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martedì 9 febbraio 2016

C. Béata, Anche gli animali amano, ed. Erickson, 2015

La prima causa di eutanasia per i cani di un’età inferiore ai due anni è costituita dai disturbi del comportamento legati alla separazione. Separazione da un altro cane, per trasferimento, o per decesso. Un dolore tale da portare alla morte. Morire d’amore: qualcosa che si è sempre pensato di dover riservare alla letteratura e al cinema più romantici… si scopre oggi - grazie ai più recenti e avanguardistici studi di veterinaria comportamentista - doverlo estendere anche agli animali. E in realtà anche questo semplice (ma non innocuo) modi di esprimersi cela un fraintendimento fondamentale e un vizio di forma a monte: di fatto, non si è scoperto che anche gli animali accedono - a loro modo e a loro misura - a qualcosa di tipicamente umano (le emozioni, appunto; l’amore); la scoperta è radicalmente diversa e implica, per così dire, un rovesciamento copernicano del nostro modo di percepire e concepire quest’aspetto: i cani, che non hanno le nostre stesse capacità cognitive (ma noi possiamo dire di possedere le loro?), ci mostrano in mille modi che uomini e animali, visti più da vicino e nella giusta prospettiva, appartengono alla stessa comunità “affettiva” di viventi. Osservare empiricamente i loro comportamenti significa dunque non solo capire meglio il loro più intimo modo di essere, ma anche noi stessi...
Qualunque filosofia, scienza o credo, dovrebbe basarsi sull’evidenza. E l’evidenza - attestata dagli studi di Claude Béata, pioniere della veterinaria comportamentista - è quella di un mondo animale che ama - in qualità di soggetto, fino a subirne il più violento contraccolpo emotivo - e che ci mostra che l’ampiezza delle nostre stesse nozioni di “amore”, “affettività”, “emozione” vanno completamente riconsiderate, in una prospettiva non più antropocentrica (soprattutto, non più antropomorfica). Quello che è chiaro, a partire da queste pagine (scritte con uno stile narrativo che non sacrifica alla chiarezza la puntualità scientifica, anche grazie all’ottima traduzione di Riccardo Mazzeo), è che in quest’ambito, fra l’uomo e gli animali si manifesta non già una differenza di qualità, bensì semplicemente (per quanto ampia) di quantità. Conclusione che può recare con sé un disorientamento simile a quello post-darwiniano, forse nuove rivendicazioni di esclusività; ma l’autore sottolinea che non c’è nessuna mortificazione dell’uomo nell’ammettere che altre specie possano vivere al più alto livello dell’emotività, nel bene (la passione) e nel male (l’incapacità di sopravvivere all’essere amato). Il fatto che l’uomo sia unico non significa che debba anche essere solo. Un libro fortemente innovativo, rigorosamente basato sull’esperienza di laboratorio e dei gruppi di ricerca, che apre orizzonti di conoscenza originali e sorprendenti. È soltanto l’inizio.


C. Béata, Anche gli animali amano, ed. Erickson, 2015.

(«Mangialibri», 9 febbraio 2016)

mercoledì 22 aprile 2015

W.R. Shea, M. Artigas, Galileo a Roma, ed. Marcianum Press, 2009

Galileo è stato uno degli uomini che hanno maggiormente influenzato la propria epoca e tutta la modernità; non basta dire “una delle menti”, nel suo caso, - visto il ruolo e il peso della sua vicenda personale, legata ai rapporti con la Chiesa cattolica. Ciò nonostante, è sempre stato trascurato un fondamentale dettaglio: proprio nel momento in cui esercitava questa influenza, sviluppando il proprio pensiero astronomico e cosmologico, egli veniva a sua volta influenzato dalla propria contemporaneità; ed è pertanto ben immaginabile che quelle “vicende romane” abbiano contribuito in maniera non trascurabile a forgiarne l’esperienza e la riflessione…
La storia dei sei viaggi a Roma - non sempre e non proprio “di piacere” - di Galileo Galilei, nella ricostruzione di William R. Shea e Mariano Artigas, basata sui documenti dell’epoca, e delle sue ricadute sulla forma e sul destino della teoria eliocentrica. Un libro ottimo per interesse e raffinatezza, appartenente alla trilogia pubblicata da Marcianum Press nel 2009 e comprendente anche Galileo e il Vaticano e Sidereus Nuncius. Un libro in grado di mostrare con evidenza quanto la concretezza storica si intrecci in maniera inestricabile all’“astrattezza” del pensiero.


W.R. Shea, M. Artigas, Galileo a Roma, ed. Marcianum Press, 2009.

(«Mangialibri», 22 aprile 2015)

lunedì 2 marzo 2015

M. Artigas, M. Sáchez De Toca, Galileo e il Vaticano, ed. Marcianum Press, 2009

Nel 1979, sull’onda di quella glasnost pontificia che è stato il Concilio Vaticano II, Giovanni Paolo II decide che è giunta l’ora di vederci chiaro sul “caso Galileo” e di nominare a tal fine una Commissione di storici e teologi che facciano luce su quanto accaduto all’epoca della condanna e dell’abiura del grande fiorentino. Non solo e non tanto per accertare l’esistenza di eventuali errori di giudizio o singole responsabilità; ciò che viene messo in questione è l’attualità di una posizione ecclesiastica che ha bisogno di consolidarsi in un mondo in cui la scienza la fa sempre più da padrona non solo nell’ambito del “funzionamento” delle cose, ma anche in quello ben più preoccupante della “spiegazione” delle stesse e dell’immagine che l’uomo contemporaneo si fa del mondo e del cielo…
Nata nel 1981 e chiusa solennemente in Vaticano nel 1992, la Pontificia Comissione di Studio sul caso Galileo ha condotto i suoi lavori attraverso l’esame dei documenti d’archivio, il dibattito e lo scontro su dati e opinioni, battute d’arresto e riprese forzate. Questo volume - avvincente e minuzioso nella ricostruzione di quei lavori, che si fregia tra l’altro della Prefazione di Gianfranco Ravasi - appartiene alla trilogia dedicata a Galileo da Mariano Artigas - docente di Filosofia della scienza all’Università di Barcellona e uno dei massimi esperti del protoscienziato, scomparso nel 2006; qui lo studioso solleva tra le altre una questione di grande centralità: come mai la vicenda di Galileo continua a sollecitarci a cinque secoli di distanza? Come mai, ogni volta che sembra chiusa, pare che non si possa fare a meno di riaprirla? Al di sotto di questa questione c’è evidentemente il nodo irrisolto di un cristianesimo che non ha ancora affrontato in profondità il demone della teoria della conoscenza, argomento doloroso e problematico, tanto più in rapprto a una scienza che - dietro la facciata dell’oggettività e della neutralità di giudizio - non cessa di sconfinare nella narrazione mitica, velo di Maya della sua stessa malcelata volontà di potenza.


M. Artigas, M. Sáchez De Toca, Galileo e il Vaticano, ed. Marcianum Press, 2009.

(«Mangialibri», 2 marzo 2015)

domenica 2 novembre 2014

L. Lemire, Scienziati troppo avanti. 20 precursori in anticipo sui tempi, ed. Odoya, 2014

Siamo così abituati a pensare alla scienza (anche perché gli scienziati non fanno nulla per farci cambiare idea) come a qualcosa di oggettivo e alla verità come incontovertibile, in grado di affermarsi praticamente da sola… che spesso dimentichiamo che anche la scienza, come tutte le cose che facciamo sotto al cielo, è un’attività umana, intrisa di fallibilità e anche di irrazionalità, soggetta a tutti i sentimenti e gli umori delle persone che la incarnano, talvolta piegandola ai propri scopi personali, fino ad arrivare in qualche caso alla menzogna e alla frode. Ma anche senza voler spingersi fin lì, il punto è che la verità, nella scienza, non la si desume, bensì la si costruisce: esperienza dopo esperienza, modello dopo modello. E questa verità richiede che la si esponga nella maniera giusta, e che vi sia in chi la ascolta un “ambiente” ricettivo e non ostile. Ecco perché accade - è accaduto nella storia della scienza; anzi, per meglio dire, delle scienze - che un’idea anche buona si trovi ad essere scartata per venir magari rivalutata dopo la morte dell’autore, o addirittura secoli dopo: facendo dire ai testimoni postumi (per molte cose oggi lo siamo noi) che tanti geni della fisica, della chimica, della biologia, avevano ragione, ebbene sì, ma troppo presto...

giovedì 30 ottobre 2014

M. Polidoro, Rivelazioni. Il libro dei segreti e dei complotti, ed. Piemme, 2014

La porfiria è una malattia del sangue, piuttosto rara, che rende la pelle ipersensibile ai raggi ultravioletti, facendola scurire, crepare e affollare di un’anormale quantità di peli: le labbra, spaccate, si ritraggono scoprendo i denti e il malato rifugge dunque dal sole… e dall’aglio, che aggrava i sintomi. Gli ammalati di porfiria, in passato, erano soliti placare il dolore bevendo il sangue degli animali (rimedio diffuso nella medicina popolare dell’epoca). Bene. Ma ora provate a spiegarlo a quelli che credono che i vampiri siano realmente esistiti. È difficile infatti scalzare certe convinzioni radicate, lo sappiamo bene; soprattutto se i conti, in certo modo, sembrano tornare (“Perché allora questi ‘malati’ fuggivano davanti al crocifisso, se non erano creature demoniache?” “Semplice - possiamo rispondere oggi -: se gli inquisitori che li inseguivano brandendo appunto il crocifisso li avessero raggiunti, li avrebbero bruciati vivi”. Ma neanche questo basterà). Non c’è allora proprio nulla da fare contro la credulità? Eppure alcune semplici regole di metodo potrebbero essere d’aiuto, se solo si volesse avere il buon senso e la costanza di applicarle: accertarsi che il mistero esista davvero; verificare l’attendibilità delle fonti; controllare di persona, se possibile; chiedere consiglio agli esperti; imparare a distinguere tra fatti e fantasie…

domenica 12 ottobre 2014

B. Clegg, Extrasensoriale. Scienza e pseudoscienza dei fenomeni paranormali, ed. Dedalo, 2014

Esperienze extrasensoriali, fenomeni paranormali, poteri parapsicologici: esistono e non esistono? Rispondere è tutt’altro che facile o scontato, soprattutto se si pensa che alla poca chiarezza nel merito c’è un’oscurità di fondo che parte dalle definizioni delle categorie stesse: cosa è normale e cosa è paranormale? Cosa rientra nella scienza e cosa ne è (o dovrebbe esserne) assolutamente escluso? UFO, telecinesi, poltergeist, visione a distanza: si tratta di un ambito di indagine unico, o non piuttosto di un calderone di fatti completamente eterogenei che andrebbero indagati caso per caso - e verificati e ripetuti sperimentalmente - con il più genuino spirito scientifico?

lunedì 9 giugno 2014

A. Jha, Manuale dell’Apocalisse, ed. Bollati Boringhieri, 2014

Moriremo tutti. L’uomo si estinguerà naturalmente, come molte altre specie prima di lui. Anzi, sarà lui stesso a decretare la propria fine: gli esseri umani si distruggeranno a vicenda in una ultima grande guerra planetaria. O forse finiremo a causa dell’accelerazione di una tecnologia fuori controllo, in una cyberguerra diretta da intelligenze artificiali che saranno le uniche superstiti. Ma magari la catastrofe è ancora più a portata di mano e ne vediamo già i primi sintomi: potremmo scomparire dalla faccia della terra per scarsità di acqua o di cibo, per l’aumento del livello del mare o per la distruzione dell’ozono, per uno tsunami o un’eruzione vulcanica dalla grandezza imprevedibile e inusitata. Oppure la fine di tutto verrà dallo spazio? Da un asteroide? Da una tempesta solare? Dai raggi cosmici? Da un buco nero? Insomma, come vi piacerebbe chiudere i vostri giorni: preferireste un’invasione aliena… o l’estinzione ad opera di una razza di super-umani mutanti creati dalla genetica?
Sono tante e diverse le religioni, le profezie, le filosofie che prevedono apocalissi più o meno orrifiche e cruente: lingue di fuoco e torrenti di fango gelido continuano a popolare il nostro immaginario e ad inquietare i nostri sonni. Ma si tratta solo di oscure superstizioni? Alok Jha, divulgatore scientifico per il “Guardian” e per la BBC con formazione da fisico, esamina dal punto di vista della scienza ben cinquanta diversi modi nei quali il mondo che conosciamo (o almeno la vita umana su di esso) potrebbe avere fine. Ipotesi valutate al di là di ogni millenarismo, con la leggerezza del giornalista ma non di meno con il rigore dell’uomo di scienza; nella convinzione che ognuna di esse, anche la più remota, è quanto meno possibile. Alla fine di ogni paragrafo l’autore risponde alla domanda: “È probabile?”, o “Siamo a rischio?” oppure “Cosa possiamo fare?”. Non un libro sulla paura della morte, ma al contrario una riflessione che induce ancora di più ad apprezzare la vita che l’uomo da sempre, con grande fatica - ed anche con l’aiuto della scienza - cerca di rendere migliore per tutti.


Alok Jha, Manuale dell’Apocalisse. Cinquanta ipotesi sulla fine del mondo, ed. Bollati Boringhieri, 2014, pp. 324, euro 26.

(«Mangialibri», 9 giugno 2014)

giovedì 22 maggio 2014

L. Maffei, La libertà di essere diversi, ed. Il Mulino, 2011

«Ogni posizione ideologica tende a enfatizzare i dati sperimentali che portano acqua al mulino delle proprie conclusioni e finge di dimenticare quelli contrari. Alcuni sono arrivati a falsificare gli stessi dati sperimentali per far prevalere le proprie tesi suscitando diatribe che, per quanto del tutto prive di inquadramento scientifico, hanno continuato a rivestire una enorme importanza nelle relazioni sociopolitiche. Quando la scienza esce dal suo ambito rigoroso e finisce nelle mani di persone professionalmente e, oserei dire, anche moralmente impreparate, può produrre effetti negativi di notevole gravità, perché opinioni anche consapevolmente false, diffuse con abiti scientifici, vengono accettate come verità senza essere più sottoposte al vaglio salutare della critica».

Un saggio di divulgazione scientifica sulla natura dell’uomo e sul suo essere duplicemente determinato,

giovedì 12 dicembre 2013

Scienza senza pregiudizi. Due libri di Rupert Sheldrake

Come nasce la scienza? La scienza nasce dal tentativo di superare il pregiudizio, basando il proprio giudizio sulla verifica. Accade fatalmente, tuttavia, che il pregiudizio ritorni nel cuore della scienza stessa, finendo per annidarvisi; ciò accade quando il mondo scientifico tende a chiudersi di fronte a idee e scoperte innovative (magari in grado di recare un grande progresso alla conoscenza) in favore di idee vetuste e poco probabili (ma più intuitive e meno “telluriche”), impedendo così alle prime di manifestare la propria validità.
Rupert Sheldrake, biologo non molto noto in Italia, ma che gode di un alto prestigio nell’ambito della comunità scientifica (peraltro era molto stimato dal filosofo catalano Raimon Panikkar, che sovente lo citava), lotta da sempre contro questo atteggiamento molto diffuso tra gli uomini di scienza.

sabato 30 novembre 2013

Democrazia e scienza


Bello l’articolo di Paolo Attivissimo su «Le Scienze» di settembre (“No, la scienza non è democratica”, p. 100). In sintesi, con un ragionamento semplice e solido, ci spiega che, quando si ha a che fare con la scienza, le opinioni non hanno tutte lo stesso valore: chi ne capisce della materia quasi sicuramente dice cose più sensate di chi ne è a digiuno. Sono quindi assurde e controproducenti rivendicazioni del tipo “la mia opinione vale quanto la tua” (tipica dei talk-show), “dico quello che penso” (cui siamo stati abituati fino alla nausea dai tanti reality), “tutte le ipotesi sono ugualmente valide” (che purtroppo la fa da padrona, secondo lui, nel giornalismo scientifico).
L’egittologa e l’esoterista - continua l’autore - non hanno la stessa possibilità di spiegare l’esistenza delle piramidi: e non perché esista un pregiudizio favorevole alla scienza (secondo il quale la scienza sarebbe sempre, per definizione, migliore di qualunque altra forma di sapere - forma deteriore di ideologia scientista che abbiamo tante volte criticato su questo giornale) bensì perché, nell’ambito che le è proprio - quello cioè dell’analisi materiale quantitativa, sottoposta a verifica con ripetizione - la scienza è oggi la più alta forma di sapere di cui l’uomo disponga. “Se torno dal morto - recita un detto delle nostre parti - non dirmi che è vivo”: il parere di chi sa è innegabilmente superiore a quello di chi ignora. Hai voglia a relativizzare, contestualizzare e via discorrendo. Pretendere che tutte le opinioni posseggano pari dignità per il solo fatto di essere tutte ugualmente esprimibili, è ridicolo ancor prima che pernicioso.
Insomma, “la mia ignoranza non vale quanto il tuo sapere” conclude Attivissimo citando Asimov, e ha ragione. Se ogni volta che ci si rompe la macchina ci affidiamo al meccanico invece che al salumiere, un motivo ci sarà. Ora, se tutto ciò riesce ad apparirci familiare e magari scontato, non lo è tuttavia il reciproco, che parimenti crediamo andrebbe affermato: se è vero che la scienza nel suo campo è la migliore… è pur vero che al di fuori del suo campo la sua opinione è pari alle altre, e inferiore a quelle qualificate. Che i ciarlatani, gli inesperti, gli opinionisti e i chiacchieroni la smettano di passarsi per fini pensatori, certo; ma, allo stesso modo, che la scienza la pianti di volerci insegnare a vivere ogni minimo dettaglio della nostra vita, dalla più bassa pubblicità in cui tizi in camice bianco si mettono a consigliarci il miglior yogurt sul mercato, sventolando i dati delle loro prove di laboratorio, alla più sofisticata teoria neuroscientifica che pretenda di spiegarci che il libero arbitrio è un’illusione o che - quando doniamo evangelicamente al povero la metà del nostro mantello - lo facciamo in realtà solo a causa delle azioni meccaniche del nostro cervello.
Buona parte della convinzione che chiunque possa esprimersi con profitto su qualunque cosa - che criticavamo in apertura - deriva proprio dall’atteggiamento della scienza, che ci ha abituati a sentire la sua campana su questo mondo e quell’altro. Se più scienziati praticassero maggiormente l’umiltà scientifica che vanno predicando (e di cui giustamente vanno fieri), meno imbonitori si sentirebbero in diritto di sparare la loro a ogni piè sospinto (e a meno tragedie andremmo incontro: del prezzo dell’errata comunicazione scientifica alla gente abbiamo già parlato il 16 novembre del 2012: “Le colpe della scienza”, a proposito della tragedia de L’Aquila). Con gran sollievo del dibattito pubblico… e delle nostre orecchie.

(«Il Caffè», 29 novembre 2013)

sabato 24 novembre 2012

Le colpe della scienza


Infuria la polemica sulla sentenza che ha condannato sette tecnici della Commissione grandi rischi a sei anni di reclusione per omicidio colposo. Questo il fatto: poco prima del devastante terremoto dell'Aquila (2009) la Commissione - basandosi sul protrarsi dello sciame sismico - emette un comunicato stampa con il quale si tranquillizza la popolazione, invitandola a non abbandonare le proprie case. Sappiamo com'è andata. I familiari delle vittime hanno poi sporto denuncia ritenendosi ingannati o quantomeno fuorviati dall'ottimismo della Commissione, ritenuto evidentemente eccessivo. Il tribunale ha giudicato i tecnici rei di aver fornito una cattiva informazione: la loro colpa non è dunque quella di non aver saputo prevedere terremoto (è noto che i terremoti non sono prevedibili), ma quella di non aver saputo spiegare adeguatamente la gravità della situazione.

mercoledì 10 ottobre 2012

J.D. Barrow, Il libro degli universi, ed. Mondadori, 2011

Da sempre, ben prima che Galileo fondasse la scienza moderna, l'umanità si è rivolta alla comprensione di "tutto ciò che è". Oggi, nell'epoca della fisica quantistica e relativistica, siamo soliti chiamare quest'impresa "cosmologia"; il "tutto", lo chiamiamo "universo".
Ma che cos'è questo universo? Quanto ne sappiamo? A ben vedere, spiega John Barrow, nel suo ultimo Il libro degli universi (ed. Mondadori), non possiamo parlare dell'universo, ma degli universi; perché, a dispetto dell'intento iniziale (quello di ridurre tutta la conoscenza "a uno", l'unica vera comprensione della realtà), la fisica contemporanea ci porta a scoprire la possibilità di innumerevoli universi differenti. Infatti, tra tutti quelli compatibili con la fisica attualmente nota ce ne sono di quelli che si contraggono, ma anche di quelli che si espandono; di quelli regolari e omogenei, ma anche di quelli caotici e diversamente densi.

venerdì 30 marzo 2012

M. Gleiser, Il neo del creatore, ed. Rizzoli, 2011


"La tesi di questo libro è che credere nell’esistenza di una teoria fisica che unifica i segreti del mondo materiale - un codice segreto della Natura - è l’equivalente scientifico del credo religioso nell’Unicità. Potremmo chiamare tale convinzione 'scienza monoteistica'”. Così Marcelo Gleiser, all’inizio del suo ultimo libro, espone la propria posizione circa la possibilità di una Grande Teoria fisica Unificata: l’idea fondamentale di ogni GTU sarebbe il (pre)giudizio “estetico” che una descrizione più profonda della Natura debba possedere un grado maggiore di simmetria matematica. In altre parole, “bellezza è verità”.

mercoledì 7 marzo 2012

J.-P. Luminet, La parrucca di Newton, ed. La Lepre, 2011


«L’immaginazione è la strada più affidabile per arrivare alla verità»

Non amo le biografie, le cronache vere, le ricostruzioni storiche e tanto meno quegli “spaccati della società” che vanno tanto di moda. Quindi ero scettico di fronte alla biografia romanzata di Isaac Newton scritta da Jean-Pierre Luminet, dal titolo La parrucca di Newton. Scienziato, alchimista o psicopatico? (ed. La Lepre, 2011), che pur si presentava come una raffigurazione inedita e complessa dell’eminente fisico secentesco.
Mi sono dovuto ricredere: il libro è interessante e perfino avvincente e Luminet sa presentare Newton in tutto il suo fascino di grande intellettuale, filosofo, matematico, alchimista, scienziato, senza venirne soggiogato; sapendo prenderne le distanze e lasciando trasparire tutta l’umanità (anche in senso deteriore), tra ambizioni, illusioni, invidie, meschinità.

venerdì 16 dicembre 2011

R.G. Newton, La fisica dei quanti sfida la realtà, ed. Dedalo, 2011


Quando si ha l’occasione di ascoltare un fisico delle particelle parlare della propria materia (la meccanica quantistica, MQ), conviene prestargli orecchio: nessuno conosce meglio certe cose di colui che le osserva da vicino. Ma quando a parlare è un fisico quantistico che ha lavorato al fianco di Albert Einstein... le orecchie bisogna spalancarle.
È il caso di Roger G. Newton, dottorato ad Harvard nel 1953, che si è trovato all’Institute for Advanced Studies di Princeton in concomitanza con gli ultimi due anni della vita di Einstein,

giovedì 1 dicembre 2011

S. Califano, Storia della chimica, vol. II, ed. Bollati Boringhieri, 2011


La Storia della chimica di Salvatore Califano è un’opera impressionante. Cominciare in modo diverso una recensione del secondo (ed ultimo) volume di questo libro, “Dalla chimica fisica alle molecole della vita” (il primo volume va invece “Dall’alchimia alla chimica del XIX secolo”), significherebbe mettere a tacere la prima impressione, appunto, che se ne riceve: quella di trovarsi di fronte a un lavoro monumentale, “destinato a restare come un classico” (come ha scritto Paolo Rossi sul «Sole 24 Ore»). Un volume di 600 pagine, di cui 90 per la sola Bibliografia, con un sommario che va dalle questioni più teoriche e avvincenti (come la chimica quantistica, la radioattività, l'entropia) a quelle più direttamente pratiche e visibili, come l'industria chimica e farmaceutica.

domenica 6 novembre 2011

Se lo dice la scienza/2


Certe cose è meglio chiarirle subito. E io, riguardo all’articolo della settimana scorsa, vorrei chiarire che nessuno pensa di rifiutare la scienza in quanto tale. Tanto meno di demonizzarla. Né, cosa peggiore di tutte, di accingersi a condannarne metodi e scopi al comodo della propria auto ipertecnologica. Infine, non vogliamo attardarci su riflessioni (oggi ridotte a slogan) come l’heideggeriana “la scienza non pensa” (che tuttavia andrebbe meditata con attenzione). Quello che cercavo di fare sette giorni fa non è ignorare o irridere la ricerca e le scoperte scientifiche, ma soltanto di evitare di divinizzarle al punto di considerarle imprescindibili.

La scienza ha certamente molto da insegnarci. Ma bisogna evitare di farne un nuovo vitello d’oro

Vediamo perché. A cominciare dall’opinione in proposito di Michael Hanlon, giornalista scientifico con decenni d’esperienza alle spalle, che sulla scienza e in particolare sulla comunicazione scientifica la sa lunga. Ecco cosa scrive nel suo Dieci domande alle quali la scienza non può (ancora) rispondere (ed. Codice, 2008):
al giorno d’oggi, se somministro l’additivo x a una decina di persone e scopro un lievissimo effetto sulla loro salute, mi basta telefonare ai pennivendoli giusti per ottenere su due piedi la richiesta di bandire immediatamente x. La prossima volta che vi capiterà di leggere che una sostanza o un’attività x è stata “messa in relazione” con la malattia y, siate sospettosi, molto sospettosi. Mentre scrivo queste righe, ho sotto gli occhi un titolo di un giornale di Londra: Bere Cola danneggia le ossa. Non abbiamo motivo di dubitare dei risultati di questa ricerca e tuttavia non dubitiamo neanche che nel giro di pochi mesi (o settimane, o anni) arriverà un altro studio che mostrerà un collegamento statistico tra il consumo di bevande gassate e buone condizioni di salute, forse anche delle ossa (il caffè sembra passare dalla categoria di bevanda salutare a quella di bevanda dannosa in modo ciclico e regolare ogni 3 mesi).
Questo per quanto riguarda la cattiva informazione scientifica montata ad arte (o a pagamento) dagli “amici”. Cui si aggiunge la fretta dello scoop, della corsa contro il tempo alla denuncia dell’idea che cambierà il mondo e della conseguente celebrità. Il fatto è che quando si pubblica tanto e tanto in fretta, senza la dovuta decantazione, si corre il rischio di scrivere cose che verranno smentite più in fretta di come sono state annunciate. Così ancora Hanlon:
sono andato a pescare alcuni articoli recenti sulle malattie cardiache, il cancro e i colpi apoplettici e ho scoperto che, se vogliamo credere a tutti questi “studi”, consumando la giusta quantità di manghi, caffè, vino rosso, broccoli, olio di pesce e riso selvatico e andando a vivere nella regione giusta del Giappone, potrei aspettarmi di vivere fino al XXIII secolo. D’altro canto, leggendo un’altra serie di articoli scoprirei che, con il mio stile di vita, dovrei essere morto da vent’anni.
Concludendo, la colpa non è delle ricerche, cioè della scienza. La colpa è certo della cattiva divulgazione, ma è soprattutto nostra, che siamo oggi assuefatti a una comunicazione scientifica onnipresente e non facciamo altro che attenderne le rivelazioni come da un oracolo. Uno di questi giorni ci diranno che il ciuccio vola, e noi tutti con la testa per aria a scrutare il cielo. I ciucci non volano. L’ha detto pure Quark.

(«Il Caffè», 5 novembre 2011)

sabato 29 ottobre 2011

Se lo dice la scienza/1


Ci risiamo. Su «Repubblica» del 28 luglio 2011 leggo dell’ennesima sensazionale scoperta della scienza positiva: essere arrabbiati è peggio che non esserlo. Quindi: meglio perdonare che tener vivo il rancore. Per scoprire questa insospettabile verità si sono esercitate a lungo “le migliori menti” americane della Stanford University, le quali hanno concluso che “impedire che un problema personale si trasformi in crisi migliora la qualità della vita e fa bene alla salute”, in quanto “riduce lo stress, diluisce la rabbia, abbassa la pressione sanguigna e ha effetti benèfici su tutto il corpo”.
Come è possibile che una simile ovvietà (senza scomodare le saggezze millenarie, Martin Luther King ci ricordava che “l’odio paralizza la vita, mentre l’amore la libera”) sia divenuta addirittura un caso editoriale negli Stati Uniti? No, non siamo diventati completamente stupidi, è solo che ormai dipendiamo talmente dalla scienza e dal suo verbo che anche l’ovvio, per noi, va “dimostrato scientificamente con i test di laboratorio”. Se no non ci crediamo.

martedì 30 agosto 2011

M. Grilli, Gli scienziati e l'idea di Dio, ed. Dedalo, 2010


Molti scienziati sono convinti che la “spiritualità” o la “fede religiosa” consista nel prestare il proprio assenso a una serie di affermazioni più o meno ingiustificate sull’origine dell’universo o sulla vita ultraterrena. Ma si tratta di una convinzione errata, facile da smentire tramite la verifica sperimentale (tanto cara alla scienza): infatti, la stragrande maggioranza delle persone ignora la quantità e il contenuto dei dogmi che pur professa; è difficile trovare due persone in grado di fornire la stessa spiegazione di idee come “resurrezione della carne” o “assunzione in cielo della vergine”; è praticamente impossibile rintracciare in una chiesa, dopo la recita a memoria del Credo, un fedele che conosca il significato di frasi che ha appena proferito (come ad esempio “Dio da Dio, luce da luce”). La religiosità non è assenso razionale: se fosse così, si diverrebbe fedeli solo dopo il baccalaureato. La religiosità è tutt’altro.
Viceversa, molti uomini di fede ritengono che essere scienziati debba necessariamente implicare l’ateismo; credono che la sete scientifica di conoscenza non sia altro

giovedì 11 agosto 2011

L. e S. Hawking, La chiave segreta per l'universo, ed. A. Mondadori, 2011


In vacanza al mare sulla costa degli Etruschi, sono costretto al riposo da una distorsione. Il giornalaio all'angolo (più lontano non posso arrivare) mi costringe a scegliere tra uno dei tanti Camilleri, il solito Assassinio sull'Orient-express (avete idea di quante edizioni e ristampe ce ne siano in Italia?) e l'ultimo di Stephen Hawking, il fisico noto ai molti più per l'icona televisiva in carrozzella che per i risultati teorici, dal titolo La chiave segreta per l'universo (ed. Mondadori, nella collana "I Grandi"-2007, poi negli "Oscar bestsellers"-2009, ristampa 2011). Cedo all’aut-aut e prendo quest'ultimo.
Che, scopro poi avanzando nella lettura, di grande ha purtroppo solo il nome (e non a caso: la quarta di copertina titola infatti "il primo romanzo per ragazzi del grande scienziato", ma in realtà è scritto a quattro mani con la figlia Lucy, la sola a firmare i ringraziamenti conclusivi - l'ultimo è proprio per il padre il quale, con ogni probabilità, non ha partecipato alla stesura con più del suo assenso paterno).
Ma veniamo alla storia: un bambino