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lunedì 23 maggio 2016

Enrico Cetta, Election Day, ed. Sensoinverso, 2015

Max Bettencourt è un investigatore privato; forse non il migliore in circolazione, ma nemmeno il peggiore, il che lo porta a un atroce interrogativo: come mai, in una metropoli caotica, problematica e sovraffollata come la New York della fine del ventunesimo secolo, nessuno sembra aver bisogno dei suoi servizi? Questo almeno sembra dire il suo portafogli. Ma non si butta giù, anzi: lascia che siano le sigarette e l’alcol a farlo per lui. Al punto che, quella mattina, si decide ad andare in ufficio con quasi tre ore di ritardo: lì lo attende Annette, la sua robosegretaria modello C-12, che gli fa notare che la sua agenzia non ha futuro, se si permette il lusso di far attendere tanto i suoi clienti. Ha detto proprio così: “clienti”. Una parola che non sentiva da tanto tempo, e quasi non può credere ai suoi occhi quando si ritrova davanti quella donna così bella, Melanie Stuart, venuta in rappresentanza del signor Clive Markinson - titolare della Markinson Unlimited, il maggior fornitore di tecnologia bellica dello stato - a proporgli l’ingaggio forse più importante della sua vita: Markinson, infatti, oltre che noto filantropo, è attualmente in corsa per le elezioni presidenziali; e non fa bene al consenso avere un gruppo di fanatici come Artiglio Nero che terrorizza la popolazione degli Stati Uniti da oltre due anni...
I punti di forza di questo racconto lungo sono la rapidità dell’azione e il linguaggio scarno che ben si addice a una narrazione che vuol essere, appunto, veloce. I punti di debolezza, purtroppo, vi convivono: le descrizioni sono frettolose, approssimative e stereotipate (siamo in un generico futuro che non è molto diverso dal presente, dove al posto della televisione c’è la olovisione… ricorda qualcosa?). La lingua, d’altro canto, avrebbe avuto bisogno di un grosso lavoro di rifinitura, per evitare i tanti “gruppo terroristico che terrorizza gli USA”, “dieci milioni di abitanti” ripetuto 3 volte in 4 righe, molti tanti troppi punti esclamativi; e non di meno l’ortografia, dove si inciampa in refusi sparsi, doppi spazi, l’intollerabile compresenza delle virgolette dritte ("") accanto a quelle con grazie (“”). A Cetta non mancano né le idee né l’entusiasmo, ingredienti fondamentali della buona scrittura; gli manca però la disciplina che viene tra l’altro dalla lettura onnivora (non limitata alla letteratura di genere) e dalla giusta guida che gli ricordi quanto abusata sia ad esempio l’espressione “un mare di pensieri si agitava dentro di lui”. Quindi, male stavolta: ma nulla esclude - è anzi auspicato - che la prossima volta vada meglio.


Enrico Cetta, Election Day, ed. Sensoinverso, 2015.

(«Mangialibri», 23 maggio 2016)

venerdì 13 maggio 2016

Francesco Murana, Il ritorno di Elia, ed. Phasar, 2015

Il mestiere del prete può essere defatigante: sempre a disposizione dei fedeli, sottoposto alle continue richieste della gerarchia e ai rigidi orari delle tante attività religiose e sociali… ecco perché, quando finalmente arriva, a fine giornata, quel momento libero che non si vedeva da settimane, non si può che gioirne e sfruttarlo subito al meglio. Così che don Andrea mette su una videocassetta presa dal suo scaffale - siamo nel 1991, “in un paese della Sardegna” - e comincia a gustarla in ogni dettaglio, la scelta dei colori, i tagli della luce, l’espressione degli attori… quando sente bussare alla porta. Magari è Daniela, la perpetua (ma guai a chiamarla così!), che giunge un po’ in ritardo per la cena. Ma quando va ad aprire, si rende conto che non è lei: alla sua porta hanno appena bussato i carabinieri. Luca e Maurizio, in verità, due giovani che conosce bene (non si trovano mica in una metropoli) e che lo inducono a pensare alla sua bella terra e ai luoghi comuni che vedono nel sardo nient’altro che un pastore - dimentichi dello splendore arcaico della civiltà dei nuraghe. Non si aspettava di vederli proprio a casa sua, e a quell’ora. Tuttavia non è tanto questo che lo stupisce; quanto il motivo per cui sono venuti a trovarlo...
Al di là di qualunque pregiudizio sull’autopubblicazione, questo romanzo è purtroppo un esempio lampante delle conseguenze cui può andare incontro un autore che faccia a meno di confrontarsi con il mercato editoriale: confronto che può risultare sfibrante, ma che di certo avrebbe evitato a Murana la stampa di un errore come «dì a qualcuno». In assenza di editing (e forse di quel salutare “no” che un buon editore sa opporre a un autore ancora immaturo, per il suo bene, affinché la sua opera decanti il tempo necessario a renderla adatta al pubblico), assistiamo qui a svariate imprecisioni ortografiche e stilistiche (punteggiatura incostante; virgolette aperte ma non chiuse; tondo in apertura e corsivo in chiusura…), a dialoghi imbarazzanti intervallati da lunghe tirate fuori luogo, da un uso curioso e improprio delle maiuscole (Cresima, Battesimo, Carabinieri…) e da uno sfoggio di dialetto napoletano completamente sbagliato. Insomma, meglio avrebbe fatto l’autore a sottoporre la sua opera alla benvenuta critica di un editore (non infallibile, per carità; ma si sa che il più fallibile di tutti, su una certa opera, è proprio chi l’ha scritta), facendone tesoro. Ne avrebbe guadagnato lui. E anche il lettore.


Francesco Murana, Il ritorno di Elia, ed. Phasar, 2015.

(«Mangialibri», 13 maggio 2016)

giovedì 5 maggio 2016

AA.VV., Voltaire light, ed. Gorilla sapiens, 2015

L’amicizia per qualcuno è la cosa più bella del mondo; ma a volte gli amici ne sono così poco degni, che tocca inventarsi i modi più assurdi e strampalati, magari finanche sovradimensionati, per liberarsi di loro, e della loro improntitudine scellerata… Cosa c’è più ammirevole dell’amor proprio, quel sentimento che fa mostra di sé fin dal primo vagito e convince ciascuno di noi a ritenere che non vi sia niente di meglio di noi stessi? Evidenza che - anche quando cozzi con altre e più grandi evidenze - non vacilla, né segna mai il passo… La bellezza è soggettiva? Può esser forse vero per qualche sfigato in TV, ma a lui, Yogi-boy, che ha passato la vita intera a curare la sua bellezza, nessuno può dire che non sia bello-e-basta. Forse è solo passata la moda della “treccia capoeira”? Magari una spuntatina può riportare il giusto ordine nelle cose… Non c’è niente di più detestabile di chi innalzi a dogma la propria personale opinione delle cose, compiendo così a un tempo un doppio e più detestabile errore: quello di cassare la validità dell’opinione altrui (estromettendolo da una discussione cui avrebbe pieno titolo a partecipare) e quello di cristallizzare la sua idea rendendola qualcosa di così tanto venerabile da perdere, per ciò stesso, ogni salutare capacità di scherzarci sopra. Fosse anche la più importante di tutte: la pace...
La quarta di copertina di questa raccolta di racconti recita testualmente: «nel 1764 veniva pubblicato il Dizionario Filosofico di Voltaire. Sebbene non ricorra alcun anniversario, ci siamo chiesti in che modo verrebbero definiti oggi alcuni di questi lemmi». Eppure l’occasione per festeggiarne i 250 anni ci sarebbe stata, appena un anno prima. Continua: «Avremmo dovuto chiedere ai filosofi, e invece abbiamo interpellato gli scrittori». Ma non spiega perché; né come sia avvenuta la scelta; né se vi sia un curatore (dato che né la copertina, né il frontespizio né ancora il colophon ne informano). L’esito è un’accozzaglia eterogenea di racconti brevi che vorrebbero essere surreali ma finiscono per risultare nient’altro che sconclusionati; inclini a usare un linguaggio disinibito fino all’inventato, ma che non produce alcun effetto che lo giustifichi. Non manca qualche passaggio (ben poca roba, purtroppo) anche divertente o simpatico, ma nulla che possa valer la pena. Soprattutto, nulla che abbia una relazione autentica (ancorché “altra”, com’era nelle intenzioni dell’editore) con il Dizionario: si sarebbe potuto stampare questa raccolta senza alcun riferimento a Voltaire (i cui brani sono qui solo un riempitivo, di nessuna utilità o ispirazione), e sarebbe stata praticamente la stessa cosa.


AA.VV., Voltaire light, ed. Gorilla sapiens, 2015

(«Mangialibri», 5 maggio 2016)

martedì 10 novembre 2015

G. Nuzzi, Via Crucis, ed. Chiarelettere, 2015


Come spesso accade quando si abusa di qualcosa, capita che se ne abbia fin sopra i capelli. Così a furia di ripetere - anche con le migliori intenzioni - che papa Francesco è solo nella Chiesa, che nella sua opera riformatrice si trova tutti contro, che lui è determinato ad andare avanti nonostante le opposizioni… succede che non se ne può più, e che anche lo slogan inizialmente più simbolico ed efficace finisca col diventare un ritornello o, peggio, una caricatura. Ancorché ben scritto, questo libro non fa eccezione alla regola, e rischia di finire nell’alveo di quelle operazioni commerciali che cavalcano la moda del momento. Un certo tono apodittico di questa pubblicazione («Una situazione negativa mai conosciuta nel suo insieme, e qui svelata, che fa capire finalmente perché Benedetto XVI si è dimesso», che tratta da certezza quella che è solo un’ipotesi) lascia perplessi; ma soprattutto non convince la tesi di fondo, per la quale ci sarebbe una guerra in atto, tra le gerarchie vaticane e il pontefice. Eppure gli scandali vaticani sembrano essere sempre gli stessi: fondi neri, elusione fiscale, appropriazione indebita, connivenza, collusione… chi non ne ha mai sentito parlare alzi la mano. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Il vero scandalo è questo.


G. Nuzzi, Via Crucis, ed. Chiarelettere, 2015.

(«Pagina3», 10 novembre 2015)

mercoledì 23 settembre 2015

C. Sara, Il seme del dubbio, ed. Ensemble, 2015

«Quel delinquente travestito da soldato ritiene ormai di avere eluso la legge e deriso la giustizia con un piano diabolico, assicurandosi l’impunità del suo gravissimo delitto che ha irreparabilmente rovinato una fanciulla e ha distrutto un’onesta famiglia»: così comincia la lettera che Ranucci Guido, padre della ragazza in questione, rivolge all’avvocato Renzo Vinsa, perché lo aiuti a fare in modo che quel farabutto, finalmente, la paghi. Da quando l’ha ricevuta - siamo nel 1958, il ricordo della guerra è ancora vivo e le sue conseguenze si fanno ancora sentire duramente - l’avvocato non riesce a smettere di pensarci: il torto commesso è tanto grave che non intende rinunciare alla difesa; ma la cosa è tutt’altro che semplice. Soprattutto se vi si aggiunge la difficoltà di un committente che, nel momento decisivo, rifiuta di comparire di fronte al giudice a testimoniare in prima persona: finalmente potrebbe gridare al mondo alle sue ragioni e, senza fornire una valida spiegazione, vi si oppone...
Claudio Sara, avvocato avellinese, scrive un noir con un linguaggio burocratico e forense più adatto all’aula di tribunale che alla narrativa: ne viene fuori un resoconto stereotipato, freddo, della sequenza di eventi narrata, dove i “delitti” non possono che essere “efferati”, la povera gente incappa “nelle maglie della legge” e ci si lascia guidare “dalla stella polare della giustizia e della verità” (inutile dire che la “giustizia” è quella “con la G maiuscola”). Ciò che si perdona a un’opera prima il cui intreccio non sarebbe spiacevole. Imperdonabile è, invece, l’editing superficiale che ci fa leggere di una moglie che è rimasta incinta 3 volte ma non è mai riuscita a portare avanti la gravidanza fino alla fine: per cui il medico ha ordinato a entrambi i coniugi di assumere tonnellate di miele, noto rimedio alla… sterilità (problema che, con tutta evidenza, con le loro 3 gravidanze, sono ben lontani dall’avere): segno - tra gli altri - di una disattenzione nei confronti del proprio autore che un editore non dovrebbe potersi permettere, e a cui va evidentemente ricondotta in buona parte anche la debolezza stilistica cui si è accennato. Un fallimento che si sarebbe potuto evitare. Peccato.


C. Sara, Il seme del dubbio, ed. Ensemble, 2015.

(«Mangialibri», 23 settembre 2015)

domenica 20 settembre 2015

A. e G. Ripa, Attrazione fatale, ed. Leone, 2015

«Martha recuperò le ultime energie. “Bastardo! Mostrami il tuo volto!” Senza togliersi la maschera, il killer si avvicinò al viso di Martha. Accostò due dita della mano destra al collo della ragazza e le tastò la carotide. Percepì il suo terrore dai battiti accelerati. Fissò infine gli occhi di Martha, senza trasmettere alcuna emozione. La ragazza colse l’insolita freddezza di quello sguardo e si irrigidì. Con un movimento lento, la Mantide iniziò a rimuovere la maschera dal volto»

martedì 8 settembre 2015

C. Sottocornola, Effatà, ed. Marna, 2015

La perdita della madre può essere occasione di riflessione filosofica? Certo che sì: si può leggere la vita e l’esempio della donna come tendenza continua all’accoglienza, contrapposta con forza a una società caratterizzata dai cosiddetti “non-luoghi” (l’aeroporto, il centro commerciale…), tipici nel loro essere completamente anonimi e spersonalizzanti… Cos’è il valore? E, subito dopo: è vero che tutti i valori sono uguali e soggettivamente relativi, o non è piuttosto vero che i valori - ancorché non individuabili né definibili dogmaticamente - mostrano la propria differenza nell’esperienza tanto del singolo quanto della collettività, al punto di permettere che se ne parli in termini di valori “superiori” e valori “inferiori”, o addirittura di valori “universali”, utilizzabili da tutti? Che succede alla nostra epoca ossimorica e straniante, dove più il mondo si fa globale, meno sembra esserci spazio per l’altro? Che succede agli uomini, immersi nella folla dei grandi eventi - per non dire di quella permanente e pervasiva dei social network - ma poi, alla resa dei conti, sempre più soli?
Claudio Sottocornola, insegnante liceale di Storia e Filosofia, raccoglie in questo volumetto alcune riflessioni, in parte già rese pubbliche in occasione di manifestazioni culturali. L’approccio è “pop” e transdisciplinare, che l’autore sfrutta volteggiando con leggiadria tra l’interrogazione morale, l’esperienza vissuta con gli studenti, la musica dei cantautori, la poesia. L’esito tuttavia è deludente, perché non si riesce a rinvenire nel testo niente che vada oltre l’impressione personale, estemporanea e fugace; la quale può certamente dare lo spunto per un “invito” alla riflessione collettiva (senza la pretesa di completezza tipica del trattato), ma non può tuttavia esaurirsi in esso. Il lettore, in definitiva, non riesce a desumere in cosa dovrebbe consistere l’originalità o la necessità di un libro come questo: lo stile accademico - che qui si cerca di superare - avrà, sì, una sua peculiare millenaria pedanteria dalla quale si fa bene a cercar di rifuggire, ma offre il vantaggio di una direzione chiara, a partire da uno stato della questione ben delineato. Qui invece la libertà prende il sopravvento, in senso deteriore; e, per eccesso di immediatezza, l’analisi finisce per diventare inconsistente.


C. Sottocornola, Effatà, ed. Marna, 2015.

(«Mangialibri», 8 settembre 2015)

giovedì 5 marzo 2015

S. Di Siero, Parlami della tua ombra, ed. e-dEste, 2014

Pasquale è scomparso. “E che me ne importa a me? Che so’ Pasquale io?” verrebbe da commentare con la celebre battuta di Totò. Ma qui il fatto è serio: c’è una persona che non si trova più, e il dottor Vincenzo Russo, medico, si è recato dai carabinieri proprio per denunciarne la scomparsa. Il punto è che di Pasquale - che lui frequenta da un po’ di tempo - non sa nient’altro che il nome di battesimo: né il cognome, né la residenza, né alcuno dei suoi conoscenti. Quello che è certo è che qualcosa dev’essere successo: Pasquale - che nell’ultimo anno si è incontrato con lui regolarmente - di punto in bianco ha smesso di andare a trovarlo. È abbastanza per una denuncia? Probabilmente no. Ma per cominciare a preoccuparsi, forse, è anche troppo….
Questo romanzo di Sergio Di Siero vorrebbe creare la suspense nella città partenopea da sempre altalenante fra il timore del Vesuvio e il fascino misterioso della Napoli sotterranea. Purtroppo però il ritmo, soffocato dai troppi riferimenti a nozioni sui luoghi e sulla tradizione, e lo stile, sovraccaricato da troppi punti interrogativi ed esclamativi, danno luogo a un’imbastitura narrativa in cui i personaggi perdono verosimiglianza e finiscono per assomigliare a delle macchiette. Una maggiore attenzione da parte dell’editor all’ortografia, non solo nel dialetto, avrebbe reso la lettura meno difficoltosa.


S. Di Siero, Parlami della tua ombra, ed. e-dEste, 2014.

(«Mangialibri», 5 marzo 2015)

domenica 30 novembre 2014

G. Pansa, Eia eia alalà. Controstoria del fascismo, ed. Rizzoli, 2014

Lei, bellissima e inarrivabile. Lui, appena più piccolo, eccitato e tremante. Insieme a scuola negli anni del liceo - nei quali lui fantastica e anela, come i suoi compagni, mentre lei fiorisce e snobba tutti - si pèrdono di vista alla maturità. Per ritrovarsi, ormai ottantenni, in un’occasione suggestiva e bizzarra: lei gli scrive per invitarlo a casa sua, ha una proposta che lo sorprenderà di certo. La cosa lo incuriosisce, da un lato; ed è pur vero che rifiutare non sarebbe facile, senza cadere nella scortesia. Dall’altro, lui in generale non ama rivedere oggi gli uomini e le donne della sua gioventù: il tempo passa per tutti, e osservarne lo scorrere sull’altrui volto significa doverlo riconoscere sul proprio. Che fare? Alla fine decide di andarci, al di là di tutto l’attrazione per l’ignoto è sempre irresistibile. E lei gli chiede di scrivere una storia che ha conosciuto molto da vicino: una storia che comincia negli anni del fascismo delle infami deportazioni, ma anche di un’Italia diversa da quella attuale, forse migliore…

martedì 18 novembre 2014

A. Robecchi, Questa non è una canzone d’amore, ed. Sellerio, 2014

Milano. Carlo Monterossi si trova nell’ufficio della sua agente, Katia Sironi, la quale sta provando a convincerlo che 950.000 euro per un anno di lavoro non sono poi così male come si potrebbe credere. Certo, il quindici per cento va a lei, ma non è questo il punto: si tratta di fare televisione, la solita televisione. Ma lui rifiuta, si ostina, non dà spiegazioni. Roba da uscir fuori di senno. È la solita televisione, non è così? Non sarà il massimo, ma probabilmente non è nemmeno quel “barile di merda” che dipinge lui… Intanto, da tutt’altra parte - mentre due killer che “lavorano in società” cercano di capire quanto fuori di testa debba essere il loro cliente per fargli la proposta che hanno appena sentito - qualcuno uccide Marino Righi con un unico proiettile alla testa, poi recupera il bossolo e fa una telefonata per confermare al cliente che è tutto a posto...

mercoledì 27 agosto 2014

M. Ciriello, Il Vangelo a benzina, ed. Bompiani, 2012

Il litorale casertano, quella striscia di una quarantina di chilometri che va da Villa Literno a Sessa Aurunca (passando per Castel Volturno e Mondragone), è scosso per l’ennesima volta dall’omicidio di sei nigeriani ad opera della camorra. La Domiziana - via che attraversa l’area - che già normalmente è un ribollire di traffici vari, prostituzione, degrado e disperazione, esplode, facendo emergere dettagli oscuri e dubbi inquietanti: chi è quello slavo assoldato dal boss per compiere l’“operazione”? E perché quel comboniano che si vedeva tutti i giorni andare su e giù per le strade è stato freddato con due proiettili al petto? Il commissario Valenzi, fascista alla Farinacci con le spalle larghe e i modi spicci, si trova a indagare in questo marasma dove, come se non bastasse, un noto attore porno e il suo regista hanno appena fatto una brutta fine, insieme all’illustre personaggio che li produceva (nell’ombra), che per inciso faceva il ministro a Roma. A Valenzi, più l’indagine procede, più si impone un sospetto: piuttosto che occuparsi di questa marmaglia, non farebbe meglio a pensare al suo cancro alla prostata e a Ciro, il suo cactus?

martedì 26 agosto 2014

R. Balduzzi Gastini, Life on Loan. Vita in prestito, ed. Betelgeuse, 2013

Clara Scardi è una donna ricca che ha appena perso il marito in maniera inspiegabile: è scomparso improvvisamente e non è stato ritrovato altro che l’automobile vuota; sola e incapace di riprendersi dal dolore passa la vita tra lo shopping, lo psichiatra e il curatore del suo patrimonio. Anche Mario Valadier, avvocato, fatica a riprendersi dal suo dolore: sua moglie, Emma, sembra scomparsa nel nulla, e l’ispettore Bertoli non sembra neanche convinto che si tratti di scomparsa, quanto di una banale fuga d’amore...
Opera prima di un’autrice che ha messo da parte la professione di architetto per fare della scrittura la sua occupazione principale, questo romanzo è scritto già con un linguaggio piuttosto maturo; quello che è acerbo, purtroppo, è il contenuto.

giovedì 21 agosto 2014

H.R. Clinton, Scelte difficili, ed. Sperling e Kupfer, 2014


Alla fine del 2008 Barack Obama - dopo aver sbaragliato alle primarie i suoi stessi compagni di partito - vince le elezioni, battendo il repubblicano John McCain con oltre sette punti percentuali di scarto. Subito dopo offre alla sua ex-avversaria Hillary Cinton l’incarico di Segretario di Stato; la quale accetta, per la gioia di tutti coloro che hanno visto in quell’atipico duo costituito da un nero e da una donna, la possibilità concreta di una politica americana veramente - e finalmente - diversa. Poi però arriva per lei il rendez-vous con Osama Bin Laden; il Nobel al Presidente nel bel mezzo delle missioni di guerra in Medio Oriente; le tensioni economiche con Pechino e la crisi finanziaria globale… e la spinta alla novità cede il passo alla gestione dell’“emergenza continua”: è il tempo delle “scelte difficili” del titolo, quello in cui, per un politico di questo livello (che, nonostante tutto, riesce a ritagliarsi il tempo di effettuare ben 112 visite diplomatiche), si tratta di scegliere se rischiare o meno la vita dei propri soldati, se risolvere la crisi pacificamente o militarmente, se proporre ai governi in difficoltà strategie realmente buone per loro (o ripiegare su quelle solite, in nome degli interessi americani).

venerdì 25 luglio 2014

I. Tinagli, Un futuro a colori, ed. Rizzoli, 2014

Elisa è una donna di trentatré anni. Sua nonna - la maestra del paese - era riuscita a far studiare entrambi i figli nonostante fosse rimasta presto vedova; e suo padre - maturità classica - era riuscito a trovare subito impiego, dopo il diploma, in una buona azienda locale, tanto che, per fare una brillante carriera e diventare dirigente non aveva neanche avuto bisogno di laurearsi. Lei, invece, laureata in lettere classiche, non riesce ancora a seguire le orme della nonna, costretta com’è ad accontentarsi di incarichi precari da supplente e a vivere per forza di cose con i genitori. A suo fratello maggiore, Paolo, di quarant’anni, le cose non è che vadano meglio: diplomato in ragioneria nella speranza che il “titolo finito” potesse aprirgli le porte delle imprese, si ritrova a fare l’operaio in mancanza d’altro. Solo ad Andrea, il terzo, è “andata bene”: ha studiato Economia (invece di fermarsi alla ragioneria o di scegliere le lettere), ha imparato l’inglese all’estero e, sfidando le prospettive tradizionali (quelle del posto fisso vicino casa, per intenderci) è riuscito a girare il mondo e a lavorare per diverse aziende, per di più nel ramo che ama, l’enogastronomia.

martedì 26 novembre 2013

O. Cappellani, Sull'Etna non uccidono mai nessuno, ed. Imprimatur, 2013

Magari è colpa del risvolto di copertina che ti dice che Ottavio Cappellani - scrittore, sceneggiatore e drammaturgo - è un autore il cui precedente romanzo è stato pubblicato in 26 Paesi. O della pagina celebrativa della Wikipedia italiana, la quale sottolinea che il New York Times ha dedicato un’intera pagina all’“erede di Pietro Germi”, concludendo (al momento in cui scrivo: è il 17 novembre 2013): «ad ottobre uscirà il nuovo romanzo: il titolo al momento è sconosciuto».
Insomma, si crea l’attesa; ma al di là dell’emozione per l’evento, resta il fatto che l’ultima prova narrativa di Cappellani - Sull’Etna non uccidono mai nessuno, ed. Imprimatur - è deludente. E il paradosso è che non è tanto quello che ti aspetti a deluderti, ma quello che non ti aspetti: un po’ i refusi e la forma grezza di certi passaggi (dove lo stesso termine si ripete due, anche tre volte in poche righe), che fanno pensare che le bozze non siano state rilette.

venerdì 5 luglio 2013

S. Harris, Il paesaggio morale, ed. Einaudi, 2012

Nonostante la corposità della Bibliografia e dell’apparato critico e l’apparente autorevolezza dell’autore, va purtroppo classificato come deludente l’ultimo libro di Sam Harris, Il paesaggio morale (Einaudi).
La sua indagine, condotta su un terreno prevalentemente neuroscientifico, investe il rapporto tra la morale, la scienza e la religione. Ne sintetizzo il percorso: l’uomo adotta una morale per garantirsi la maggior felicità possibile; la felicità dipende essenzialmente dal benessere materiale (compreso quello cerebrale); nessuno meglio della scienza può sapere come studiare e produrre il benessere fisico; in conclusione, solo la scienza può decidere razionalmente sulle questioni morali. E le religioni, le morali tradizionali, il senso comune? Roba d’altri tempi; solo gli scienziati possono guidarci oggi verso la morale del futuro.

mercoledì 13 febbraio 2013

F. Strumia, Flumen, ed. Elliot, 2012

I barboni, veri protagonisti di Flumen, romanzo di Filippo Strumia (ed. Elliot, 2012), sono una casta di semidei che con i loro poteri mentali controllano il mondo dirigendone le sorti nell'ombra, attraverso l'opera capillare e silenziosa degli “inferiori”: i benzinai. Ci sono tutti gli ingredienti per un thriller complottistico à la Matrix che prende le mosse dall'omicidio di un benzinaio trovato morto in circostanze atipiche ma simboliche; trama tuttavia tratteggiata in maniera insufficiente e priva di coerenza interna, svilita da uno stile verboso e fuori misura, sintomo di un autore che ha a cuore più i suoi temi (in primo luogo la religione) che la sua scrittura. Purtroppo Flumen è un giallo che finisce per dare ragione ai tanti detrattori della letteratura di genere (che la definiscono minore), in cui personaggi e situazioni non possiedono spessore né naturalezza e dove la narrazione - priva di ritmo - viene sopraffatta dai tanti (troppi) ragionamenti. Beneficio delle attenuanti per un autore al suo primo romanzo, ancorché non incensurato: Filippo Strumia ha già pubblicato nel 2011 per Einaudi la raccolta di poesie Pozzanghere.

(«Pagina3», 13 febbraio 2013)

lunedì 2 luglio 2012

Kasabian: Velociraptor! Una passeggiata veloce fuori dal rock

È vero che il nuovo assoluto non esiste; così che gran parte del lavoro e del merito di chi al nuovo si candida consiste nel raccogliere il testimone di chi lo ha preceduto e nel rigenerarne l'eredità, rendendola attuale. Tuttavia il ricombinare vecchi elementi in un miscuglio qualsiasi non basta a creare la novità: l'esito è magari gradevole ma di qui a potersi definire originale ce ne corre.

venerdì 27 aprile 2012

A. Ludovico, Dalla fisica alla filosofia, ed. Nuova Cultura, 2011


Se Dalla fisica alla filosofia di Anna Ludovico (ed. Nuova Cultura, 2011) fosse il libro di un esordiente, magari una tesi di laurea o di dottorato, si potrebbe recensirlo esaltandone l’erudizione a dispetto della scarsa incisività, o la continua attenzione rivolta al linguaggio a scapito dell’approfondimento teoretico. Tuttavia l’autrice (docente di Epistemologia del Dipartimento di Filosofia dell’Università «La Sapienza» di Roma) non è per nulla un’esordiente, ma una scrittrice consumata con innumerevoli pubblicazioni al suo attivo e che ha tra l’altro contribuito alla stesura di voci per le Enciclopedie Treccani prima di venir inserita nella rassegna Who’s Who in the World (2003) e di essere inclusa tra i 2000 Outstanding Intellectuals of 21th Century (2009).

domenica 22 aprile 2012

L’Inchiesta


Prendete 1984 di Orwell, con il Grande Fratello che vi fissa da ogni angolo; unite Brazil di Gilliam, con la sua burocrazia onnipotente e inconsapevole e aggiungete l’atmosfera cupa e rarefatta dell’Indagine di Lem, quindi agitate bene: in buona sostanza starete leggendo L’inchiesta, di Philippe Claudel (ed. Ponte alle grazie, 2011). Al di là delle considerazioni sullo stile, che tuttavia ben si attaglia all’intento narrativo, la storia è questa: l’Inquirente viene inviato in missione al fine di condurre un’inchiesta sugli strani suicidi avvenuti nella grande Azienda di una certa Città. Ben presto in un climax di insensatezza e sopruso, il protagonista si ritroverà a vivere in un mondo assurdo, privato dei più basilari diritti e ancor prima della minima possibilità di compiere operazioni elementari come dormire in un letto decente, trovare un bagno, mangiare qualcosa.