I punti di forza di questo racconto lungo sono la rapidità dell’azione e il linguaggio scarno che ben si addice a una narrazione che vuol essere, appunto, veloce. I punti di debolezza, purtroppo, vi convivono: le descrizioni sono frettolose, approssimative e stereotipate (siamo in un generico futuro che non è molto diverso dal presente, dove al posto della televisione c’è la olovisione… ricorda qualcosa?). La lingua, d’altro canto, avrebbe avuto bisogno di un grosso lavoro di rifinitura, per evitare i tanti “gruppo terroristico che terrorizza gli USA”, “dieci milioni di abitanti” ripetuto 3 volte in 4 righe, molti tanti troppi punti esclamativi; e non di meno l’ortografia, dove si inciampa in refusi sparsi, doppi spazi, l’intollerabile compresenza delle virgolette dritte ("") accanto a quelle con grazie (“”). A Cetta non mancano né le idee né l’entusiasmo, ingredienti fondamentali della buona scrittura; gli manca però la disciplina che viene tra l’altro dalla lettura onnivora (non limitata alla letteratura di genere) e dalla giusta guida che gli ricordi quanto abusata sia ad esempio l’espressione “un mare di pensieri si agitava dentro di lui”. Quindi, male stavolta: ma nulla esclude - è anzi auspicato - che la prossima volta vada meglio.
Enrico Cetta, Election Day, ed. Sensoinverso, 2015.
(«Mangialibri», 23 maggio 2016)




«Quel delinquente travestito da soldato ritiene ormai di avere eluso la legge e deriso la giustizia con un piano diabolico, assicurandosi l’impunità del suo gravissimo delitto che ha irreparabilmente rovinato una fanciulla e ha distrutto un’onesta famiglia»: così comincia la lettera che Ranucci Guido, padre della ragazza in questione, rivolge all’avvocato Renzo Vinsa, perché lo aiuti a fare in modo che quel farabutto, finalmente, la paghi. Da quando l’ha ricevuta - siamo nel 1958, il ricordo della guerra è ancora vivo e le sue conseguenze si fanno ancora sentire duramente - l’avvocato non riesce a smettere di pensarci: il torto commesso è tanto grave che non intende rinunciare alla difesa; ma la cosa è tutt’altro che semplice. Soprattutto se vi si aggiunge la difficoltà di un committente che, nel momento decisivo, rifiuta di comparire di fronte al giudice a testimoniare in prima persona: finalmente potrebbe gridare al mondo alle sue ragioni e, senza fornire una valida spiegazione, vi si oppone...










