Visualizzazione post con etichetta guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra. Mostra tutti i post

martedì 31 marzo 2015

Superare la geopolitica del caos. Intervista a Maurizio Simoncelli


Maurizio Simoncelli, storico ed esperto di geopolitica, oltre ad aver pubblicato varie ricerche sull'industria militare e sulle forze armate italiane e ad aver svolto diversi studi sulla geopolitica dei conflitti, presta attività di docenza in numerosi master universitari e corsi d'istruzione superiore. È membro del CISRSM - Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari e vicepresidente (nonché cofondatore) dell'Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD).

Ucraina: com’è la situazione? È un focolaio che non accenna a spegnersi, ormai da anni, proprio ai bordi dell’Europa Nobel per la Pace. Quale ruolo potrebbe avere l’UE?
In questi giorni sembra che la guerra stia conoscendo una tregua e che la mediazione operata dalla Germania e dalla Francia stia ottenendo alcuni risultati positivi, anche se l'omicidio Nemzov non rasserena il quadro generale. Certamente questo conflitto dimostra come i rapporti Est-Ovest in questo periodo non siano facili e che da una parte e dall’altra siano stati fatti una serie di passi incuranti dei rischi che la vicenda ucraina avrebbe comportato. L’Unione Europea, dal canto suo, è un premio Nobel un po’ strano. Se è vero che tale unione ha evitato il ripetersi di conflitti che per secoli hanno lacerato il Vecchio Continente, l’azione esterna dei governi dell’UE non è stata all’altezza del riconoscimento ottenuto, come dimostra il fatto che diversi di essi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Belgio, Italia, ecc.) non solo sono ai primi posti a livello mondiale come produttori ed esportatori di armi, non di rado in zone calde come il Medio Oriente, ma hanno anche partecipato ad interventi militari che hanno contribuito a destabilizzare diversi stati (basti pensare all’Iraq o alla Libia). E ciò è stato riconosciuto parzialmente anche da Jens Stoltenberg, il nuovo segretario generale della NATO, che in un'intervista a "Repubblica" ha rilevato che la Libia è stata abbandonata a se stessa dopo l'intervento armato. Inoltre, l’UE sconta il fatto che, al di là delle parole, non esiste in realtà una politica estera e della sicurezza comune, come purtroppo dimostra l’assenza della Mogherini – ufficialmente titolare di questo dicastero in seno alla Commissione dell’UE – nella trattativa condotta da Hollande e dalla Merkel con Putin e con Poroshenko. Resistono in questo ambito fortissimi nazionalismi di vecchio stampo, come ha di fatto rilevato anche il Consiglio europeo del 19 e 20 dicembre 2013. L'UE deve operare come promotore di pace e non di guerra.
Si tratta più di una rivolta dei popoli o di una vittoria dei militaristi?
Sono state alimentate spinte politiche nell’Ucraina che hanno portato questo paese nella guerra civile. L’UE avrebbe dovuto ben conoscere la realtà multiculturale e l’importanza dell’Ucraina nel quadro geopolitico russo e si sarebbe dovuta interrogare adeguatamente sulla necessità e sull’opportunità di un ulteriore allargamento dell’unione, unione peraltro già in crisi per conto suo con la crescita degli euroscettici e con le difficoltà economiche non solo della Grecia. Una volta avviatisi sulla strada del braccio di ferro con il governo di Mosca, si è giunti a questo risultato, quasi ci si fosse dimenticati di quello che era già successo alcuni anni fa in Georgia. Si potrebbe dire che sono state alimentate da un lato e dall’altro speranze e rivendicazioni popolari per un braccio di ferro tra Est ed Ovest, che ha portato sinora ad oltre 5.000 morti, oltre ai feriti, ai profughi ecc.
Che ruolo ha la NATO nella crisi? Si parla spesso di guerra della Russia all’Europa tramite l’Ucraina; ma l’opinione di alcuni è che, al contrario, si tratta di un Occidente euroamericano che usa l’Ucraina per muovere guerra a Putin. Cosa ne pensa?
La vicenda dell’Ucraina s’inserisce nel quadro della dissoluzione dell’URSS e della fine del bipolarismo. L’Ucraina, in particolare, è uno stato dove soprattutto nel periodo sovietico la presenza della popolazione russa è cresciuta al punto che tale componente sociale appare oggi non trascurabile. L’Ucraina inoltre, anche dopo la fine dell’URSS, ospitava l’unica base navale militare russa nel quadrante meridionale, a Sebastopoli in Crimea, strategicamente importantissima per Mosca. Infine il territorio ucraino è geopoliticamente rilevante perché vi passano i gasdotti che riforniscono energeticamente parte dell’Europa. La dissoluzione dell’URSS e la progressiva adesione dei paesi esteuropei all’UE e alla NATO ha suscitato in Mosca il timore crescente di un accerchiamento e di un isolamento. Una serie di atti occidentali ha contribuito ad accrescere questi timori: il dislocamento di basi antimissili ai confini della Russia (giustificandoli – con apparente ignoranza geografica – con la necessità d’intercettare i futuribili missili nucleari dell’Iran); l’ammodernamento delle bombe nucleari tattiche statunitensi B61, collocate in Europa presso Olanda, Germania, Italia e Turchia; la decisione di dotare le forze armate aeree occidentali degli F35, cacciabombardieri con doppia capacità convenzionale/nucleare e con caratteristica stealth (invisibilità ai radar). La NATO è andata oggettivamente espandendosi verso est sino a lambire i confini della Russia, che, non facendo parte di tale alleanza militare, avverte ovviamente tale processo come pericoloso.
Qual è il contributo europeo (e italiano in particolare) agli armamenti? Ci sono armi, mine, mezzi militari italiani sul campo?
Non risultano rilevanti forniture europee ed italiane di rilievo all’Ucraina, che, peraltro, è il quinto esportatore di armi nel mondo. Attualmente l’Ucraina è dotata di arsenali prevalentemente ex-sovietici e sinora gli USA hanno solo minacciato di fornire nuove armi, ma questo provocherebbe un’ulteriore escalation nel conflitto. Ci risulta solo che la Francia abbia venduto missili MM-40-3 Exocet e l'Italia siluri A244 324mm antisommergibile e 10 cannoni navali Super Rapid 76mm nel 2010.
Alla fine sembrerebbe assodato che il Boeing 777 malaysiano abbattuto lo scorso 17 luglio sia stato vittima di un missile ucraino. Da noi però non se ne è mai parlato, mentre si ripeteva la falsa notizia che era stata colpa dei russi. Perché?
Si dice che in guerra la prima vittima sia la verità. La storia ci ha insegnato che numerosi sono stati gli episodi reali o falsi utilizzati per giustificare interventi militari altrimenti difficili da sostenere. La vicenda del Boeing 777 malaysiano sembra essere uno di questi: un “danno collaterale”, cioè non voluto, utilizzato da entrambe le parti per mettere in cattiva luce l’avversario. A quanto mi risulta, non è stato ancora pubblicato il report finale dal Dutch Safety Board, l'organismo incaricato delle indagini. Comunque sia, ancora una volta i civili pagano un alto prezzo in vite umane, indipendentemente dall'individuazione dei responsabili.
Che ruolo ha la stampa nello sviluppo della crisi?
La stampa in questo ha grandi responsabilità in quanto dovrebbe mostrare capacità d’informazione indipendente e grande cautela nel veicolare notizie non adeguatamente verificate: basta ricordare, per fare solo un esempio, quanto fu detto rispetto alle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein, arsenali in realtà inesistenti, ma che servirono a orientare l’opinione pubblica verso il sostegno alla politica interventista di G.W. Bush jr. La stampa, come è noto, ha un ruolo fondamentale nell’orientare l’opinione pubblica. I nostri mass media sono prevalentemente assai distratti rispetto alle questioni internazionali e ne trattano solo all’esplodere delle crisi, trascurando d’informare adeguatamente sugli sviluppi precedenti. La vicenda ucraina è esemplare in tal senso, venendo presentata semplicisticamente come uno scontro tra i cattivi e i buoni, che saremmo sempre noi. In questi anni non si è cercato di informare sui timori di Mosca e sugli atti occidentali di cui ho accennato prima e che hanno allarmato la Russia. Ovviamente, con questo, non si possono fare di tutte le erbe un fascio dato che diversi giornalisti cercano di fornire informazioni più equilibrate ed approfondite, a volte rischiando anche la propria vita sui teatri di guerra.
Che ruolo potrebbero avere i pacifisti? Verso l’opinione pubblica, ma anche riguardo alla sperimentazione di modelli nonviolenti della gestione del conflitto?
Il variegato movimento pacifista, che non gode di spazi adeguati sui mass media principali, si è espresso sin dall’inizio contro l’inasprimento dei rapporti Est-Ovest in atto in questi anni, contestando – ad esempio- decisamente il programma F35 al punto da riuscire ad imporlo nel dibattito politico italiano e all’attenzione dell’opinione pubblica con un’apposita campagna denominata “Taglia le ali alle armi”. Due grandi manifestazioni nazionali sono state realizzate nel 2014 a Verona e a Firenze, per ribadire il no a questi e ad altri conflitti. Attualmente è in atto anche la campagna per una proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta (promossa congiuntamente da CNESC, Sbilanciamoci, Forum Nazionale Servizio Civile, Rete Italiana Disarmo e Rete della Pace), mentre si sta avviando per un triennio una sperimentazione ufficiale dei corpi civili di pace con l’organizzazione di 500 peaacekeeper da utilizzare in situazioni di tensione.
Qual è la posizione di Archivio Disarmo su tale questione?
Archivio Disarmo è un istituto di ricerche internazionali autonomo ed indipendente, non è un’organizzazione politica e pertanto non propone programmi politici propriamente detti. I dirigenti e i ricercatori dell’istituto, pur nella pluralità delle posizioni personali, sono accomunati dall’impegno nell’ambito della ricerca e dello studio sulle questioni attinenti i conflitti e le modalità per risolverle. Evidenziamo sia le possibilità di soluzioni alternative pacifiche – attraverso interventi di peacekeeping - sia i rischi di possibili escalation, documentando come, ad esempio, forniture indiscriminate di armi contribuiscano ad accrescere l’instabilità di determinate aree e non ad aumentarne la sicurezza, come nel caso evidente del Medio Oriente. Ad esempio, analizziamo criticamente programmi come quello dei cacciabombardieri statunitensi F35 della Lockheed Martin, che, oltre ad avere costi faraonici, sono un siluro per l’industria europea della difesa, ponendosi in concorrenza con l’Eurofighter (da noi coprodotto). Attraverso ricerche, analisi ed attività formative Archivio Disarmo cerca di diffondere una conoscenza scientifica dei temi della sicurezza interna ed esterna, dei conflitti armati e del disarmo al fine di sensibilizzare i politici, i mass media e l'opinione pubblica.
C’è da temere che questo conflitto russo-ucraino possa arrivare a coinvolgerci direttamente in qualche modo?
Il conflitto ci ha già coinvolto, quanto meno economicamente con le sanzioni imposte contro la Russia che hanno ripercussioni anche sulle nostre imprese che esportavano verso Mosca. Comunque, se i diversi attori in campo, UE, USA e Russia in primis, nonché il governo ucraino, non si rendono effettivamente conto che la soluzione deve essere politica con un compromesso che cerchi di rispettare le esigenze di tutte le parti, il pericolo che il focolaio possa far esplodere la polveriera esiste realmente. Già combattenti non ucraini si affrontano su quel territorio: avviare una guerra è molto più facile che arrestarla. Obama ha minacciato di fornire armi moderne a Kiev. Non dimentichiamo che alcuni uomini politici e media facilmente soffiano sul fuoco per ritagliarsi una propria visibilità, approfittando anche del fatto che il governo di Putin non è un esempio della massima democrazia e del rispetto dei diritti, come denunciano Amnesty International e Human Rights Watch e come purtroppo testimonia l'eliminazione giuridica o addirittura fisica di giornalisti ed oppositori politici (dalla Politkovskaja a Nemzov).
Quale speranza di una composizione pacifica? E, soprattutto: cosa potremmo - o forse dovremmo - cominciare a fare per potercela augurare?
Non vi sono alternative alla pace. Non si può immaginare uno scontro armato tra Est ed Ovest che non comporti il reciproco suicidio (la vecchia Europa lo ha fatto ben due volte con le guerre mondiali nel secolo scorso, emarginandosi così sulla scena internazionale). Probabilmente occorrerà concedere qualche forma di autonomia alle aree ribelli russofone, come saggiamente l’Italia ha fatto rispetto alla questione del Sud Tirolo/Alto Adige nel secondo dopoguerra, scongiurando il terrorismo locale. Occorre che si comprenda che la sicurezza e la pace sono comuni, di tutti e non solo di una parte dell’Europa. È con la Russia che si deve cooperare (contribuendo sempre più al suo percorso verso una moderna democrazia), anche alla luce della crescente minaccia dell’integralismo islamico che può destabilizzare i già traballanti equilibri mondiali. All’attuale geopolitica del caos, dove il multilateralismo di numerosi attori internazionali non appare rispondere alle sfide del XXI secolo (cambiamenti climatici, movimenti migratori, criminalità organizzata ecc.), va sostituito un nuovo ordine mondiale rinforzando e rivitalizzando l’unico strumento della legittimità internazionale, cioè le Nazioni Unite, da anni depotenziate e relegate ai margini della scena politica globale. Altrimenti ci troveremo di volta in volta a confrontarci con iniziative politiche internazionali a geometria variabile (NATO, UE, OSCE, coalizioni di volenterosi, Lega Araba e così via) le cui azioni estemporanee possono contribuire a destabilizzare anziché rafforzare la legittimità mondiale.
(«l'Altrapagina», marzo 2015)

venerdì 13 marzo 2015

Atlante delle guerre

Rachel Corrie aveva 24 anni quando un bulldozer dell’esercito israeliano l’ha travolta durante le operazioni di demolizione di case palestinesi; il giudice israeliano ha stabilito che si è trattato di un incidente nonostante le numerose testimonianze affermino il contrario. Samantha Lewthwaite è la “vedova nera” per gli inglesi e la “sorella bianca” per i somali: ventottenne, la sua missione è organizzare attacchi terroristici, preferibilmente in Kenya. Aminatou Haidar è una attivista del Sahara occidentale: malgrado i tanti abusi da parte dei militari (è stata detenuta illegalmente, picchiata, torturata, minacciata di morte e ha trascorso quattro anni e mezzo bendata in isolamento), chiama tutti i marocchini “suoi fratelli” e ha vinto nel 2008 il Premio Kennedy per i diritti umani. Bosco Ntaganda, il cui nome farebbe pensare ai salesiani, viene chiamato “Terminator” per la facilità con la quale uccide, in Ruanda…
Così è la guerra: c’è di tutto, il meglio e il peggio. Ma quel che è veramente peggio è che è la guerra ad essere dappertutto: non vi è continente che ne sia esente (nemmeno l’Europa del Nobel per la Pace), dove non si debbano contare le vittime, soprattutto civili, fare il bilancio dei disastri, tremare di fronte alle fragili prospettive di composizione dei conflitti. Lo racconta in ogni dettaglio il bellissimo volume Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, a cura dell’Associazione culturale 46º Parallelo (ed. Terra Nuova), ricco di editoriali, schede, cartine, foto a colori e in bianconero. Nonché di aneddoti (come quello del custode divorato dai coccodrilli che ha nutrito per trent’anni, in Costa d’Avorio) e di approfondimenti (come quello sul land grabbing e sul cibo come business del futuro).
Siamo circondati dalla guerra (che imperversa soprattutto in Africa e in Asia) ma non smettiamo di nutrire la nostra speranza: perché rimaniamo convinti che il cammino contro di essa sia lungo ma non infinito, e che conoscerla bene sia il primo passo per smettere di farla.

(«Il Caffè», 6 marzo 2015)

Morire a Nassiriya

La divisa ha il suo fascino, si sa: ma molto meno per le donne che per i giornalisti, ai quali prudono i polpastrelli quando possono parlare di “eroismo” di fronte alla notizia di un militare caduto, anche quando è chiaro che non c’è niente di eroico nel fatto in sé (altrimenti “militare” ed “eroe” dovrebbero essere sinonimi). Dei marò, per esempio, si continua a parlare, anche quando non c’è niente di nuovo da dire (anzi, sembra a volte che l’assenza di qualunque notizia… sia la notizia vera e propria). E allora, visto che dei militari parlano già tutti, noi parleremo di un civile. Del quale, guarda un po’, si è parlato poco o niente. Si chiamava Marco Beci. Morto anche lui insieme agli altri, quel disgraziato 12 novembre 2003, a Nassiriya.
«A volte sento il bisogno / di aprire la finestra / per guardare il cielo / e provare a ricordarti. / Una lacrima scende / e mi bagna la guancia. / Poi penso: “Sono come volevi che io fossi?” / “Sono cresciuta come tu avresti voluto?” / E mi dico: “Sì, perché tu mi sei sempre stato vicino!” / E questo mi basta. Chiudo la finestra. / E vado avanti». È la poesia di Maria Ludovica Beci, figlia di Marco, che all’epoca aveva solo due anni, riportata nella quarta di copertina del bellissimo Morire a Nassiriya. Marco Beci, un italiano a servizio del mondo, di Vincenzo Varagona (ed. Paoline), ritratto di un uomo che ha dedicato la sua vita alle popolazioni vittime della guerra, dall’Etiopia all’Eritrea, dal Kenya alla Turchia, fino all’Iraq. Racconto commovente e istruttivo (con uno splendido inserto fotografico a colori di 32 pagine) reso attraverso le voci dei familiari e dei tanti amici che lo hanno conosciuto e amato. Tra i tanti frammenti di questo caleidoscopio di ricordi spicca l’episodio di Sanja e Aladdin, i due bambini mutilati alle gambe dalle granate tratti in salvo dall’inferno dei Balcani grazie all’intervento diretto di Marco.
Un eroe? Fate un po’ voi. Di certo un uomo la cui testimonianza risuona forte ancora oggi. Per cui ci domandiamo: dopo le tante intitolazioni ai caduti di Nassiriya... a quando una bella piazza in onore di Marco Beci?

(«Il Caffè», 6 marzo 2015)

venerdì 27 febbraio 2015

L’inferno dentro

«La guerra è bella anche se fa male» abbiamo sentito tante volte cantare da De Gregori. Ma sarà poi vero? Con tutta quella distruzione, quello strazio, quelle morti… “Be’, ma non si può fare la frittata senza rompere le uova”, dice l’appassionato: “e la frittata è fatta di eccitazione, scatenamento senza freni di ogni istinto bestiale (e quando mai ti capita, in tempo di pace?), voglia di vincere (anche se a caro prezzo). E poi” continua “pensa alla scienza: in nessun ambito e in nessun tempo si fa tanta ricerca scientifica quanta se ne fa in guerra”.
Su questo ha certamente ragione: lo capì molto bene Ludwig, triestino che, nei primi anni dell’ascesa di Hitler, si trasferì a Berlino per prendere parte al programma di studio sull’eugenetica: migliorare la razza si poteva, ne era sicuro, e voleva scoprire come. Poi, nel 1943, rientrò in Italia aderendo alla Repubblica di Salò e operò nel lager italiano di San Sabba, dotato di forno crematorio: insomma, se non si poteva perfezionare la razza ariana, si cominciasse almeno a togliere di mezzo quelle inferiori…
Anche Ludwig ha dovuto rompere le sue uova: ha ucciso molti uomini e donne, di ogni età, bruciandone i corpi e i ricordi. Senza remore, né pentimento. Il suo non è stato un male banale, à la Eichmann (secondo la celebre categorizzazione di Hannah Arendt), ma un male consapevole, deliberato e indirizzato a uno scopo preciso, mai rinnegato. Perché lui nel suo ideale ci ha creduto fino all’ultimo giorno della sua vita; e quelli che ha massacrato - direttamente o indirettamente - sono stati solo il tributo da pagare a un’ideologia che non ammette le mezze misure.
Moreno Gentili, nel suo L’inferno dentro. Confessioni di un collaborazionista (ed. Sonda) ci svela la coscienza di un collaborazionista che non ha ceduto né all’avidità né alla brama di potere e tanto meno, come molti suoi colleghi, al terrore della ritorsione: è stato invece un uomo che ha amato la sua vita da “scienziato” intransigente, il cui implicito motto era (come quello di tanta scienza deteriore dei nostri giorni): “Nessun limite alla ricerca”. Entrare nei percorsi della sua esperienza, dei suoi alibi e dei suoi fremiti, è di monito a un certo razionalismo morale imperante: a volte - e non di rado - il male non ha secondi fini, ma solo una inestinguibile sete di infognarsi nel suo stesso abisso.

(«Il Caffè», 20 febbraio 2015)

giovedì 23 ottobre 2014

W. Jagielski, Vagabondi notturni, ed. Nottetempo, 2014

È sera. Tra poco pioverà. In Uganda è la stagione delle piogge e - come spesso accade durante i temporali - in città staccano la corrente. Poco male: c’è il coprifuoco e ai militari non va a genio chi gironzola dopo cena. Jackson, giornalista della radio locale King FM, lo sta aspettando al bar Da Franklin, come al solito. Il copione è presto detto: Jackson racconta e lui lo ascolta, cerca di prendere informazioni, di farsi un’idea. Senonché - sarà colpa dell’ora tarda, o del maltempo - all’improvviso si cominciano a vedere bambini giungere a frotte e invadere la strada, per poi accucciarsi in un angolo e apparecchiarsi un giaciglio per la notte. Uno spettacolo inquietante, che mette apprensione e sgomento. Lui domanda spiegazioni al suo amico, una cosa così non l’ha mai vista, da nessuna parte del mondo. Alla sua insistenza finalmente Jackson replica: «Non puoi capire. Qui i bambini sono diversi».

domenica 19 ottobre 2014

G. Piccin (a cura di), Se dici guerra… Basi militari, tecnologie e profitti, ed. Kappa Vu, 2014

Conflitto armato tra nazioni sovrane. Bombardamenti intelligenti con stragi di civili. Scorrerie di bande paramilitari in città e villaggi. Morte atomica. Tregua per preparare gli ordigni, i combattenti, le tattiche, gli arsenali di domani. Possiamo dirlo in tanti modi: ma è sempre della guerra che stiamo parlando. Quella cosa che coinvolge puntualmente gli Stati Uniti, spesso l’Europa (Premio Nobel per la Pace non molti anni or sono), qualche volta l’ONU. Da venticinque anni anche l’Italia, chiamata in servizio effettivo permanente dall’ormai sessantacinquenne (e la vecchiaia si sente tutta) Patto Atlantico. Chiamata ad ogni sorta di collaborazione: nella produzione e nel commercio di armi e apparecchiature militari (altro che l’alta moda: sono sempre stati Valsella, Beretta, Agusta i marchi italiani che vanno per la maggiore), negli interventi diretti in ogni parte del mondo, nelle operazioni di spionaggio. La guerra permea ogni aspetto del vivere civile dei Paesi occidentali, non solo dell’Italia, anche in tempo di pace. E viene il sospetto che la “guerra guerreggiata” non sia altro che «il risvolto più brutale del nostro modo di produrre e di consumare»…

venerdì 13 giugno 2014

Il fuoco della religione in Nigeria. Intervista a Marta Montanini


Marta Montanini è laureata in Relazioni Internazionali e specializzata in Studi Afro-Asiatici. Dottoranda in Social and Political Change, è Research Assistant all’ISPI e si occupa dell’analisi della politica internazionale dell’Africa Subsahariana.

In Nigeria si continua a uccidere: come sta la situazione?
Il presidente Jonathan ha istitutito lo stato di emergenza negli stati del Borno, Adamawa e Yobe nel 2013 e, anche se doveva durare solo per sei mesi, di fatto ha continuato ad estenderlo, fino ad oggi. Boko Haram era attivo in questi territori da molto prima (2009), e il numero delle vittime civili è cresciuto esponenzialmente. Boko Haram ha fatto vittime nella città di Jos, a Borno, ma anche ad Abuja nel 2011. A Kano e nello stato delle Yobe gli attentati di Natale nel 2011 hanno ucciso un centinaio di persone. Nel 2013, nello Yobe, prima del rapimento delle ragazze di Chibok, Boko Haram aveva tolto la vita a 22 ragazzi durante l’attacco ad una scuola. Da ben prima di Chibok, insomma, i cittadini del Nord della Nigeria assistono impotenti ad esazioni e attentati. Anche ora, nonostante i riflettori internazionali su Chibok e i rinforzi dell’intelligence americana, francese ed israeliana nel Nord della Nigeria, ma anche nel Nord del Cameroon, Boko Haram continua ad operare, prendendo indifferentemente di mira città e villaggi. Tra l’altro, l’estensione dello stato di emergenza significa anche mobilità ridotta per gli abitanti delle zone colpite dal provvedimento, difficoltà a raggiungere abitazioni e snodi logistici e difficoltà a reperire beni di prima necessità.

domenica 2 marzo 2014

Un circolo vizioso. Nel cuore della guerra civile centrafricana con Donatella Rovera


Donatella Rovera, senior crisis response adviser del Segretariato Internazionale di Amnesty International, organizzazione per la quale lavora da oltre vent’anni, è specializzata in rapporti sulle zone di conflitto in medioriente. Oggi facciamo con lei il punto della situazione nella Repubblica centrafricana.

In questi giorni «Repubblica» titolava: “Repubblica centrafricana, l’ultimo genocidio”. Che sta succedendo?
La situazione è estremamente grave ma non userei questo termine. Il genocidio è stato evitato, ma soltanto obbligando i musulmani a fuggire in massa per mettersi in salvo oltre i confini della Repubblica centrafricana. Ciò che sta succedendo è una “epurazione (pulizia) etnica” della popolazione musulmana (nella regione ovest del paese, inclusa la capitale).
Stiamo parlando di una guerra civile, religiosa, etnica… o che altro?
Si tratta di violenze e vendette settarie e tra comunità che si manifestano certo in termini etnici o religiosi – gli anti-balaka dicono apertamente di voler uccider i musulmani, che essi considerano “stranieri” – ma che comportano anche altri elementi.

giovedì 16 gennaio 2014

Volontari per la pace. Intervista ad Alberto Capannini di "Operazione Colomba"


(foto esclusive su «AgoraVox»)

Alberto Capannini, 47 anni, vive con la sua famiglia a Rimini. Da oltre vent’anni è volontario nelle zone di guerra di tutto il mondo, dai Balcani al Sierra Leone, Cecenia, Chiapas, Palestina, Uganda, Timor Est. Per “Operazione Colomba” è stato di recente nel campo profughi libanese alla periferia siriana, dove gli sfollati raggiungono il numero di un milione e mezzo.

Ha seguito la guerra in tutto di globo, dall’Africa all’Asia, Europa, Sud America.
Sono volontario da vent’anni, è il mio lavoro. Anche se qui va precisato che, da volontario, non percepisco nessuno stipendio.
E come si sostenta?
Be’, ogni volontario fa quello che può: nel mio caso, quando non sono all’estero, tengo lezioni o corsi di formazione. In generale, è mia moglie che pensa all’aspetto economico della famiglia.
È appena rientrato dalla sua ultima “missione”, durata quasi due mesi. Com’è la situazione in Siria?
La situazione è talmente calda che entrare adesso in Siria significherebbe inevitabilmente farsi rapire. Non ci sono corridoi preferenziali né per la stampa né per il volontariato. Quello che sappiamo lo conosciamo di riflesso, ma a partire da una fonte di prima mano: i profughi siriani che abbandonano il loro Paese sotto le bombe e si rifugiano appena oltre confine. La situazione è grave e triste a un tempo: non solo pare che al momento siano in vantaggio le forze filogovernative, vicine cioè al dittatore Assad, ma tutto si sta svolgendo nell’assordante silenzio della comunità internazionale. Si parla di oltre 120.000 morti… e nessuno ha la forza o il coraggio di fare una proposta di pace.

martedì 10 settembre 2013

Armi chimiche in Siria. Intervista a Donatella Rovera


Donatella Rovera, senior crisis response adviser del Segretariato Internazionale di Amnesty International, organizzazione per la quale lavora da oltre vent’anni, è specializzata in rapporti sulle zone di conflitto in medioriente. Infiltratasi clandestinamente in Siria, l’abbiamo intervistata a febbraio sulle condizioni del Paese. Oggi facciamo il punto della situazione, in particolare sulle armi chimiche.

Si parla tanto di armi chimiche in Siria. Crede che Assad le abbia davvero usate?
L’inchiesta da parte di Amnesty International sulle armi chimiche è tuttora in corso. Abbiamo raccolto parecchie testimonianze a distanza - come sa è difficile varcare il confine siriano, l’accesso alle ONG come Amnesty è ancora vietato - ma al momento è difficile stabilire cosa esattamente sia stato utilizzato e da chi.

Non sarebbe la prima volta che il regime siriano utilizza armi vietate dalle convenzioni internazionali contro la propria popolazione.
Purtroppo no: abbiamo documenti e testimonianze che ci rendono sicuri che Assad abbia già fatto uso delle cosiddette “cluster bomb” - le famigerate “bombe a grappolo” - contro la popolazione civile. Io stessa le ho viste piovere da aerei delle forze armate governative (ed è noto che i ribelli non dispongono di air force).

sabato 2 marzo 2013

La vita come la guerra

La vita come la guerra: è questa l'immagine che rimane in mente alla fine della lettura di La guerra cognitiva nella riflessione strategica francese contemporanea, scritto da Giuseppe Gagliano (edizioni scientifiche Tangram), dedicato all’analisi comparativa delle teorie e delle interpretazioni di diversi esperti del settore; nel quale si parla di tattica sul campo di battaglia, di paradigmi strategici e del ruolo della disinformazione e della propaganda nei conflitti. Senza voler negare la perizia con la quale l’autore espone le proprie tesi (non sempre di immediata accessibilità), sembra infatti un po’ affrettata l’assimilazione della “guerriglia civile” (incruenta) di ONG come Greenpeace o l’italiana No Dal Molin alle guerre in senso stretto, quelle per intenderci con i bombardamenti “intelligenti” (è infatti difficile paragonare - come Gagliano propone, mettendole sullo stesso piano - le migliaia di vittime civili mandate per aria in brandelli, alle campagne di informazione portate avanti dalle associazioni contro lo strapotere delle multinazionali, spesso finalizzate a null'altro che ad ottenere condizioni di lavoro decorose o il mero rispetto delle leggi locali e internazionali.

La guerra non serve alla pace, ma al mantenimento dei privilegi

Volendo rimanere su di un piano strettamente scientifico, ovvero indifferente al contenuto delle analisi, va detto che l’autore ci aiuta a ricordare che nel mondo tutto è rapporto di forze, ovvero che non si cambia il mondo con le sole idee: convinzione accettabile nella sua evidenza. Quello che non è accettabile è la retorica guerrafondaia di Carlo Jean, autore della Prefazione al volume, che con sofismi malamente riecheggianti il finale di Animal Farm, cerca di convincere il lettore che la nostra Costituzione non ripudia la guerra tout court, ma solo un certo tipo di guerra (quella di aggressione - cioè quella che noi italiani andiamo a fare all’estero); così come “spiega”, nel classico stile militaresco del “sono stati loro a incominciare”, che nel nostro attuale contesto geopolitico, a causa di «potenti forze esterne, straniere o antagoniste», è necessario prepararsi a proteggere meglio i cittadini italiani tramite «una migliore competitività [militare] del sistema-paese e un maggiore consenso interno dei cittadini». Cui aggiunge la gaffe: «non si tratta di manipolazione», dimentico che le scuse non richieste equivalgono a un’autoaccusa. In definitiva, le tesi di Gagliano possono convincere o meno e può piacere o meno il modo in cui il libro descrive la realtà. Quello che di certo non piace è il modo in cui vorrebbe che fosse: un luogo in cui, pur di conservare lo stato delle cose, si dev’essere pronti a tutto, a sospettare di tutti, a vedere ogni novità come un’azione sovversiva, ogni opportunità come un rischio, ogni proposta come un attacco frontale. A questa offerta di guerra civile permanente vorremmo dire oggi, secondo il vecchio slogan ecologista: “No, grazie”. Alla ragion di Stato, soprattutto quella militare, abbiamo già dato.

(«Il Caffè», 1 marzo 2013)