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lunedì 3 dicembre 2018

M. Prisco, Una spirale di nebbia, ed. Rizzoli, 1966

L’atmosfera naturalmente silenziosa del bosco contribuisce a rendere la scena del crimine ancora più inquietante. Anche se, di fatto, nessuno sa ancora con certezza se si tratti davvero d’un crimine: il proiettile mortale è certamente partito dal fucile di Fabrizio Sangermano, uomo di buona famiglia; ma lui continua a sostenere che si sia trattato di un incidente, terribile, certo, ma pur sempre un incidente. È scivolato, dice, e la pallottola fatale è partita in maniera casuale e infallibile. Tuttavia, i conti non tornano: l’esperto balistico, accorso sul posto, sostiene che la traiettoria mortale non è compatibile con la versione fornita, perché il colpo ha attraversato la vittima orizzontalmente, come da una posizione di tiro ideale, e non dal basso verso l’alto, come la descrizione dell’uomo farebbe pensare. E poi c’è la questione del silenziatore: perché applicarlo a un fucile da caccia? Dice che serve a non far mettere in allarme tutti gli uccelli, in seguito a un colpo mancato; ma questo non lo rende meno strano. I giornali, intanto, hanno già “risolto” il caso a modo loro: si è trattato di una tragica fatalità, e la reputazione del casato Sangermano è salva...
Con Una spirale di nebbia Michele Prisco, autore della provincia di Napoli, vinse il Premio Strega 1966 (anno in cui il romanzo ricevette ben dieci edizioni nei primi cinque mesi, quattro nel solo agosto); poco più di dieci anni dopo - era il 1978 - Eriprando Visconti portò la storia sul grande schermo, con una giovanissima Eleonora Giorgi. Un “thriller psicologico”, com’è stato definito, che ha molto del secondo termine, meno del primo (soprattutto a paragone con il thriller moderno ad alta tensione), nel quale l’esplorazione delle menti dei protagonisti ai limiti dell’egotismo (a volte oltre) prende il sopravvento sul ritmo e sulla linearità di una trama che viene continuamente richiamata su sentieri altri da ricordi, considerazioni, osservazioni, appunti (e il lettore si imbatte spesso in forme desuete come “nailon” e “cellofane”). Il segnalibro dedicato stampato da Rizzoli sottolinea il rinnovamento nella narrativa di Prisco (che all’epoca aveva già pubblicato sei romanzi, con i quali aveva vinto un Premio Venezia e un Premio Napoli) e la “maturità d’un narratore che continua il suo discorso obbedendo solo al richiamo della sua voce interiore”. Punto di forza che finisce per sacrificare la leggibilità in favore della complessità dell’intreccio.

(«Mangialibri», 3 dicembre 2018)

venerdì 16 marzo 2018

Domenico Aliperto, Non conquistammo che sabbia, ed. Bianca&Volta, 2017

Primo del ’900. Madame De Cecco è una donna nobile che ama la comodità; ma che, più d’ogni altra cosa, ama essere lasciata in pace. Ecco perché, pur potendo scegliersi una casa al centro di Napoli, capitale del sud Italia, ha preferito andare a vivere in una specie di esilio dorato nella cittadina di Mondragone, sul litorale di Caserta, vicino alla campagna e lontano dalle seccature. Poi però la noia si fa sentire e l’idea di partire in viaggio nel posto più affascinante del mondo - insomma: cosa c’è più suggestivo del deserto? - fa capolino e lei finisce per partire a dorso di cammello e con tanto di guida berbera al seguito. Se ne è pentita praticamente subito, ça va sans dire; ma adesso, dopo venti giorni, non è più tempo di ripensamenti, ma di imprecazioni. E darebbe effettivamente, come si dice, la sua cavalcatura, per cinque minuti di toilette come in Europa. Se non fosse per la compagnia dei due uomini che sono con lei, avrebbe già dato di matto: sir Archibald McFenzie, già console in Giappone per conto della Corona Britannica e monsieur Roger Delacroix, gesuita fondatore di non si sa più quante missioni in sud America, figura di mistico probo in odore di santità. Sul conto del quale ultimo circolano strane voci - quale uomo di Dio è mai sfuggito a tale condanna? - che lei non è più tanto sicura siano del tutto inventate...
Non conquistammo che sabbia è l’opera prima di Domenico Aliperto, giornalista nell’ambito dell’economia digitale che ha collaborato con testate nazionali come “Italia Oggi” e “Milano Finanza”. Che cattura, fin dalla prima pagina, per la padronanza che l’autore sembra avere non solo e non tanto della lingua e dello stile, ma della stessa intenzione narrativa: la voce narrante colpisce subito per la sobrietà coniugata con l’incisività, dando al lettore la piacevole sensazione - quanto rara! Soprattutto in un esordiente - di venir condotto per mano, senza incertezze né inutili deviazioni. Ché ce n’è bisogno, in un romanzo di oltre settecento pagine in cui le sottotrame si intrecciano - lasciando spazio a fenomeni come il futurismo, emergente e già privo di sbocchi - e le emozioni dei personaggi si mescolano secondo una geometria triangolare come sempre foriera di problemi (si legga: di guai). Ciò che li accomuna è la fondamentale convinzione che siano i vincitori a scrivere la storia. E, se pur si possa dire che per loro le cose più importanti non siano né le strategie né le tattiche squisitamente militari, quel che è certo è che loro la Storia, con la s maiuscola, intendono scriverla. Resta la domanda: riusciranno ad arrivarci abbastanza vicino?


Domenico Aliperto, Non conquistammo che sabbia, ed. Bianca&Volta, 2017.

(«Mangialibri», 16 marzo 2018)

domenica 11 marzo 2018

Marco Balzano, Resto qui, ed. Einaudi, 2018

Trina è una ragazza della val Venosta che ama la sua vita ma non ha ancora chiarito con se stessa cosa farne: le piace il giovanotto che frequenta casa loro, Erich, ma fosse per lei continuerebbe a inventarsi occasioni per osservarlo di nascosto mentre chiacchiera con suo padre sull’uscio di casa. Un’idea però ce l’ha chiara: vuole fare la maestra. Per insegnare ai bambini di Curon, il paese in cui vive, a parlare e a scrivere correttamente la loro lingua madre: il tedesco. Ma è il momento peggiore per nutrire quest’ambizione: i fascisti hanno preso il potere e hanno dichiarato su tutto il territorio nazionale la supremazia dell’italiano. Vietato insegnare altre lingue, dunque, anzi: vietato anche solo parlarle. Ed ecco che Trina si ritrova, con l’aiuto del prete del paese, a diventare un’insegnante clandestina, del cui fervore e del cui impegno qualcuno vicino a lei comincia a fare le spese. I fascisti però non hanno proclamato solo la supremazia della lingua italiana, ma anche della razza: e molti compaesani stanno già prendendo la via dell’Austria, abbandonando le loro case. Ciò che non dispiace alla Montecatini, appena giunta sul posto, con l’intenzione di costruire una gigantesca diga che sommergerà la valle per oltre venti metri d’altezza...
Ogni etichetta sarebbe riduttiva per questo lavoro di Marco Balzano che non si esita a definire splendido, in cui si ritrova tutto ciò che si può desiderare in un romanzo di spessore: il dramma familiare incastonato in quello storico, le vicende di una comunità di persone che tutti - i fascisti prima, l’industria poi - sembrano ritenere troppo ingombranti, l’avventura della diserzione e l’omicidio a sangue freddo; su cui svetta il dolore di un abbandono che più appare senza spiegazione, più insiste a sferzare. Resto qui è un’opera destinata a rimanere, in cui la letteratura irrompe nella narrativa per lasciare al lettore il più grande degli insegnamenti: gli altri siamo noi, sempre, e nessuno va via dalla propria terra - dai propri legami dai propri affetti - se non è costretto con la forza o dalla più terribile delle minacce: la guerra. Genuino nell’esposizione e lancinante nei colpi di scena, scritto con sapienza grazie a un talento fuori dal comune.

Marco Balzano è autore di diversi romanzi e vincitore del Premio Campiello nel 2015. Resto qui è il suo primo libro con Einaudi.


Marco Balzano, Resto qui, ed. Einaudi, 2018.

(«Pagina3», 11 marzo 2018)

venerdì 12 gennaio 2018

P. McGrath, La guardarobiera, ed. La nave di Teseo, 2017

Gennaio 1947. L’attore Charlie Grice è morto e, dei tanti che conosceva in vita - che si tratti dei buoni amici addolorati o dei molti nemici sotto sotto trionfanti - al funerale non manca nessuno. A questo suo ultimo spettacolo si registra il tutto esaurito, al punto che molti non ce la fanno nemmeno a entrare in chiesa per dargli l’estremo saluto. Sua figlia, Vera, a sua volta attrice è affranta, in occhiali scuri, avvolta nel suo cappotto nero di pelliccia, e si regge tutto il tempo al braccio della madre, Joan Grice, anche lei in nero e con il velo. La signora Grice, direttrice di un guardaroba di costumi di scena - una delle migliori di Londra - conosce quasi tutti i presenti, anche quelli che con il teatro non hanno mai avuto niente a che fare (si sa, d’altro canto, che Gricey, suo marito, aveva frequentato gente d’ogni risma, criminali compresi). La cerimonia è struggente e il gelo di quell’inverno da cani - che non ha scoraggiato i convenuti - penetra fin dentro le ossa. Ben presto, tuttavia, Joan si rende conto suo malgrado che starsene al caldo, a casa, in compagnia di Julius Gass - ex impresario e marito di sua figlia, che lei ha sempre mal sopportato e la cui presenza le riesce adesso intollerabile - può essere ancora peggio. Tanto da amare quei momenti imprevedibili e struggenti in cui lui torna a farle visita…
Patrick McGrath, brillante autore britannico che vive tra Londra e New York (del quale abbiamo già più volte parlato su queste pagine: qui le sue recensioni http://www.mangialibri.com/autori/patrick-mcgrath e qui l’intervista esclusiva) dà alle stampe un libro scritto magistralmente, per lo stile e per il climax, certo, ma soprattutto per la capacità di tirar fuori la suspense più affilata da insospettabili recessi della normalità. Stupendo il tratteggio della protagonista, la quale sembra vivere non una doppia, ma addirittura una tripla esistenza: la prima, di ex moglie madre e suocera da un lato, quello che tutti vedono e dove ognuno si sente in diritto e in dovere di elargire consigli e suggerire orientamenti; la seconda, quella di donna ancora legata al marito, nonostante le sue tante defezioni - a cominciare dalle ripetute scappatelle - nella quale è difficile dire se si rifugi o venga risucchiata, dato che quella voce (è innegabile, è proprio quella del suo Gricey!) si fa presente all’improvviso e la richiama, soprattutto quando mette le mani nell’ampissimo guardaroba di Charlie; la terza, nella quale ogni cosa che accade passa sotto la lente della guardarobiera che lei è sempre stata e rimarrà per sempre, dove l’abito fa il monaco eccome, ogni persona è strettamente legata a ciò che indossa e tutta la vita è mediata dal rapporto con gli abiti. Cosa, quest’ultima, che occupa la sua mente prima e al di là di ogni altra considerazione: «Quando tornò a casa non si scolò un altro bicchiere, ma nemmeno andò a dormire. Si dedicò invece a un lavoro che desiderava finire ormai da settimane: intendeva fare delle modifiche al cappotto di Gricey, non le piaceva come le cascava. Sentiva Gricey vicino, ne percepiva l’odore nella fodera, voleva però indossare quel cappotto come se fosse suo». Tornano le tematiche tipiche di altri grandi romanzi dell’autore, l’apparente psicosi mal celata e impossibile tanto da diagnosticare quanto da curare, e al contempo il sospetto continuo che il paranormale - comunque lo si voglia intendere - sia a portata di mano solo a volerne scorgere la presenza. La guardarobiera è un masterpiece che conferma il genio di McGrath ai livelli del suo più celebre Follia.


P. McGrath, La guardarobiera, ed. La nave di Teseo, 2017.

(«Mangialibri», 12 gennaio 2018)

Personaggio ed evento. Intervista a Patrick McGrath


Squilla il telefono ed è Patrick McGrath. Impegnato in un tour promozionale in Italia per il lancio del suo ultimo romanzo, lo scrittore londinese trova il tempo per una chiacchierata affettuosa con noi di Mangialibri, da sempre attenti alla sua scrittura piena di ombre e sottotesti. Grazie, Patrick!
Nei tuoi romanzi riesci a creare la suspense senza i soliti clichè, cadaveri in cui si inciampa per caso, lame che scintillano nel buio... Le tue storie tengono col fiato sospeso fin da subito, ma sembra che nascano praticamente dal nulla. Come fai?
Tutto emerge nel corso della scrittura, l’autore avverte come sta andando dipanandosi la storia e la sua esperienza gli dice quando rallentare o accelerare il ritmo. È in questo modo che si crea la suspense: senza premeditazione, insomma, e senza “effetti speciali”. Ma è difficile generalizzare, perché ogni scena richiede un certo tipo di organizzazione della scrittura tutto suo; altre volte invece è nella fase di editing che si realizza quando è il momento di alterare il ritmo, magari rallentando per inserire più dettagli, arricchendo l’atmosfera, cambiando l’illuminazione della scena, dove all’autore viene richiesta una capacità, per così dire, cinematografica.
Si dice che tu viva tra Londra e New York. Come cambia la tua scrittura, fra i due continenti?
In realtà, non cambia. Quando scrivo, mi immergo nell’universo del romanzo appena mi siedo alla scrivania. Chiaramente, se il mio romanzo è ambientato a Londra e mi trovo a Londra, mi è più facile descrivere la città perché mi basta una passeggiata per fornire nuovo nutrimento alla mia fantasia, cosa che ovviamente è più difficile se mi trovo a New York. In quel caso, cioè se sono lontano, mi servo di altre fonti informative per creare l’atmosfera, l’ambiente e tutto il resto.
Se il tuo La guardarobiera potesse diventare un film: quale regista sceglieresti?
Visto che il romanzo è ambientato al teatro, mi piacerebbe che a dirigere la pellicola fosse un regista teatrale. Ci sono tanti ottimi registi che conoscono bene il teatro, di prima mano, mi piacerebbe che la scelta ricadesse su uno di loro.
In certi tuoi romanzi si parla tra l’altro di un disagio psichico che si manifesta con una patologia fisica. Tema molto caro a Cronenberg: non ti ha mai parlato di farci un film?
È un po’ che non incontro Cronenberg, sarebbe un grande piacere per me tornare a lavorare con lui (McGrath ha scritto la sceneggiatura di Spider, tratta dal suo romanzo omonimo, e il film è stato diretto da Cronenberg nel 2002, N.d.R.).
Viceversa, in alcuni tuoi romanzi il disagio psichico del protagonista nasce da una condizione di invalidità. È il tema classico della deformità che si lega alla malvagità… o c’è dell’altro?
Io non tratto tanto di malvagità, perché sono convinto che già gli eventi della vita o la malasorte scatenino le crisi che segnano la nostra esistenza, tanto interiormente quanto esteriormente.
Nel tuo La guardarobiera tratti ancora del tema del paranormale, dei fantasmi, della reincarnazione: tutte ipotesi che nelle tue storie non trovano mai né una conferma, né una smentita. C’è davvero posto per queste cose nella psicologia moderna?
Penso che il disagio psichico venga spesso attribuito a cause paranormali o sovrannaturali, motivo per cui le persone si sentono poi perseguitate da entità spirituali o simili, come ad esempio nel caso di coloro che “sentono le voci” (che possono rivelarsi in seguito un mero frutto della fantasia). A tal proposito va precisato che proprio il fenomeno del sentire le voci è ancora molto diffuso, non solo fra coloro che hanno problemi mentali diagnosticati.
Henry James ha detto che “il romanzo è il punto di vista del personaggio”. Cosa ne pensi?
Certo, è un modo di vedere il romanzo. Ma James era anche interessato alla relazione tra il personaggio e l’evento, a quello stretto rapporto di reciproco condizionamento che fa in modo che l’evento contribuisca a definire il personaggio, proprio mentre il personaggio si pone in certa misura alla guida degli eventi che lo riguardano. Al punto che non si conosce veramente appieno un personaggio fino a che non lo si è visto in azione in occasione di un certo evento narrativo.
Stai già lavorando a un prossimo progetto? Cosa puoi rivelare in anteprima ai lettori di Mangialibri?
Sto lavorando a un romanzo in cui tratto della guerra civile spagnola, in modo particolare delle ultime tre settimane della vita di Franco. La storia riguarda un padre e una figlia, la partecipazione di lui al combattimento contro il fascismo, pur essendo inglese, e il coinvolgimento di lei nel futuro della Spagna.
(«Mangialibri», 15 gennaio 2018)

lunedì 18 dicembre 2017

Domenico Starnone, Via Gemito, ed. Feltrinelli, 2000

Federico - Federì, nella sua Napoli - è un uomo fatto e finito, con una famiglia come tante altre e una casa a via Vincenzo Gemito, nella parte bassa di quel Vomero ampiamente dedicato ai più grandi artisti partenopei di ogni epoca. E un po’ artista si sente anche lui, anzi: sa di avere la stoffa, l’inclinazione, il talento del pittore, e sogna ogni giorno di mettere su quella mostra personale che lo renderà finalmente noto al grande pubblico e apprezzato dalla critica. È ovvio che a quel punto ci si debba arrivare, costruendo il percorso passo dopo passo; meno ovvio è come riuscirci, dato che il suo impiego di ferroviere - dove è anche molto apprezzato, per la cura che mette nel suo lavoro, pari alla puntigliosità con cui ama fare le pulci a quello dei colleghi - lo impegna per gran parte della giornata, e al suo estro non rimangono che briciole di tempo intrise di stanchezza e dei problemi quotidiani della famiglia. Famiglia sulla quale riversa tutta la sua frustrazione, addossandole la responsabilità dei suoi fallimenti e della realizzazione mancata, proprio mentre la casa in cui vivono - ogni stanza, ogni parete, ogni centimetro di aria respirabile - va riempiendosi dell’odore dei colori e dell’acqua ragia, a partire dal cavalletto eternamente piazzato al centro della camera da pranzo...
Domenico Starnone - napoletano classe ’43 - è stato insegnante e autore di parecchi volumi, dalla satira sulla vita scolastica alle tante opere di narrativa, molte con Feltrinelli, che gli hanno fruttato un notevole successo: il suo Denti, del 1994, è diventato un film di Gabriele Salvatores con Sergio Rubini - lo stesso attore che, quindici anni dopo, ha diretto L’uomo nero, sceneggiato insieme a Starnone, la cui storia parla di un capostazione che ambisce a diventare pittore ed è narrata in flashback dal figlio… proprio come in Via Gemito (senza tuttavia che il romanzo venga mai richiamato). Un libro interessante (per il grado di introspezione che mette in scena e il profluvio di dettagli dell’ambientazione e dell’esposizione, ciò che talvolta rende faticoso proseguire; fatica appesantita dall’assenza pressoché totale di ritmo, ciò che pare non essere proprio una preoccupazione dell’autore) che è stato in grado di aggiudicarsi il Premio Strega nel 2001, con ogni probabilità, più per la proprietà di linguaggio e la raffinatezza dello stile che per la capacità di catturare l’attenzione (che non è certo indispensabile; ma aiuta). Infine, se ci si cruccia in genere per il testo in dialetto scritto (da autori di spessore molto inferiore) in maniera banalmente onomatopeica, quando non del tutto casuale, qui il cruccio diventa sconcerto: perché dai grandi narratori - come dai grandi giornalisti - ci aspetteremmo una qualità ortografica superba, onde poter trarre insegnamento sulla lingua, unitamente al piacere della lettura; e invece qui troviamo un napoletano non sempre in linea con il dizionario. Trovare autori moderni di riferimento per questa lingua - o dialetto, che dire lo si voglia: la disputa è ancora aperta - si fa sempre più difficile.


Domenico Starnone, Via Gemito, ed. Feltrinelli, 2000.

(«Mangialibri», 18 dicembre 2017)

lunedì 20 novembre 2017

Valerio Aiolli, Il carteggio Bellosguardo, , ed. Gaffi, 2017

Constance Fenimore Woolson, pronipote dell’autore de L’ultimo dei Mohicani, James Fenimore Cooper, e a sua volta scrittrice, alla soglia dei quarant’anni ha le idee molto chiare: ama viaggiare, non vuole sposarsi e Henry James è il suo scrittore preferito. Anzi, qualcosa di più: al punto che, dopo avergli scritto diverse lettere, lo raggiunge a Firenze. È il 1880, la madre della donna è morta l’anno prima e Constance non ha più legami insormontabili con la patria americana; ha già pubblicato brevi saggi e racconti su riviste importanti, un libro per bambini e una raccolta di racconti: quale luogo migliore dell’Italia per lasciarsi ispirare i suoi romanzi a venire? Vista la sua insistenza, James finisce col cederle e i due cominciano a frequentarsi: nessun legame sentimentale, né pianificato né estemporaneo, solo un’amicizia sentita ma sbilanciata dal lato di lei (per la freddezza e forse l’opportunismo di James). A più riprese i due si separano e si rincontrano (a Roma, Parigi, Londra), per poi ritrovarsi, nel 1886, a Villa Castellani, sulla collina fiorentina di Bellosguardo, che Constance ha affittato insieme all’adiacente Villa Brichieri-Colombi, per permettere al suo amico una permanenza vicina ma anche indipendente. Poi qualche incomprensione, qualche scorrettezza e infine il peggio: Constance muore suicida, all’inizio del 1894...
Vincenzo Aiolli – autore che ha pubblicato romanzi con Rizzoli e Voland – consegna una ricostruzione dell’amicizia tra i due scrittori che, a dispetto del titolo, non ha nulla del carteggio, perché solo quattro sono le lettere rinvenute, che Constance Woolson inviò a Henry James (i due avevano stabilito di distruggere ogni traccia della loro corrispondenza, per non dar adito a pettegolezzi: intesa che James violò in quelle quattro circostanze). La storia è infatti narrata intercalando ai fatti biografici riflessioni ed esperienze personali, e brani tratti dai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Aiolli conduce quasi per mano il lettore all’esplorazione di luoghi incantevoli e storicamente densissimi (non a caso questo libro nasce in collaborazione con l’Associazione Città Nascosta Firenze), e alle pieghe dell’animo di due individui che non sono mai riusciti a incontrarsi veramente, o almeno come avrebbero voluto. Passando per la presunta (e mai accertata, ma neanche smentita) omosessualità dello scrittore americano e la meschinità che ha mosso certi suoi interventi pubblici, sia prima sia dopo la morte dell’amica. In un’edizione su carta avorio che richiede l’uso dello sfogliacarte per separare le pagine.


Valerio Aiolli, Il carteggio Bellosguardo, ed. Gaffi, 2017.

(«Mangialibri», 20 novembre 2017)

martedì 26 settembre 2017

P. McGrath, La città fantasma, ed. Bompiani, 2007

New York, fine del diciottesimo secolo. Le truppe britanniche sono appena sbarcate e dopo i primi scontri, che hanno visto Washington e i suoi disastrosamente perdenti, gli Inglesi hanno preso il controllo della zona. In città vige la legge marziale, e dalla forca all’esterno della prigione c’è sempre qualche ribelle penzolante, a ricordare qual è la fine che fa chi non si allinea al nuovo corso. Lui - che, dopo la morte del padre, ha preso a badare alla madre e ai suoi due fratelli - si accorge che la città puzza come non mai e che l’ombra del degrado si sta stendendo su ogni aspetto dell’esistenza. Eppure, anche quando le cose sembrano mettersi nel peggiore dei modi, spunta sempre, non si sa da dove, un ufficiale su una fiera cavalla baia, pronto a dare una mano… Noah van Horn è diventato ancora più cupo e burbero dopo la morte della moglie: quando si è a capo di una grossa impresa, non si può essere molli, soprattutto nell’educazione di quei figli destinati a portarla avanti. Ma Julius, ultimogenito e unico maschio, non è affatto portato per gli affari, come ben sanno le tre sorelle maggiori: la sua vera vocazione è l’arte… Dan è stato scosso - come tutti - dal crollo delle Torri gemelle. Ma quello che lo scuote più di ogni altra cosa, da sempre, è il rapporto con la madre, che oggi non c’è più, ma che rischia di influenzare ancora le sue relazioni con l’altro sesso...
Questo splendido libro è composto da 3 racconti lunghi: “L’anno della forca”, “Julius” e “Ground Zero”, ambientati nelle colonie americane che pian piano diventano Stati Uniti, all’epoca della guerra d’indipendenza, della guerra di secessione e del crollo delle Twin Towers del 2001; la cui protagonista unica, ma vista ogni volta da una prospettiva diversa e nuova, al di là dei personaggi che - pur nella loro presenza massiccia, per lo spessore psicologico tipico dei lavori di McGrath - popolano le storie, è la città di New York: “città fantasma”, che sembra non comparire mai direttamente, sempre sullo sfondo, quasi relegata o destinata all’oblio… mentre affiora prepotentemente, pagina dopo pagina, che sono gli uomini - sobillati, determinati, a volte schiacciati dalla sua anima unica: quella dell’ansia dell’emergere nella competizione economica e sociale, associata a quella della libertà a tutti i costi, anche quelli troppo alti - a essere destinati all’oblio e a una vita di sottofondo. Magistrale il più lungo dei tre, storia di una vicenda familiare nalla quale anche la più insignificante e apparentemente innocua delle circostanze finisce per sfociare in un dramma imprevedibile e di lancinante intensità. Tre gioielli che ci mostrano che il genio di McGrath - quello dei romanzi, Follia su tutti - è ben presente anche nel più breve dei suoi scritti.


P. McGrath, La città fantasma, ed. Bompiani, 2007.

(«Mangialibri», 26 settembre 2017)

martedì 4 luglio 2017

Pietro De Sarlo, L’Ammerikano, ed. Europa, 2016

Vincenzo si ritiene un uomo piuttosto fortunato. Non a torto: nato da ultimo nella famiglia più ricca e in vista del paese - gli Ametrano di Monte Saraceno - ha sposato una delle donne più belle - Rosa Spina. E anche se nessuna ricchezza - come, del resto, nessuna bellezza - dura per sempre, il ricordo del luogo che lo ha visto nascere e crescere non gli è semplicemente caro, ma vivido, e le sue immagini - come quelle di Giovannino che, ubriaco, una sera aveva “azionato il suo uccello come se fosse un idrante”, costringendo i carabinieri a intervenire - si alternano in un movimento continuo come in un caleidoscopio che lui spera di portare sempre con sé, fino all’ultimo dei suoi momenti… Wilber Boscom è un killer della mafia, “lavora” per la famiglia Zambrino da tanto che ormai non ricorda più che cosa lo abbia condotto a quella vita. L’amore per le regole che gli era stato inculcato in famiglia, e che piace molto anche a don Vito? La sua naturale inclinazione alla vendetta, in silenzio e senza mezzi termini? Era stato come una specie di scivolamento per lui - non inconsapevole, ma nemmeno programmato in ogni dettaglio - e ora che si trova all’interno dell’appartamento di Christopher, pronto all’esecuzione, non può fare a meno di domandarsi: “Che ne è della mia infanzia felice, nella casa paterna?”
Pietro De Sarlo - intellettuale lucano molto attivo su testate locali e online - scrive un romanzo che risente un po’, nello stile, della sua attività di giornalista e di saggista, nel quale si impone la chiarezza e il ritmo complessivo si adagia su un’esposizione piana che lascia ampio spazio alle descrizioni e alle divagazioni, meno alla suspense. L’Ammerikano è un romanzo scritto con una buona cura della lingua e con un diffuso e benvenuto uso delle parlate locali - di quella lucana in particolare - che cade purtroppo sul dialetto napoletano, sbagliato tanto nell’ortografia quanto nella costruzione, e in alcuni punti in cui sarebbe stata necessaria una revisione più attenta, per evitare di trovarsi spesso di fronte alla stessa parola scritta in modi diversi, come nel caso di “sciaffer” e “sciaffeur”, “Vincè” e “Vince’”, “si’” e “si”, “Mettiiu”, “Méttiiu” e “Méttiu” ecc. Traspare d’altro canto un innegabile amore per i personaggi e per la storia narrata, nella quale l’autore riesce a tenere insieme il Piano Marshall e le invidie locali, il boom economico e gli amori di gioventù, restituendo un’immagine a tuttotondo del sud d’Italia alle prese tanto con i problemi attuali e globali quanto con quelli storici.


Pietro De Sarlo, L’Ammerikano, ed. Europa, 2016.

(«Mangialibri», 4 luglio 2017)

lunedì 15 maggio 2017

Stefano Cortese, Il basilisco o della speranza, ed. La strada per Babilonia, 2017

20 luglio 1812: è festa nella città di Teplitz, dove sta per celebrarsi un matrimonio e le campane della chiesa di san Giovanni Battista, nella piazza del Castello, non smettono di suonare. L’argomento del giorno è l’invasione della Russia da parte di Napoleone; ma qui, in Boemia, non si pensa ad altro che al tepore della giornata appena iniziata e al relax delle rinomate terme… Il re guarda il mondo dalla finestra: per quanto sia solo una fetta indicibilmente piccola di tutto cio che è, è la sua fetta, come sua è ogni cosa che vi è contenuta e che il suo occhio riesce a raggiungere, come le stelle del cielo che si vedono a dispetto dell’oscurità dell’aria e della mente, annebbiata dal vino che ha appena bevuto… Per i passeri è difficile nutrirsi: l’inverno è stato rigido e la battaglia fra di loro per accaparrarsi le prime briciole che emergono dalla neve che inizia a sciogliersi si annuncia aspra. E in effetti una quindicina di loro non ce l’ha fatta: i loro minuscoli corpi si trovano al suolo, privi di vita… Ai tempi dei bizantini, Petilia Policastro era una rocca, che aveva visto fiorire, nel Seicento, splendidi palazzi; ma ora non ne rimane che un cumulo di case mal messe, che solo la nostalgia tiene ancora in piedi...
Cinque racconti (“L’incidente di Teplitz”, “Il cetorino”, “Le nevi dell’altro anno”, “La Sila”, oltre a quello che dà il titolo al volume) di lunghezza e ambientazione diverse - pur ruotando in qualche modo sempre intorno a Napoli - dal primo 1400 all’ultimo ’800. Storie che destano, sì, qualche interesse, foss’anche solo per le ricostruzioni storiche dello sfondo; ma che non sempre sono accompagnate da vicende avvincenti. Se da un lato il tono fiabesco che fa capolino durante l’intera narrazione, ora più ora meno, si fa notare piacevolmente, il ritmo è smorzato da uno stile complessivo che sembrerebbe aver ancora bisogno di un’adeguata maturazione. Alcuni dettagli possono far incespicare il lettore, rendendo defatigante il suo sforzo: come certe parole ripetute (in un solo capoverso c’è 4 volte “luce”, e la stessa parola ricorre nel seguito del testo innumerevoli volte: il che getta un po’ d’ombra sull’accuratezza dell’editing; similmente “neve”, “niveo”, “nevicata” a p. 115): particolarmente infelice il passaggio d’apertura dei capoversi delle pagine 107-108, con “Il re grugnì”, “Il re annuì”, “Il re scricchiolò”, “Il re riappoggiò”, “Il re corrugò”. Seri dubbi andrebbero avanzati infine sull’uso del francese, che può lasciare perplessi in più di un punto. Insomma, una maggiore sedimentazione (e una ulteriore revisione) del testo avrebbero giovato a delle idee non banali. Pubblicato con il patrocinio morale di AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), cui viene devoluta parte dei proventi.


Stefano Cortese, Il basilisco o della speranza, ed. La strada per Babilonia, 2017.

(«Mangialibri», 15 maggio 2017)

sabato 19 novembre 2016

Bianca Baratto, Il ritorno, ed. La strada per Babilonia, 2016


«Guido si rese conto che ciò che fino al giorno prima era stato per lui impensabile era diventato adesso straordinariamente semplice e ovvio mentre ascoltava Amal».

(Dalla quarta di copertina): Un uomo giovane e affermato vive, accanto alla sua compagna, una vita agiata e tranquilla, in una Milano che soddisfa tutte le loro esigenze. Così, almeno sembra, fino al ritrovamento del cadavere di una donna indiana che dà inizio ad un inaspettato cambiamento nella vita dei due giovani: lasceranno l'Italia per raggiungere Nuova Delhi. Attraverso questo viaggio in India, incontreranno la loro parte migliore, conosceranno il dolore vero ma anche la gioia e la rinascita. I luoghi che i protagonisti vedranno, da Delhi a Londra, da Calcutta alla valle del Paddàr, diventeranno quasi protagonisti del romanzo stesso. I due ragazzi faranno incontri straordinari e indispensabili alla loro rinascita e alla realizzazione della loro esistenza. Una storia che infonde coraggio e speranza, che non ha paura di farsi trasportare dalle emozioni. Impossibile non lasciarsi coinvolgere e commuovere.

Bianca Baratto. Nata nel 1953 in Piemonte e Ligure di adozione ha dedicato buona parte della sua vita a studi di psicologia e a percorsi di crescita personale. Da sempre appassionata di letteratura, ha scritto numerose storie e racconti, senza però tentare mai una pubblicazione. Soltanto tre anni fa, dopo aver vissuto un'esperienza straordinaria, ha deciso di pubblicare un saggio dedicato all'universo femminile, intitolato "Papaveri e ginestre. Un messaggio da donna a donna". Attualmente vive in Svizzera.


Bianca Baratto, Il ritorno, ed. La strada per Babilonia, 2016.

(«Pagina3», 19 novembre 2016)

lunedì 26 settembre 2016

E. De Agostini, Un prosciutto e dieci ducati, ed. IoScrittore, 2016


A Circello, don Giovanni è una celebrità: avrebbe già i propri affari a cui badare, ma ciò che più lo assorbe è la gestione dei possedimenti di don Nicolò di Somma, principe del Colle, marchese di Circello e signore della Terra di Reino. Siamo nella primavera del 1798, e queste cose non si possono fare comodamente da casa, o per procura: occorre essere ben presenti e vigili. Di conseguenza, quell’enorme livido, sorto praticamente dal nulla, che lo ha messo a letto da giorni, ha gettato don Giovanni nella disperazione; ancor più quando l’ultimo medico che lo ha visitato, don Pasquale Verdura di Fragneto, amico stimato di vecchissima data, è stato chiaro al riguardo: ventiquattro ore di tempo, e se la cosa - che ormai si è estesa all’intera gamba - non passa da sola, toccherà amputare. Dopodiché ha lasciato il malato al suo capezzale e se ne è tornato a casa, lasciando chiaramente intendere che non c’è proprio nient’altro da fare che affidarsi alla Madonna. Un momento: don Giovanni non ci aveva ancora pensato, ma poiché lui è sempre stato un uomo di fede; poiché la cappella è vicina alla stanza da letto; e poiché non vi sono alternative… si risolve a mettersi a pregare. Dopodiché, nel giro di poche ore, l’estensione delle macchie si riduce gradualmente, fino a che lui ritorna agile esattamente come prima. Un miracolo, non c’è dubbio. Per qualcuno, semplicemente un fatto inspiegabile dalla medicina. Per altri, invece, la cosa è molto più chiara di quanto sembri: “quello don Giovanni è un diavolo…”
Enrico de Agostini, romano classe ’64 e diplomatico di carriera da oltre vent’anni, attinge all’archivio di famiglia per raccontare - sulla base di fatti realmente accaduti, e raccolti nella testimonianza orale dello stesso don Giovanni - la storia di un uomo cui è affidato un compito intrinsecamente difficile - gestire l’enorme patrimonio del signore locale, con perizia ed equilibrio, sapendone meritare giorno dopo giorno la stima e la fiducia - ma che è reso enormemente più complicato, fino a diventare praticamente impossibile, in un contesto invidioso e becero come quello di un paesino come Circello, che per sovrappiù sta per subire la più grossa delle trasformazioni: l’impatto con l’arrivo della rivoluzione francese, che come ogni cosa nuova affascina, mal celando la sua carica eversiva. Vera protagonista del romanzo è infatti, più dello stesso don Giovanni che pur suscita simpatia, con la sua tracimante buona volontà, sovente frustrata, la società napoletana, nella quale coesistono, contraddittoriamente, ma senza conflitto apparente, l’amministrazione della giustizia e il brigantaggio, la necessità del mantenimento di un ordine costituito e il suo aperto disprezzo. Un romanzo che parla anche - pur con qualche refuso, e pur nella sua ricostruzione storica e filologica fedele, come rimarca nella prefazione Francesco Barra, ordinario di Storia moderna all’Università di Salerno - ai nostri tempi schiacciati dal qualunquismo e dal divorante desiderio di avere e di apparire senza aver fatto nulla per meritarlo.


E. De Agostini, Un prosciutto e dieci ducati, ed. IoScrittore, 2016.

(«Mangialibri», 26 settembre)

mercoledì 21 settembre 2016

T. Cacciaglia, Mitta. Storia di una capuzzella, ed. Runa, 2016

Sotto la chiesa di Santa Maria ad Arco c’è una cripta che ospita le “anime pezzentelle”, quelle sepolte senza nome né lapide, che si giovano della preghiera degli sconosciuti (secondo l’uso per il quale la preghiera dei vivi può ridurre quella dei morti in purgatorio), i quali contano a loro volta sull’aiuto che potranno ricevere per gratitudine dall’aldilà (secondo l’idea che i morti possano recare buoni consigli ai vivi, ad esempio numeri da giocare al lotto, durante i sogni). Mitta è una di queste anime pezzentelle, falciata dalla peste del 1656 (e si direbbe che la morte l’abbia accompagnata fin dai primi tempi: era talmente magra che a casa la chiamavano appunto “Mitta”, cioè “la morta”). E il suo più grande desiderio è quello di far sentire nuovamente la sua voce! Per modo di dire: voce non ne ha più – di lei non rimane che il teschio, la capuzzella – e quello che vorrebbe fare (da quando si è resa conto che, nella nostra epoca, tutti scrivono libri con incredibile facilità) è raccontare le tante cose che ha visto e capito nei secoli, dopo la sua morte, in un libro. Mancherebbe solo l’autore che si presti al suo resoconto: ma forse un’anima di quelli che si trovano accanto a lei, ha già un’idea, e può darle una dritta interessante al riguardo…
Questo di Tina Cacciaglia, autrice pluripremiata (che ha all’attivo tre libri, di cui uno segnalato al Premio Italo Calvino), è un libro appena godibile, che aspira a farsi interrogazione sui grandi temi della vita (“Perché è accaduto all’uno e non all’altro?” “Perché ciascuno sceglie in modo diverso?”), esplorati tramite le storie di tante donne diverse, vissute in epoche e condizioni sociali diverse, che hanno “incontrato” Mitta (la quale, in realtà, essendo già morta, può solo ascoltarne i racconti, le confessioni, le preghiere, tramite la sua capuzzella; e poi raccontarne a sua volta, “ispirando” lo scrittore materiale). Il linguaggio è spesso inutilmente sovraccarico (“di razza si tratta, diversa e dissimile da quell’altra, gli uomini, a cui solo un poco somiglia”), alla ricerca della battuta a tutti i costi (anche dove la forzatura risulti poi evidente: “Sono convinta, però, che i bei tomi vengono scritti solo per i bei tomi che se li leggono”). Presto la novità dell’espediente narrativo segna il passo, e l’enfasi delle prime pagine si smarrisce. L’ortografia è curata, ma l’uso abbondante del napoletano – evidenziato in corsivo, ma non sempre – è purtroppo completamente sbagliato. Una lettura molto leggera.


T. Cacciaglia, Mitta. Storia di una capuzzella, ed. Runa, 2016.

(«Mangialibri», 21 settembre 2016)

martedì 20 settembre 2016

Onofrio Pagone, Io non ho sbagliato, ed. Giraldi, 2016

«Era un incantesimo questo sogno: non so dire quanto tempo restai lì, sospesa alla mia immaginazione. Il tempo di una pipì, credo. No, più a lungo... Più a lungo, perché all'impovviso lui spalancò con forza dall'esterno lo sportello del mio lato e si catapultò su di me come un randagio, come un orso famelico, un animale eccitato dalla carne fresca della sua preda.»

giovedì 1 settembre 2016

Lorenzo Marone, La tristezza ha il sonno leggero, ed. Longanesi, 2016

Erri ha all’attivo quarant’anni di vita, un matrimonio con Matilde e innumerevoli - il conto l’ha già perso da tempo - tentativi “mirati” di concepimento di un figlio, che il ginecologo ha organizzato a lungo, ma senza risultati. È un giorno qualunque quello in cui sua moglie gli annuncia, in maniera tutta sua, di avere un amante, e che la cosa va avanti già da un po’; che, come tutti i giorni qualunque, diventa di colpo un problema, un nemico, qualcosa da cui difendersi e alla svelta. Proprio come quel giorno altrettanto qualunque di molti anni prima, quando i suoi genitori - dopo l’ennesimo furioso litigio - decisero di troncare ogni rapporto e chiesero a lui di “scegliere” se rimanere con sua madre, o con suo padre. Erri, di giorni di questo tipo, ne ha collezionati troppi - nello stomaco, più che nella mente, al punto di andare avanti ormai a colpi di calmanti e digestivi - e adesso è giunto al limite: la vita “così com’è”, amichevole nella sua ripetitività, comoda nella misura in cui non necessiti di nessuna gestione ad hoc, non è più sostenibile; occorre una svolta, e anche poderosa. La sua vita gli appare per la prima volta, e nel peggiore dei modi, come un’auto che richieda di essere guidata; e lui si sente come uno che si trovi al volante, d’improvviso, e senza patente...
La tristezza ha il sonno leggero, secondo romanzo di Lorenzo Marone (quello d’esordio, La tentazione di essere felici, gli era valso da subito l’attenzione di Longanesi, ed era già stato un notevole successo, con oltre cinquantamila copie vendute) racconta la difficoltà di un uomo maturo di liberarsi non tanto del proprio passato, quanto della propria infanzia, quella prima fase brevissima e decisiva in cui si decide fin troppo di quello che sarà dopo. Lo sforzo di superare le conseguenze di quel “twist” iniziale, di riappropriarsi della propria vita che, fino a quel momento, è stata governata essenzialmente dalle circostanze, dall’affidarsi più o meno consapevole agli altri (la madre, la moglie, eterni “superiori” cui delegare le scelte), dalla tendenza a seguire il path of least resistance e a gustarne la fatale ineluttabilità. Per Erri il trauma rinnovato (quello della moglie è il secondo abbandono, dopo quello del padre naturale, ed è ciò che - come quella prima volta - lo rende estraneo a se stesso e a tutto ciò che gli era familiare, a cominciare dalla casa) è l’occasione inaspettata e subìta, ancora una volta, ma finalmente ben-venuta, per iniziare il cammino della propria vita da adulto. Solo così ogni scelta, anche quella di accettare il passato, con tutti i suoi difetti e il dolore che reca, può essere qualcosa di diverso da un ritorno: un andare avanti.


Lorenzo Marone, La tristezza ha il sonno leggero, ed. Longanesi, 2016.

(«Mangialibri», 1 settembre 2016)

venerdì 29 luglio 2016

Cartolina da... Luigi Bartalini



Comincia con il libro dello scrittore e amico Luigi Bartalini la nuova serie di articoli "Cartolina da...". Occasione per gustare un breve pensiero, un'ispirazione estemporanea, o anche solo una bella frase tratta da un libro che merita di essere portato all'attenzione. Sperando che l'iniziativa possa incontrare il gradimento dei lettori di «Pagina3».


Luigi Bartalini, Casella numero 58, ed. Castelvecchi, 2015.

(«Pagina3», 29 luglio 2016)

martedì 19 luglio 2016

Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo, ed. Orientexpress, 2015

«Le radici, secondo i più, si trovano nel passato. In questo modo pongono un'ipoteca sul soggetto e il suo avvenire, perché il passato è stato una volta e per sempre. Con una sinistra operazione della speranza sferro un montante al fegato e un gancio al volto di questi "più". "Le radici - li convinco mentre sono al tappeto - sono nel futuro come nel passato, perché ciò che siamo non dipende solo dal tempo trascorso, ma anche dalla rappresentazione che abbiamo di noi nel tempo che ancora deve venire. In questo momento - dico loro - la vostra identità è più segnata dai colpi che avete subito, o dal fatto che non vi rialzerete?"»

venerdì 1 luglio 2016

Joseph Conrad, Il ritorno, ed. Marsilio, 2016

Hervey è un borghese. E, come tutti i borghesi, teme lo scandalo più della morte. Perciò, quando torna a casa e trova la lettera di sua moglie che l’ha abbandonato per un altro, l’orrore gli si para davanti, insieme alle domande: “L’avrà già saputo qualcuno?” “Cosa dirò alla servitù, quando mi vedrà cenare senza compagnia?” Ma non c’è tempo di cercare risposte: la vita ordinata e regolare di un tempo si sta aprendo sotto i suoi piedi come una crepa nel ghiaccio sottile, e insieme agli scricchiolii gli arriva alla testa la rabbia, per una situazione ingestibile, che lui non ha meritato. Ha fatto tutto per quella donna, e questa è la ricompensa? Poi, per la seconda volta nella serata - ed è dura per lui, che non vi è abituato - arriva la sorpresa: lei è tornata, lo raggiunge in camera da letto. Adesso ha l’occasione di sfogarsi, e di dire tutto quello che pensa di lei; o, meglio, della situazione, perché di lei a ben vedere non pensa nulla. Il suo sfogo prende la forma dell’orazione, a tratti del seminario: ci sono in ballo i doveri, le regole, le convenienze, le aspettative degli altri; nessuno può comportarsi come gli pare. Lei fa per andarsene di nuovo, avendo ormai preso consapevolezza che lì non c’è più posto; anzi, non ce n’è mai stato. Ma lui la trattiene; e per un attimo sembra un gesto di amorevolezza, fors’anche di bisogno. Ma in realtà è solo perché Hervey non ha ancora finito il suo sermone; e perché i domestici non devono pensare che lei esca di casa da sola, a quell’ora...
Se non si temesse di infrangere l’icona del Conrad narratore dei mari e dell’esotico, ci si potrebbe spingere a dire che questo racconto lungo sia superiore per intensità perfino all’Almayer; per violenza, finanche, a Cuore di tenebra. Ma, classifiche a parte, Il ritorno possiede caratterizzazioni e dialoghi di elevatissima forza, ci si sente travolti dall’ondata di recriminazione becera di lui, e da quella di furore muto di lei; ci si sente chiamati in causa, presenti sulla scena, in dovere di impedire che quel massacro vada avanti. Si vorrebbe quasi afferrare il protagonista per la gola, e farla finita lì, con le proprie mani. Un gioiello di precisione, di sintesi, di profondità d’analisi; in una edizione resa ottima dalla cura di Benedetta Bini, con testo inglese a fronte e un notevole apparato critico. Dove la lotta asimmetrica fra il marito e la moglie diventa l’arena del più ampio e generale scontro fra l’astrattezza dei principi e la concretezza della vita, e teatro in cui si mette in scena l’incapacità della legge morale di produrre l’amore di l’uomo e la donna hanno bisogno. Un Conrad che sfodera la sua più grande maestria, mirabile e tagliente nel linguaggio, nelle immagini, nell’individuazione dei pensieri più nascosti. Da leggere assolutamente.


Joseph Conrad, Il ritorno, ed. Marsilio, 2016

(«Mangialibri», 1 luglio 2016)

mercoledì 29 giugno 2016

Stefano Iatosti, L’altrove quotidiano, ed. Enzo Delfino, 2016


Parigi come città, Parigi come modo di vivere, di essere, di percepire. L’eccellenza storica, la mediocrità quotidiana; i grandi monumenti - quello per cui la si ricorda, la si celebra, con cui, erroneamente, la si identifica - e le piccole sciatterie; la piena luce del giorno ormai fatto, il buio della sera e di tante aspettative soffocate. Parigi non è né solo un posto geografico né solo un luogo dell’anima, e nemmeno semplicemente un insieme di tanti volti, visti o immaginati: Parigi è un caleidoscopio di potenzialità e di storie in cui, come in un ingannevole gioco di specchi, ogni immagine sembra rimandare a un’altra, il cui cerchio però non si chiude mai… Il turista non è lo stesso che il viaggiatore: mentre il primo si chiede “Dove sono?”, l’altro si domanda: “Chi sono?” Passiamo la giornata a “viaggiare”, spostandoci freneticamente verso luoghi di lavoro (spesso inutilmente) distanti, facendo gli “autisti di professione” nell’accompagnare i nostri figli in ogni dove, “navigando” in internet e nel mare di informazioni che i mille media intorno a noi ci mettono a disposizione: senza riuscire ad afferrare che la realtà del viaggio - quello vero - sta nel nostro cuore, non nel nostro passo...
Parigi come essenza inquieta, multiforme, inafferrabile e irriducibile; il nomadismo come condizione e come aspirazione (o come frustrazione) per l’uomo moderno. L’altrove quotidiano, breve raccolta di 2 racconti lunghi (il secondo è omonimo; l’altro è “Promenades 1990”) è un libro in cui, tecnicamente, non succede niente: nessuna storia viene raccontata, nessun personaggio emerge e si staglia sullo sfondo. Il racconto, in forma di brevi paragrafi, cerca di rendere l’impressione del movimento attraverso la ripresa di scorci continuamente interrotti e rimontati, che possono anche non dispiacere - il linguaggio è interessante e si nota la cura riposta dall’autore - ma che di fatto, come dire, non vanno da nessuna parte. Un tipo di scrittura che vince la prova dell’audacia ma perde la sfida se accostato a predecessori illustri come Le città invisibili: qui, a differenza che in Calvino, non si intravede nessuna logica costitutiva e, soprattutto, nessuno scopo. «La spiaggia deserta. Gli ombrelloni chiusi sono pali d’ormeggio per imbarcazioni pronte ad affiorare dall’oscurità di un cielo senza orizzonte. Quando la brezza notturna è un alito fresco che sfiora i capelli, ti sembra di afferrare il senso profondo dello spettacolo e ti compiaci dell’estraneità, di quella lontananza che accomuna tempi e luoghi, confusamente. Dove si perde la consistenza delle cose, ogni luogo è pronto a trasformarsi nel ricordo, nella parodia di se stesso»: insomma, può anche non dispiacere, ma è dura da seguire per pagine e pagine. Una lettura letteralmente “diversa”, non premiata da un’edizione digitale in cui manca perfino il colophon.


Stefano Iatosti, L’altrove quotidiano, ed. Enzo Delfino, 2016.

(«Mangialibri», 28 giugno 2016)

lunedì 27 giugno 2016

Andrej Longo, L’altra madre, ed. Adelphi, 2016


Genny è bravissimo col motorino: anche se guida solo un modesto “Sì”, riesce comunque a cavarsela alla grande, nel traffico di Napoli, praticando lo slalom come il migliore degli sciatori. Ha sedici anni e un motorino “truccato a regola d’arte”; quello che non ha è tempo da perdere. Perché, nonostante la giovane età, ha già capito che la vita non ti regala niente, e che quello che vuoi te lo devi conquistare. In un modo o nell’altro. Come garzone del bar, finché dura, e finché basta; con qualcosa di “extra”, se c’è bisogno di arrotondare… Irene è una poliziotta che ama correre di prima mattina: non perché le piaccia il sudore - che non vede l’ora di togliersi di dosso con una bella doccia calda che la accarezzi - ma perché quella fatica, nel mezzo della città sonnolenta, le permette di tenere alla larga - unico momento in tutta la giornata - i pensieri. Soprattutto quelli molesti: dalle preoccupazioni per la giovanissima figlia Tania, a quelle di una città nella quale il crimine non dorme mai, come si dice, e come è tanto più vero a queste latitudini. Proprio adesso Irene - mentre è di pattuglia con il collega Papaleo, che è mezzo innamorato di lei, anche se finge il contrario - ha appena avvistato un tossico abituale muoversi in modo sospetto...
L’altra madre è un libro che non delude, anche se per entrare nel vivo dell’azione occorre più di qualche pagina. Lo stile è diretto, come sempre, e pone immediatamente in contatto con la realtà narrata, da quella della Napoli più oleografica a quella del “topo zoccola” che piomba, d’improvviso, nel mezzo della scena. I personaggi sono tutti convincenti - dalla poliziotta con i suoi problemi personali che non vorrebbe portarsi al lavoro, ma che non riesce a scrollarsi di dosso; al ragazzino che non sarebbe cattivo e che brama eternamente una seconda possibilità - e l’azione è serrata quanto basta a tener desta l’attenzione fino all’ultimo. Protagonista fra i protagonisti, il dialetto napoletano, usato qui in maniera pervasiva non solo nel parlato, ma anche nelle descrizioni; il suo uso, caratterizzato da una encomiabile coerenza e da un’attenzione ben superiore alla media, sebbene talvolta discutibile nella forma, è funzionale alla riproduzione di una realtà che l’autore intende rendere fin nel dettaglio più umile e quotidiano, ma significativo: come il botta e risposta tra il barista e il cliente, il rapporto difficile e necessario tra il garzone di bottega e il propietario, l’amicizia spensierata nella quale tutto scivola d’improvviso, quasi senza accorgersene, degenerando nel peggiore dei modi.


Andrej Longo, L’altra madre, ed. Adelphi, 2016.

(«Mangialibri», 27 giugno 2016)