i peggiori). Ne riparleremo.

(«Il Caffè», 9 febbraio 2013)