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sabato 18 aprile 2020

Cent’anni di Panikkar. In dialogo con la filosofia occidentale


I Diari di Raimon Panikkar, appena pubblicati, sono molto interessanti per la comprensione dell’uomo e dell’autore che si celano dietro gli oltre 60 volumi pubblicati in vita (senza contare quelli dell’Opera Omnia). Non solo e non tanto per l’importanza dell’intreccio fra la biografia e la bibliografia, quanto per l’evidenza dei riferimenti che confermano il suo pensiero altrove espresso, o lo mettono in discussione – aprendo, puntualmente, prospettive di studio inedite e benvenute.

1. L’uomo
Prima di concentrarsi sul nucleo teoretico, ci si conceda qualche breve appunto sugli aspetti più squisitamente biografici. Dalle pagine dei Diari emerge il ritratto di un uomo che, per quasi tutta la vita, ha sofferto di solitudine, della mancanza anche di una sola amicizia che gli permettesse lo scambio intimo e profondo di cui sentiva il bisogno; in particolare, Panikkar manifesta il rimpianto di non esser riuscito a coltivare come avrebbe voluto il rapporto con Ivan Illich, che aveva incontrato in più d’un’occasione e del quale parla almeno sei volte nel testo.

(Continua a leggere su «Dialegesthai», 16 aprile 2020)

mercoledì 28 novembre 2018

Bauman dopo Bauman. Intervista a Riccardo Mazzeo


Riccardo Mazzeo - editor, scrittore e traduttore - è il maggior esperto del pensiero del pensiero di Zygmunt Bauman in Italia. Nel corso dell'amicizia personale ultradecennale con il sociologo di Leeds, ha conosciuto senza intermediazioni tanto l'uomo quanto il pensatore e ciò l'ha portato a scrivere ben 2 libri a quattro mani: Conversazioni sull'educazione (Erickson, 2011) ed Elogio della letteratura (Einaudi, 2017). Oggi presenta un'antologia di scritti su Bauman dei maggiori studiosi italiani (da Mauro Magatti a Sabina Curti, da Maria Caterina Federici a Benedetto Vecchi) da lui curata per i tipi di Franco Angeli, dal titolo Zygmunt Bauman. I cancelli dell'acqua. L'abbiamo intervistato.

Un nuovo libro su Bauman: come nasce l'idea e in cosa consiste la sua specificità?
Nasce da un invito della coordinatrice del Festival della Sociologia di Narni, Maria Caterina Federici: l'anno scorso vi partecipai in ottobre, per presentare Elogio della letteratura, e accolsi con gioia la sua proposta di curare un numero monografico della loro rivista. La specificità del volume risiede nel fatto che in Italia è stato pubblicato moltissimo di Bauman ma quasi nulla su di lui; visti i miei rapporti di amicizia con gli altri suoi amici, decisi di esortarli a offrire un loro saggio, trattando ciascuno un aspetto differente – per esempio Daniele Francesconi, il direttore del Festivalfilosofia, dove Bauman era ospite fisso, ha parlato di Bauman nel rapporto diretto con il suo uditorio; Benedetto Vecchi, che aveva studiato approfonditamente anche l'opera di Bauman antecedente al suo successo planetario, ha rintracciato le sorgenti da cui sarebbero zampillate le sue opere più famose ecc.

Il titolo parte da un paradosso: i cancelli non trattengono l'acqua. È uno spunto di riflessione... o una provocazione?

Cercare di far conservare al proprio Paese un'identità inossidabile, cementificata, inscalfibile come fanno i nuovi ducetti come Trump e Salvini, che tante persone sono così cieche da votarli, è un'impresa innanzitutto grottesca, poiché che cos'avrebbero in comune di così coeso, assodato, definitivo sotto il profilo identitario un salentino e un valdostano, un siciliano e un torinese – oppure un lavoratore della Rust Belt e un gallerista di New York, un texano con quindici armi da fuoco in casa e un'afroamericana incazzata nera per le ingiustizie subite dalle persone che hanno un colore come il suo? Ma oltreché ridicola un'impresa del genere è vana visto che noi siamo esposti giorno dopo giorno a contaminazioni, esperienze, involuzioni e illuminazioni che ci modificano incessantemente. I “cancelli”, che si tratti di muri o filo spinato o espulsioni di migranti, non possono fermare l'acqua della modificazione permanente del mondo.

Bauman non era solito partire dai sistemi di pensiero né aspirava a fondarne uno: ha sempre amato, invece, cominciare dall'osservazione della realtà nei suoi mille frammenti. Come valuta questo approccio?

Illuminista come te e come me, giacché il sonno della ragione notoriamente genera mostri, si rendeva però conto che la ragione non può dar conto di tutta la realtà – conferendo diritto di cittadinanza o almeno prendendo atto dell'esistenza della sragione – e, data la sostanziale inguaribile imperfezione di noi esseri umani, aveva compreso che la determinazione ad avere giardini perfettamente ordinati, ben catalogati, numericamente ineccepibili come tante vacue ricerche sociologiche auspicherebbero, può spingere al trionfo di un Super io sadico e ai campi di concentramento o di sterminio.

È l'individuo a formare la società oppure, viceversa, è la società a formare gli individui, tramite i mille agenti che vi si muovono (un esempio per tutti: la pubblicità)?
Come illustra magistralmente Gilles Lipovetsky nel suo ultimo libro Piacere e colpire. La società della seduzione (che ho tradotto da Gallimard e uscirà in marzo in Italia per Raffaello Cortina), siamo passati da una società disciplinare a una società individualizzata e apparentemente libera da qualunque costrizione a patto di essere buoni consumatori. Una società non priva di pregi, se la si confronta con quelle in cui non c'è libertà di espressione o di costume, in cui prevale l'olio di ricino del pensiero unico incontestabile se non a rischio della sopravvivenza. Una società che però così com'è si lascia vivere più di quanto non viva, che predilige la superficie e il continuo cambiamento senza una direzione. Una società che ha bisogno di essere nobilitata dalla ricerca del significato, oggi in prevalenza assente, con le ricadute di ingiustizia sociale montante, incuranza per il destino del mondo e delle generazioni che verranno, nuovi sintomi sempre più diffusi (attacchi di panico, depressioni, disturbi alimentari) che aumentano a dismisura il fatturato delle aziende farmaceutiche.

Il sociologo sembra consegnare nelle mani degli uomini il loro stesso destino. Ciò esclude la prospettiva di qualunque trascendenza, o potremmo più correttamente dire che non la include?

Il sociologo è, come me, agnostico, non sa che cosa accadrà dopo la nostra morte, e come me rispetta profondamente la fede altrui che può costituire una grande consolazione e può essere il fomite di un rinnovamento più umano del mondo, come è stato per il cristianesimo evangelico. Sappiamo però fin troppo bene come è stato insultato e calpestato, quel cristianesimo degli esordi, da una Chiesa che, fattasi potente istituzione, ha messo al primo posto il potere e scatenato guerre, torturato povera gente, commesso ogni sorta di abomini. Il sociologo si occupa del mondo in cui viviamo e sospende il giudizio su qualunque altro mondo possibile.

Dal proletariato al precariato. Siamo oltre le più fosche previsioni marxiane eppure continuano a vendercelo come il migliore dei mondi possibili. Oppure ci dicono: There Is No Alternative!
In effetti siamo in un vicolo cieco, ma il mantra del neoliberismo, l'acronimo TINA, appunto, verrà puntualmente smentito dalla continua trasformazione del mondo. In proposito consiglio la lettura del libro di Mark Fisher Realismo capitalista, il cui sottotitolo nell'edizione originale recita Is there no alternative?, davvero non c'è alternativa? Ne parlo nella mia introduzione de I cancelli, e sono certo che un'alternativa si manifesterà. Certo è che la plumbea compagine di cinici traghettatori che riscuotono il maggiore successo oggi (il Putin così caro a Salvini, Erdogan, Orbán e gli altri) ci induce a temere un'alternativa perfino peggiore del mondo sfilacciato e avvelenato in cui ci troviamo.

Anoressia, depressione, attacchi di panico... quale cura si può ipotizzare per il nostro mondo malato?

Per certo questi disturbi hanno scarse probabilità di essere risolti con qualche seduta dallo psicoterapeuta, perché dipendono da cause strutturali e sociali più che da semplici smottamenti psicologici o personologici. Ne parleremo Miguel Benasayag e io a Lecce il 1° dicembre a SCOOL, e naturalmente si tratta di un tema difficile da sviscerare in poche righe di intervista. Certo è che vi sono interi paradigmi da cambiare, Miguel ne ha scritto ne L'epoca delle passioni tristi, e insieme abbiamo affrontato l'incapacità odierna di aderire alla propria età anagrafica di giovani e anziani in C'è una vita prima della morte?

Che ruolo ha la paura nelle strategie chi chi pianifica il governo globale della società?
Hobbes, che prima di inventarsi il Leviatano aveva avuto paura, costantemente, e continuò ad averne per tutta la sua vita, disse che l'uomo preferibile, per qualunque uomo, è un uomo morto. Il problema per le persone è che gli altri sono tutti potenziali antagonisti, nemici in pectore. E questo, che in parte è vero, diventa la verità in un mondo individualizzato come il nostro. L'erosione del benessere dipende dalla globalizzazione e dalla tracotante indifferenza con cui pochi attori in posizione di vantaggio – grandi imprenditori, finanzieri, mafiosi ecc. - si sono accaparrati la stragrande maggioranza delle risorse del pianeta mettendo a libro paga i capi di Stato che dovrebbero essere, e non sono più in grado di essere, i garanti del benessere dei cittadini. Ora, è chiaro che a qualcuno bisogna dare la colpa del dissesto, e risulta agevolissimo addossare tutte le responsabilità ai migranti. Certo, se la gente fosse meno stupida... Salvini ha insultato gli italiani del Sud fino all'altro ieri e adesso alcuni di loro lo votano. Cosa consigliare se non di leggere qualche buon libro invece di sprecare tanto tempo sui social? Come tutto quanto, più o meno, i social possono essere utili se intrecciati a qualcosa di più sostanzioso; se invece diventano il principale alimento quotidiano insieme alle serie tv, il rincitrullimento è quasi inevitabile, e a me spiace profondamente vedere atti di autolesionismo di questa portata perpetrati da gente perbene che si fa del male senza neanche accorgersene.

Bauman dopo Bauman.

Il fuoco che aveva acceso non si esaurisce certo con la sua morte: a parte me, grato discepolo che lo onorerà finché avrà vita, ricevo settimanalmente richieste da giovani – ovvero coloro che sopravvivranno a me e ai miei coetanei – che mi chiedono informazioni sul Maestro, che mi sottopongono tesi di laurea o altri scritti su di lui, che lo tesaurizzano e lo fanno perdurare nella memoria del mondo. La nostra cifra è la finitudine, ma per Bauman il tempo della perduranza si preannuncia molto esteso.


Che cosa ha in serbo Riccardo Mazzeo per i suoi lettori? Un'anteprima in esclusiva per il pubblico di «Filosofia e nuovi sentieri».
Il mio amico Agostino Portera, massimo esperto italiano di intercultura e apprezzato a livello internazionale, aveva scritto con Bauman un libro sui suoi temi che prevedeva una mia lunga introduzione, il mio editing e che era quasi finito quando Bauman venne meno. Ora, i familiari del Nostro hanno approvato la sua pubblicazione quindi passerò il prossimo dicembre a scrivere dopodiché il libro verrà affidato a Polity Press, l'editore di Cambridge che aveva pubblicato quasi tutti i suoi libri compresi quelli scritti con me. Gli altri progetti sono un nuovo libro con Ágnes Heller su identità e confini da scrivere all'inizio del 2019 e la pubblicazione del mio memoir del lutto di Bauman e della mia golden retriever Maggie, arrivati insieme nella mia vita e morti insieme dopo undici anni, Il pensatore e la cagnolina venuti dall'Est.

Indice del volume: Editoriale. Bauman e dell’incertezza, di Maria Caterina Federici - Premessa. I cancelli dell’acqua, di Riccardo Mazzeo - Introduzione. Il pendolo di Zygmunt Bauman, di Riccardo Mazzeo - Siamo ancora nella modernità liquida? Un esercizio di sociologia baumaniana, di Mauro Magatti - La missione impossibile di Bauman, di Benedetto Vecchi - Bauman, il consumo come compito, di Vanni Codeluppi - Forme e impressionismo nel disagio della postmodernità, di Raffaele Federici - Zygmunt Bauman e la modernità dell’Olocausto: fra crucialità delle domande e debolezza delle risposte, di Vincenzo Romania - Zygmunt Bauman. L’intellettuale sulla scena, di Daniele Francesconi - La morte di “terzo grado” come stile di vita. Esorcismi della paura nell’opera di Zygmunt Bauman, di Claudio Tugnoli - Paura liquida e ruolo degli intellettuali in Zygmunt Bauman, di Sabina Curti - Bauman e Habermas. Alle origini di un confronto incompiuto, di Luca Corchia - Bibliografia ragionata degli scritti italiani di e su Zygmunt Bauman, di Marta Carlini e Jakub Pichalski - Una scuola per tutti? Riflessioni a margine di “Conversazioni sull’educazione”, di Federico Batini e Giulia Toti - Recensione a Z. Bauman, Homo consumens: lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi (ed. Erickson, 2007), di Alessio Bianco.


Riccardo Mazzeo (a cura di), Zygmunt Bauman. I cancelli dell'acqua, ed. Franco Angeli, 2018.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 28 novembre 2018)

mercoledì 21 novembre 2018

D. Infante, Le ragioni del Buddha. In Asia centrale sulle tracce del buddhismo "d'Occidente", ed. Meltemi, 2018


Esiste la possibilità di un dialogo fra Oriente e Occidente (a partire proprio dalla riflessione su queste due categorie iniziali: insomma, esistono davvero un "oriente" e un "occidente", o non è forse vero che siamo sempre a est e a ovest di qualcuno altro? Ovvero ancora: non sarebbe ora di cominciare a guardare le cose con occhi un po' meno postcoloniali?); e, se esiste: su quali basi va fondata? È salutare infatti riflettere su una questione centrale: nessuna civiltà (nessuna ideologia, o religione, o autorità politica) possiede oggi le soluzioni generali ai nostri problemi globali. Un dialogo tra culture diverse, anche quelle più lontane o considerate incompatibili, pertanto, si impone; per venir fuori da un'impasse che non è più soltanto teoretica - ma lo è mai stata davvero, del tutto? - bensì concreta e urgente, data la catastrofe ambientale e climatica all'orizzonte (tanto per dirne una e per tacere di quella umana e sociale).
Incontrarsi tuttavia non solo si deve, ma fortunatamente anche si può, a patto di relativizzare (che non vuol dire ridurre e tanto meno sminuire, ma semplicemente saper calare nel contesto di questo nostro mondo in cui tutto è relativo, perfino... la divinità) la propria ragione, sapendo stabilire a partire da essa le relazioni con tutto ciò che è stato a lungo straniero - a volte esotico, spesso ostile - e che oggi non è più possibile tenere a distanza. L'altro è alle porte e il "rischio" dell'incontro è dietro l'angolo: bisogna saperlo trasformare in opportunità, e questo non può avvenire se ciascuno si arrocca nelle proprie ragioni inveterate (e forse vetuste); è necessario al contrario aprirsi alle ragioni dell'altro (già un secolo fa Russell consigliava agli studenti di entrare completamente nella prospettiva filosofica dell'autore per capirlo appieno, e solo in un secondo momento prenderne le distanze: «Generalmente - diceva - per quanto strane possano sembrare le sue affermazioni, ogni filosofo ha ragione, dal suo punto di vista»). È nel passaggio attraverso la ragione - tanto propria quanto altrui - che si pongono le basi per realizzare quello che a lungo è stato un sogno - o una velleità - e che può forse diventare oggi il più importante degli obiettivi: la pace in terra...
Continua la ricerca di Diego Infante, giovane studioso delle "ragioni altre", nell'ambito della filosofia della religione. Dopo La ragione degli dèi, uscito tre anni fa, questo volume si concentra sul dialogo e offre uno studio a tuttotondo geo-storico-filosofico lungimirante (e mai prolisso) che colpisce per la serietà dell'approfondimento (evidente anche nella corposa bibliografia quadrilingue), pur in una trattazione non rivolta esclusivamente agli specialisti. Saggio nel quale Nietzsche e Schopenhauer si incontrano con il cristianesimo e il buddhismo, e dove i problemi più squisitamente filosofici affluiscono nella letteratura, l'arte, l'architettura.

Diego Infante è nato nel 1987 e vive ad Avellino. Ha esordito nel 2015 con il saggio La ragione degli dèi. La bellezza del molteplice e la dittatura dell'unico (ed. Italic).


Diego Infante, Le ragioni del Buddha. In Asia centrale sulle tracce del buddhismo "d'Occidente", ed. Meltemi, 2018.

(Filosofia e nuovi sentieri, 21 novembre 2018)

mercoledì 6 dicembre 2017

Vito Mancuso, Il bisogno di pensare, ed. Garzanti, 2017

Leggere può far male? Come per tutte le cose, l'eccesso porta fuori strada, e il fine della lettura - nutrire il pensiero - può diventare qualcosa d'altro: anestetizzare la propria capacità critica rendendola dipendente dalle opinioni di altri - gli autori di libri e giornali, appunto - finendo, come rilevava Schopenhauer, per "pensare con la testa altrui, anziché con la propria"...
D'altro canto, leggere è indispensabile, proprio come pensare. Nonostante molti sostengano il contrario - di fatto, con la propria esistenza - pensare non è una velleità, né una possibilità come un'altra per l'uomo, ma un bisogno, "un'urgenza che nasce da dentro e che lo rende strettamente imparentato con il desiderio e che per questo è caldo, ardente, potenzialmente creativo". Ora, anche pensare troppo può far male: la produzione continua, ininterrotta di pensieri (di immagini, di preoccupazioni, di ipotesi) può non lasciar spazio nella mente per la riflessione; oppure, il pensiero può farsi ideologico, aderendo cioè a una dottrina (non importa se filosofica, religiosa o politica) in maniera acritica e integralistica; oppure ancora può rivolgersi unicamente all'ansia di guadagno e di conquista. Ma è proprio in questa dinamica infinita - il bisogno di pensare, da un lato; il suo rischio intrinseco, dall'altro - che si apre uno spazio creativo in cui la vita si fa possibile e diventa umana: lo spazio in cui Ragione e Follia si incontrano e si scontrano - la Ragione con le sue rivendicazioni armonizzanti, tendenti ad andare oltre l'individuo, la Follia, con le sue ambizioni passionali; la Ragione con le sue pretese egoistiche, la Follia con l'apertura spontanea al Tutto - e l'inedito può farsi strada nel mondo e nella Storia.
D'altro canto, si rischia - e tanto - anche a non pensare affatto: si rischia di disperdere l'occasione unica della propria vita in un'esistenza senza senso.
Non c'è bisogno di scomodare i "piani divini" di certe teologie, per capire quale sia la posta in gioco: senza il pensiero, l'uomo rischia di vivere come un ramo trasportato dalla corrente, senza riuscire a imprimere nessuna direzione al proprio essere e senza scalfire la superficie della realtà, che lo contiene, ma dalla quale è dis-integrato: come ospite a un buffet che passa il tempo a ingozzarsi, mentre gli sfugge il senso di ciò che tutti gli altri sono intenti a festeggiare.
In uno studio documentatissimo che attinge alla patristica e alla letteratura classica, alla psicologia e alle saggezze orientali, alla filosofia e alla scienza, alla sacra scrittura e al saggio storiografico, Vito Mancuso ci conduce - con il suo consueto stile scorrevole e discorsivo, ma pieno di inviti all'approfondimento e di seconde letture - a esplorare un nuovo, ineludibile ambito dell'umano: dopo la passione, l'amore, la libertà (il suo precedente è del 2016), è il bisogno di pensare a venir messo qui sotto la lente d'ingrandimento. Mancuso si rivela una volta di più un autore (si vorrebbe dirlo "filosofo", ma lo si evita, memori delle sacrosante annotazioni di pag. 55) che sa mettere insieme, nel modo più fruttuoso, le ultime acquisizioni scientifiche con le più recenti conclusioni teologiche. Non c'è futuro per l'umanità, né vita umana per l'uomo, senza il pensiero. E il pensiero... non si pensa da solo. È un lavoro che tocca cominciare. A tutti.

Vito Mancuso è un teologo italiano. È stato docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano dal 2004 al 2011. I suoi scritti hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, in particolare L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007), Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011), Il principio passione. La forza che ci spinge ad amare (Garzanti 2013), Dio e il suo destino (Garzanti 2015), quattro bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in altre lingue e una poderosa rassegna stampa, radiofonica e televisiva. Il suo pensiero è oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. Dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. Dal 2013 al 2014 è stato docente di "Storia delle dottrine Teologiche" presso l'Università degli Studi di Padova.


Vito Mancuso, Il bisogno di pensare, ed. Garzanti, 2017.

(«Filosofia e nuovi senieri», 6 dicembre 2017)

mercoledì 8 novembre 2017

F. Lorefice, Ribellarsi non basta. I subalterni e l’organizzazione necessaria, ed. Bordeaux, 2017

Da quando Marx ha lanciato ai proletari di tutto il mondo, oltre centocinquant’anni fa, l’invito a unirsi, le cose sono cambiate in tanti modi: ma la divisione continua a essere la parola d’ordine di una sinistra che - almeno qui in Italia - non fa che creare a ogni piè sospinto nuove divisioni, spesso incomprensibili, sempre suicide. Cosa tanto più evidente - e deprecabile - quanto più si consideri che i soggetti della politica intesa à la Marx&Engels erano quegli stessi proletari che, per evoluzioni successive sono diventati i moderni precari, disoccupati, sottoccupati del mondo moderno a ogni latitudine. I subalterni. Quelli costretti a subire una politica che non riesce mai a occuparsi seriamente dei loro problemi - in buona o in cattiva fede - perché sempre troppo impegnata a venerare i dogni dell’economia, primi fra tutti quelli della competitività e della crescita. Insomma, nel modo governato dal denaro sembra non esserci più posto per il lavoro (e dunque per il lavorarore): cambiano le categorie, le industrie, le sigle e le rappresentanze sindacali, ma quello che il filosofo di Treviri insegnava allora è rimasto uguale: “il proletario vive finché lavora, ma lavora solo fino a quando ce n’è bisogno”...
Questa prima opera in volume di Fulvio Lorefice - trentenne dottore di ricerca catanese vincitore del premio Roosevelt Study Center Research Grant - non è specificamente un saggio sul comunismo, nonostante i riferimenti e le tendenze siano piuttosto manifeste, come risulta peraltro, oltre che dall’esposizione, dalla bibliografia bilingue su cui è basato. Un libro che è evidentemente frutto di uno studio accademico, ma che per lo stile divulgativo intende probabilmente rivolgersi a un pubblico più ampio, se non direttamente alle masse. Quelle masse - si preferirebbe forse “popolo”: ma si può realmente dirlo oggi, con cognizione di causa e aderenza alla realtà? - dalle quali è necessario ripartire per rifondare la politica nell’epoca della rete e della democrazia telematica. Non perché, come sarebbe forse auspicabile ma probabilmente illusorio, il tempo del partito e dei leader sia definitivamente tramontato; ma perché in ogni caso è sempre necessario organizzare la massa affinché in una democrazia gli uomini possano incidere sulle scelte che più gli stanno a cuore. E perché si diventa sacrosantamente intolleranti verso i soprusi di partiti che tendono ad accaparrare il potere nelle proprie mani senza che questo provochi ricadute positive per gli elettori (è il caso eclatante delle votazioni con liste bloccate). Oggi il voto è meno efficace perché sempre frammentato e spinto dall’onda emotiva e anomala degli ultimi dieci giorni di campagna elettorale. Una volta il problema era l’ignoranza; ora è la mancanza di rappresentanza. A chi giova tutto ciò? Certo non ai più. Indignarsi non basta, ci vuole organizzazione. Compito politico per i prossimi cinquant’anni, che però deve partire… adesso.


F. Lorefice, Ribellarsi non basta. I subalterni e l’organizzazione necessaria, ed. Bordeaux, 2017.

(«Mangialibri», 8 novembre 2017)

mercoledì 11 ottobre 2017

R. Sorensen, La stanza delle meraviglie filosofiche, ed. Salani, 2017

« "Se uno scienziato anziano ma eminente dice che una cosa è possibile, ha quasi sicuramente ragione, ma se dice che una cosa è impossibile, ha con tutta probabilità torto", disse Arthur C. Clarke. Uno scienziato anziano ma eminente risponde: "È impossibile che il signor Clarke abbia ragione" ». Quanto è probabile che l'asserzione dell'augusto vecchio sia corretta? Spoiler: lo scienziato anziano ha senza dubbio ragione. La spiegazione è... a pag. 283.
Ellen Gould White, fondatrice del movimento avventista, ebbe una rivelazione: dallo studio dei capitoli 7 e 14 dell'Apocalisse dedusse che il numero esatto degli eletti, coloro che "hanno scritto in fronte il nome di Cristo e del Padre" è 144.000, cioè 12.000 eletti tondi per ciascuna delle 12 tribù di Israele. Tutto quadrava. Tranne il "quadrato perfetto" nel quale, sempre secondo lei, avrebbero dovuto disporsi: la radice quadrata di 144.000 infatti non è un numero intero ma irrazionale; per cui, su ogni lato del quadrato, avrebbero dovuto trovare posto esattamente 379,47331922... persone...

giovedì 21 settembre 2017

S. Cristante, L'onda anonima, ed. Meltemi, 2017

Che cos’è la cosiddetta “opinione pubblica”? Quando nasce, come si forma? E cosa diventa, ai giorni nostri? Più di cinquant’anni fa - era il 1962 - Habermas enunciava una importante tesi al riguardo, secondo la quale è impossibile parlare di opinione pubblica prima dell’avvento della sfera pubblica borghese. Ma le cose stanno veramente così? Verrebbe invece spontaneo pensare che in tutte le tappe della civiltà umana - anche quelle meno parolaie della nostra - certe circostanze siano state in grado di modificare la percezione della realtà presso gruppi di individui, indipendentemente dal fatto che si trattasse di opinioni politiche, estetiche, scientifiche (soprattutto, indipendentemente dalla bontà di quella percezione: si sa infatti che spesso è più facile sdoganare un pregiudizio che un’idea ben fondata). Cosa succede, prima del Settecento inglese e francese, nell’America della frontiera e della pubblicità, mirabilmente descritta da Tocqueville? E cosa succede oggi, nel momento in cui la prima fonte di introiti per la stampa non è la vendita delle copie, ma le inserzioni? Oggetto di studio per le scienze sociali, interessate anche alla comprensione di come tutto ciò evolva - all’epoca della TV e della concentrazione del quarto potere, oltre che di quello economico - in manipolazione...
Stefano Cristante insegna Sociologia delle Comunicazioni di Massa all’Università degli Studi di Lecce e all’Università di Roma “La Sapienza”, si occupa di comunicazione politica e di produzioni culturali, in particolare giovanili e dirige con Alberto Abruzzese l’Osservatorio di Comunicazione politica dell’Università di Roma “La Sapienza” (OCP). Questo libro - che contiene saggi di Habermas, Bordieu, Luhmann, Lippmann, Tonnies, Allport, Lazarsfeld, Noelle-Neumann e Landowski, più due di Tocqueville, e che ha visto la collaborazione di diversi editori, oltre alla spinta propulsiva di Meltemi - tira le fila del discorso sull’opinione pubblica a partire dalle idee degli autori citati, selezionati bene dal curatore, da cui emerge un discorso unitario (pur dotato di mille sfaccettature) e antico, che giunge fino alle distopie del cinema e della narrativa contemporanei. Meltemi - editore di cui non si avevano notizie da diversi anni - torna in libreria con una pubblicazione interessante e con uno stile come sempre non confinato settorialmente ma, al contrario, ben attento al fermento che si annida ai bordi delle discipline e degli ambiti di studio. Con un buon apparato critico e una corposa bibliografia quadrilingue, nella collana “Nautilus” diretta da Alberto Abruzzese.


S. Cristante, L'onda anonima, ed. Meltemi, 2017.

(«Mangialibri», 21 settembre 2017)

mercoledì 20 settembre 2017

Z. Bauman, R. Mazzeo, Elogio della letteratura, ed. Einaudi, 2017

«La letteratura e la sociologia condividono il medesimo campo d’indagine, gli stessi temi e gli stessi argomenti, nonché - se non del tutto, almeno in maniera sostanziale - la vocazione e l’impatto sulla società. [...] Letteratura e sociologia si alimentano a vicenda».

«Chiamiamo realtà materiale il mondo del valore di scambio, e cultura tutto ciò che rifiuta di accettare il suo dominio». Con questa definizione dei Minima moralia di Adorno si apre il secondo (e ultimo, per la recente scomparsa del grande Zygmunt Bauman) libro scritto a quattro mani dal pensatore della “società liquida” e da Riccardo Mazzeo, intellettuale che non ha bisogno di presentazioni. La cultura esiste, resiste e si rifiuta di assoggettarsi alla tirannia del mercato (e dei mercanti); non solo e non tanto perché certe cose non possono esser comprate né vendute, ma per scelta deliberata: quello della cultura è il rifiuto aperto e programmatico di quella annichilente reductio ad unum che il denaro continua a portare avanti a suon di offerte speciali, senza preoccuparsi della cenere - in termini umani e sociali - che lascia sulla sua strada.
Un rifiuto necessario: è necessario infatti che qualcuno si soffermi a pensare alle conseguenze dell’avanzata del tecnocapitalismo, foriera di ingiustizia e di veri e propri cataclismi socioambientali sempre più massicci ed evidenti (come l’aumento della temperatura del pianeta, da cui la desertificazione e, a seguire, le migrazioni di massa sempre più imponenti). Un pensiero indispensabile, perché qualcuno deve pur affrontare i problemi che l’economia crea o tollera, arroccata su una posizione amoralistica che vorrebbe astrarsi da qualunque considerazione non numerica, alla pari di quelle altrettanto insostenibili come “l’arte per l’arte” o “la scienza per la scienza”. Ma il mondo è globale ormai, e non si può più perseguire il bene di una parte a scapito delle altre; ogni cosa va pensata nell’ottica di tutti, e del tutto (ambiente compreso). Qui, letteratura e sociologia si trovavano sorprendentemente in sintonia, nel punto in cui la prospettiva va completamente rovesciata: è a partire dalle ricadute sul mondo umano (e, a fortiori, su tutto il resto) che vanno scritte, lette, valutate tanto l’una quanto l’altra. Con il suo consueto taglio pratico, immediatamente concreto (che gli era valso già nel 1989, prima della sua più nota intuizione, il prestigioso Premio Amalfi per la sociologia), Bauman commenta che è criminale «nel caso della sociologia, ribadire che il solo criterio per valutare la presentazione di realtà sociali è quanto fedelmente gli autori si sono attenuti ai metodi d’indagine prestabiliti e approvati»: se il prezzo della scientificità dello studio dev’essere l’insensibilità - o, peggio, la disumanità - be’, tanto peggio per la scienza. Una sociologia che non sia per l’uomo tradisce in nuce la sua vocazione fondamentale. Lo stesso vale per la letteratura. Le quali - se per Mazzeo sono “sorelle” - per il sociologo polacco sono addirittura “gemelle siamesi”, «impossibili da separare per via chirurgica».
“Letteratura”, “sociologia”: parole che possono suonare velleitarie a chi non ne abbia sufficiente consapevolezza, o a chi le snobba di proposito, perché le teme. Vi è posto, in realtà, per cose come queste, quando siamo nel mezzo di una guerra che, lungi dall’essere terminata con la sconfitta del nazifascismo (come Mazzeo ricorda citando il capolavoro di Littell Le benevole), continua con la violenza negli stadi nei paesi cosiddetti “sviluppati”, e con lo sterminio per fame e per malattie curabili di interi popoli nei paesi poveri? A ben vedere, letteratura e sociologia possono - nel loro connubio basato sulla riflessione a tuttotondo sull’umano e sulle sue infinite implicazioni - entrare nel conflitto e aiutare ad estinguerlo, al di là delle chiacchiere. Perché se è vero, come è vero, che l’uomo, più che d’ogni altra cosa, è fatto di discorsi (contrariamente a quanto vorrebbe far credere certa propaganda neuroscientista, l’uomo non è fondamentalmente guidato dall’istinto, ma dal discorso: mangiamo, lavoriamo, pensiamo e speriamo in base a dei discorsi in parte già fatti o anche ritriti, in parte frutto della nostra rielaborazione e prosecuzione personale; finanche l’atto più istintuale, l’accoppiamento, non è guidato affatto da un istinto primordiale, ma noi ci muoviamo e lo portiamo a compimento non solo accompagnandolo con discorsi ma addirittura seguendo quello che abbiamo visto nell’ultimo film, o letto nel romanzo che più ci ha impressionati), allora è tramite la riflessione, e il confronto, che si può venire fuori da qualunque impasse. Anche da quella attuale.
Mazzeo e Bauman, che hanno affinato nel tempo una mirabile una sintonia, consegnano qui (per la prima volta in italiano, nella traduzione di Daria Restani: l’edizione inglese è del 2016) un saggio dotato di una fluidità straordinaria - a dispetto della densità degli argomenti trattati e dell’originalità delle considerazioni: sembra quasi, leggendo, di poterne ascoltare l’armonia, come in una sinfonia ben congegnata in cui il virtuosismo sfuma, senza inceppi, nella purezza della melodia. Un libro che - fra “twitteratura” e musica pop, filosofia (non manca il Camus di «Mi ribello, dunque siamo») e karaoke - riprende, intreccia e sviluppa i percorsi condivisi della letteratura e della sociologia, mostrandone la complementarità e l’irrinunciabilità per tutti, oggi. Può darsi, come si sente dire, che con la cultura non si mangia. Eppure ne abbiamo bisogno più che del pane.
Zygmunt Bauman (1925-2017) è stato uno dei piú noti e influenti pensatori al mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida», di cui è stato uno dei piú acuti osservatori. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, tra i suoi libri ricordiamo Modernità liquida (2011) e Il demone della paura (2014). Per Einaudi ha pubblicato Memorie di classe. Preistoria e sopravvivenza di un concetto (1987) e Stato di crisi (2015, con C. Bordoni).
Riccardo Mazzeo, editor storico della casa editrice Erickson, ha tradotto un centinaio di libri da inglese, francese e spagnolo e scrive sulle pagine culturali del «Manifesto». Tra i suoi libri ricordiamo Conversazioni sull'educazione, con Zygmunt Bauman (2011), C'è una vita prima della morte? con Miguel Benasayag (2015), Il vento e il vortice, con Ágnes Heller (2016), Parlare di Isis ai bambini, con Edgar Morin et al. (2016) e Il musulmano e l'agnostico, con Tariq Ramadan (2017).
 


Z. Bauman, R. Mazzeo, Elogio della letteratura, ed. Einaudi, 2017 [ed. orig. In Praise of Literature, Polity Press, 2016]. Trad. it. di Daria Restani.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 20 settembre 2017; «l'Altrapagina», ottobre 2017)

mercoledì 6 settembre 2017

Leonardo Marcato, Le radici del dialogo. Filosofia e teologia nel pensiero di Raimon Panikkar, ed. Mimesis, Milano-Udine 2017


Raimon Panikkar. Il filosofo e il teologo. Il prete e il professore. L’intellettuale che studiava in India e insegnava in California. Cosa ha da dire la sua prolifica produzione - volumi, articoli, interviste, conferenze - all’uomo della strada? Quello, cioè, che ha a che fare con le difficoltà di tutti i giorni, qui e ora; quello a cui non importa certo parlare della salvezza dell’anima, in generale, ma che ha a cuore il problema di come fare a salvare la propria, di anima. In una parola: cosa ha a che fare il pensiero di Panikkar - e la sua proposta cosmoteandrica di dialogo dialogale - con noi? E soprattutto: in che modo - come sottolinea giustamente il professor Luigi Vero Tarca dell’Università di Venezia nella sua prefazione - rendere accessibile e fruibile il messaggio di Panikkar senza ridurlo o, peggio, banalizzarlo?

venerdì 23 giugno 2017

Déborah Danowski, Eduardo Viveiros del Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, ed. Nottetempo, 2017


“C’è una ragazza che precipita dal cinquantesimo piano di un palazzo, e man mano che scende continua a ripetersi: ‘Non sta succedendo niente, non sta succedendo niente’. Il problema non è la caduta. È l’atterraggio”. Anche noi ci comportiamo come la ragazza del tormentone dello splendido La haine-L’odio, del 1995, quando si tratta della salute - e della sorte - del nostro pianeta: organizziamo incontri e dibattiti sul tema, ma non cambiamo stili di vita, né individualmente né socialmente; soprattutto, sottoscriviamo accordi internazionali ai più alti livelli istituzionali, senza preoccuparci di stabilire con quali mezzi procederemo ad attuarli. Appare sempre più evidente, ogni minuto che passa, che la questione ecologica non è più uno dei tanti problemi, e nemmeno solo uno dei più urgenti: ma è diventata il problema. Perché qualunque sia l’assetto che immaginiamo per il mondo a venire, è necessario anzitutto che un tale mondo… esista ancora. Il che non è scontato: anche se è questo che la nostra inerzia mentale ci suggerisce. “Il mondo è sempre esistito, ed esisterà sempre”, pensiamo. Ma l’evidenza ci dice il contrario: e prima che esso scompaia - o si trasformi in qualcosa che preferiremmo non aver visto mai - è necessario che l’uomo intervenga, e nella maniera giusta...
L’apocalisse, la fine dei tempi, la fine del mondo: è un evergreen che dall’antichità classica giunge ai giorni nostri con tutto il suo smalto perfettamente intatto, dopo aver esplorato un’infinità di forme e di generi (dagli zombi di Romero a quelli di Matheson, dai nuovi inquilini della saga delle scimmie alle rape del folgorante “La razza dominante” di Fredric Brown; dalle ecatombi siderali à la Armageddon del ’98 a quelle di matrice più antropica come La strada di McCarthy - un excursus dell’immaginario apocalittico e dei suoi fondamenti è già stato esaminato qui). Ma qui, per la prima volta dopo oltre cinquant’anni (da quando, all’epoca della crisi dei missili, si temeva una catastrofe nucleare - timore che quasi fece impazzire Philip Dick, non a caso abbondantemente citato nella trilingue bibliografia finale), siamo di nuovo di fronte a un terrore che non è più soltanto (o in sostanza) immaginario, ma concreto, tangibile e - alla lunga - inevitabile. L’ecocataclisma è un futuro che possiamo realmente prevedere, e prevenire. Quella della fine non è più una paura, insomma, ma una vera e propria eventualità. Attraverso l’esame delle fonti e degli studi di settore - fisici, filosofici, sociologici - Déborah Danowski ed Eduardo Viveiros del Castro delineano il quadro attuale di una condizione che mai come in questo caso sarebbe opportuno definire “umana”, per quanto è immediatamente vicina a tutti noi. Un libro non solo per riflettere. Ma per agire.


Déborah Danowski, Eduardo Viveiros del Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, ed. Nottetempo, 2017.

(«Mangialibri», 23 giugno 2017)

domenica 30 aprile 2017

A. Busetto, Vendetta e pace, ed. Il Prato, 2017

Come si vive, ai margini della società? La domanda è attuale e lo diventa sempre di più, in quest’epoca che sbandiera i valori dell’inclusione, dell’integrazione, dell’interculturalità; ma sembra dar luogo, nei fatti, a marginalità sempre nuove e più estese: quella, ad esempio, di chi perde il lavoro o non ne ha mai avuto uno; quella di chi è costretto a migrare, per motivi economici, politici, climatici; quella di chi sopravvive con meno di due dollari al giorno – nella condizione definita di “povertà estrema”, che riguarda quasi un miliardo di persone – o senza acqua potabile, o ancora esposto a malattie mortali curabili altrove con una semplice iniezione. I margini sono la parte più importante dell’insieme: perché è qui che si rischia la vita, quella incandescente e problematica che richiede soluzioni e non può aspettare. Al centro, invece, è il solito affannarsi dietro lo status symbol del momento, quello che tutti vogliono… per nessun motivo; se non per il fatto che, appunto, tutti lo vogliono. È una delle grandi intuizioni di René Girard, celeberrimo antropologo francese: la mimesi del desiderio. Ovvero: si desidera qualcosa non perché sia intrinsecamente desiderabile, ma perché altri lo desiderano. Meccanismo che inizia con la competizione e finisce con l’homo homini lupus: solo che qui non si sbrana nessuno, e i “perdenti” – è così che li definisce la retorica imperante, che più produce conseguenze devastanti, più utilizza per parlarne il linguaggio dei giochi – viene relegato in una delle zone di esclusione. Semplicemente. E fatalmente...
Quando mi è stato chiesto di scrivere la Prefazione al volume di Alberto Busetto, Vendetta e pace (ed. Il Prato, Padova 2017), ho esitato. Perché non conoscevo Girard abbastanza da poter commentare un libro su di lui. Ma poi ho cominciato a leggerlo, e ho scoperto che non si trattava del pensiero di Girard in quanto tale; e nemmeno di un libro di filosofia in senso specialistico. L’oggetto del discorso dell’autore è infatti la pace: e il suo non è un trattato, ma un invito a progettare un mondo pacifico, in cui ognuno possa trovare il suo posto, e l’unica esclusa sia l’esclusione. Un saggio che, incrociando saperi diversi, e ben consapevole che anche la più bella delle idee non vale nulla, se non viene messa in pratica, esorta all’azione e alla trasformazione: non tanto perché – come si dice – “un altro mondo è possibile”, ma perché è questo mondo che è impossibile (sintesi mirabile che ho appreso tanti anni fa da Achille Rossi, e che porto sempre con me), con la sua compulsione a volere sempre di più, senza motivo. Busetto scrive di ciò di cui abbiamo bisogno tutti, oggi. E io lo consiglio a tutti.


A. Busetto, Vendetta e pace, ed. Il Prato, 2017. Prefazione di Paolo Calabrò.

(«l'Altrapagina», aprile 2017)

mercoledì 26 aprile 2017

P. Bartolini, Desiderio illuminato e spiritualità laica, ed. SG, 2017

«La spiritualità laica non può che accettare la natura anfibia dell'essere umano: teso tra finito e infinito, necessità e possibilità (come già aveva rilevato Kierkegaard), egli è chiamato a scoprire un'articolazione tra gli opposti che illumini il nostro passaggio nel tempo e nello spazio di una vita» (p. 54).

Leggendo l'ultimo libro di Paolo Bartolini, Desiderio illuminato e spiritualità laica, si ha l'impressione che la prima e più ardente preoccupazione dell'autore sia: come fare a parlare di spiritualità in maniera inclusiva? In maniera cioè che il discorso travalichi le soglie confessionali; che possa essere chiaro a tutti, indipendentemente dalla confessione di appartenenza, che ogni espressione linguistica volta a connotare un'esperienza non diventi, per ciò stesso, una presa di distanza da – se non addirittura un mettersi contro – ogni altra esperienza.
La risposta, erudita e transdisciplinare al punto giusto – l'autore spazia dalla psicologia alla filosofia, dalla teologia interculturale alla sociologia della politica – è semplice, e viene restituita da Bartolini con un'esposizione che evita i tecnicismi e punta al cuore dei problemi: solo passando dalle idee alla realtà – dai nomi delle cose alle cose stesse – si può ottenere un accesso, una condivisione e un confronto autentico sulla materia della religione. Che non è né della religione, né delle religioni, ma dello spirito: che più di ogni altra cosa accomuna gli uomini. È sull'idea di laicità – che non è contrapposizione alla religione sul piano teoretico, ma spostamento di ogni questione sul piano pratico – che si può trovare finalmente un approccio inclusivo; è sull'esperienza concreta della spiritualità che possono essere superate le più invalicabili barriere dogmatiche. Qui vengono meno tante formule vuote o d'altri tempi, oggi sterili e tanti falsi problemi legati a esse; e, come sottolinea Roberto Mancini nella Prefazione al volume, «tornano così in primo piano la fragilità, i sentimenti, il desiderio, l'incontro amoroso, la responsabilità verso gli altri, il senso misconosciuto della fede e della politica, la dignità dei viventi».
Ma Desiderio illuminato e spiritualità laica, pur poggiandosi sulla personale esperienza spirituale dell'autore, non è un libro sulla fede. Ovvero, non vi si esaurisce. Si apre invece, tramite una critica serrata al capitalismo e, più in generale, all'attuale (dis)ordine globale, a una riflessione più ampia sul senso dell'esistenza del singolo e di tutti, anzi, del tutto.
In buona compagnia di pensatori come Raimon Panikkar e Maurice Bellet, di teologi come Eugen Drewermann e Leonardo Boff, di psicologi come Luigi Zoja e Antonio Damasio, di filosofi come Luigi Vero Tarca e Achille Rossi, Paolo Bartolini consegna un'opera che è un ponte tra i tanti Orienti e Occidenti in cui ci imbattiamo ogni giorno: quelli geografici, linguistici, culturali. Ma, soprattutto, quelli della mente.
Indice: Prefazione di Roberto Mancini – Introduzione – L'Occidente e il suo fuori – Il corpo, l'erotismo, la materia – Spiritualità e politica: come vivere dentro e oltre il capitalismo – Il male, la morte, la rinascita – La vita personale e la cornice mitobiografica – Conclusioni – Bibliografia.
Paolo Bartolini è analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore. Svolge la libera professione ad Ancona. Collabora, per le tematiche psicosociali, con la rivista online «Megachip». Ha pubblicato: Psiche e città. La nuova politica nelle parole di analisti e filosofi (ed. IPOC, 2014); La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale (ed. Mimesis, 2016).


P. Bartolini, Desiderio illuminato e spiritualità laica, ed. SG, 2017. Prefazione di Roberto Mancini.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 26 aprile 2017; «l'Altrapagina», giugno 2017)

mercoledì 5 aprile 2017

A. Colamedici, Il Codice del Mito, il sogno di Platone e l'incubo dell'Occidente, ed. Mursia, 2017

«Se pensi che la tua anima personale sia distinta dal corpo e che consapevolezza e coscienza morale siano localizzate in quell'anima (e non nel mondo esterno) e che perfino il gene egoista sia individualizzato nella tua persona, allora, psicologicamente, sei platonico. Se la tua prima reazione a un sogno, a una notizia, a un'idea è di operare immediatamente una divisione tra bene e male morali, allora psicologicamente sei platonico. Se associ il peccato alla carne e ai suoi impulsi, ancora una volta, psicologicamente, sei platonico. [...] E sei platonico quando credi che alla fine del tunnel delle umane disgrazie ci attenda la giustizia divina sotto forma di ricompensa o punizione, invece che la tragedia irrimediabile o il caso o la sfortuna» (pp. 192-193).
L'influsso della filosofia di Platone sullo sviluppo della società occidentale – con i suoi indirizzi, i suoi tic, le sue prassi inveterate – è evidente e scontato, al punto che la celebre affermazione di Whitehead («La filosofia occidentale non è altro che una enorme nota posta a margine del pensiero di Platone») potrebbe venir tranquillamente estesa anche agli aspetti non strettamente filosofici del pensiero occidentale contemporaneo. Ma, se questo è assodato, ci si potrebbe domandare per converso se vi sia davvero un'utilità ad approfondire oggi il pensiero platonico; se questo non abbia già detto tutto a noi moderni, non tanto negli scritti (e nella sterminata bibliografia secondaria), quanto nella realtà...
Questo saggio di Andrea Colamedici percorre con audacia un'ampia parte del corpo delle opere di Platone (non trascurando le cosiddette dottrine "esoteriche", quelle che avrebbe rivelato ai suoi discepoli, senza mai scriverne per il pubblico, considerate il nucleo più ardente della sua speculazione), basandosi su una sostanziosa bibliografia trilingue e puntando, più che ai contenuti specifici – la cui analisi, quando necessaria, pur non manca – al metodo del filosofo, quello che tramite il mito, fonte del pensiero, si inscrive così tanto fortemente nella psiche dell'uomo, dandogli la forma che lo costituisce. Un esame che oggi – come ottimamente sottolineato da Maura Gancitano nella sua bella Prefazione al volume – è tanto più urgente; perché, come nel caso del cristianesimo (e della sua promessa di una vita "aldilà"), c'è il rischio di perdere di vista la concretezza della vita, dove il suo più grande valore è custodito, altrettanto nell'epoca del passaggio al virtual-social-digital, c'è il pericolo di cedere alle tentazioni di un'alienazione personale e di massa, veicolata dai nuovi mezzi tecnologici. Uno studio puntuale ma non accademica, trasversale e dal linguaggio accessibile. Pubblicato nella collana "Tracce" a cura di Raffaella Soldani.

Indice: Prefazione di Maura Gancitano – Introduzione – La funzione del mito – Il mito della biga alata – La teoria della linea – Il mito della caverna – La Settima Lettera – Il mito di Er – Il mito della scrittura – L'ignobile menzogna – Oltre gli dèi – Conclusioni.
Andrea Colamedici è filosofo, scrittore ed editore. Saggista e regista teatrale, è l'ideatore di Tlon, casa editrice, libreria teatro e scuola filosofica. È autore, insieme a Maria Gancitano, di Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea (2016) e di Madda sulla Luna (2016).


A. Colamedici, Il Codice del Mito, il sogno di Platone e l'incubo dell'Occidente, ed. Mursia, 2017.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 5 aprile 2017)

lunedì 20 febbraio 2017

Che cosa significa pensare in Heidegger. Intervista a Danilo Serra

Danilo Serra (1991) è laureato in Scienze Filosofi che presso l’Università degli Studi di Palermo. Collabora con Agenzia Stampa Italia. Numerosi sono i suoi articoli scientifici editati su volumi, riviste e piattaforme virtuali. Ha pubblicato, fra l’altro, Il movimento del pensare (2013), «Non ho tempo»: la grande menzogna (2014), La banalità che uccide (2015), La meraviglia è quando tremi. Per un’etica della bellezza (2016). L'abbiamo intervistato a proposito del suo libro su Heidegger edito da Il Prato di Padova nella collana I Cento Talleri diretta da Diego Fusaro, dal titolo Che cosa significa pensare in Heidegger.

A quasi un secolo di distanza dalle sue prime riflessioni, il pensiero di Martin Heidegger continua a essere attuale. Perché?
È il minuzioso lavoro ermeneutico condotto da Heidegger che, dal mio punto di vista, rende il suo pensiero attuale e meritevole di interesse. L'attenzione rivolta alle parole, al loro significato, è il suo tratto decisivo. Attraverso le sue opere, Heidegger punta l'accento sull'importanza del linguaggio. La sua è una rivoluzione concettuale fondata sullo “scavo linguistico”. Egli è un provocatore e, provocando, invita e stimola a scavare nel terreno fertile delle parole. Le parole, riprendendo un'immagine tanto cara al pensatore tedesco, sono sorgenti, fonti che il dire cerca, che di continuo devono essere ricercate e scavate, che facilmente franano ma che a volte all'improvviso sgorgano. Da questo punto di vista, il suo pensiero è assai affascinante poiché ci permette, quasi costringendoci, di pensare alle parole come qualcosa di non abituale o scontato ma straordinario. Qualcosa che deve essere ascoltato e custodito. In questo ascolto, l'uomo è chiamato in causa. Lui, d'altronde, ne è il pastore, il vero custode delle parole e del linguaggio. Ecco la bellezza. Questo rende, a mio parere, il pensiero di Heidegger sempre attuale.

Heidegger ha scritto: «Il più considerevole nella nostra epoca preoccupante è che noi ancora non pensiamo». Cosa vuol dire?
Ho voluto intitolare il primo capitolo del mio testo con questa potente frase pronunciata da Heidegger all'Università di Friburgo durante il semestre invernale 1951-52: “Il più considerevole nella nostra epoca preoccupante è che noi ancora non pensiamo”. Rispondere brevemente alla domanda circa il suo significato è pressoché impossibile. Ciononostante posso dire brevemente che, con questa affermazione, Heidegger si rivolge all'uomo spingendolo a riflettere e soffermarsi sul “più preoccupante” (Das Bedenklichste), ovvero su ciò che ci “preoccupa” e coinvolge prima di ogni altra cosa in quanto a lui si deve il “dono” (Gabe) del pensiero. Per Heidegger, questo “più preoccupante”, che viene concepito come matrice del pensiero - e quindi della stessa essenza umana - non viene affatto pensato nella sua piena e totale autenticità. La proposizione vuole quindi porsi al contempo come una denuncia (“il più preoccupante”, oggi, non è pensato) e come un monito, una chiamata, un invito a mettersi sulla via del pensiero per pensare autenticamente ciò che è degno di essere pensato.

Cimentarsi con un autore di questo calibro, dalla bibliografia secondaria sterminata, è impresa temeraria. Come vi è arrivato? E cosa ha voluto dire al lettore?
Cominciai ad apprezzare il pensiero di Martin Heidegger, in particolare le opere scritte a partire dagli anni '30, fin dal mio primo anno universitario. La sua scrittura, così densa e ricercata, a tratti oscura, colpì il mio interesse ed ebbe un ruolo decisivo per la mia formazione accademica. Al lettore ho voluto e voglio comunicare questo interesse e questa passione verso un autore che, più di ogni altro, ha saputo cogliere il senso dell'essere nel mondo: mettersi in moto, attivarsi, tendere, camminare in direzione del pensare, nei pressi del pensare.

Un paio d'anni fa non si parlava d'altro che dei Quaderni neri, oggi sembra che la cosa sia passata di moda. In che modo e in che misura la riflessione filosofica dovrebbe fare i conti con l'antisemitismo del pensatore di Messkirch?
Rispondo fin da subito con chiarezza: non vedo nessuna relazione (nessuna misura) tra la riflessione filosofica di Heidegger e l’antisemitismo nazista. La questione è delicata e fa ancora rumore. L'uscita dei cosiddetti Quaderni Neri (Schwarze Hefte) ha scosso il mondo accademico e non solo. In questi taccuini-appunti, scritti da Heidegger in un lungo periodo di tempo che include anche i terribili anni della guerra, molti studiosi e critici hanno colto, tra le altre cose, delle tracce di antisemitismo nel suo globale sistema filosofico. È vero che nei Quaderni Neri c'è una speculazione filosofica che coinvolge ed assorbe in un certo senso il popolo ebraico. La problematica, però, è molto complessa e andrebbe trattata, con tutto il suo carico di complessità, in sedi più appropriate ed adeguate. Comunque sia, credo fermamente che non si possa asserire, come pretenderebbero di fare invece taluni studiosi, che la sua filosofia sia inficiata dal nazismo o - cosa ancor più ridicola - da un presupposto o da una forma di pensiero antisemita. Perché? Semplicemente perché l'antisemitismo (come il nazismo) non è e non può essere né un principio fondante e fondativo della sua riflessione filosofica, né un suo messaggio, né un punto di approdo. Dunque, per una comprensione autentica del pensiero filosofico di Heidegger non è affatto essenziale conoscere le sue presunte e/o discutibili opinioni politiche.

A quale nuovo progetto sta lavorando?
Uscirà prossimamente un mio breve saggio su Thomas Kuhn e, nello specifico, sul concetto di “rivoluzione scientifica”, idea fondamentale per comprendere l'originale attività del filosofo americano. Inoltre, sto lavorando da alcuni mesi alla stesura del mio nuovo libro. Al centro di questo progetto è la riflessione sulla figura di Gesù Cristo operata con delicatezza riprendendo alcuni versetti incisivi dei quattro Vangeli canonici, in particolare del Vangelo secondo Matteo. Sono consapevole del fatto che tanto si è già scritto sulla personalità di Gesù. Non per questo si deve smettere. La scommessa, anzi, è quella di continuare ad essere originali, contribuendo a fornire un valido sostegno per lo sviluppo della storia della cultura e dell’umanità. C'è ancora tanta strada da compiere. Le idee certamente non mancano, anche se il cammino è complesso e tortuoso. Tuttavia, finché è possibile, occorre camminare. Hic et nunc.


Danilo Serra, Che cosa significa pensare in Heidegger, ed. Il Prato, Padova 2015, collana "I Cento Talleri".

(«Pagina3», 20 febbraio 2017)

mercoledì 15 febbraio 2017

R. Oliveri, Nietzsche tra le stelle, ed. Il Prato, 2016

Nietzsche è stato un profeta della scienza? si chiedeva Rosanna Oliveri nel suo precedente lavoro in volume del 2014. Oggi la sua riflessione si spinge in profondità su un singolo punto, con la domanda: che rapporto c'è stato (ed è possibile individuare per noi, oggi) tra l'eterno ritorno e la scienza moderna?
La celebre teoria nietzschiana presenta aspetti che invitano a un'indagine comparata: c'è infatti un'ampia porzione della scienza del suo tempo che Nietzsche prese in esame e di cui si servì per dare sostegno alla sua idea. Non che, a stretto rigore, ve ne fosse bisogno: la sua non era una teoria cosmologica, ma morale; Nietzsche parlava cioè del cosmo per parlare dell'uomo. Ma la Oliveri vuole compiere un ulteriore audace passo: cosa succederebbe se si guardasse l'eterno ritorno... proprio come se si trattasse di un modello fisico dell'universo?
In questo saggio snello ma ben esposto e ben documentato, basato su una bibliografia trilingue, l'autrice si muove a suo agio tanto nei territori della filosofia quanto in quelli della scienza positiva degli ultimi centocinquanta anni, al fine di desumere quanto, come e, soprattutto, con quali esiti Nietzsche abbia derivato «la sua concezione dell'eterno ritorno dagli scritti di Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematico e fisico gesuita del XVIII secolo». Un lavoro d'indagine interdisciplinare che anche solo in quanto tale sarebbe benvenuto; ma che qui si colora in più di una passione e di un'originalità piuttosto infrequenti nell'ambito della saggistica di settore. Pubblicato nella collana "I Cento Talleri" diretta da Diego Fusaro.
Indice: Introduzione - L'eterno ritorno fra scienza e mito - Blanqui e l'astronomia dell'eterno ritorno degli astri - Mayer e Vogt e il principio di conservazione dell'energia - Boscovich: l'eliminazione della materia - L'eterno ritorno: lo sviluppo della teoria - Il riso espressione della volontà di potenza - La cosmologia ciclica conforme - Il Multi-verso - L'eterno rimbalzare.

* Rosanna Oliveri è nata a Bolzano, si è laureata in Filosofia a Bologna con una tesi sulla relatività di Einstein e attualmente insegna Storia e Filosofia nei licei altoatesini. Autrice di diversi saggi filosofici, collabora con il "Corriere dell'Alto Adige", inserto locale del "Corriere della Sera". Nella stessa collana ha pubblicato <em>Nietzsche profeta della scienza</em>, nel 2014, con la Prefazione di Sossio Giametta.


R. Oliveri, Nietzsche tra le stelle, ed. Il Prato, 2016.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 15 febbraio 2017)

mercoledì 8 febbraio 2017

G. Vianello, Saturnia Tellus. L'anima dei luoghi, ed. Rubbettino, 2016

Una filosofia che possa davvero esser definita tale deve avere cura del tutto, secondo il monito di Periandro di Corinto. Ed è con questo intendimento che si apre la riflessione di Giancarlo Vianello espressa nel suo ultimo volume, pubblicato con Rubbettino, dal titolo Saturnia Tellus. L'anima dei luoghi: l'uomo - ancestralmente sospeso tra la razionalità e il mito, dimensioni conciliate in maniera sempre difficile e nuove, ma sempre tenute in qualche modo in equilibrio - si trova oggi nella inedita e pericolosa situazione nella quale la razionalità non solo ha preso il sopravvento, rompendo l'armonia, ma rivendica addirittura il sacrificio di ogni altro aspetto dell'umano - quello che da sempre rimanda alla sfera del religioso o, più in generale, dell'ulteriore - sull'altare dell'evidenza.
L'uomo pensa insomma di poter fare ciò che vuole di ogni cosa: della natura, in primo luogo. Domani - forse - degli altri (qualche segnale preoccupante è già all'orizzonte). Ma i danni si vedono già: il pianeta non regge più lo squilibrio del sistema industrial-capitalistico, soprattutto da quando è stato diffuso all over the world dalla globalizzazione, e si teme sempre più per una situazione climatico-ambientale che rischia di crollare, nel peggiore dei modi, sotto i nostri occhi.
A lungo si è cercato di spacciare ogni preoccupazione al riguardo per un residuo pre-scientifico e fondamentalmente irrazionale da mettere da parte, magari con un sorrisino di condiscendenza; ma oggi è la scienza stessa a certificare che la frattura si trova a monte, e che solo risalendo alla fonte del problema vi si potrà porre rimedio. È la scienza a spiegare che tutto è collegato con tutto, conclusione sintetizzabile nella celebre immagine del battito d'ali d'una farfalla che provoca tornadi dall'altra parte del pianeta. In definitiva l'equilibrio - tra le due sfere dell'umano; tra l'uomo e la natura; tra il tutto e ogni singola parte in cui esso, nel tempo, è stato frantumato - va recuperato o, meglio, ricreato.
Come? È proprio questa la sfida che l'Autore lancia all'interrogazione filosofica, ben consapevole che una saggezza adeguata al nostro tempo non può certo essere una mera ri-edizione di qualche versione passata (adatta a un mondo tutt'affatto differente dal nostro), ma nemmeno può prescindere da quella che, tradizionalmente, ha accompagnato l'uomo nei millenni. Consapevole, soprattutto, che qualunque proposta venga messa sul piatto, dovrà andare bene per il mondo nella sua interezza: nessuna sapienza da sola - né quella "occidentale" né quella "orientale" - può venire a capo di una condizione nella quale ci si trova tutti. Così Vianello si mette a viaggiare tra antropologia e interculturalità, letteratura classica e spiritualità, psicanalisi e sociologia, offrendo uno studio dalla bibliografia quadrilingue ma scritto con un linguaggio chiarissimo e accessibile a tutti. Si può venire fuori da qualunque problema, in un modo o nell'altro, purché si abbia il coraggio di rispettare la regola fondamentale: non negarne l'evidenza.

Indice: Introduzione - Rilettura dell'animismo - Rilettura della modernità - Cosmovisione - Dao - Dharma - Anima mundi - La sacralizzazione del territorio: Lares e genius loci - Saturnia Tellus - Luoghi - La natura ama nascondersi.

*Giancarlo Vianello è uno studioso della Scuola di Kyōto. Sul tema ha pubblicato: ˝Mystique du néant e Śūnyatā selon la perspective de l’École de Kyōto, Théologiques, Montréal, 2012; ˝Nihilism and Emptiness˝, in Confluences and Cross-Currents, R. Bouso, J. Heisig eds., Nanzan Institute for Religion and Culture, Nanzan, 2009; Messaggeri del nulla, Rubbettino, Catanzaro, 2006; La scuola di Kyōto, Rubbettino, Catanzaro, 1996.




G. Vianello, Saturnia Tellus. L'anima dei luoghi, ed. Rubbettino, 2016.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 8 febbraio 2017)

martedì 31 gennaio 2017

S. Vero, Il mito infinito. La farsa del capitalismo in 4 atti, ed. Il Prato, 2016

L’individuo è la sola realtà (e la società non esiste). L’unico sapere è quello scientifico (e tutti gli altri – tradizionale, narrativo, personale – sono fasulli, o superflui). Non siamo nient’altro che materia, e null’altro conta che la cura di noi stessi (cioè: del nostro corpo). Sono solo alcuni dei mille dogmi del capitalismo odierno; e la nostra è probabilmente l’epoca più dogmatica che il mondo abbia mai visto. Solo che stavolta non è la religione a promulgarli; ma quello che con la maggiore insistenza e a voce più alta pretende di spacciare ogni giorno la propria invincibile razionalità: il capitalismo. Che non si accontenta di organizzare l’economia e la politica a livello planetario, ma si spinge fino a rimodellare la nostra stessa percezione delle cose.
Prerogativa di questo nuovo ordine mondiale è il conflitto: che parte dalla teoria – competizione, concorrenza, ecc. – e giunge alla pratica della lotta a ogni forma di dissenso (che straripa nell’esportazione dei propri modelli in ogni punto del pianeta – spesso e volentieri con la forza delle armi).
Il mito infinito affronta queste tematiche in uno sviluppo lineare che svela la messinscena del capitalismo, e la sua creazione artificiale di narrazioni aventi un unico obiettivo: vendere. L’autore, Sandro Vero, usa uno stile divulgativo che sa rendersi accessibile a tutti, senza sacrificare la puntualità del saggio filosofico, ha il pregio della sintesi e invita all’approfondimento. Con la Postfazione di Diego Fusaro.


Sandro Vero, Il mito infinito. La farsa del capitalismo in 4 atti, ed. Il Prato, Padova 2016. Collana “I Cento Talleri” diretta da Diego Fusaro.

(«l'Altrapagina», gennaio 2017)

venerdì 23 dicembre 2016

Byung-Chul Han, Psicopolitica, ed. Nottetempo, 2016

Il cammino della filosofia è lastricato di riflessioni sul rapporto tra il soggetto e la libertà. Che cos’è il soggetto? Esiste il libero arbitrio, o il comportamento umano è predeterminato e fuori dal controllo del singolo? L’individuo è libero, o ciascuno di noi può esserlo solo collettivamente? Domande che, nonostante il flusso di risposte generato, sono ben lontane dal venir esaurite: perché la nostra epoca – con il suo profluvio di tecnologie onnipervasive, da internet ai PC su ogni scrivania, dallo streaming agli smartphone – ha bisogno non solo di risposte nuove e ad hoc, ma ha costretto, a monte, a riformulare la domanda: perché quella che oggi, a prima vista, può sembrare una nuova forma di libertà – l’espressione all over the world tramite il social networking, appunto, ma più in generale tramite l’interconnessione digitale globale – potrebbe rivelarsi, a una seconda occhiata, come una più sofisticata e impercettibile forma di controllo: che attraverso la gestione delle preferenze personali, delle inclinazioni e delle opinioni intende modellare il singolo e la società indirizzandoli verso nuove forme di dominio basate sul consumo compulsivo e l’asservimento al sistema di produzione. Fantapolitica di matrice orwelliana? O non piuttosto un segnale di allarme, che indica che è arrivato il momento di dissociarsi dall’ortodossia delle mode e di tornare a essere “eretici”?
Psicopolitica, ultimo dei tanti saggi già pubblicati dall’autore Byung-Chul Han, docente universitario di Filosofia e di Studi culturali a Berlino, con l’editore Nottetempo (tra cui gli evocativi titoli Nello sciame e la società della stanchezza) ha il piglio sbrigliato del pamphlet, ma anche il rigore della riflessione filosofica, nella quale un posto d’onore è riservato all’analisi del linguaggio (“Intelligenza significa scegliere tra (inter-legere)”, oppure “Il sentimento non è identico all’emozione. Parliamo, per esempio, di sentimento linguistico, Sprachgefühl, istinto del pallone, Ballgefühl, o di com-passione, Mitgefühl; non diciamo, invece, emozione linguistica, o con-emozione”). Nonostante sia intessuto della riflessione filosofica moderna e contemporanea – da Hegel a Marx, da Nietzsche a Horkheimer, da Heidegger a Foucault, da Deleuze a Bauman, di cui l’apparato bibliografico è intensamente nutrito – il libro è scritto con intento divulgativo e non disdegna di attingere a fonti meno canoniche, come la Naomi Klein di Shock Economy. Quasi un’esortazione, più che un saggio in senso classico; anche se, nella miglior tradizione classica, è prodromico a una azione consequenziale e salutare (come dovrebbe essere ogni studio: se non per definizione, almeno per buona prassi).


Byung-Chul Han, Psicopolitica, ed. Nottetempo, 2016

(«Mangialibri», 23 dicembre 2016)

mercoledì 7 dicembre 2016

V. Mancuso, Il coraggio di essere liberi, ed. Garzanti, 2016

“Fare teatro vuol dire vivere sul serio quello che la maggior parte della gente, di solito, recita male”. Il celebre aforisma di Eduardo De Filippo porta alla luce immediatamente la contraddizione insita nel ruolo dell’attore: l’ambiguità intrinseca connotata, da un lato, dal doversi calare una maschera sul volto per interpretare vite diverse dalla propria; dall’altro dall’autenticità di una forma d’arte – il teatro, appunto – che sola riesce a portare alla luce le radici più profonde e nascoste delle cose – azioni, pensieri, emozioni – che nutrono l’esistenza. È la stessa contraddizione di fondo della condizione umana: la quale ha bisogno, allo stesso tempo, tanto che l’individuo possa svilupparsi nel fertile silenzio della solitudine, quanto delle relazioni della persona con gli altri, ciascuna caratterizzata da un diverso approccio, un diverso intendimento, un diverso modo d’essere. Considerazioni che pongono contestualmente sia la domanda su dove si trovi la verità del soggetto, sia quella radicale sulla libertà dello stesso: quand’è che la persona è veramente libera? Nella clausura della propria interiorità senza vincoli, o nell’ambito delle costrizioni creategli dai suoi legami sociali?
Vito Mancuso, pensatore che non ha bisogno di presentazioni, di cui abbiamo già parlato volentieri, offre al pubblico una nuova riflessione, nel suo stile tipicamente a cavallo fra quello scientifico e quello divulgativo, rigoroso per necessità, rivolto a tutti per vocazione. Che oltretutto coniuga, come sempre, la speculazione classica della filosofia (a trecentosessanta gradi: dalla dialettica alla teodicea, dalla riflessione sul male a quella sul nichilismo) e quella sapienziale della teologia, con la lezione più recente delle scienze positive, in un intreccio salutare – organico e mai sincretico – scevro da secondi fini quanto dal bisogno di appartenenza (visibili in filigrana in tanta saggistica di settore). Una lettura che porta avanti la strada tracciata dall’autore con le sue tante opere precedenti – al cui fondo c’è la consapevolezza che l’uomo ha di sé, che dovrebbe avere di sé, che aspira ad avere di sé – che induce il lettore (quasi si vorrebbe dire: “lo costringe”) a interrogarsi non sulla verità estrinseca di testi e opinioni autorevoli, ma su quella attuale della propria esperienza di sé e dell’incontro con la realtà. Un libro che, come ogni cosa buona, sa nutrire con la propria genuinità. Consigliato a tutti.

* Vito Mancuso è un teologo italiano. È stato docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano dal 2004 al 2011. I suoi scritti hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, in particolare L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007), Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011), Il principio passione. La forza che ci spinge ad amare (Garzanti 2013), Dio e il suo destino (Garzanti 2015), quattro bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in altre lingue e una poderosa rassegna stampa, radiofonica e televisiva. Il suo pensiero è oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. Dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. Dal 2013 al 2014 è stato docente di "Storia delle dottrine Teologiche" presso l'Università degli Studi di Padova.


Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, ed. Garzanti, 2016.

(«Filosofia e nuovi sentieri», 7 dicembre 2016)

Giovanni Lattanzi, Kambo e Iboga, ed. Bibliosofica, 2016

«Le tribù amazzoniche, come quelle africane che risiedono nella fascia centro occidentale del continente, lungi dal rappresentare una forma primitiva di sviluppo dell’umanità, custodiscono una vera e propria enciclopedia di conoscenze riguardanti un numero vastissimo di piante delle quali conoscono con precisione l’uso. Non è un caso che le loro conoscenze si stanno rivelando di grande aiuto, sia a livello spirituale che di ricerca scientifica, nel mondo cosiddetto evoluto».

(Dal comunicato stampa): Nota semplicemente con il nome di Kambo, la secrezione di una rana dal nome scientifico di Phyllomedusa bicolor, ha svolto per millenni un ruolo decisivo nella cultura sciamanica delle tribù dell’Amazzonia. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, nell’Africa centro occidentale la corteccia della radice di una pianta sacra, la Tabernanthe Iboga, viene usata da tempi immemorabili dai Pigmei del Gabon e del Camerum. In questa raccolta di ricerche antropologiche e scientifiche, interviste e testimonianze, oltre ad un’estensiva trattazione riguardante questi due enteogeni ancora poco conosciuti in Italia, Giovanni Lattanzi offre informazioni sulla sua innovativa metodologia. Giovanni Lattanzi è il primo sciamano europeo ad aver elaborato un metodo di guarigione spirituale usando una sinergia di Kambo e Iboga applicando il Kambo sui Meridiani secondo le indicazioni della Medicina Tradizionale Cinese e somministrando la corteccia di Iboga ad alto e basso dosaggio. Particolare attenzione viene rivolta agli studi sui peptidi presenti nella secrezione del Kambo effettuati dal Professor Vittorio Erspamer, nominato al Nobel per la Medicina e la Fisiologia da Rita Levi Montalcini; agli studi sull’Ibogaina, un alcaloide della corteccia di radice di Iboga divenuto noto per la sua sorprendente capacità di risolvere problemi legati alla tossicodipendenza, ADHD e ADD; agli studi sull’attivazione da parte dell’alcaloide Ibogaina di stati di coscienza quali il sogno lucido e il sonno attivo; all’esempio di Nikola Tesla che testimonia come sogni e visioni abbiano cambiato il nostro mondo. Un intero capitolo del libro è dedicato alla tradizione tolteca di Don Juan e Carlos Castaneda, ai segreti che questa ancora cela e all’inquietante universo de los voladores. In un'era in cui la salute pubblica viene sempre più monopolizzata dagli interessi delle big farmas, l'autore ci mostra come le più recenti ricerche effettuate sugli enteogeni stiano apportando un contributo decisivo verso la comprensione dell'universo del cervello umano e della sua intrinseca capacità di 'risettare' sé stesso e ci aiuta a comprendere come l'affascinante universo degli enteogeni sia ben lontano dai pregiudizi con i quali viene sbrigativamente liquidato in Occidente.

Giovanni Lattanzi è nato a Roma nel 1962. Si è laureato in Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente con il professor Corrado Pensa che lo ha iniziato alla meditazione Vipassana. Per più di dieci anni ha praticato meditazione Zen in Francia, nella comunità buddhista di Plum Village fondata dal Maestro Thich Nath Hanh e dal 2005 è fardado della chiesa olandese del Santo Daime, il Ceu da Santa Maria. Pittore e poeta, ha tenuto mostre – personali e collettive – e performance d’arte in Europa; ha pubblicato due libri di poesie spirituali, Dall’acqua e dal Fuoco (2006) e Door Water en Vuur (2007). Dal 2009 facilita cerimonie di Kambo e Iboga in vari paesi tra cui Olanda, Italia, Repubblica Ceca, Finlandia, Messico e Perù e conduce workshop per aspiranti facilitatori di Kambo interessati ad imparare il suo metodo di applicazione. Vive e lavora ad Amsterdam.


Giovanni Lattanzi, Kambo e Iboga, ed. Bibliosofica, 2016.

(«Pagina3», 7 dicembre 2016)