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venerdì 23 settembre 2016

Kocku von Stuckrad, Che cos'è l'esoterismo, ed. Messaggero, 2016.

Da Che cos'è l'esoterismo? Breve introduzione alla conoscenza segreta, di Kocku von Stuckrad, ed. Messaggero, 2016:
«Urge definire un concetto di esoterismo che delinei non solo le continuità ma anche le dinamiche e i processi di formazione delle identità. Un tale concetto deve includere il transfert discorsivo tra le singole aree della cultura europea, soprattutto tra la religione, le scienze naturali, la filosofia, la letteratura e l’arte. Poiché cerchiamo di elaborare uno strumento analitico, occorre sottolineare fin da principio che l’«esoterismo» non esiste in quanto oggetto ma solo nella mente degli studiosi che classificano gli oggetti in base a criteri che a loro stessi paiono significativi, al fine di analizzare i processi della storia culturale europea. In altri termini: le definizioni sono strumenti ermeneutici e come tali privi di un valore assoluto. Quindi è meglio parlare di esoterico piuttosto che di esoterismo».

Kocku von Stuckrad, professore di storia delle religioni presso l’Università di Groninga, Olanda. Si interessa di storia della filosofia e tradizioni esoteriche nella storia del pensiero europeo.

(23 settembre 2016)

sabato 2 luglio 2016

L. Wright, La prigione della fede, ed. Adelphi, 2016

Dire Ron Hubbard è dire Dianetics. Ma forse non è ancora dire abbastanza. Perché Ron Hubbard - e Dianetics, libro pubblicato a metà del secolo scorso - vogliono dire “Scientology”. Che non si saprebbe definire con precisione: una organizzazione religiosa (o forse meglio “parareligiosa”)? Si potrebbe ritenere di sì, visto che agli adepti si richiede di credere che dentro ogni essere umano si conservi lo spirito di un alieno deportato sul pianeta Terra svariati milioni di anni fa, per mano di un’entità galattica che risponderebbe al nome di Xenu… Eppure, nonostante il fondatore avesse dichiarato ai suoi collaboratori “mi piacerebbe fondare una religione” (secondo il monito, rivelato dal figlio Ron Hubbard jr., a tener sempre bene a mente che “per diventare milionari bisogna fondare una religione”) l’immagine che Scientology tiene a mostrare al meglio è quella di una specie di scuola, grazie alla quale (grazie cioè a tutto ciò che vi viene insegnato) è possibile conoscere le potenzialità della propria mente e utilizzarle al meglio (e grazie, anche alla tecnologia che vi si usa, come la “macchina della verità in grado di liberare la mente dalle masse che bloccano il flusso dell'energia”). Scienza o fede, insomma?
A questa e a tante altre domande sulla natura e sull’operato di Scientology - organizzazione diffusa a livello planetario, che dispone di mezzi economici impressionanti e vanta, come noto, testimonial del calibro di Tom Cruise e John Travolta - prova a rispondere nel suo eccellente saggio La prigione della fede (eloquente fin dal titolo), appena edito da Adelphi, il giornalista Premio Pulitzer Lawrence Wright. E lo fa documentando con precisione manichea gli usi e gli abusi che l’organizzazione mette in campo contro chi la abbandona o le si mette contro, ma anche e soprattutto contro chi intende farne parte; e le prassi con le quali Scientology ha accresciuto la propria diffusione e il proprio potere tranne specifici programmi di infiltrazione di suoi uomini presso gli uffici di tutti i governi ai quali è riuscita ad arrivare. Il reportage - cauto ma netto - si basa su una caterva di materiali bibliografici (dove le notizie sono spesso accompagnate dai legali di parte, che si affrettano a smentire questa o quella affermazione; Scientology ha un grosso staff di legali alle spalle, anche perché se ne è dovuta servire in occasione delle tante cause intentate per “lavaggio del cervello”, “abusi psicologici nei confronti di persone fragili”, sfruttamento, maltrattamento...) e di interviste a chi è stato all’interno di Scientology (o ne fa ancora parte). Wright fa il punto della situazione sulla questione “Scientology” e lo fa nella maniera migliore: lasciando cioè che il lettore si faccia un’idea propria, a partire dai materiali offerti e pubblicati. Un po’ di sana conoscenza, che sgombri il campo da tanta disinformazione (quando non mistificazione).


Lawrence Wright, La prigione della fede, ed. Adelphi, 2016, pp. 530, euro 28.

(«Pagina3», 1 luglio 2016)

giovedì 30 giugno 2016

G. Stoppiglia, Vedo un ramo di mandorlo..., ed. servitium, 2015

Dalla denuncia del disastro umano recato dal capitalismo globale, alle esigenze irrinunciabili del volontariato e dell’interculturalità; dalla dialettica speranza-rivoluzione, alla critica delle ideologie (e degli dèi falsi a esse collegati); dai rischi (e dal potenziale) dell’educazione, al ruolo fondante dei genitori: questo e tanto altro nel bel libro di Giuseppe Stoppiglia, Vedo un ramo di mandorlo…, appena edito da Servitium e da Macondo libri.
L’autore, già fondatore e oggi presidente onorario dell’associazione Macondo, raccoglie in questo suo quarto volume molti degli scritti sul periodico associativo «Madrugada» e delle lettere aperte ai soci; testimonianza di una esperienza - come prete, come operaio, come educatore - e di un pensiero che non si arresta alla sola speculazione, né tanto meno alla speculazione solitaria: al contrario, la riflessione di Stoppiglia nasce dall’incontro con gli altri - compresi quegli “ultimi” che lo stile globale imperante mette ai margini - e in primo luogo i tanti “maestri”, da Pippo Morelli a Pietro Barcellona, al quale il libro è dedicato. Scorci di vita che si intersecano a pensieri lucidi anche quando accorati, per uno stile che non rinuncia né alla scorrevolezza, né alla profondità.
Il libro si apre con l’intensa Prefazione di Leonardo Boff - grande teologo della liberazione - che considera questa lettura un’esperienza spirituale, consigliata a chi voglia imparare a farsi più prossimo agli altri; e si chiude con la Postfazione di Mario Tronti, che sottolinea l’unicità e, quasi, l’indispensabilità dello sguardo sul mondo dell’autore. In una bella edizione rilegata a filo con bandelle.


G. Stoppiglia, Vedo un ramo di mandorlo..., ed. servitium, 2015.

(«l'Altrapagina», giugno 2016)

giovedì 16 giugno 2016

P. Jenkins, La storia perduta del cristianesimo, ed. EMI, 2016

“La salvezza viene dall’oriente”, dice il vangelo. Quello cristiano. Scandalo, pericolo, errore di interpretazione? Forse sì, per certi europei delle radici e dell’identità cristiane. Ma si tratta, banalmente, di un vuoto di memoria: il cristianesimo non nasce in Europa (dove è stato poi importato), bensì in oriente, in quell’oriente medio eternamente insanguinato, ma che ha visto nella storia il fiorire delle più grandi civiltà dell’uomo, una affianco all’altra. E non separate, in “tregua armata”, per così dire: ma l’una dentro le altre, con le più grandi menti della cristianità chiamate dal califfo di Baghdad ad offrire il proprio contributo all’islam, in uno scambio reciproco e fecondo, dimodoché oggi l’occidente della scienza positiva possa andare sulla Luna facendo i suoi calcoli con… i numeri arabi. È solo un esempio di convivenza tra religioni diverse, in particolare tra cristiani e musulmani, che non è stata sempre violenta; né il loro incontro si è sempre rivolto in scontro. I facinorosi ci sono sempre stati, invece, da entrambe le parti; e i popoli hanno conosciuto fin troppe crociate e jihad di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Perché i cristiani oggi dimenticano la loro storia? Perché ricordano solo le esperienze negative (innegabili) e non anche quelle positive, tuttora in corso? Di cosa hanno paura i cristiani d’occidente, ansiosi di affidarsi al primo agitatore di folle? Come sta cambiando il cristianesimo?
Philip Jenkins, pluripremiato docente americano di storia e di scienze religiose in Texas e Pennsylvania, i cui lavori sono tradotti in sedici lingue, scrive un’opera da par suo, con un apparato critico imponente e una solida bibliografia. L’esito tuttavia non si distingue per il grado di scientificità, che si dà per scontato; ma per lo sforzo con il quale cerca di portare il risultato dei suoi studi al pubblico amplissimo dei non specialisti. E ci riesce ottimamente, offrendo un volume di grande chiarezza che, partendo dall’esame del contesto geopolitico e della sua evoluzione nella storia, sa calarsi nell’attualità e nei problemi immediati della convivenza tra le fedi, del loro scontro (sempre all’orizzonte; ma sempre evitabile), delle aperture, delle persecuzioni. Mostrando come, in definitiva, i problemi che ci sembrano spuntare oggi in maniera anche sconvolgente (come quello del terrorismo) non siano affatto qualcosa di inevitabile, causato da una fondamentale incompatibilità teorica fra teologie; bensì una deliberata deviazione, funzionale a rivendicazioni estemporanee di supremazia politica. Le religioni possono nascere e morire, come tutto ciò che accade sotto il sole; ma nessuna di esse porta in sé il germe della distruzione delle altre. Un libro che è una boccata d’aria fresca e salutare, all’interno di un dibattito dominato dall’asfissia e dal pregiudizio.


P. Jenkins, La storia perduta del cristianesimo, ed. EMI, 2016.

(«Mangialibri», 16 giugno 2016)

mercoledì 23 marzo 2016

A. Grun, Avidità, ed. Messaggero, 2015


Da Avidità, di Anselm Grun, ed. Messaggero, 2015:
«Da quando esiste il genere umano, il tema dell’avidità è sempre attuale. L’uomo è contrassegnato da una bramosia di voler possedere sempre di più, di non essere mai contento di ciò che gli viene dato. L’avidità – come dicono ad esempio i saggi della Grecia – danneggia la salute della persona, la rende simile alle bestie. E inoltre distrugge le fondamenta della comunità umana, è la causa prima di lotte e di guerre. Tutti i saggi di questo mondo hanno descritto l’avidità e indicato le vie attraverso le quali una persona può liberarsi dall’avidità, sia che si tratti del Buddismo, che considera la bramosia del desiderio come la fonte vera e propria del dolore, sia che prendiamo in considerazione la filosofia greca o romana, oppure i saggi dell’Antico Testamento, nei quali si congiungono la sapienza greca ed ebraica. Tuttavia, accanto ai suoi elementi distruttivi, l’avidità ha in sé anche qualcosa di stimolante e di piacevole».

Anselm Grun, monaco benedettino ed esperto consigliere spirituale, è tra gli autori cristiani più conosciuti e amati del nostro tempo. Molte delle sue opere, bestseller internazionali, sono state pubblicate in Italia dalle Edizioni Messaggero Padova.

(23 marzo 2016)

martedì 23 febbraio 2016

A. Carfora, S. Tanzarella, Il cristiano tra potere e mondanità, ed. Il pozzo di Giacobbe, 2015

19 marzo 2013: è il giorno della Messa di intronizzazione. Occasione ufficiale e del massimo prestigio: tutti i “grandi” della Terra sono lì per l’occasione. Per la quale, ovviamente, è codificato un preciso cerimoniale. Cui Francesco si sta attenendo scrupolosamente, come tutti. Senonché, nel bel mezzo di quell’evento tanto importante, qualcosa di più importante si fa notare e si impone: un malato di SLA, in mezzo alla gente. Gli “illustri ospiti” internazionali aspettano, mentre assistono alla scena di Francesco che abbraccia l’ammalato; proprio come se in quel momento non ci fosse niente di più urgente da fare. Cosa sia passato per la mente degli astanti, in quel momento, nessuno lo sa. Ma non conta. Conta quello che si può pensarne oggi, a quasi tre anni di distanza. Innanzitutto, la prima cosa che salta all’occhio, è che “lo Spirito soffia dove vuole”, e non corre dove lo porta il cerimoniale, ma dove c’è più bisogno di lui; ma, soprattutto, colpisce la constatazione che - come Francesco ha spiegato quel giorno, senza bisogno di una sola parola - non esistono uomini “superiori” o “inferiori” per il cristianesimo; e che chi più si ritiene importante, può finire tra gli “ultimi”...
«Per lungo tempo l’illusione del possesso della verità ha prodotto varie forme di alterigia e giustificato ogni violenza; è tempo di capire che la verità ci è solo affidata per quel poco che ci è dato di capirla e che il nostro compito non è agitarla come una clava, ma condividerla semplicemente con gli altri rendendola possibile nella vita ordinaria»: così scrivono Anna Carfora - incaricata di Storia della Chiesa nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale - e Sergio Tanzarella - ordinario presso la stessa cattedra e insegnante alla Gregoriana - sintetizzando in poche frasi interi trattati di teologia. La verità non può essere posseduta, è come il vento, e come esso può venir usata a vantaggio dell’umanità; la pretesa di possesso esclusivo non genera salvezza, ma violenza; non si capisce della verità ciò che essa è “in sé”, ma solo ciò che si può riceverne; la verità va “fatta” nella vita quotidiana, a favore di (e in mezzo a) chi ne ha più bisogno. Le “malattie della Chiesa”, in primo luogo il potere e la corruzione che esso reca spesso con sé - oggetto di questo trattatello la cui snellezza è un punto di forza - di cui ha parlato papa Francesco (nel suo discorso alla Curia romana, il 22 dicembre 2014), vanno superate non con la protervia di chi si ritiene più grande e più forte, ma con la gioia - se vogliamo infantile: e cosa c’è di più evangelico? - di chi conosce la propria limitatezza, ma tenta sempre di nuovo di scavalcarla. Pubblicato con il contributo del Servizio Nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose della Conferenza episcopale italiana.


A. Carfora, S. Tanzarella, Il cristiano tra potere e mondanità, ed. Il pozzo di Giacobbe, 2015.

(«Mangialibri», 23 febbraio 2016)

giovedì 18 febbraio 2016

Marco Alloni, Khaled Fouad Allam, Leggere il Corano nel deserto, ed. Wingsbert House, 2015

Primo errore: pretendere che il Corano sia un testo fondamentalmente diverso da qualunque altro testo letterario: motivo per il quale esso non vada sottoposto a nessuna critica ermeneutica, filologica, ecc. Secondo errore: ritenere che il Corano sia qualcosa di così assoluto da trascendere il tempo: motivo per cui esso non vada assoggettato a nessuna lettura di tipo storicistico. Terzo errore: pensare, nel leggerlo, che sia il Corano a leggere noi, e non noi il Libro: in altri termini, significa pretendere che il Corano contenga e fornisca risposte immediate, univoche e invalicabili su di noi e i nostri problemi (anziché essere noi a utilizzarlo come guida per cercare le giuste domande, ancor prima che le giuste risposte, sulla vita). Quarto errore: credere che i tre errori precedenti siano una prerogativa del Corano e dell’islam, mentre è noto che tutte le religioni ci sono passate; per rimanere in casa nostra, è appena il caso di ricordare che i primi due errori, soltanto cento anni fa, venivano commessi con l’autorizzazione e la sanzione papale nella lotta contro il cosiddetto “modernismo”, e che il terzo errore ha generato tra gli altri il caso Galileo. Leggere il Corano “nel deserto”, fuori dagli incorniciamenti ideologici cui ci siamo assuefatti, può essere un modo nuovo e salutare di approcciare al testo sacro; per ri-pensarlo in maniera attuale, disincrostata, occorre ri-ascoltarlo: e nessun luogo è migliore, per questo esercizio, di quel luogo dove c’è sempre silenzio…
In ogni religione c’è un eterno dissidio tra chi pretende un’interpretazione letterale (e in definitiva impossibile) e chi invece capisce che qualsiasi cosa la divinità abbia detto all’uomo - per chi ci crede, ovviamente - anche nella maniera più perfetta, è pur sempre stato un uomo imperfetto a recepirla e a trascriverla; e noi, imperfetti uomini di oggi, a rileggerla, nel tentativo di comprenderne il senso. Le frange estremiste afferenti all’integralismo esistono in ogni “credo”: il cristianesimo è riuscito (non molto tempo fa) a mettere in minoranza le proprie (ma non a disarmarle completamente: non dimentichiamo che ancora oggi si benedicono armi e missioni militari); mentre tali frange sono maggioranza (o lo sembrano, perché facinorose) in alcuni Paesi di fede islamica. Questo libro, portato a termine dal solo Marco Alloni, a causa della morte prematura di Khaled Fouad Allam nell’agosto dell’anno scorso, è un testo necessario - pur nella sua brevità - in cui Allam riesce a esprimere, con estrema chiarezza e con grande densità, le sue riflessioni, ispirazioni, passioni di musulmano amante del Corano (e dei suoi “fiori”) e della verità. Libro che, partendo da considerazioni sul testo sacro dell’islam, affronta i problemi dell’odierna geopolitica mediorientale, con una soavità così trascinante, e un tale buon senso, da convincerci che il dialogo ha ancora una grande speranza.


Marco Alloni, Khaled Fouad Allam, Leggere il Corano nel deserto, ed. Wingsbert House, 2015.

(«Mangialibri», 18 febbraio 2016)

lunedì 1 febbraio 2016

R. Mancini, La nonviolenza della fede, ed. Queriniana, 2015

«Il senso di Dio, inteso come percezione della rilevanza vitale della sua presenza e della sua assenza, resta esterno allo scenario culturale contemporaneo. In confronto appare molto più presente la questione delle conseguenze insite nel comportamento collettivo degli aderenti alle religioni. All’orizzonte si profilano ancora, dopo tanti tragici conflitti, soltanto tradizioni che continuano a non sapersi incontrare intanto perché mancano di una speranza e di una responsabilità corale».
Difficile trovare un autore in grado di condensare l’attualità del suo pensiero nel primo capoverso. Roberto Mancini - già noto per i suoi molti precedenti lavori, fra i quali ricordiamo almeno Orientarsi nella vita (ed. Qiqajon) e Obbedire solo alla felicità (ed. Romena) - offre qui con grande chiarezza una sintesi del problema contemporaneo (il primo? Certo uno di più grandi): le religioni sono intrinsecamente violente? E: come si manifesta effettivamente nel mondo quello che siamo soliti chiamare cristianesimo?
Di fronte all’inasprirsi dei fanatismi, del terrorismo e delle quanto meno ambigue rivendicazioni culturali (“Noi siamo l’Occidente; loro sono… e non sono…”, come se le culture non si fossero vicendevolmente permeate da sempre - o non si chiamano forse “arabi” i numeri con i quali noi “occidentali” facciamo la nostra amata scienza?), è necessario fare chiarezza. Riprendendo l’antica - ma non ancora sufficientemente approfondita - distinzione tra religione e fede; e ricordando che la religione è una via di salvezza. Cioè una cosa molto, molto concreta. Gli uomini hanno un preciso ruolo in ciò: nessun Dio e nessun Libro possono essere delegati. Riflessione di Mancini che si fa al contempo necessaria e urgente: per ricordarci che il vero infedele - cristiano, musulmano, buddhista o ateo che sia - è chi si sottrae all’irrinunciabile compito della pace.


Roberto Mancini, La nonviolenza della fede. Umanità del cristianesimo e misericordia di Dio, ed. Queriniana, 2015.

(«l'Altrapagina», gennaio 2016)

lunedì 21 dicembre 2015

Marek Dziewiecki, L’uomo il corpo la sessualità, ed. Mimep-Docete, 2015

La sessualità umana, come tutto ciò che è molto bello e molto importante, può essere una delle più feconde fonti di piacere e di crescita; allo stesso tempo, la forza e la passione che vi si concentrano possono renderla pericolosa e perfino (auto)distruttiva. Conoscersi bene e conoscere bene l’altro può aiutare a trattare l’argomento senza correre rischi eccessivi e inutili. Un elogio dell’astinenza, o della tradizionale morale casta e post-matrimoniale? Tutt’altro: si tratta semplicemente della presa di coscienza che, mentre aumenta la nostra conoscenza “oggettiva” del mondo e del cosmo, diminuisce in maniera quasi proporzionale la consapevolezza che abbiamo di noi stessi: qui la sessualità può diventare un ripiego, una specie di tentativo di colmare un vuoto esistenziale che è destinato a fallire proprio quando sembra funzionare al meglio. La sessualità richiede maturità e impegno e questo non la rende brutta (anche se la parola “impegno” può far sorgere il prurito a più di un “single per scelta”): anzi, la vera scoperta è che solo allora comincia ad essere bella sul serio...
Dziewiecki - sacerdote polacco che insegna Psicologia all’Università di Varsavia - scrive un libro che, nonostante la ferma aderenza ai capisaldi della morale sessuale cattolica, piacerà anche ai laici; la prospettiva, infatti, è quella di un esame senza infingimenti e senza pregiudizi di ciò che la sessualità realmente è: una forza interiore - non l’unica - con cui bisogna fare i conti per crescere come uomini e donne. Né una tentazione da cui rifuggire, dunque, né una velleità da ignorare: al contrario, l’autore mette giù un “manuale” di supporto agli educatori che hanno a che fare con i giovani; dove la sessualità, che nasce dalla fisicità e approda all’affettività, viene affrontata a trecentosessanta gradi, senza peli sulla lingua e rifuggendo da ogni slogan; analizzando anche i luoghi comuni che, per la loro falsa evidenza, conducono a una percezione distorta di se stessi e degli altri. Si potrà anche non essere d’accordo con questa o quella tesi (magari sulla questione dei profilattici o dell’aborto qualche commento da fare ci sarebbe); ma resta fermo che la trattazione è completa e ben fatta e che le tante linee-guida sono concrete e di buon senso.


Marek Dziewiecki, L’uomo il corpo la sessualità, ed. Mimep-Docete, 2015.

(«Mangialibri», 21 dicembre 2015)

venerdì 6 novembre 2015

Il deserto è la mia cattedrale

Diocesi di Laghouat-Ghardaïa, Algeria. A ridosso del deserto del Sahara, con tanto di vescovo e di cattedrale, si trova una comunità cristiana di poche decine di persone. Una chiesa povera, in tutti i sensi: di fedeli, in primo luogo; di mezzi, in secondo. Le si “rinfaccia” perfino di non possedere una “strategia missionaria”. Per essa il proselitismo, in effetti, non è né un problema, né una priorità: prioritari sono, invece, la convivenza e il dialogo con le altre religioni - soprattutto quella musulmana - e la domanda: il cristianesimo ha davvero qualcosa da dire a chi, di solito, ascolta altro?
Che bello Il deserto è la mia cattedrale, di Claude Rault (ed. EMI), vescovo in terra africana dal 2004. Non solo per la dotta e accurata ricostruzione storica delle vicende di un Paese che ha visto in rapida successione la colonizzazione, l’emancipazione, il fondamentalismo, la primavera araba - basata sulla conoscenza di prima mano che l’autore ha avuto occasione di maturare nel corso della sua lunghissima permanenza in loco, fin dal 1970; ma soprattutto per la vivida restituzione all’immediatezza di ogni cosa: nel suo racconto - come nel suo apostolato - il Vangelo riprende ad essere una “buona novella” anziché un compendio di teologia; la condivisione è di nuovo qualcosa di evidente e spontaneo, piuttosto che un comandamento difficile da realizzare, in una società fondata rigidamente (e, si vorrebbe dire, “moralmente”) sulla proprietà; la fede riprende finalmente torna quale ricerca ed itinerario, basato su un confronto serrato e attuale, invece di figurare come una specie di “ricettario di credenze” di cui ben pochi possono ricordare - e apprezzare - il senso.
Una chiesa che resiste, con pazienza e accoglienza, alla pressione dell’islam, da un lato; a quella diversa ma non meno forte del deserto, dall’altro. Che mostra la possibilità e la bellezza (e, forse, anche la necessità) di essere, oggi, il sale del mondo: senza la velleità insensata di trasformare tutto in sale (à la Re Mida), ma per dare più sapore a ogni cosa. Un libro che è a un tempo un reportage, un invito, una preghiera. Consigliato a tutti, in questi tempi in cui l’audience è contesa dalla povertà spirituale e dalla grettezza politica.

(«Il Caffè», 30 ottobre 2015)

mercoledì 4 novembre 2015

R. Nogaro, S. Tanzarella, Francesco e i pentecostali, ed. Il pozzo di Giacobbe, 2015

«Papa Francesco è come il primo papa Pietro. Parla e testimonia in nome di Gesù Cristo, non tanto della Chiesa». Una piccola differenza che, come spesso accade, cambia il senso di tutto: e restituisce al messaggio la freschezza della novella (prima e al di là della complicatezza della teologia); facendo del papa non più uno che aspetti che i popoli passino per la porta della Chiesa (al di là della quale non v’è salvezza, si era soliti ripetere ancora non molto tempo fa), ma - al contrario - colui che insegue le genti più diverse, ciascuna bisognosa, a modo suo, della Parola di Dio. Papa Francesco lo pensa, lo dice, lo fa: uno dei tanti esempi è la visita al pastore pentecostale della Chiesa della Riconciliazione, avvenuta a Caserta il 28 luglio del 2014: testimonianza di un’amicizia che sa andare oltre le convenienze e la burocrazia, e di un ecumenismo che intende nutrirsi di gesti concreti più che di sofisticate (ancorché indispensabili) elaborazioni teoriche. Cosa ha detto il papa in quell’occasione? Tante cose; ma forse, nell’essenza, ci ha ricordato che l’ultima parola sulla fede non ce l’ha né il dogma né il libro, ma la coscienza...
«La visita di papa Francesco al pastore evangelico è il più grande dono che lo Spirito Santo ha fatto a Caserta»: non usa mezzi termini Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, nel parlare di questo evento, che mette a suo avviso l’accento sull’importanza della relazione con “l’altro” (in quanto “altro”, non in quanto “più o meno simile o vicino a noi”), prima e più che della dottrina. Caratteristica sottolineata dall’altro autore di questo bel volume, Sergio Tanzarella, che evidenzia l’immagine usata dal papa a proposito della diversità: il modello non è la sfera, dove tutti i punti sono indistintamente uguali, bensì il poliedro, “confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”. Ciò che fa arricciare il naso a più di un tradizionalista, ma che riporta alla mente l’evangelico “amare Dio in spirito e verità”. Un libro che, prendendo spunto da una visita pastorale, riflette sul futuro del cristianesimo. In appendice, i discorsi di papa Francesco e del pastore Traettino (che firma anche l’Introduzione).


R. Nogaro, S. Tanzarella, Francesco e i pentecostali, ed. Il pozzo di Giacobbe, 2015.

(«Mangialibri», 4 novembre 2015)

giovedì 8 ottobre 2015

R. La Valle, Chi sono io, Francesco?, ed. Ponte alle Grazie, 2015


Papa Francesco: due parole che sono sintesi di un fenomeno mediatico e di massa sempre più esteso e à la page. La prima, “papa”, con tutto il suo carico di tradizione, autorità, senso dell’istituzione; la seconda, con il richiamo simbolico alla trasparenza, alla semplicità, all’immediatezza del grande santo d’Assisi. Nel suo caso, in controtendenza rispetto al nostro passato (chi si è mai interrogato sulla scelta di un nome come “Gregorio”, “Pio”, “Benedetto” da parte di un papa?), il nome prende il sopravvento e sembra dar vita a un nuovo corso di fatto, oltre che simbolico. E mette al centro dell’attenzione e dell’opinione un uomo che non si ammanta più di prestigio, di conoscenza, di valore, ma al contrario sembra spogliarsi, fino a dire: “Chi sono io per giudicare i gay?” Frase controversa da contestualizzare, approfondire, ridimensionare, fors’anche da reinterpretare radicalmente; ma che non di meno ha preannunciato una “rivoluzione copernicana” nel modo cattolico (non certo teologico, non ancora, ma sicuramente al livello della massa) di concepire il ruolo del “sommo pontefice”...
Raniero La Valle è stato - per quasi vent’anni, dopo il 1975 - parlamentare della sinistra indipendente e si è battuto in parlamento a favore dell’obiezione di coscienza e contro l’abrogazione della legge sul divorzio. Nella sua “vita parallela”, ha diretto l’«Avvenire d’Italia» e ha raccontato il Concilio Vaticano II ai tanti (anche fra i vescovi) che non conoscevano il latino, oltre a pubblicare svariati libri sul cattolicesimo e sulla Chiesa. Non v’è dubbio che si trovi a suo agio nel maneggiare questo argomento, soprattutto se alla perizia si unisce l’entusiasmo per una situazione che autorizza la speranza di un autentico rinnovamento; passando armoniosamente dalla questione più dottrinaria a quella sociale, dall’amore dei Dio all’universalità della fede, dall’ecclesia alla guerra. Anche se l’esito non brilla né per la dirompente originalità dei contenuti né per la vivacità dell’esposizione, questo libro assume non di meno una sua necessità in quanto riflessione su uno snodo storico (e il tempo ci dirà quanto veramente lo sia) tutt’altro che trascurabile.


R. La Valle, Chi sono io, Francesco?, ed. Ponte alle Grazie, 2015.

(«Mangialibri», 8 ottobre 2015)

venerdì 2 ottobre 2015

Pro e contro


La tecnologia ha i suoi pregi. Ma porta anche delle conseguenze. Una di esse è la tempesta di mail inutili - quando non perniciose - da cui siamo sommersi: non paghe di dire la propria, non richiesta, tramite i social network, torme di scrittori telematici ci assaltano con le loro esternazioni. La parte del leone la fanno ovviamente quelle della catena di Sant’Antonio, con i loro propositi più o meno edificanti, sempre chiusi da minacce per niente velate (“Se non lo fai, morirari entro sette giorni”; o, quando va meglio, “Gigiolino non ha seguito questo consiglio e dopo due mesi ha perduto le unghie dei piedi”). Altre però nascono, diciamo così, con le migliori intenzioni; e allora, accanto alle riflessioni più o meno estemporanee e inconferenti, troviamo mail come quella che ho ricevuto qualche giorno fa. Titolo: “I vantaggi del portare la propria croce”. Una serie di vignette che raffigurano poveri uomini e donne che camminano nel deserto, ciascuno con la propria croce di legno sulle spalle. Il “protagonista” chiede al Signore di poter ridurre il proprio carico e, un po’ alla volta, la rende molto più corta delle altre. Arriva però il momento di oltrepassare il burrone e, mentre gli altri usano ciascuno la propria croce per passare al di là, lui non può farlo: la sua croce è troppo corta. Conclusione (la riporto testualmente): «Quindi, càricati la tua Croce e rallegrati per il premio. Impariamo a caricare la nostra Croce senza protestare e chiediamo al Signore solo forza per continuare e uscirne trionfanti. Qualsiasi sia la tua Croce, qualsiasi sia il tuo dolore, ci sarà sempre uno splendore, un imbrunire, dopo la pioggia... Forse potrai inciampare, forse perfino cadere... Però Dio è sempre pronto a rispondere alla tua chiamata... Dio ti invierà sempre arcobaleni dopo la pioggia. NON ESSERE EGOISTA! CONDIVIDI… Dio, Padre Nostro, gira per casa mia e portati via tutte le mie preoccupazioni e malattie, per favore prenditi cura e proteggi la mia famiglia. Nel nome di Gesù, Amen».
Ora: sorvoliamo sul fatto che, a dispetto del programmatico “Condividi”, nessuno dei personaggi delle vignette inviti il protagonista a usare la sua croce per passare al di là. E va be’. Sorvoliamo pure sul nietzschiano “Ciò che non ti uccide ti fortifica”. Ma quello che proprio non si riesce a mandar giù è l’invocazione finale a Dio: ma insomma, ce la deve rendere più corta questa croce (allontanando preoccupazioni e malattie)... o ce la dobbiamo tenere ben volentieri lunga, in vista di un’eventuale futura utilità?
Come talvolta accade, siamo di fronte a un cristianesimo che riesce a essere schizofrenico non solo in àmbiti diversi dell’esperienza di fede, ma addirittura all’interno di una stessa mail. E, per colpa di questo cristianesimo, finisce che si parli male del cristianesimo in generale. Avviso a chi non lo sappia ancora: non esiste un solo cristianesimo (e se è per questo nemmeno un solo cattolicesimo) e nemmeno un solo modo di essere cristiani: francescani, benedettini, domenicani, gesuiti, ad esempio, sono molto diversi tra loro, eppure sono tutti cattolici (e chi abbia mai trovato due soli preti perfettamente uguali in materia di fede, faccia un fischio). Avviso ai cristiani schizofrenici: per favore, piantatela di mandarci ’sta roba. Ma non tanto perché non ci piaccia (in effetti, non ci piace), o perché non ci piacciate voi (ehi: a ciascuno il suo): è che, nelle cose che scrivete, non ci si capisce proprio niente.

(«Il Caffè», 25 settembre 2015)

martedì 21 aprile 2015

A. Scola, Capaci di infinito, ed. Marcianum Press, 2015

La verità rivelata, il Dio fatto uomo, l’evidenza della testimonianza e dell’insegnamento: tutte cose importanti per il cristianesimo. Che però, come religione, trova il suo fulcro altrove: in quel Dio, appunto, dall’abisso insondabile, sempre al di là di qualunque cosa possiamo dirne e pensarne. Un Dio che è misterioso, e lo è infinitamente. Tuttavia, mistero dei misteri, lo stesso Dio coinvolge l’uomo in questa profondità luminosa fino all’abbacinante: non in una com-prensione - ché nessun uomo può abbracciare il mistero di Dio al punto di ricomprenderlo in sé - ma in una partecipazione esistenziale basata sull’esperienza personale e comunitaria di quell’“oltre” cui si dà il nome della divinità…
Il problema del male, la ragione e la fede, la resurrezione di Cristo e il ruolo della libertà: sono solo alcuni dei nodi tematici toccati dall’arcivescovo di Milano - e cardinale, già patriarca di Venezia - in questo volume agile che vorrebbe presentarsi più come un invito che come una trattazione. Intento purtroppo fallito (per questa bella collana - Diálogoi - dell’editore Marcianum Press, che ha visto contributi ben più pregnanti e all’altezza), perché lo stile è troppo dotto per rivolgersi a un pubblico ampio ed è troppo intriso di una retorica da catechismo che - pur teologicamente ineccepibile - risulta all’atto pratico incomprensibile, non solo al neofita: «Al centro della fede sta l’avvenimento salvifico dell’incarnazione del Verbo, che è Parola di Dio vivente e personale. Nel Vangelo di Giovanni si dice che al principio sta il Verbo. Ma “al principio” non solo nel senso che sta “all’inizio”. La Parola sta al principio del nostro discorrere adesso, sta al principio dell’incontrarsi tra gli uomini, perché Dio ci crea nel Verbo, nel Figlio suo, per la potenza dello Spirito, non solo quando all’atto del concepimento ci dona la vita, ma ci “crea” accompagnandoci lungo tutta la nostra esistenza». Peccato.


A. Scola, Capaci di infinito, ed. Marcianum Press, 2015.

(«Mangialibri», 21 aprile 2015)

lunedì 23 febbraio 2015

Un leader popolare. Intervista ad Antonietta Potente

Antonietta Potente è suora domenicana e teologa che ha insegnato all’Università “Angelicum” di Roma e ha vissuto per vent’anni in Bolivia. Autrice di numerosi testi, ha pubblicato tra gli altri: “Un bene fragile. Riflessioni sull’etica” (Mondadori, 2011) e “Il sottile filo che sostiene il mondo. Considerazioni sulla vita e su noi stessi” (Romena, 2008).

Papa Francesco: una parola per descriverlo.
Ce ne vogliono almeno due: è un “leader carismatico”. Non tanto per quello che fa in prima persona, ma per quello che ci si aspetta da lui, un po’ in ogni parte del mondo, anche qui in Europa, dove si spera nella sua opera per venir fuori dalla sfiducia che sembra ormai avvolgere ogni ambito dell’esistenza, dall’economia, al lavoro, al futuro in generale. Ed è un leader nel senso che lui riesce effettivamente a smuovere le masse e a suscitarne l’entusiasmo: sono molte le simpatie che la gente ha per lui.
Suscita però anche molte antipatie: i suoi tanti detrattori sono del parere che lui tenda a mettere in ombra gli aspetti più spirituali e tradizionali, solo per esaltare quelli più emotivi e mediatici.
Sotto questo aspetto il paragone più calzante andrebbe fatto con Giovanni Paolo II: anche lì emergeva un leader per il quale l’immagine contava molto A differenza dell’altro però, papa Francesco riflette una religiosità molto più “popolare” (che ha ben poco del bigotto e del moralistico di cui i tradizionalisti sentono la mancanza), probabilmente anche per la sua storia, in quanto figlio di emigrati, e in quanto argentino. Ora, si può muovere a Bergoglio tutta la critica che si vuole; ma certo non si può sostenere che dietro il suo modo di porsi non vi sia una carica spirituale profonda e consapevole. Può piacere o non piacere: magari, come tutte le spiritualità in grado di “rovesciare” qualcosa, può incutere sospetto, se non timore; ma certo non si può dire che non vi sia alcuna spiritualità, o che sia tutto frutto di una superficialità fondamentale. Forse non si è abbastanza abituati a una spiritualità che - invece di fondarsi sul magistero e sulla speculazione teologica classica - si basi sulla misericordia e sulla compassione. Io sono quindi del parere che lui abbia non solo una certa spiritualità, ma che sia quella di un tipo ben preciso: è la spiritualità del popolo, che per questo si riconosce tanto bene nelle cose che sente da lui.
E, come dicevamo prima: ce n’è un gran bisogno.
Esatto. È questo un tempo in cui la gente vuol sentire non tanto una parola nuova - come si dice spesso in quella politica fasulla che cerca con questo aggettivo di camuffare il proprio essere eternamente uguale a se stessa - ma una parola anche vecchia che però, come quella primordiale del Vangelo, sia in grado di toccare il cuore della realtà, della vita e delle sue difficoltà piccole e grandi. Il problema della gente è la sofferenza, non la dottrina. Forse è questo che sfugge ai tanti tradizionalisti; che snobbano il popolo e le sue specificità solo perché - dall’alto delle loro quieti - se lo possono permettere. Tornando dunque alla prima domanda: papa Francesco è il leader che la gente voleva. Un leader spirituale. A differenza di Giovanni Paolo II: che a me è sempre sembrato invece molto concreto, sì: ma poco spirituale.
E come intenderebbe la differenza tra papa Francesco e il precedente papa Benedetto?
(Sorride) Questo discorso meriterebbe un approfondimento a parte. Io ho sempre avuto la sensazione che Ratzinger fosse un “falso esteta”, che dietro tutta l’eleganza dei modi e delle parole creasse una facciata che nascondeva brutture ecclesiali di provenienza antica. La differenza comunque potremmo dire che risieda in questo: Ratzinger si collocava nell’alto della sua teologia raffinata; Bergoglio invece preferisce la quotidianità alla dogmatica. Bergoglio si sporca le mani, affronta le cose, anche per tentativi, magari anche sbagliando: ma in questo sforzo credo che risieda la sua cifra più autentica e unica. Volendo semplificare le cose, potremmo forse dire che papa Benedetto sta a papa Francesco come la testa sta al cuore.
Del resto Bergoglio, dal punto di vista teologico, non si può certo dire che sia un apostata.
Tutt’altro: anzi, a mio avviso, non è neanche così tanto innovativo come si vorrebbe far credere. Purtroppo i nostalgici conservatori si scandalizzano per molto poco: per nulla gridano al cattocomunismo o alla teologia della liberazione o al revisionismo dottrinario. Mentre al contrario, proprio nella teologia, mi sembra che questo papa provochi ben poche trasformazioni: è un ambito, come dicevamo, che si trova sullo sfondo della sua azione attuale. È un fatto che oggi noi teologi e teologhe siamo più liberi di fare “il nostro mestiere”: possiamo avanzare proposte e portare avanti una prassi teologica diversa; ma non mi sembra che al momento si siano discusse istanze tali da modificare significativamente, se non di ribaltare, l’assetto teologico attuale. C’è più spazio per parlare degli omosessuali, delle coppie separate, delle donne (anche se non quanto desidereremmo), e noi sappiamo che c’è uno spazio in cui è possibile entrare. Rimane però una debolezza: tutte queste categorie di cui pur si comincia a parlare, sono ancora ben lontane dal diventare “soggetti” teologici, rimangono degli “oggetti” d’indagine teologica cui eventualmente concedere il privilegio della revisione di qualche vecchio divieto. È nuovo dunque il fatto che se ne possa parlare; ma non è nuovo il modo di concepirli e di rapportarsi con loro. L’apertura di questo spazio è certamente un merito innegabile di questo papa; ma noi ancora non sappiamo cosa potrà succedere grazie a questa apertura. Può darsi che prima o poi arrivi un invito a partecipare a un dialogo più ampio con gli altri teologi, le altre religioni; ma al momento, “gli altri” (mi ci metto anche io, in quanto donna) restano sempre un oggetto della “benevolenza” dei cristiani. Il problema
continua la teologa
infatti non è lui, che potrebbe anche stare da tutt’altra parte: il problema è quello della struttura che lui rappresenta (e che lo ha espresso, eleggendolo), e che rimane ancora una struttura medievale, che andrebbe abbandonata: ci vorrebbe il coraggio di qualcuno che, dall’interno, ne denunci l’inadeguatezza e abbia il coraggio di abbandonarla, lasciandosi alle spalle un immaginario ormai lontano anni luce dalla realtà. In questo senso Bergoglio continua - pur nella sua novità - ad essere un esponente di questa vecchia scuola. È stato bello vedere papa Francesco che saluta facendosi chiamare “vescovo di Roma”, rinunciando a un vieto trionfalismo, ma non è sufficiente.
Quindi Bergoglio ci dà uno “spuntino” di innovazione ma ci lascia con l’acquolina in bocca, per così dire? C’è la prospettiva di un’ulteriore slancio di rinnovamento per il futuro del suo pontificato?
Bergoglio ha aperto una piccola porta; ed è stato un grande gesto. Probabilmente da qui potrà uscire qualcos’altro - l’abbandono di certe esteriorità e di certe storture - è quello che ci auguriamo. Il mio timore è che anche un suo slancio originale possa finir soffocato nella presa del suo successore, al quale i conservatori si affretteranno a chiedere dieci passi indietro per ogni passo avanti compiuto da papa Francesco.
Non resta che disperare?
Al contrario, questo papa è motivo di grande speranza. Ma questa speranza non viene da lui: bensì dalla possibilità che lui dà a noi di entrare sulla scena religiosa, spirituale, teologica, sociale, politica… da protagonisti. Quello che manca veramente adesso non è il suo prossimo intervento a favore di questo o contro quello; quello che manca è il nostro impegno in prima persona per trasformare il cristianesimo in qualcosa che sia adatto alla vita dei credenti del terzo millennio. Se ci accontenteremo del leader, dal quale ci aspettiamo il cibo già cotto… non cambierà niente di importante.
Ci sta dicendo che auspica un Vaticano III?
(Ride) No, con quei cardinali lì proprio no. In realtà non credo più, in generale, in questo tipo di struttura: non riesco a figurarmi come il soffio dello Spirito possa arrivare, nel 2015, in questo modo. Non che manchino tra i cardinali dei giusti e anche dei santi; ma si tratta di qualche eccezione. E poi finisce che ci invitano tutti, teologi e osservatori, come nel II, ad “ascoltare”, ma senza poter dire neanche una parola. Un nuovo concilio sarebbe solo uno spreco di denaro; spero che ne facciano a meno.
Tornando allo stile di Bergoglio: potremmo forse dire che, pur lasciando intatta la teologia, stia procedendo a un rinnovamento della pastorale (che è sempre l’ultima a trarre giovamento dalle novità)?
Non saprei; e per ora non mi sembra. Perché a mio avviso lui ha una pastorale molto popolare, di consolazione, ma non che stimoli una rilettura esistenziale della teologia. Qui mi pare che resti su posizioni consolidate - si pensi a come parla ai poveri, che tratta sempre da oggetti della sua benevola considerazione. Un po’, in verità, è anche colpa di noi teologi, che abbiamo ristretto la nostra riflessione a un ambito per tecnici e specialisti, tagliando fuori quelli che dovrebbero invece nutrirsene direttamente: cioè tutti. E c’è un’altra cosa che non mi è proprio piaciuta di questo papa
ci dice ancora,
quando disse a noi religiose di “non essere come zitelle”: mi sembrò di sentire il solito linguaggio maschilista nei confronti delle donne. Mi confermò quello che penso: su certi punti anche lui rimane il classico prete che pensa all’antica. Che in questo caso significa pensare male. Un po’ è anche il suo stile (che poi è un po’ lo stile argentino), che si alimenta di toni caricaturali o molto carichi; ma rimane per me uno stile attraverso cui passano anche certi pregiudizi.
Se volesse esprimere una speranza, che possa concretizzarsi grazie a papa Francesco?
La mia speranza - l’augurio che io rivolgo all’umanità intera - è che la Chiesa si separi completamente e definitivamente dal Vaticano. L’augurio di una Chiesa che si svincoli dall’ambizione del potere… e recuperi tutta la sua libertà.
(«l'Altrapagina», febbraio 2015)

martedì 27 gennaio 2015

F. Zanello (a cura di), Il libretto rosso di Gesù, Redstar Press, 2014

Red Star Press
Da sempre il messaggio di Gesù è stato accostato al comunismo, al socialismo e a tutte quelle forme politiche più o meno progressiste che mettevano al centro il benessere dell’uomo e la giustizia. Con una certa frequenza (e ridondanza) la politica si è dedicata a estrapolare questa o quella parte del messaggio evangelico per piegarlo (o, meglio, per assolutizzarlo) alle esigenze dell’organizzazione sociale e della distribuzione della ricchezza. In effetti il Vangelo (ma, meglio si direbbe oggi, “I Vangeli”, comprendendo non solo i quattro canonici ma anche gli apocrifi e le ultime fonti scoperte, tra cui la cosiddetta “Fonte Q”) parla spesso della centralità dell’uomo e dell’importanza della solidarietà, al punto da farne il più grande dei comandamenti: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. È sufficiente questo per dire che Gesù fosse un comunista ante litteram? È veramente la rivoluzione il fine ultimo del messaggio evangelico?
«Strappato alla censura ecclesiastica, il “quinto vangelo” di Cristo invoca la giustizia sociale e annuncia la rivoluzione»: così recita il sottotitolo di questo volumetto di Fabio Zanello, ricercatore indipendente che - basandosi sulle fonti a disposizione, dai vangeli sinottici a quelli apocrifi, appunto, da quelle coraniche a quelle patristiche - costruisce un ulteriore vangelo in cui spicca l’aspetto sociale e politico del dettato gesuano. Non che l’idea sia intrinsecamente errata o inadeguata; ma si tratta pur sempre di una operazione parziale ed essenzialmente forzata (per la ristrettezza della prospettiva), rispetto a qualcosa di molto più ampio, che tanto per cominciare afferisce a un orizzonte “aldilà” che non può essere esaurito né nella soddisfazione material-politico-sociale del singolo uomo né in quella dell’intera umanità. Come dire: Marx ha detto spesso cose simili a quelle di Gesù, ma non va dimenticato che il suo intendimento filosofico era essenzialmente (e radicalmente) ateo; parimenti, Gesù si è sempre strettamente mantenuto nell’alveo della continuità della tradizione ebraica (tanto per intenderci… quella che istituisce l’uso della proprietà privata), mentre l’idea comunista fondamentale (non solo di Marx, ma di tutti i suoi epigoni rivoluzionari) è quella della tabula rasa. Insomma, che la giustizia stesse a cuore a Gesù è facile da credere; più difficile è pensare che auspicasse la rivoluzione. Si dia dunque a Cesare quel ch’è di Cesare.


F. Zanello (a cura di), Il libretto rosso di Gesù, Redstar Press, 2014.

(«Mangialibri», 27 gennaio 2015)

giovedì 22 gennaio 2015

M. Bandera, I rivoluzionari di Dio, ed. EMI, 2014

Rivoluzione: c’è chi la studia; chi la prepara; chi prega per averla (o per scongiurarla); c’è chi ne fa una dottrina politica, filosofica, teologica; chi ne tesse le lodi ideali e chi ne denuncia gli orrori storici. Insomma: a ciascuno la sua rivoluzione. Anche a chi pensa che il messaggio evangelico sia intrinsecamente rivoluzionario - in maniera nonviolenta, beninteso - e, per saggiare la sua convinzione, si spinge a chiederne lumi a figure eminenti quanto trapassate, da Paolo di Tarso a Francesco di Sales, da Bartolomé de las Casas a Charles de Foucauld, da Edith Stein a Oscar Romero: tutti uomini (e donne) che quel vangelo conoscevano bene e da vicino, per averlo incontrato in terra di missione, dove la rivoluzione è spesso qualcosa di più che un concetto…
Mario Bandera, sacerdote direttore del Centro missionario della diocesi di Novara, dagli studi teologici in Uruguay, scrive più di trenta interviste “impossibili” ad altrettanti “ribelli della fede”, che hanno saputo interpretare, vivere e testimoniare la portata rivoluzionaria di un vangelo dal volto mite ma dirompente - disposto - per amore della vita - al sacrificio più estremo. Scritto con uno stile accessibile e talvolta ironico fino all’umoristico: ma non è forse la leggerezza il modo migliore per parlare delle cose più serie?


M. Bandera, I rivoluzionari di Dio, ed. EMI, 2014.

(«Mangialibri», 22 gennaio 2015)

lunedì 19 gennaio 2015

J. Dupuis, Perché non sono eretico. Teologia del pluralismo religioso: le accuse, la mia difesa, ed. EMI, 2014

Negli anni ’90 già inoltrati Jacques Dupuis, teologo raffinato e stimatissimo, che ha insegnato teologia in India per quarant’anni prima di approdare all’Università Gregoriana di Roma, pubblica il suo caposaldo Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso. Ed è subito bufera: il libro finisce nel mirino della Congregazione per la dottrina della fede, allora presieduta da Joseph Ratzinger, e la vita accademica e personale del gesuita belga subisce uno scossone violento dal quale - fino alla morte, nel 2004 - non riuscirà più a riaversi.
Diverse le posizioni teologiche incriminate, nelle quali non ci addentreremo, ma che vengono esaminate con accuratezza bel raffinato volume Perché non sono eretico. Teologia del pluralismo religioso: le accuse, la mia difesa, appena edito EMI per la cura di William R. Burrows (studioso che ha collaborato con Dupuis per oltre vent’anni). Fra le tante spiccano quelle del filosofo e teologo catalano Raimon Panikkar, che Dupuis espose e commentò in pochi sintetici paragrafi. A nulla valsero le prese di distanza e i “distinguo”; il problema di Dupuis - come commentò all’epoca il vaticanista Sandro Magister - è sempre stato quello di «aver scritto i suoi libri con la precisione geometrica della teologia occidentale classica. Panikkar ha il vantaggio d'essere un orientale, anche nello stile. Evocativo, suggestivo, a tratti poetico. Inafferrabile».
Dupuis non ha avuto in vita la possibilità di chiarire la sua posizione come avrebbe voluto. Questo volume riporta finalmente le sue ragioni, la sua “difesa” (sì: nel terzo millennio c’è ancora chi deve difendersi dall’accusa di… eresia), unitamente alle ampie e chiarificanti contestualizzazioni del curatore. Qui Dupuis spiega diffusamente e senza mezzi termini il suo essere “cattolico” e basta, e di esserlo da “revisionista conservatore”, cioè come colui che - volendo conservare la dottrina autentica in un mondo che cambia - non può che portare avanti la sua incessante opera di revisione della teologia, per renderla comprensibile e vitale a chi la legge nell’epoca contemporanea.
Volume attesissimo che contiene tra l’altro ulteriori riferimenti e aneddoti relativi a Panikkar (e al suo rapporto controverso con Ratzinger) e a Milena Carrara, curatrice dell’Opera Omnia del filosofo catalano.


J. Dupuis, Perché non sono eretico. Teologia del pluralismo religioso: le accuse, la mia difesa, ed. EMI, 2014. A cura di William R. Burrows, per la traduzione di Mario Mansuelli.

(«l'Altrapagina», gennaio 2015)

venerdì 16 gennaio 2015

R. Nogaro, Peppino Diana. Il martire di Terra di lavoro, ed. Il pozzo di Giacobbe, 2014

«Eredità di don Peppino Diana. A vent’anni dalla morte è sempre più amato dal popolo. Forse non sappiamo cosa significhi “canonizzazione”, “culto pubblico”, “intercessione”. Sentiamo però la gioia di celebrare e di venerare colui che ha dato la vita per i suoi fratelli. Don Diana è il padre e il martire delle nostre terre e nessuno potrà mettere a tacere la sua testimonianza. Per coloro che ritengono necessario muoversi verso una convivenza più umana, è l’ora della gratitudine, ma soprattutto dell’impegno».
Basterebbero queste parole per svelare il contenuto del libro Peppino Diana. Il martire di Terra di lavoro, appena nato dalla feconda penna di mons. Raffaele Nogaro e pubblicato per i tipi dell’editore Il pozzo di Giacobbe. Ma non basterebbero a rendere conto del gioiello che è, e delle tante caratteristiche che lo impreziosiscono, dal documento del parroco di Casal di Principe “Per amore del mio popolo” alla Prefazione di Sergio Tanzarella (che ricostruisce in maniera inedita le tappe del rapporto di don Peppino con l’allora vescovo di Caserta Nogaro, traversie giudiziarie incluse), dalla lettera del vescovo ai genitori nel 16° anniversario della morte del figlio al testo scritto nel 1994, a pochi giorni dall’omicidio (“Il ministero del sangue”). Al centro di tutto ciò, un’amplissima meditazione su don Peppino Diana, prete e martire, sulla sua pratica religiosa e sulla sua santità, ma soprattutto sulla sua eredità, su quel seme che ha piantato in noi e che - nonostante i diversi tentativi, sia con la menzogna sia con la violenza - la camorra in tanti anni non è riuscita a sradicare.
Un libro pensato e scritto ottimamente, con grandi intelligenza e sensibilità, consigliato a tutti quei cristiani cui non basta dire “Signore, Signore”, ma che amano praticare la giustizia tutti i giorni alimentandosi alla testimonianza dei giganti della fede. Come don Peppino Diana.


R. Nogaro, Peppino Diana. Il martire di Terra di lavoro, ed. Il pozzo di Giacobbe, 2014.

(«Il Caffè», 9 gennaio 2015)

venerdì 12 dicembre 2014

M. Poggi Johnson, Amor m’accolse. L’ospitalità al cuore della vita, ed. Marietti, 2014

Qualcuno ci va perché non ama il campus. Qualcun altro, in preda alla nostalgia, preferisce un ambiente domestico. A certi piace quel posto un po’ sessantottino senza la TV, dove la scuola ai bambini viene fatta in casa. Altri lo fanno per simpatia, o perché sono rimasti senza soldi, o ancora per il piacere di confrontarsi con qualcuno che ama pensare con la propria testa e con l’aiuto della Scrittura. È la casa di Maria e Glen e dei loro quattro figli, una casa aperta a tutti e in cui c’è “un traffico da stazione centrale”, nella quale l’accoglienza - dell’altro, del bisognoso, del diverso, dell’amico, dello sconosciuto… - non è un concetto propagandato a chiacchiere, ma una pratica quotidiana e spontanea che va avanti da vent’anni…
Un libro che riesce a mostrare (non solo a proporre) il valore dell’accoglienza: anche di fronte al caso più insolito e destabilizzante per la famiglia, l’ospitalità riesce a conservare il suo valore sacro e fondante, grazie al quale ogni difficoltà può essere superata. Racconto di un’esperienza americana di grande attualità per noi - ancora concentrati sul modo migliore per impedire l’immigrazione, magari costruendo campi di “accoglienza” (si legga “detenzione”) sul suolo africano - in cui l’episodio di vita si lega alla lettura meditata di Dawkins, di Eliot, di Proust e, ovviamente, della Bibbia. Notevole il capitolo dal titolo “Ero straniero” dove si descrive la vita presso L’Arche, rete di case-famiglia per disabili presente anche in Italia. Con la Postfazione di don Luigi Ciotti.


M. Poggi Johnson, Amor m’accolse. L’ospitalità al cuore della vita, ed. Marietti, 2014, pp. 96, euro 15.

(«Mangialibri», 12 dicembre 2014)