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martedì 28 febbraio 2017

Cattiva maestra globalizzazione. Attualità del pensiero di Ivan Illich


La globalizzazione è una cattiva educatrice. Infatti ogni cambiamento negli assetti economici, politici, sociali all’interno delle nazioni e nei rapporti fra di esse genera allo stesso tempo delle ricadute sul piano antropologico; alterando dunque non solo la vita degli uomini e dei popoli, ma finanche il loro modo di intendere se stessi e di percepire la realtà. Prendiamo qui in esame brevissimamente, ai fini dell’immediatezza, due questioni ampiamente dibattute.
La prima. La globalizzazione propone all over the world un mercato unico (quello globale, appunto), un’unica forma di produzione e di scambio (quella del “capitalismo egoista”), un unico tipo di organizzazione politica (quello della democrazia parlamentare), un unico stile di vita (quello del consumismo edonistico di stampo statunitense). Si può pensarla come si vuole al riguardo (e ci si potrebbe spingere lontano con le analisi della filosofia interculturale sulla Torre di Babele), ma il punto è che, in questo, la globalizzazione si comporta al contrario di come farebbe il buon padre di famiglia: il quale non imporrebbe una educazione unica a tutti i suoi figli, ma la taglierebbe su misura delle esigenze e delle inclinazioni dei singoli. Quello che succede oggi è che sono i singoli (in realtà si tratta di moltitudini, di intere culture) a doversi conformare: presupposto per creare non un livello omogeneo di conformità (nessuno può deformare abbastanza se stesso da rendersi conforme a qualcosa che non gli è connaturato; soprattutto in una condizione nella quale si è costretti continuamente a competere per restare a galla), bensì masse di disadattati che non riusciranno a integrarsi mai.
La seconda. Con il diminuire delle occasioni concrete di impiego, va affermandosi la convinzione che la vita non sia (più) qualcosa da progettare e da realizzare passo dopo passo (solo vent’anni fa si parlava di “costruire” la propria carriera, la propria professionalità e anche la proprio personalità): oggi la vita la si intende piuttosto come un mordi-e-fuggi, un’occasione da cogliere al volo, qualcosa dove non serve tanto affidarsi alle proprie competenze, quanto alla fortuna. Di pari passo, ecco che aumenta la diffusione dei giochi d’azzardo a tutti i livelli – in tabaccheria, in internet, nelle tante sale per le scommesse o per il bingo sul territorio. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegare quanto questo sia contrario a qualunque idea di educazione; se non fosse per il fatto che la propaganda mette l’accento, negando l’evidenza, proprio sulla responsabilità del singolo: “Non è il lavoro a scarseggiare, sei tu che non riesci a tenertelo”. Perché non sei abbastanza formato, o flessibile, e così via. (Paradosso sdoganato tutte le sere in televisione nell’ambito di trasmissioni come quella celeberrima dei pacchi: dove il giocatore non ha nessun’altra possibilità di determinare la vittoria se non affidarsi al cieco caso; ciò non di meno, il conduttore, ogni volta che le cose vanno male, sentenzia: “Hai sbagliato!” “Dovevi pensarci meglio!” “Sei stato troppo impulsivo!” come se davvero avesse potuto farci qualcosa. E il fatto che nessun concorrente lo faccia notare… la dice lunga su quanto il meccanismo – per quanto intrinsecamente assurdo – abbia fatto presa). Si vorrebbe rispondere qui con le voci dei giovani che – dopo essere saltellati fra stage e corsi di formazione fin oltre i trent’anni – non sanno proprio più dove sbattere la testa e non fanno che domandarsi: “Dove ho sbagliato?” La globalizzazione non risponde. Qualunque buon padre di famiglia, invece, lo farebbe.
Ivan Illich, pensatore austriaco scomparso nel 2002, noto soprattutto per i suoi trattati sociologici – tra i quali il caposaldo Nemesi medica – ha riflettuto su questi temi in anticipo sul nostro tempo, e ha ripensato la società moderna, e l’istruzione in particolare, dal punto di vista di chi la subisce. Di chi ne paga il prezzo. Di chi, in un modo o nell’altro, e a dispetto di tutti gli slogan, ne resta fuori. Si è messo nei panni del buon padre di famiglia: che si preoccupa di tutti i suoi figli. Non solo di quelli a cui va bene, ma anche e soprattutto di quelli a cui va male, quelli che gli altri chiamano “perdenti”, sottintendendo che la colpa del fallimento sia loro. Ma è veramente così? È veramente un fallito chi non riesce a trovare un impiego dopo il diploma? Illich mostra – nei suoi studi traboccanti di dati, di fonti, di riferimenti alle evidenze della storia e dell’attualità – che il problema, al contrario, va ricercato nel sistema scolastico (lui si riferisce in particolare alla situazione multiculturale e istituzionale degli USA di 40 anni fa; ma il discorso resta valido in generale oggi, per tutto il mondo occidentale), che obbliga tutti i giovani – indipendentemente dalle proprie capacità e prospettive personali, oltre che familiari e culturali – a starsene dietro i banchi per lunghi anni. L’esito è nefasto: molti di quei ragazzi diventeranno infatti idraulici, camionisti, pizzaioli o falegnami, un po’ perché c’è bisogno anche di questi mestieri, un po’ perché è per essi che sono tagliati. Cosa recherà loro la scuola universale dell’obbligo? Una gran perdita di tempo e di vita; un “pezzo di carta” strappato controvoglia; e la frustrazione di vivere il loro lavoro come un ripiego, come un qualcosa cui hanno dovuto alla fine rassegnarsi perché “non hanno saputo mettere a frutto il loro titolo di studio”, mentre altri invece “ce l’hanno fatta”. L’invito a descolarizzare la società non intende tessere l’elogio dell’analfabetismo, ma offrire spunti di discussione da prendere oggi molto sul serio, di fronte a una situazione manifestamente paradossale, in cui la disoccupazione cresce e il mondo del (mancato) lavoro va riempiendosi di laureati “troppo qualificati” rispetto all’offerta. Se la scuola sta diventando tanto controproduttiva – superando cioè, secondo Illich, quella soglia oltre la quale gli svantaggi da essa recati superano i benefici – nasce infatti il sospetto che essa abbia smarrito il suo intento originario (quello di portare libertà e autonomia agli ultimi) e che il suo secondo fine si riduca ormai a garantire l’autoconservazione delle élite dominanti, che non intendono cedere il loro potere.
Il problema, in definitiva, non risiede nell’idea di scuola, ma nell’ampiezza che a tale idea si impone per obbligo di legge. Costruendo così il mito dell’irrinunciabilità dell’istruzione scolastica. Ivan Illich ci ha insegnato che una scuola così concepita è automaticamente destinata all’omologazione degli studenti, incapace di valorizzare i talenti e le particolarità dei singoli: i quali devono invece essere rimessi nelle condizioni di apprendere liberamente, secondo gli interessi, gli obiettivi, gli indirizzi propri e delle comunità di appartenenza. Affinché l’istruzione cessi di essere una forca caudina e torni ad essere quello che era quando è stata concepita: la più grande delle opportunità.

(«l'Altrapagina», febbraio 2017)

sabato 18 gennaio 2014

I. Illich, Genere, ed. Neri Pozza, 2013

Genere. Per una storia critica dell’uguaglianza, volume cardine dell’opera del sociologo austriaco Ivan Illich (il cui pensiero è stato approfondito nell’ambito del ciclo di articoli “Invito al pensiero di Ivan Illich” - dedicato dal mensile «l'Altrapagina» dall’ottobre 2009 al settembre 2010, visibile in internet all’indirizzo http://goo.gl/kXfyAa), appena pubblicato da Neri Pozza è una operazione editoriale di notevole rilevanza.
In primo luogo perché la precedente edizione italiana è fuori commercio da molti anni e si collocava fino ad oggi come la grande assente nell’ambito dei bestseller illichiani (si pensi ad esempio che classici come Nemesi medica o La convivialità sono appena stati ristampati da RED, dopo esserlo stati nel 2005 da Boroli). Ma soprattutto per la quantità di “rifiniture di pregio” che la caratterizzano, dalla scelta di pubblicare (per la prima volta in italiano) la Premessa alla seconda edizione tedesca del 1995, alla densa Nota finale al testo di Fabio Milana (studioso pluridecennale dell’opera di Illich), fino alla brillante Introduzione di Giorgio Agamben, direttore della collana “La quarta prosa”.
Perché leggere oggi Genere di Ivan Illich? Certamente perché, in generale, l’opera del grande sociologo è tuttora misconosciuta, fraintesa, sottovalutata, strumentalizzata. Ma anche perché, in particolare - come evidenzia Agamben con le parole di Benjamin - è questa “l’ora della leggibilità” di Ivan Illich: fuori dai tanti irrigidimenti dottrinari che lo hanno voluto, alla bisogna, cristiano o marxista, iconoclasta o femminista. Oggi è possibile leggere Illich al di fuori delle polemiche che ne hanno fatto l’ideologo di un ritorno al passato, contrario alla scienza e al progresso; per apprezzarne finalmente l’attualità e l’utilità in ordine alla risoluzione di problemi che la nostra forma di progresso (che non è l’unica; né evidentemente la migliore, a giudicare dai problemi sociali e ambientali in cui ci troviamo immersi) ha in buona parte contribuito a generare. Un libro che parla della trasformazione dell’amore in mera sessualità - ennesima forma di riduzione operata dal capitalismo nella sua pretesa di espansione globale, che esorbita dalla sfera prettamente economica per invadere quella del modo in cui l’uomo vede il mondo e vi si colloca. Ma anche della perversione del cristianesimo e del mysterium iniquitatis, che lo sguardo acuto di un “archeologo della modernità” come Illich ci aiuta a illuminare. E forse, almeno un po’, a guarire.

(«l'Altrapagina», gennaio 2014; «Pagina3», 18 gennaio 2014)

martedì 8 maggio 2012

I. Illich, Rivoluzionare le istituzioni, ed. Mimesis, 2012


Rivoluzionare le istituzioni. Celebrazione della consapevolezza, di Ivan Illich (appena edito da Mimesis, a cura di Paolo Perticari, con l’Introduzione di Erich Fromm) ci pone, fin dalla copertina, di fronte a un interrogativo: cosa ci fa la rivoluzione nel titolo di un libro scritto da un pacifista, per di più prete cattolico? (Non aiuta, al riguardo, la scelta lessicale della precedente pubblicazione da parte dell’editore Armando: Rovesciare le istituzioni, che mantiene intatto il sapore forte della sovversione politica).
Occorre qui chiarire che Illich utilizza - da uomo di fede cristiana, cioè di pace, qual è sempre stato - “rivoluzione” in senso astronomico, nell’auspicare che le istituzioni di cui parla - spesso decrepite, dalle strutture inadeguate al contesto in cui si trovano, diverso da quello in cui sono nate, e ormai diventate in gran parte controproduttive, dando luogo ad effetti contrari ai propositi iniziali - possano avere una tale torsione su se stesse da permettere loro di guardare il terreno in cui affondano le radici, prima di rimettersi nuovamente in piedi.

martedì 22 novembre 2011

Ivan Illich. La vita oltre il pensiero


L’importanza [degli scritti di Ivan Illich] consiste nel fatto che essi hanno un effetto liberatorio sulla mente del lettore nella misura in cui svelano interamente nuove possibilità; essi arricchiscono il lettore aprendogli la porta dalla quale si può uscire dalla prigione delle cognizioni sterili, preconcette, frutto della routine quotidiana. Mediante uno choc creativo gli scritti di Ivan Illich comunicano un messaggio [...] essi parlano la lingua della forza e della speranza che spingano a cominciare di nuovo.

sabato 18 settembre 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/10. Un albero carico di frutti


L’importanza di un autore non si deduce in primo luogo dalla profondità delle cose che scrive, né dalla fama che riesce a raggiungere: ciò che mostra la pregnanza di un pensatore è la qualità di ciò che riesce a germogliare dal suo pensiero. Per dirla evangelicamente: è dai frutti che si riconosce l’albero.
Ivan Illich è stato, anche in questo senso, un grande pensatore. E non solo perché ha avuto epigoni del calibro di Serge Latouche, Wolfgang Sachs o Majid Rahnema; ma soprattutto perché non cessano di fiorire gruppi e iniziative che mostrano quanto sia grande oggi la sete del pensiero del sociologo austriaco, in grado di offrire soluzioni a problemi urgenti come quelli della tecnologia e dell’energia in particolare, e capace di portare una ventata di aria fresca e di lucidità dietro la patina dell’apparente complessità di certe cose.
Uno di questi gruppi è il Granchio di Kuchenbuch, dedito alle letture illichiane, il cui nome si rifà al granchio di cui parla lo storico Ludolf Kuchenbuch, il quale avanza sia linearmente sia lateralmente ed è simbolo di una coscienza non omologata in grado di esplorare prospettive inedite. Il Granchio di Kuchenbuch ha curato il volume Il cosmo infelice. Dialoghi per una scienza consapevole (ed. l’Altrapagina, 2009), dedicato a Ivan Illich, con la partecipazione di una ventina di autori tra i quali Rahnema, Achille Rossi, Rodrigo Rivas. Il tema del libro (e in sostanza, anche le conclusioni), ricapitolato dal titolo, è l’impatto della scienza sulla nostra società. La scienza è davvero necessitata a fare qualsiasi cosa, per il solo fatto che detta cosa sia possibile? La scienza può davvero risolvere tramite la tecnologia tutti i problemi che ci affliggono? Dobbiamo davvero - come si espresse un paio d’anni fa un fisico italiano - attendere “che la nostra salvezza venga dalla scienza”? Queste alcune delle domande affrontate, nell’ambito delle questioni inerenti al capitalismo, alle bio- e nano-tecnologie, agli agrocarburanti, all’energia nucleare. Il libro spiega da diversi punti di vista quanto la miscela capitalismo/tecnoscienza sia insostenibile e inadeguata al nostro mondo e quanto si debba prendere congedo (per usare l’espressione di Rossi) non solo dalla scienza, ma anche e soprattutto dallo scientismo, quella angusta ideologia che divinizza la scienza fino a credere (e a far credere al mondo intero) che non esistano alternative.
Ma non c’è nulla di più falso. Alternative ce ne sono, eccome. Soprattutto - questa è la grande lezione di Illich - ci sono molti meno problemi di quelli che siamo solitamente portati a credere, per inerzia mentale o per propaganda. Potremmo vivere bene e forse meglio con molta meno energia di quella che abbiamo oggi a disposizione; eppure il ritorno al nucleare viene giustificato con il bisogno di energia. Insomma, ci dice Illich: possiamo pensare un mondo migliore, possiamo sperare, possiamo aspirare alla sua realizzazione.

(«l'Altrapagina», settembre 2010)

lunedì 26 luglio 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/9. Descolarizzare la società


Siamo abituati a pretendere tutto e subito. Ma soprattutto siamo abituati all'opulenza, in tutti i sensi, all'eccesso di possesso, che si tratti di beni, o di conoscenze, o di emozioni. Noi crediamo fermamente alla crescita infinita propinataci dall'economia (la quale tuttavia non spiega come sia possibile espandersi all'infinito a partire da risorse finite, mentre l'evidenza è quella che conosciamo tutti: anche il più grande dei palloncini, a forza di gonfiarlo, finisce per scoppiare). Ecco perché, quando sentiamo parlare di sobrietà, inevitabilmente pensiamo alla povertà (che non c'entrerebbe niente). Ecco perché, appena si pone un'obiezione al nucleare, rispondiamo d'istinto che "abbiamo bisogno di energia!". Ecco perché, infine, quando leggiamo che Illich propone di "descolarizzare la società", il pensiero corre subito all'ignoranza, all'oscurantismo, alla disinformazione.
Da un lato - direbbe forse lo stesso Illich - è questo l'effetto che ci fa la nostra "società dei servizi": siamo talmente abituati all'idea che per ogni nostra esigenza debba esserci un corrispondente servizio offerto da un certo ordine professionale, che all'idea del venir meno di uno di tali servizi rimaniamo confusi, smarriti, come di fronte a un regresso.
D'altro canto, e questo è il punto più importante e delicato - bisogna evitare di fraintendere la formula illichiana: descolarizzare la società non vuol dire abolire la scuola tout court, ma solo liberare la società dall'idea che nessuno possa concretamente e senza pregiudizio (anzi, traendone giovamento) farne a meno.
E invece a farne a meno qualcuno (non tutti) dovrebbe imparare. Perché, ad esempio, per inseguire i modelli educativi e professionali statunitensi, molti giovani messicani tentano di attraversare la frontiera (spesso a prezzo della vita). Con il risultato che, una volta negli Stati Uniti, i modelli scolastici - forgiati a misura di una società che non è la loro - inducono loro un atroce senso di inadeguatezza: perché sono pochissimi i messicani che possono diventare yankee quanto o più dei bianchi americani. Molti si arenano nelle difficoltà di conseguire (magari con ritardo o con minore profitto) un titolo di studio che dopo non riusciranno a mettere a frutto.
Non è una questione di razzismo, né di classismo: nessuno può considerarsi predestinato al successo professionale. Ma il punto è che l'idea di una istruzione universale è illusoria quanto quella babelica di una lingua universale. La scuola si radica nella cultura di un popolo: pretendere di versare negli uomini la conoscenza come attraverso un imbuto non fa altro che generare frustrazione in chi dovrebbe riceverla. E dà luogo - tramite il noto effetto della controproduttività che Illich ha illustrato in tanti ambiti diversi - all'esito opposto rispetto a quello desiderato: ragazzi che avrebbero potuto apprendere una professione magari nel loro paese, magari in una bottega, si ritrovano con un pezzo di carta inutilizzabile, perché conquistato comunque (nella grande maggioranza dei casi) meno brillantemente degli altri. Come si dice: senza né arte, né parte.
Il problema non dunque nell'idea di scuola, ma all'ampiezza che a tale idea si impone per obbligo di legge. Costruendo così il mito della irrinunciabilità dell'istruzione scolastica. Una scuola così concepita è automaticamente destinata all'oologazione degli studenti, incapace di valorizzare i talenti e le particolarità dei singoli. Dobbiamo imparare a liberarci dalla dittaura dell'istruzione. O, almeno, dovremo smettere di lamentarci quando non riusciamo a trovare un buon idraulico.

I. Illich, Descolarizzare la società, ed. Mimesis, 2010.

(«l'Altrapagina», luglio-agosto 2010)

venerdì 25 giugno 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/8. Di necessità silenzio


Ivan Illich è stato uno scrittore prolifico e ancor più generoso oratore, partecipando a convegni, letture, seminari, lezioni magistrali in ogni parte del pianeta, dagli Stati Uniti al Giappone. Una parte degli appunti preparati in occasione di interventi pubblici svoltisi tra il 1978 e il 1990 è raccolta nel suo Nello specchio del passato. Le radici storiche dei moderni concetti di pace, economia, sviluppo, linguaggio, salute, educazione (ed. Boroli, 2005).
Per Illich, tuttavia, importante quanto la parola, forse di più, è il silenzio. Anzi: il silenzio è a volte indispensabile, l'unica opzione possibile di fronte all'impronunciabilità di ogni discorso intorno a certi argomenti:
convivo con il rifiuto non solo di dire certe cose, ma anche di utilizzare certe parole o di consentire a taluni sentimenti di insinuarsi nel mio cuore. Non posso permettermi di meditare sulla bomba atomica senza soccombere. La riflessione su certe cose che diamo per scontate vuol dire, a mio avviso, accettare l'autodistruzione. Accettare che i nostri cuori si logorino.
Il silenzio è l'unica via di fuga da un discorso improponibile, che - per il solo fatto di cominciare - sarebbe già di una "volgarità apocalittica". Come quando si parla del disastro nucleare di Chernobyl e inevitabilmente  finisce per spuntare qualcuno che dice: "sapessi cosa ho visto in TV, le immagini dei bambini dai corpi deformi, devastati dalle radiazioni!"
Il silenzio è l'unico modo per preservare il distacco inorridito da ciò che, appunto, è orrido. Qualunque discorso, nello svolgersi, nel tradurre le cose in parole, rende l'orrore addomesticabile, sfumato, opinabile. Così lo scrisse Illich in un testo distribuito in occasione della ventesima giornata della Chiesa evangelica (Hannover, 9 giugno 1983):
Anch'io ho deciso di restare in silenzio: perché non voglio essere trascinato in discussioni sul genocidio; perché le bombe atomiche non sono armi, servono solo allo sterminio dell'uomo; perché lo spiegamento di bombe atomiche priva di senso sia la pace sia la guerra; perché a questo proposito il silenzio è più eloquente delle parole; perché è criminale discutere a quali condizioni rinuncerei a usare queste bombe; perché la dissuasione nucleare è una follia; perché mi rifiuto di usare il mio suicidio come minaccia; perché la 'zona del silenzio' che circondava il genocidio al tempo dei nazisti è stata sostituita dalla 'zona del dibattito'; perché il mio silenzio parla chiaro in queste zone di discussioni sulla pace obbligatorie; perché il mio silenzio inorridito non può essere strumentalizzato o governato.

(«l'Altrapagina», giugno 2010)

sabato 29 maggio 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/7. Disoccupazione creativa


La mia è la ricerca di una politica dell’autolimitazione, grazie alla quale, anche oltre gli orizzonti dell’attuale cultura, il desiderio possa fiorire e i bisogni declinare.Quello di Illich è un sogno di libertà e di umanità: egli immagina un uomo che non produce nulla di superfluo (perché non è stupido) e che perciò non impiega più energia di quella necessaria (perché sa essere efficiente ed aborre lo spreco). Ciò lo spinse a dire, a proposito dell’energia nucleare, che l’abbondanza di energia paralizza l’azione dell’uomo (il quale tende ad affidarsi sempre più alla megamacchina industriale divoratrice di energia) e che – invece di rifiutare l’energia atomica per motivi “ambientalistici” o politici – si dovrebbe sostenere la possibilità di una produzione energetica minore, anziché semplicemente diversa.
Illich intende restituire all’uomo ciò di cui il mercato lo ha progressivamente privato, della sua creatività (omologata dalla standardizzazione industriale), della sua autonomia (inducendo sempre nuovi bisogni si è reso l’uomo dipendente dalle relative forme di soddisfazione), perfino del linguaggio:
siamo testimoni di una trasformazione appena percettibile del linguaggio corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una soddisfazione vengono sostituiti da sostantivi che indicano prodotti di serie destinati a un consumo passivo: “imparare” diventa “acquisto di un titolo di studio”». Tutto assume una forma istituzionale, e la titolarità di ogni azione passa dl singolo all’ente: “io apprendo” diventa “l’istruzione”, “io guarisco” diventa “l’assistenza sanitaria”, “io mi muovo” diventa “i trasporti”, “io mi diverto” diventa “la televisione”. L’idea sottesa a questa impostazione è che l’uomo non sia nient’altro che un fascio di bisogni che è possibile soddisfare tramite il consumo di beni e servizi acquistabili sul mercato. Anche ogni attività umana diventa una merce, quantificabile in base a un valore di scambio che ne oscura il valore d’uso “qualificabile”: non avere un impiego significa passare il tempo in triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino. La donna attiva che manda avanti la casa, alleva i propri figli ed eventualmente ha cura di quelli degli altri è distinta dalla donna che lavora, ancorché il prodotto di tale lavoro possa essere inutile o dannoso.
Quello di Illich è un sogno di liberazione da un meccanismo economico che scredita ogni forma di gratuità (nel doppio senso dell’assenza di prezzo e di somma libertà) e mortifica il gusto della bellezza:
mungere la capretta di famiglia era una libertà fino a quando una pianificazione più spietata non ne ha fatto un dovere, per contribuire al PNL.
Un sogno di liberazione dall’infernale dispositivo (che a molti pare elementare buon senso) “produci-consuma-crepa”. La cattiva notizia è che è difficile, perché tutto sembra remare contro. La buona notizia, dice tuttavia Illich, è che è possibile.

(«l'Altrapagina», maggio 2010)

martedì 27 aprile 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/6. Una fiammella nel buio. Intervista a Francesco Comina


A volte, a furia di parlare dei libri scritti da un uomo, ci si dimentica dell'uomo e ciò che rimane è solo l'"autore". Ivan Illich è stato un uomo che - oltre a soffrire enormemente per un cancro che rifiutò di curare con la tecnologia, preferendo l'oppio - ha pagato anche in prima persona e con la violenza fisica le sue scelte intellettuali radicali. Egli è stato testimone e modello, scolpendo il ricordo di sé nei tanti che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Fra questi, Francesco Comina, che ha affidato il suo ricordo a un libro, Il monaco che amava il jazz (ed. Il Margine, 2006), nel quale il ritratto del pensatore austriaco si trova accanto a quelli di Raimon Panikkar, Thomas Merton, Enrique Dussel. Ne abbiamo parlato con l'autore.

Lei ha conosciuto Illich personalmente, a Città di Castello, nel settembre del 2002. Che ricordo ne ha?
Fu una sorpresa per tutti. La sua presenza al convegno non era prevista. Ricordo lo stupore sul volto degli organizzatori ma anche la gioia di poterlo coinvolgere su un tema tanto interno al pensiero di Illich, ossia la guerra, che egli declinò subito come elemento vitale del male. La figura di Illich emergeva gigantesca nel mio orizzonte formativo e culturale. Fu un momento importante, perché un conto sono le letture svincolate dall'approccio diretto, fisico, un altro conto è vivere l'esperienza dell'incontro con i maestri e i testimoni di un'epoca. La grandezza di Illich stava nella coniugazione fra pensiero e azione. Egli non scriveva solo per dare voce agli ideali nascosti, ma per affermare verità vissute nella carne. Mi impressionò vedere la protuberanza tumorale che gli usciva dal collo e che lui, fedele alle tesi della sua Nemesi medica, si era sempre rifiutato di curare con i mezzi e i metodi della tecnologia scientifica. Di tanto in tanto accendeva una pipa aspirando del tabacco intriso di oppio per attutire i dolori. «Un metodo naturale - diceva - che mi ha insegnato un amico della Persia». Aveva il sorriso di un fanciullo e una lucidità di analisi sorprendente. Ricordava tutto. Al convegno de l'Altrapagina fece una riflessione originalissima. Ci condusse a pensare la guerra come parte di un male storico, alla stregua dei virus presenti nell'organismo della vita. Non possiamo estirparli, ma possiamo pensare ad una cura.
Illich: filosofo? Sociologo? Pedagogo?
Credo che non amasse le definizioni. Era un uomo di grande cultura. Studiava tantissimo, aveva la passione per i libri, per le biblioteche. Dalla storia raccoglieva il materiale per cercare di comprendere e interpretare il presente. Filosofia, sociologia, pedagogia sono discipline intrecciate perché la comprensione dell'uomo nella società è multiforme. Forse si potrebbe parlare di una antropologia illichana, ossia una visione dell'uomo nella sua integrità. Di qui la critica ai sistemi (economici, politici, scientifici, sociali) che presumono di rendere l'uomo monade e non uno spirito libero e naturale, un soggetto vivo nella libertà e nella responsabilità.
Nel Suo libro lo definisce "l'amorevole".
Amorevole nel senso più filosofico del termine, ossia capace di attutire le forme di odio e di violenza presupponendo un pensiero leggero, che alla legge dell'occhio per occhio, dente per dente, sostituisce quella della carezza e della nonviolenza. A primo acchito perdente ma a lungo raggio vincente. Amorevole poi nel significato che gli dette Teilhard de Chardin, «amoriser le monde», amorizzare il mondo. Ecco, Ivan l'amorevole tutto teso ad amorizzare il mondo.
Cosa rappresenta Illich per noi, oggi?
La libertà nella fedeltà. L'integrità nella complessità. L'autonomia di giudizio nel tempo dell'uniformismo e della omologazione di pensiero. Illich rappresenta il futuro. Le sue tesi sono territori ancora tutti da esplorare, sono spazi in cui far germinare una società davvero umana, davvero cosmica. Il suo lavoro è ancora tutto da fare, tutto da riscoprire.

(«l'Altrapagina», aprile 2010)

giovedì 22 aprile 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/5. La perdita dei sensi


Ivan Illich ha riconosciuto in Leopold Kohr, economista statunitense di origini austriache, uno dei principali ispiratori del suo pensiero. Tanto da dedicare un cospicuo scritto alla "Saggezza di Leopold Kohr" (contenuto nella raccolta di saggi La perdita dei sensi, recentemente edito dalla Libreria editrice fiorentina).
Illich celebra un intellettuale il cui pensiero si fonda non sull'abbondanza, ma sulla parsimonia; non sull'euforia della crescita sbrigliata, ma sulla sobrietà di uno sviluppo proporzionato e armonioso. Pensiero che Illich tratteggia a partire da due parole fondamentali: appropriatezza e specificità. Cioè: ad ogni realtà specifica si addicono certe cose (mentre altre no).
Ciò contro la tendenza dominante a postulare l'esistenza di soluzioni universali, valide in generale. Non esiste ad esempio un mezzo di locomozione "migliore" sempre e dovunque: in certe circostanze converrà l'automobile, altrove sarà più utile la bicicletta.
La riflessione di Kohr (noto ai più per la celebre espressione "piccolo è bello", che in realtà appartiene al suo allievo Schumacher) partiva da considerazioni di morfologia animale. In tutte le creature viventi esiste una proporzione tra forma e dimensioni: nel caso del topo, ad esempio, si sa che non potrebbero esistere topi più grandi di quelli conosciuti, perché il peso - che aumenta con il cubo della grandezza - non potrebbe più essere retto da zampe di quella forma. Kohr estese queste considerazioni alla società; da qui prendono le mosse anche la riflessione di Illich intorno al tema della controproduttività (cui abbiamo accennato: cfr. su questo giornale Invito al pensiero di Ivan Illich, n° 1 - ottobre 2009 e n° 3 - gennaio 2010) e di alcuni suoi epigoni, a proposito della sobrietà e della decrescita (come Latouche). Illich continua il discorso su Kohr mostrando che
interrogarsi su ciò che è appropriato o che è adatto in un certo luogo porta direttamente a riflettere alla bellezza e alla bontà. La verità del giudizio che ne risulterà sarà essenzialmente morale, non economica.
Non è dunque una questione esclusiva di convenienza, ma il tentativo di riappropriarsi di uno spazio morale, umano, in cui il problema della felicità dell'uomo (e non solo quello della scarsità dei beni) possa avere non solo un senso, ma anche una soluzione. La speculazione di Kohr non è dunque una mera idea
di economia alternativa, ma di una alternativa all'economia.
Per non finire come
le persone impegnate a manipolare formule matematiche [le quali] perdondo l'orecchio per le sfumature etiche e diventano moralmente sorde.
Il libro è la traduzione del francese La perte de sens, libro postumo alla cui revisione Illich ha lavorato l'estate prima di morire. Nel quale il filosofo (egli stesso si definisce così a p. 242) austriaco prende atto criticamente delle tante storture del sistema tecnologico nel quale viviamo (fra cui la pretesa di universalità), per il quale tutto è permesso, tutto è possibile e tutto va fatto. Con un indice dei termini chiave a cura di Serge Rochat e Jean-Michel Corajoud.

(«l'Altrapagina», marzo 2010)

martedì 2 marzo 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/4, I fiumi a nord del futuro


Ovunque io cerchi le radici della modernità, le trovo nei tentativi della Chiesa di istituzionalizzare, legittimare e gestire la vocazione cristiana.Con queste parole Illich entra subito nel vivo del discorso, che in I fiumi a nord del futuro (ed. Quodlibet, 2009) riprende e approfondisce quello iniziato con l’altro libro della stessa editrice,  Pervertimento del cristianesimo (2008), di cui abbiamo già parlato su queste pagine (cfr. “Invito al pensiero di Ivan Illich”, n° 2, novembre 2009).
Sulla istituzionalizzazione della carità è basata, secondo il sociologo austriaco, l’intera nostra società dei “servizi”, per la quale i bisogni e le specializzazioni si diffondono con una logica della necessità che va al di là di ogni ragionevolezza; Illich riporta l’esempio di un uomo messicano, alcolista, all’ultimo stadio della cirrosi: i suoi ultimi mesi di vita, inutilmente spesi in un letto d’ospedale, costarono alla sanità pubblica quanto 42 alloggi per gente del suo villaggio (la quale, incredibilmente, cominciò a credere da quale momento di non poter fare più a meno di una tale assistenza sanitaria). Il male insito in questo modo di fare sta nel suo essere “mitopoietico”, produttore cioè del mito dei servizi, secondo il quale i servizi (medici, nell’esempio) sono qualcosa di cui non possiamo privarci, anche quando sappiamo in anticipo essere palesemente inutili. È grazie a questo mito che i servizi possono diventare per noi qualcosa di cui aver bisogno anche quando non ne abbiamo bisogno (è il caso della medicina preventiva, di cui abbiamo parlato il mese scorso: cfr. anche qui “Invito al pensiero di Ivan Illich”, n° 3). Il male risiede dunque nella irrazionale e gigantesca distruzione di risorse in attività di efficacia spesso dichiaratamente nulla, ma ancor più nella generazione di un’immagine di sé e del mondo meccanicistica, priva di ogni fiducia e – alla lunga – di ogni speranza. Nella quale l’adeguatezza sul piano tecnico prende il posto della confacenza su quello ontologico:
io vivo in un mondo che ha perduto il senso del bene, il bene, la certezza che il mondo ha senso perché le cose sono confacenti le une alle altre, che l’occhio è fatto per cogliere il sole e non è soltanto una macchina fotografica biologica che si trova a registrare un effetto ottico.
Ma come è possibile ricondurre ciò al cristianesimo dei primi secoli? Per Illich, tutto risale alla “svolta legalitaria” del cristianesimo, quella appunto che – con il passaggio del cristianesimo a religione di stato – ne ha decretato l’istituzionalizzazione definitiva. Da quel momento tutto viene inquadrato nell’ottica della norma (di cui ad esempio il peccato non è che una violazione sanzionabile). Si tratta della più grande delle perversioni, perché essa riporta il dominio della legge proprio nel cuore di quel Vangelo la cui somma aspirazione era liberare l’uomo dalla legge (cfr. al riguardo l’affinità con il pensiero di Maurice Bellet, in “Invito al pensiero di Maurice Bellet”, n° 8, «l’Altrapagina», marzo 2009).
Un modo come un altro – per Illich, appunto, il peggiore – di rendere controllabile la spontaneità cristiana; la quale, basandosi sull’infrazione, diffonde in ogni dove il veleno del sospetto reciproco e anche quello di se stessi (delle proprie azioni, delle proprie intenzioni, perfino della propria innocente ingenuità e in definitiva del proprio stesso essere al mondo). Ad esso si rifanno tutte le odierne smanie di controllo totale, tipiche di una cultura che diffida di tutto e di tutti, la cui unica aspirazione è quella di giungere a possedere tutte le cose (dal punto di vista economicistico, ma anche intellettuale). Una critica, quella illichiana, spietata e pessimistica del cristianesimo? Più che altro, probabilmente, una sana e irrefrenabile voglia di spiritualità.

(«l'Altrapagina», febbraio 2010)

martedì 16 febbraio 2010

Invito al pensiero di Ivan Illich/3. Nemesi medica



La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute. L’effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina ha raggiunto le proporzioni di una epidemia. il nome di questa nuova epidemia, iatrogenesi, viene da iatros, l’equivalente greco di “medico”, e genesis, origine.
Si apre così, con l’enunciazione della dirompente tesi fondamentale, il libro più celebre di Ivan Illich: Nemesi medica (1976). Illich intende fugare ogni dubbio fin dall’inizio: la gestione professionale, industriale ed istituzionale della medicina è giunta a un punto in cui i danni prodotti eccedono i vantaggi. Il pensatore austriaco non sostiene che la medicina non abbia compiuto alcun progresso (si pensi ad esempio alla complessità di un intervento di neurochirurgia o al livello di precisione raggiunto da certe apparecchiature diagnostiche); egli sostiene piuttosto che, a fronte di questi miglioramenti indubbiamente utili (ma in un numero limitato di casi e con un effetto terapeutico spesso molto circoscritto e non privo di effetti collaterali), la situazione generale sia complessivamente peggiorata: gli uomini sono diventati incapaci di capire da sé il proprio stato di salute, non sanno più fare a meno del medico (che, di conseguenza, pretende di conoscere lo stato clinico del paziente meglio del paziente stesso); sono stati abituati a una medicina onnipresente che promette – se non la felicità – almeno l’eliminazione del dolore (motivo per cui l’uomo occidentale contemporaneo non sa soffrire più, rifiuta il dolore e, al limite, la morte stessa); sono stati assuefatti – a colpi di legge e di pubblicità – all’idea che la medicina è razionale e che la sola idea di rifiutarla o di metterla in discussione è irrazionale, inconcepibile, irresponsabile.
Allo stesso modo che in altri ambiti indagati da Illich (l’istruzione, i trasporti ecc.), la medicina ha superato la soglia critica oltre la quale subentra la controproduttività:
la minaccia che la medicina attuale rappresenta per la salute della gente è analoga alla minaccia rappresentata dal volume e dall’intensità del traffico per la mobilità [...] Un grande sforzo istituzionale si è trasformato in qualcosa di controproducente. L’accelerazione del traffico che genera perdita di tempo, le comunicazioni divenute chiassose e frastornanti [...] sono tutti fenomeni paralleli alla produzione di malattia iatrogena da parte della medicina. In ciascun caso un grande settore istituzionale ha allontanato la società dal fine specifico per cui quel settore era stato creato e tecnicamente attrezzato.
Il discorso si articola su piani diversi, individuale, sociale, filosofico. Illich rileva tra le altre una delle maggiori degenerazioni della medicina moderna, la hybris del controllo totale, di sé, degli altri, della natura:
fino a tempi non lontani la medicina si sforzava di valorizzare ciò che avviene in natura: favoriva la tendenza delle ferite a sanarsi, del sangue a coagularsi, dei batteri a farsi sopraffare dall’immunità naturale. Oggi invece essa cerca di materializzare i sogni della ragione. I contraccettivi orali, per esempio, vengono ordinati per prevenire un evento normale nelle persone sane.
Illich spiega – con una trattazione serrata e scientificamente documentatissima – che il numero di medicinali di cui in ogni momento potrebbe aver bisogno il 99% della popolazione non supera le due dozzine. Da qui dovrebbe prendere le mosse ogni serio discorso sulla medicina moderna, sui suoi costi, sulla sua mentalità, sulle sue implicazioni sociali.
Nemesi medica è disponibile in italiano in due edizioni (entrambe nella traduzione di Donato Barbone): quella di Bruno Mondadori è più leggibile e riporta in Appendice due scritti di Illich sul tema della salute; quella di Boroli ha dalla sua il prezzo e l’omogeneità degli altri testi di Illich della stessa collana (La convivialità, Nello specchio del passato, Disoccupazione creativa). Comunque la si pensi al riguardo, Nemesi medica è un libro che dovrebbero leggere tutti, perché riguarda tutti. La moda della prevenzione, infatti, ci trasforma ogni giorno in pazienti anche se non siamo malati. Meglio esserne ben consapevoli, al nostro prossimo check-up.


(«l'Altrapagina», gennaio 2010)

mercoledì 25 novembre 2009

Invito al pensiero di Ivan Illich/2. Pervertimento del cristianesimo


Corruptio optimi pessima.
SAN GREGORIO MAGNO

Corruptio optimi pessima (non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio) è la formula con la quale si può riassumere il pervertimento del cristianesimo di cui parla Illich, tanto peggiore quanto migliore è l’intenzione più pura del cristianesimo. Tale pervertimento è quel fenomeno per il quale la Chiesa cattolica, a partire dal XII secolo,
ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza (p. 87).
La Chiesa è responsabile di aver supportato l’avanzata dei “valori” e della loro istituzionalizzazione laddove avrebbero dovuto invece esserci la spontaneità e l’empatia del cristiano verso il suo prossimo (Illich si diffonde sul senso della parabola evangelica del buon samaritano, in grado di agire per il meglio con naturalezza, al di là dell’etica “vigente” – e anzi apertamente contro di essa). Responsabile, sì, ma non colpevole: perché non è la malafede a caratterizzare il suo operato dal Medioevo ad oggi, bensì l’incapacità di valutare appieno la portata dell’affermazione di Gesù: «il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). La Chiesa non è rea di aver voluto instaurare un potere umano sulla terra (e il più grande, in quanto esteso dalla più remota delle cose del mondo al più recesso angolo di ogni coscienza), ma di non aver saputo scorgere l’ambivalenza del dirompente messaggio cristiano, che entra nella vita dell’uomo colmo di doni ma al contempo irto di pericoli:
credo [...] che col messaggio cristiano, col Nuovo Testamento, amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza siano diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario (p. 17).
Con l’esercizio del potere (a fin di bene e con le migliori intenzioni: Illich non mette in discussione questo) e l’instaurazione del diritto entrano però nel mondo l’uso della forza fino alla coercizione – dal punto di vista collettivo – e il tribunale interiore della coscienza – a livello individuale, con tutto il carico di nevrosi e perversioni del religioso che ciò comporta (cfr. al riguardo Invito al pensiero di Maurice Bellet/8. Il Dio perverso).
L’arricchimento della dottrina, della dogmatica, dell’istituzione in tutte le sue forme, sfocia in un impoverimento della spiritualità individuale; quell’amore che prima l’uomo poteva esprimere nella forma più ricca e creativa, sgorgante dalla coltivazione di una spiritualità basata sul rapporto personale con un Dio vivente, diventa appiattimento burocratico di un comportamento cui si richiede la mera conformità a una norma stabilita (detta “etica” o “morale cristiana”) e di conseguenza si snatura. Sul piano sociale, la perversione sfocia invece nella delega dell’esercizio della carità alle istituzioni pie che si prendono cura dei bisognosi, dove operano i “religiosi di professione”.
Illich non addita dunque colpevoli, né propone soluzioni a buon mercato: egli si rifiuta di considerare chiuso il suo discorso, rifiuta anzi di considerare le stesse cose che dice come delle “risposte” (p. 104). Tenta solo di svelare l’origine e il funzionamento di un fenomeno che nemmeno riusciamo a percepire perché vi siamo immersi, e di una mutilazione che ci ritroviamo a vivere inconsapevolmente, perché immemori del passato. Il suo monito è indirizzato al recupero di un cristianesimo “al singolare”; perché la verità abita in quel “tra-noi” nel quale Gesù Cristo collocò niente di meno che il Regno di Dio (Lc 17,21); àmbito in cui risiede il “meglio” del cristianesimo. E niente è peggio della corruzione del meglio.

(«l'Altrapagina», novembre 2009)

lunedì 19 ottobre 2009

Invito al pensiero di Ivan Illich/1. La convivialità


L’unico possibile lettore è quello che è disposto a mettere l’amicizia al di sopra della controversia.
MAURICE BELLET

A tutto c’è un limite: ecco cosa risponderei a chi mi chiedesse di sintetizzare in una sola unica frase la riflessione di Ivan Illich (1926-2002), pensatore austriaco e prete cattolico che ha lasciato una quindicina di opere e uno stuolo di intellettuali che si ispirano più o meno direttamente a lui (tra i quali Serge Latouche, professore francese di economia che si è dichiarato debitore nei confronti di Illich proprio della sua idea fondamentale, la decrescita: cfr. La sfida della decrescita, ed. l’Altrapagina, 2008). Ben consapevole del fatto che è impossibile ridurre a questo un pensiero che ha spaziato dalla filosofia alla sociologia, dalla storia alla linguistica, dagli studi sul lavoro a quelli sulla medicina contemporanea. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare, e allora parto proprio da qui, con le parole dello stesso Illich:
se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iperindustriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni: fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare (La convivialità, ed. Boroli, p. 14).
Oltre una certa soglia, qualunque “invenzione” sociale diventa controproduttiva, si rivolge cioè contro i fini originariamente prefissi e si rivela dannosa per l’uomo, anziché d’aiuto. È il caso ad esempio dell’automobile, inizialmente utile ad andare più veloci ma poi, una volta giunta alla portata di tutti, creatrice di ingorghi e di problemi: perché a quel punto l’uomo non solo non è più in grado di andare veloce come vorrebbe, ma si trova in una situazione che glielo impone (ad esempio, l’esigenza di spostarsi verso un luogo di lavoro distante da casa, problema che prima – prima della diffusione dell’automobile – l’uomo non aveva). Illich osserva anche che la produzione industriale di massa, oltre a essere intrinsecamente controproduttiva perché votata alla crescita infinita (piuttosto che, come si diceva, al riconoscimento di un limite invalicabile), è foriera di ingiustizia sociale (perché dall’ingorgo può venir fuori solo chi può permettersi l’elicottero: ed è chiaro che l’elicottero non possono permetterselo tutti, contrariamente alle promesse vane della tecnologia, che propaganda un illusorio mondo pieno di soluzioni e privo di problemi): ciò corrisponde a uno stato di cose innaturale, il cui costo di mantenimento è l’infelicità dell’uomo.
Illich immagina un tipo di società diversa, più giusta (anche se non si fa alcuna illusione circa una giustizia perfetta), nella quale le risorse (in termini sia materiali sia energetici sia ancora di possibilità) siano più equamente distribuite tra gli uomini, e dove ognuno abbia alla propria portata gli strumenti di cui ha bisogno nel suo quotidiano operare e realizzare se stesso: «chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intezioni» (p. 15). Premesso che il sogno della tecnologia di liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro è stato infranto da un pezzo (anzi, c’è chi sostiene lo abbia ulteriormente asservito: cfr. ad es. M. Ames, Social killer, ed. ISBN), Illich spiega che l’uomo ha bisogno di uno strumento con il quale lavorare, non di un’attrezzatura che lavori al suo posto, e che la convivialità si trova agli antipodi della produttività industriale (p. 28). È una questione morale, non organizzativa, perché non si tratta di una mera riorganizzazione delle strutture economiche, ma di preparare
un mondo in cui ognuno possa essere ascoltato, nel quale nessuno sia obbligato a limitare la creatività altrui, dove ciascuno abbia uguale potere di modellare l’ambiente che a sua volta poi determina i desideri e le necessità (p. 34).
Per Illich la vita va vissuta nella gioia della reciprocità fraterna; l’uomo non è il mezzo che l’economia industriale usa per il fine dell’accumulazione della ricchezza. La giustizia è più importante della prosperità materiale, e l’amicizia tra gli uomini va sempre preferita a quella “guerra di tutti contro tutti chiamata concorrenza” (Marx).
L’“uomo-macchina” figlio della società del consumo di massa non può aspirare a questa libertà; egli ignora la “sobria ebbrezza della vita” che appartiene invece a un altro tipo d’uomo, quello “austero”, il quale “trova la propria gioia nell’impiego dello strumento conviviale”. Non è una questione di scelta fra ricchezza e povertà, o fra spreco e risparmio o ancora tra efficienza e inefficienza. La scelta è piuttosto fra guerra infinita e pace perpetua, dove è chiaro per Illich che il primo tipo d’uomo è condannato a rimaner confinato nella disparità, nel conflitto e nell’inimicizia. Solo l’uomo austero puà aspirare invece alla gioia:
austerità non significa infatti isolamento o chiusura in se stessi. Per Aristotele come per Tommaso d’Aquino, è il fondamento dell’amicizia (p. 15).

(«l'Altrapagina», ottobre 2009)

giovedì 16 aprile 2009

I. Illich ed al., Esperti di troppo, ed. Erickson, 2008


Esperti di troppo è la nuova traduzione di Disabling professions (già apparso in italiano nel 1978, con il titolo Le professioni mutilanti, per i tipi della Cittadella editrice di Assisi). Terzo capitolo della trilogia che comprende i più celebri Descolarizzare la società e Nemesi medica, è un testo scritto da Ivan Illich e da quattro suoi allievi sul tema della “disabilitazione”, cioè di quel fenomeno per cui – in seguito all’emergere di alcune caste professionali, che sovente fondano un proprio monopolio a partire da un lessico e da un insieme di procedure tecniche altamente specializzate ed incomprensibili alla gente comune (p. 93) – i cittadini vengono espropriati non solo della possibilità di agire per il proprio bene, ma addirittura della stessa capacità di decidere che cosa è bene per loro. Esempio paradigmatico è quello della salute, dove curarsi diventa un dovere (e non più qualcosa che si può scegliere) e l’unica strada per farlo bene è quella indicata dai protocolli medici. La casta medica, in questo esempio, detiene dunque il potere di decidere sia cosa è “malattia”, sia come tale malattia vada curata. Anche quando al cittadino la cura non viene imposta per legge, ciò non di meno chi non si allinea alla mentalità comune è un pazzo, un masochista, un incosciente.
In ciò sta il grande potere acquisito – sempre per rimanere nell’ambito dell’esempio medico, ma il discorso è valido in generale e per tutte le professioni prese in esame dal libro: avvocati, manager, assistenti sociali – dalla medicina moderna: quella di aver persuaso il singolo uomo che c’è qualcuno che ne sa più, su se stesso, di quanto egli stesso ne sappia (su questo tema è illuminante il saggio di I. K. ZOLA, pp. 51-72). Potere che si manifesta nella convinzione che una cosa sia vera perché “l’ha detto la televisione!” o nell’atteggiamento di coloro che affidano la cura e il destino del loro rapporto di coppia o dell’educazione dei figli ai “professionisti del settore”. In una deresponsabilizzazione generalizzata che spinge il singolo ad estraniarsi dallo stesso compito di prendersi cura di se stesso, meravigliosamente espressa da una battuta della serie televisiva Sex and the city: “Sei appena stata dallo psicologo? Figurati, io ne ho tre: uno a cui chiedere dei consigli, uno per quando voglio essere coccolato e il terzo per quando ho proprio bisogno di una bella sferzata!”
I saggi di Zola, McKnight, Caplan e Shaiken vengono introdotti da quello, di più ampio respiro, di Ivan Illich, che apre con un incipit di deciso effetto: «Un modo per chiudere un’epoca è quello di attribuirle un nome che rimanga impresso. Propongo di chiamare la seconda metà del Ventesimo secolo l’“Era delle Professioni Disabilitanti”: un’epoca nella quale le persone avevano dei “problemi”, gli esperti possedevano delle “soluzioni”, e gli scienziati misuravano realtà sfuggenti quali le “abilità” e i “bisogni”. Quest’era volge ora al termine» (p. 27). Illich descrive in poche parole l’immenso potere di quell’“oligopolio radicato più profondamente di una burocrazia bizantina” (p. 30): gli esperti decidono cosa sarà fatto (i “servizi” che dispenseranno) e chi dovrà giovarne (i “clienti”); rivendicano l’autorità di decidere come le cosa vanno fatte, ma soprattutto decidono quali sono i motivi che rendono obbligatori i loro servizi: molte professioni sono ora così altamente sviluppate che esse non soltanto esercitano la tutela sui “cittadini-divenuti-clienti”, ma determinano anche la forma di questo loro “mondo-messo-sotto-tutela”» (p. 31). Il problema non è quindi nel rapporto del singolo professionista che “imputa un bisogno” a un singolo cliente: qui si è di fronte ad un organismo corporativo che può imputare bisogni a un’intera collettività: è la forma di questo mondo sotto tutela che può essere plasmata dagli specialisti così come può e deve essere.
Di conseguenza, l’accettazione di questo stato di fatto diventa un evento politico: se l’alcolismo non è più considerato un reato, bensì una malattia, gli arresti diminuiranno drasticamente, mentre aumenterà in misura corrispondente il trasferimento coatto dei malati colti in “flagrante patologia” verso strutture mediche (pp. 63-64). Con questo meccanismo si realizza l’espropriazione sopra denunciata, in cui una parte del potere politico decisionale dei cittadini passa nelle mani delle elite specializzate, che acquisiscono il potere di influenzare norme collettive. Illich sintetizza questo problema dicendo che «un’amministrazione guidata da un parlamento che basa le sue decisioni sulle opinioni esperte formulate dalle professioni potrebbe essere un governo “per” il popolo, ma mai “del” popolo» (p. 34). In questo modo le corporazioni professionali ribaltano la storica regola secondo la quale l’opinione, il “sentito dire”, cedono il passo all’evidenza: nel mondo concepito dalle professioni, l’opinione degli specialisti conta più dell’evidenza personale di chiunque – singolo o gruppo – voglia pensarla diversamente. Ecco che, come si diceva prima, il mondo prende forma in un ordine nuovo, progettato ed eseguito dalle professioni, al di sopra di ogni parere contrastante e di ogni umano volere, nel quale non c’è più posto né per la diversità né per la spontaneità e «la vita è paralizzata da una cura intensiva permanente» (p. 39).
Una cosa va chiarita: Illich non si scaglia contro alcuni gruppi, tanto meno contro i singoli. La sua analisi mette in evidenza che i membri delle corporazioni professionali agiscono in buona fede e che proprio per questo la loro azione (come quella degli inquisitori cattolici, che agivano anch’essi in buona fede; questo è soltanto uno dei paralleli tra cristianesimo e organizzazione professionale della società che sono presenti in tutto il libro) è tanto più pericolosa: perché essi possono arrivare a sentirsi infine in dovere di espropriare gli altri del loro diritto di decidere, per il loro stesso bene (come in tutti i totalitarismi). Questa non è una novità assoluta del ventesimo secolo: in tutte le epoche gli uomini hanno volentieri delegato la propria capacità di pensare criticamente ad altri; Illich denuncia però il fatto nuovo che le organizzazioni professionali strutturano la società in maniera tale che la delega non sia più soltanto una scelta o un dovere imposto dall’autorità politica, ma qualcosa di più: qualcosa che non si può non fare, pena l’essere tacciati di asocialità e di irrazionalità (che nell’epoca del dominio della ragione cartesiana conduce al venir considerati meno che uomini).
Perché non ci si ribella alla tendenza del sistema a partorire servizi disabilitanti? La risposta che Illich si dà è che il primo dei poteri del sistema è quello di creare illusioni, soprattutto quella per la quale le persone sono nate per consumare e possono essere felici acquistando beni e servizi. Ma Illich non si abbandona alla disperazione di chi si sente irrimediabilmente stretto nella morsa del sistema; al contrario, conclude affidando al singolo la speranza di un cambiamento, che anzi reputa imminente: «migliaia di individui e gruppi possono sfidare il dominio che le professioni hanno imposto su di loro e le condizioni socio-tecniche nelle quali si trovano a vivere. Lo fanno attraverso i problemi che pongono e lo stile di vita che assumono in modo consapevole. [...] Queste minoranze non ideologizzate possono trasformarsi in una forza politica. L’Era delle Professioni Disabilitanti potrà veramente chiudersi quando queste minoranze silenziose saranno in grado di rendere chiaro il senso filosofico e giuridico di quello che tutte insieme “non vogliono”». Non una nuova etica antiprofessionale imposta dall’alto, ma una autoconsapevolezza che nasce dal basso e si spinge fino a conquistare porzioni sempre più ampie della società.
Il libro ha uno stile fluido e omogeneo, merito certamente della traduzione di Bruno Bortoli e Paolo Boccagni, ma dovuto anche al fatto che non esiste soluzione di continuità tra i vari capitoli, i cui autori – in quanto epigoni di Illich (che firma solo il primo dei cinque saggi) – tendono a battere gli stessi sentieri del maestro. Una interessante edizione del Centro Studi Erickson, arricchita dall’ampia introduzione biobibliografica curata da Bortoli.

(«Filosofia.it» online, ISSN 1722-9782, gennaio 2009)

I. Illich, Elogio della bicicletta, ed. Bollati Boringhieri, 2006


Elogio della bicicletta è il titolo italiano di un lungo articolo pubblicato da Illich su «Le Monde» nel 1973, in francese Energie et équité. Il titolo originale mette in risalto il tema portante di questo saggio, il rapporto tra l’energia che una certa società decide di utilizzare e il grado di equità tra i suoi membri che la stessa società potrà garantire: «solo stabilendo un tetto all’uso di energia si possono ottenere rapporti sociali che siano contraddistinti da alti livelli di equità. [...] La democrazia partecipativa postula una tecnologia a basso livello energetico» (pp. 9-10).
In contrasto con la visione dominante (allora come oggi), per la quale il progresso industriale e tecnologico può essere infinito e recare all’umanità benefìci sempre maggiori, Illich enuncia la sua tesi senza mezzi termini e fin dall’inizio: «ciò che in genere si perde di vista è che l’equità e l’energia possono crescere parallelamente solo sino a un certo punto. Al di sotto di una certa soglia di watt pro capite, i motori forniscono condizioni migliori per il progresso sociale. Al di sopra di quella soglia, l’energia cresce a spese dell’equità» (p. 10).
L’Autore si dedica all’analisi del sistema dei trasporti, in quanto caso particolare di un discorso più ampio sul tema generale dell’impiego socialmente ottimale dell’energia (che si proponeva di approfondire in opere successive, ma ciò non avvenne: cfr. p. 20n.), nella prospettiva dell’ottimizzazione del rapporto fra l’uso dell’energia ed il conseguente modificarsi delle relazioni tra gli uomini (e non solo della massimizzazione di certi parametri economici, su di un piano meramente quantitativo). Illich giunge ad individuare in una tecnologia razionale, a basso consumo energetico, una condizione di equilibrio di questo rapporto: «la democrazia partecipativa richiede una tecnologia a basso consumo energetico, e gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni sociali produttive solo alla velocità di una bicicletta» (p. 20; considerazione da cui discende l’accattivante titolo italiano).
È necessario dunque individuare con precisione (e ciò è possibile «per via teorica») il valore critico oltre la cui soglia l’aumento di energia diviene controproduttivo, nocivo per le relazioni umane e addirittura contrario agli stessi fini originariamente prefissi. Soglia oltre la quale non può che crescere la disuguaglianza. Questo perché, contrariamente a quanto propagandato dalla pubblicità e dalla politica, non c’è affatto “tecnologia a volontà” per tutti, ma soltanto la frattura tra quella esigua minoranza che può permettersi l’ultimo ritrovato e la stragrande maggioranza che ne paga il costo sociale. Per farne un esempio, una volta che sia possibile “dare un’automobile a tutti” (obiettivo che fu di Hitler e della sua Volkswagen; Illich ci tiene a sottolineare che la fiducia incondizionata nei vantaggi del progresso illimitato non è prerogativa del liberalismo, ma appartiene anche al marxismo e in definitiva a tutta la mentalità occidentale, di destra come di sinistra), si creerà – senza poterlo risolvere – il problema dell’ingorgo stradale: che, come nota giustamente Franco La Cecla nel saggio che chiude il volume, non è un epifenomeno del sistema della mobilità individuale, ma la sua stessa essenza. Traffico al quale la maggioranza non potrà più sfuggire; a quel punto, finalmente, la tecnologia inventerà gli elicotteri: ma saranno pochissimi a trarne vantaggio. Situazione che rende comprensibile l’immagine dell’automobile grande, veloce e potente come status symbol, a cui ben si addice lo slogan: «Dimmi a che velocità vai e ti dirò chi sei» (p. 35).
Ecco che l’industria del trasporto, concepita per offrire al cittadino un servizio vòlto a migliorarne le condizioni di vita, istituisce invece quello che Illich chiama monopolio radicale: «un’industria esercita questo tipo di monopolio quando diventa il mezzo dominante per soddisfare bisogni che in precedenza davano luogo a una risposta personale» (p. 44). Invece di acquisire una capacità ulteriore il cittadino si ritrova ad acquisire un bisogno ulteriore, quello di spostarsi, che prima non aveva e al quale adesso non può sottrarsi, perché il mondo intorno a lui si è trasformato secondo i dettami della tecnologia.
«Oltre un certo punto, più energia significa meno equità», sintetizza Illich (p. 37), ovvero: per ogni cosa c’è una giusta misura, oltre la quale la cosa stessa diventa eccessiva. La perdita di questo senso dell’eccessivo da parte della società occidentale la rende cieca di fronte al fatto che un impiego massiccio della tecnologia industriale (ovvero dell’energia) conduce alla degradazione sia dell’ambiente sia delle relazioni sociali. È sul piano politico che la società deve decidere di darsi un contegno sobrio (e non miserabile, come spesso si cerca di far apparire ogni proposta di decrescita); affidare al mercato la scelta fra alto e basso consumo di energia vuol dire misconoscere la ricaduta sociale della tecnologia e, soprattutto, vuol dire foraggiare lo sviluppo di una società sempre più iniqua.

(«Filosofia.it» online, ISSN 1722-9782, febbraio 2009)

I. Illich, Pervertimento del cristianesimo, ed. Quodlibet, 2008


Tra il 1997 e il 1999 David Cayley raccolse a più riprese una lunga intervista a Ivan Illich sul tema del “pervertimento del cristianesimo”; il testo dell’intervista venne montato a stralci, intervallando le considerazioni di Illich con i commenti di Cayley, dando luogo ad un “autoritratto a due voci” che fu mandato in onda all’inizio del 2000 dalla CBC, radio pubblica canadese. Dopo alcune edizioni a fascicoli negli Stati Uniti e in Europa, questo testo, Pervertimento del cristianesimo, è la prima edizione in volume della trascrizione integrale di quella trasmissione.
Corruptio optimi pessima (non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio) è la formula con la quale si può riassumere il pervertimento di cui parla Illich, tanto peggiore quanto migliore è l’intenzione più pura del cristianesimo. Tale pervertimento è quel fenomeno per il quale la Chiesa cattolica, a partire dal XII secolo, «ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza. E questo tentativo [...] è stato il modello delle principali istituzioni della vita moderna. Tutte queste istituzioni – nel campo della medicina, del diritto, dell’istruzione, della politica e dell’economia – promettono una condizione di beatitudine, che può essere compresa solo se ci si rende conto che tale promessa fu originariamente sottoscritta dalla fede cristiana» (p. 87).
La Chiesa è responsabile di aver supportato l’avanzata dei “valori” e della loro istituzionalizzazione laddove avrebbero dovuto invece esserci la spontaneità e l’empatia del cristiano verso il suo prossimo (Illich si diffonde sul senso della parabola evangelica del buon samaritano, in grado di agire per il meglio con naturalezza, al di là dell’etica “vigente” – e anzi apertamente contro di essa). Responsabile, sì, ma non colpevole: perché non è la malafede a caratterizzare il suo operato dal Medioevo ad oggi, bensì l’incapacità di valutare appieno la portata dell’affermazione di Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). La Chiesa non è rea di aver voluto instaurare un potere umano sulla terra (e il più grande, in quanto esteso dalla più remota delle cose del mondo al più recesso angolo di ogni coscienza), ma di non aver saputo scorgere l’ambivalenza del dirompente messaggio cristiano, che entra nella vita dell’uomo colmo di doni ma al contempo irto di pericoli: «Credo [...] che col messaggio cristiano, col Nuovo Testamento, amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza siano diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario» (p. 17). Con l’esercizio del potere (a fin di bene e con le migliori intenzioni: Illich non mette in discussione questo) e l’instaurazione del diritto entrano però nel mondo l’uso della forza fino alla coercizione – dal punto di vista collettivo – e il tribunale interiore della coscienza – a livello individuale, con tutto il carico di nevrosi e perversioni del religioso che ciò comporta (problema che ha suscitato analisi parallele a questa di Illich, come ad esempio quella del filosofo francese Maurice Bellet, il quale indaga la perversione del cristianesimo sul versante del rapporto tra morale e psicanalisi).
L’arricchimento della dottrina, della dogmatica, dell’istituzione in tutte le sue forme, sfocia in un impoverimento della spiritualità individuale; quell’amore che prima l’uomo poteva esprimere nella forma più ricca e creativa, sgorgante dalla coltivazione di una spiritualità basata sul rapporto personale con un Dio vivente, diventa appiattimento burocratico di un comportamento cui si richiede la mera conformità a una norma stabilita (detta “etica” o “morale cristiana”) e di conseguenza si snatura: «Se la carità fuori dell’ordinario del Samaritano viene trasformata in un dovere, in una linea di condotta, in una regola, allora non soltanto l’amore diventa legge, ma ogni fallimento, ogni inadempienza nell’esercizio della carità diventa, alla stessa stregua, un’infrazione di questa legge» (p. 22). Non è difficile rilevare la lampante fragilità di una simile impostazione: amare “per forza” non è possibile a nessuno. Chi vorrebbe essere amato da una persona che dicesse: “Ti amo, ma solo per carità cristiana”? Certamente nessuno. Perché, una volta trasformato in dovere, l’amore cessa di essere tale. Sul piano sociale, la perversione sfocia invece nella delega dell’esercizio della carità alle istituzioni pie che si prendono cura dei bisognosi, dove operano i “religiosi di professione”.
In definitiva, Illich imputa alla Chiesa di aver commesso lo stesso peccato dell’attuale società postcartesiana: quello di voler tutto controllare con i mezzi umani. Ma per il pensatore austriaco non si tratta né di una coincidenza né di un “anticipo” della Chiesa sulla scienza moderna: si tratta piuttosto dell’unico (ancorché multiforme) risultato dell’unico tradimento originario: quello di aver ristretto all’osso l’ambito della fede, dello spirito del quale “non si sa da dove venga, né dove vada”, in favore di una soffocante razionalizzazione “per il bene dell’uomo” (e per questo, come tutti i totalitarismi, tanto più paurosa), tanto brillantemente ricapitolata nel brano dell’Inquisitore di Dostoevskij.
Illich non addita dunque colpevoli, né propone soluzioni a buon mercato: egli si rifiuta di considerare chiuso il suo discorso, rifiuta anzi di considerare le stesse cose che dice come delle “risposte” (p. 104). Tenta solo di svelare l’origine e il funzionamento di un fenomeno che nemmeno riusciamo a percepire perché vi siamo immersi, e di una mutilazione che ci ritroviamo a vivere inconsapevolmente, perché immemori del passato. Il suo monito è indirizzato al recupero di un cristianesimo “al singolare”, di una dimensione filosofica (nel senso più ampio del termine) nella quale la ricerca della verità possa essere condotta “al tavolo da pranzo e non in una sala conferenze” (p. 93). Cioè tra amici, in comunione del sentire, non tra estranei che si scambiano informazioni intellettuali più o meno profonde o erudite, occupati in discorsi “che impegnano la lingua, ma non il cuore”, per dirla con il Socrate del Simposio. Perché la verità abita in quel “tra-noi” nel quale Gesù Cristo collocò niente di meno che il Regno di Dio (Lc 17,21); àmbito in cui risiede il “meglio” del cristianesimo. E niente è peggio della corruzione del meglio.
Il libro, tradotto da Aldo Serafini e curato da Fabio Milana, si presenta in una edizione raffinata con sovraccoperta, piacevole alla lettura e perfino al tatto. Al testo dell’intervista si accodano la Cronologia della vita di Illich, una illuminante Postfazione di Milana ed una accurata bibliografia. Per chi ha a cuore il pensiero di Illich, ma anche la riflessione sullo sviluppo e l’attuale condizione del cristianesimo, questo è un libro che non può mancare.

(«Filosofia.it» online, ISSN 1722-9782, novembre 2008)

D. Cayley, Conversazioni con Ivan Illich, ed. Eleuthera, 2008


Si sente spesso dire che Illich è un pensatore “fuori dagli schemi”: un po’ come se, trovandosi a disagio, non si sapesse se parlare di lui come di un filosofo, o un sociologo, o uno storico del Medioevo; se parlarne come di un anarco-marxista o come di un teorico della società del quale un paio di libri, scritti intorno a tematiche specifiche e d’attualità, hanno avuto la fortuna di rimanere come classici contemporanei. La sua biografia itinerante e a tratti burrascosa lo rende difficile da afferrare; allora si dice “fuori dagli schemi”, e sembra che non ci sia altro da aggiungere.
Tuttavia il senso di questa etichetta (non è infatti che un’etichetta al pari delle altre, un ennesimo “schema” applicato) va chiarito. Da un lato in quanto essa, come definizione residuale, può essere applicata praticamente a qualsiasi cosa, e dunque dice ben poco della peculiarità di Illich; dall’altro in quanto rischia di tradire il vero significato della sua opera.
Perché Illich negli schemi ci stava, eccome. La sua riflessione è così inserita nel contesto in cui viveva, da indurlo a definire molti dei suoi libri “pamphlet” o addirittura discorsi polemici. Il suo pensiero segue così da vicino le vicende dell’epoca, che anni dopo – interrogato sul contenuto di certi suoi libri – risponde che preferisce non parlarne più, poiché essi hanno un sapore troppo contingente e legato ai fatti che li hanno originati: «Questa è la singolare esperienza che mi trovo a vivere: tu mi poni domande su un uomo che non esiste più. Certo, quello sono io, me ne assumo la piena responsabilità. Scrivevo quei libri come risposta a una determinata situazione. [...] Ma sono morti, appartengono ad un altro periodo» (p. 77).
Il libro qui presentato è la trascrizione della lunga intervista radiofonica rilasciata a David Cayley (solo per amicizia, p. 19; Illich si era rifiutato di concedere qualunque intervista nei precedenti quindici anni) andata in onda a puntate, negli Stati Uniti, tra il 1989 e il 1990.
L’intervista è spesso la via più breve per avvicinarsi al pensiero di un autore. Questo libro non delude le aspettative. Il contenuto è chiaro e può essere affrontato anche dai non specialisti; la mancanza di approfondimento (ciò su cui l’intervista, come genere, segna ovviamente il passo rispetto al saggio) è compensata dalla sinteticità della spiegazione (il dettaglio va dunque cercato altrove; ma l’essenziale, lo si carpisce subito). La lettura è densa ma scorrevole: merito certamente dello stile accattivante di Illich, altalena continua tra la teoria, l’esempio, l’aneddoto, l’esperienza personale; ma anche di Cayley, che sa essere opportuno nell’intervenire come nel farsi da parte, competente e puntuale ma mai invadente.
Ne vien fuori un affresco in cui l’aspetto biografico e quello speculativo risultano, per così dire, cementati: così è possibile seguire il vissuto di un uomo che ha maturato la sua riflessione a cavallo tra l’Europa e l’America, un austriaco che ha insegnato nelle più prestigiose università dell’Occidente come nei barrios portoricani, un prete amico di Jacques Maritain e di Helder Camara, che qualcuno (forse esagerando, ma non molto) si è spinto a definire il più grande pensatore del XX secolo; allo stesso modo emerge una trattazione piuttosto completa, anche se non sistematica, dei temi fondamentali della sua filosofia: l’elitarismo dell’istruzione, la deformazione degli strumenti, l’energia, la storia medievale, le distinzioni cruciali tra bene e valore, tra bisogno e fabbisogno, tra genere e sesso, ecc. Qui il pensiero (che si pretende sempre in massima misura “oggettivo”) è inseparabile dalla persona (il “soggetto”); ciò che vale per chiunque, ma che in Illich è ancora più evidente, come del resto lui è il primo a rilevare: «Convivo con il rifiuto non solo di dire certe cose, ma anche di utilizzare certe parole o di consentire a taluni sentimenti di insinuarsi nel mio cuore. Non posso permettermi di meditare sulla bomba atomica senza soccombere. La riflessione su certe cose che diamo per scontate vuol dire, a mio avviso, accettare l’autodistruzione. Accettare che i nostri cuori si logorino» (p. 82).
Questo libro è un ottimo invito al suo pensiero; l’edizione è ben curata e la prefazione di Franco La Cecla è preziosa per orientarsi nel labirintico universo della pubblicazione di Illich in Italia. Un testo che offre un “Illich senza filtri”, dove si può anche trovare un brano del genere: «Ho lavorato insegnando storia. Alcuni sostenevano che ne facessi uso, come se si trattasse di una droga. Io rispondevo di no, che stavo coltivando stati disciplinati di consapevolezza alterata» (p. 88). Non è il linguaggio che ci si aspetterebbe da un critico di Cartesio e di Comenio, ma tant’è. Al suo stile Illich non rinuncia: egli ha sempre preferito mantenere un «silenzio inorridito» piuttosto che scadere in una «volgarità apocalittica» (pp. 82-84). Il silenzio è ciò che ha scelto, ad esempio, nel 1967, rinunciando ai voti presi presso la Chiesa cattolica di Roma. A volte ha cercato di «seppellire le menzogne sotto una risata» (p. 59), come quando abbandonò il Concilio Vaticano II consegnando a un prelato una vignetta sarcastica sul tema della bomba atomica. Del resto Illich ha sempre pagato di persona, anche con la violenza fisica, le sue scelte radicali. L’integrazione genuina, oltre ogni coerenza fittizia, tra la sua teoria e la prassi della sua vita (ed insieme l’equilibrio e la capacità di “fare un’eccezione” ove opportuno, come nel caso di questa intervista) fanno di Ivan Illich un testimone, prima che un pensatore. Forse il destino dell’uomo è quello di essere, in eterno, Davide contro Golia; non di meno la sua grandezza risiede proprio nell’opposizione strenua e sempre rinnovata. L’uomo non ha il potere di fugare le tenebre; ma neanche la tenebra più fitta può impedirgli di essere «fiammella». Ivan Illich lo è stato.

(«Filosofia.it» online, ISSN 1722-9782, settembre 2008)