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mercoledì 4 novembre 2015

I. Scego, Adua, ed. Giunti, 2015

Adua. Un nome di donna i cui soli quattro caratteri evocano a un tempo un Paese straniero, un passato coloniale di dubbia fama, una lingua misteriosa. Ma a lei, che vive in Italia praticamente da sempre, questi pensieri non fanno lo stesso effetto: per lei la Somalia, dov’è nata, è un mondo che con difficoltà è riuscito a liberarsi dall’ennesima guerra e che ha visto, dopo lo scoppio di quell’ultimo conflitto, lo “scoppio” di una pace basata su nuovi conflitti potenziali (lei stessa progetta di tornare alla casa paterna sfrattando gli abusivi occupanti del periodo bellico) e su entusiasmi fragili di guadagni facili, di business a portata di mano, che hanno il sapore tanto delle occasioni da cogliere al volo quanto degli illusori affari che si fanno in certi mercatini, dove troppo tardi si scopre che nel pacco non c’è l’autoradio, ma un mattone dello stesso peso. D’altro canto, continua a pensare alla sua vita a Roma, alla carriera d’attrice iniziata e finita molti anni fa, ma alla quale non ha mai intimamente rinunciato; e al fidanzato di oggi, appena sceso da un barcone, con il quale sta cercando faticosamente - e senza crederci fino in fondo - di costruire un futuro per entrambi...
Sarebbero tante le cose da annotare in questo bellissimo romanzo di Igiaba Scego, giornalista e scrittrice romana. Adua è una donna adulta che soffre ancora - come da bambina - per la mancanza di un padre che era assente proprio quando credeva di esserlo meno, con le sue frasi fatte, il suo maschilismo magari tradizionale, ma non di meno deteriore in quanto acritico, la sua scarsa affettività, incapace di ascoltare la figlia al punto che questa trova maggiore compagnia nella statua dell’elefante che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sotto Minerva: almeno lui sembra avere le orecchie più grandi e ricettive. Uomo che ha patito il fascismo della colonizzazione, e il bullismo dei camerati italiani (che qui fanno francamente - e giustamente - la figura dei deficienti, intenti a compiacersi della loro violenza che li vede accanirsi in tre contro uno - quell’uno che è poi l’unico che potrà aiutarli domani nella sua qualità di interprete). Caratteristica fondamentale dell’intero romanzo è proprio l’equilibrio in cui nessuno è santo né dannato, da nessuna parte; dove finalmente la Storia si armonizza con le tante storie personali che non conoscono né bianco né nero e dove perfino i compatrioti somali si scherniscono a vicenda - non senza una certa cattiveria - con i nuovi immigrati che chiamano “vecchie lire” quelli che li hanno preceduti e questi, a loro volta, che danno loro del “Titanic”. Un libro di grande emotività, scevro da sentimentalismi. Consigliato.


I. Scego, Adua, ed. Giunti, 2015.

(«Mangialibri», 4 novembre 2015)

venerdì 25 settembre 2015

Diversi? Diversi!

Quando senti dire che “la diversità un ricchezza”, e tutte quelle cose lì… hai sempre la sensazione che ti stiano dicendo una balla. O, quanto meno, che si tratti di luoghi comuni, frasi fatte più o meno edificanti che non hanno niente a che fare con la realtà. Ma insomma: perché si dice “mogli e buoi dei paesi tuoi”? Perché la diversità è un problema, è già difficile avere a che fare con chi ha la tua stessa lingua, mentalità abitudini, figuriamoci che significhi dover interagire con qualcuno con mezzi espressivi, aspettative e forse anche capacità diverse… O forse abbiamo a che fare anche qui con dei luoghi comuni, e - a guardare gli altri da vicino - sono molte di più le somiglianze, che le differenze? Nell’incertezza, a Novellara - in provincia di Reggio Emilia: nel bel mezzo della pianura padana, sì, o se preferite della Padania - si sono messi in testa di verificare direttamente: e adesso la popolazione, 14mila abitanti scarsi, è composta da cittadini provenienti da 185 Paesi, coinvolti in programmi educativi e sociali di ogni tipo, e hanno fatto di questo modello un trampolino per lo sviluppo economico. Come? Lo racconta Raul Daoli, per dieci anni sindaco di Novellara, nel suo La Padania dell’integrazione (ed. EMI), in cui - dati alla mano - spiega quanto sia vera l’equazione “diversità = ricchezza”.
Non che sia vero sempre e comunque. Ma può esserlo: come è stato, ancora, nella provincia di Brescia nel 2011, quando la Val Camonica ha accolto 116 richiedenti asilo presso il residence “Le Baite” di Montecampione. Con quali soldi? Fondi europei del “privato sociale”, grazie ai quali adesso i rifugiati - impegnati nell’agricoltura e nel volontariato - vanno integrandosi sempre meglio nella nuova comunità. Anche quest’esperienza è raccontata - con dovizia di dettagli e richiami normativi - in un libro: La valle accogliente, di Paolo Erba, sindaco di Malegno (BS), Eugenia Pennacchio e Silvia Turelli (ed. EMI).
Qualcosa di cui stupirsi? Be’, di che stupirsi c’è: che queste esperienze siano ancora isolate e dèstino scalpore. Possibile che non abbiamo ancora capito che l’unica balla sia quella degli stranieri che ci rubano il lavoro? La verità è che il lavoro degli immigrati oggi, è quello che ci permette di pagare le pensioni dei nostri genitori. Dovremmo smetterla di stare a sentire i propagandisti di professione, e cominciare a leggere quelli che l’accoglienza l’hanno praticata, e pure bene. Daoli ed Erba qualcosa da dire al riguardo ce l’hanno: ma solo a chi, stanco di tante chiacchiere, vuole partire dai fatti.

(«Il Caffè», 18 settembre 2015)

venerdì 16 gennaio 2015

L’anno nuovo

Rosarno (Reggio Calabria), gennaio 2010. Due immigrati neri, uno del Togo e uno della Costa d’Avorio, vengono feriti da sconosciuti che sparano con fucili ad aria compressa. E la comunità dei migranti - già messa a dura prova dallo sfruttamento sul lavoro e dalla precarietà della sistemazione - insorge violentemente e tiene la cittadina in ostaggio per diversi giorni, con sfilate roboanti e svariati atti di violenza urbana. “Adesso anche l’Italia ha la sua banlieue”, si comincia a dire da più parti; e ben presto sulla stampa passa in secondo piano l’evento scatenante (la violenza razzista), per mettere a fuoco quella che in breve diventa (ma meglio si direbbe: “torna ad essere”) l’“emergenza immigrazione”. Qui i giornali, non solo di destra, fanno a gara d’isteria nel ricondurre i fatti a matrici culturali inestirpabili quando non addirittura a radici genetiche. E Rosarno diventa, da un giorno all’altro, l’esempio autoesplicativo di cosa può succedere all’Italia se si lasciano entrare gli immigrati…
Angelica Erta è brava a ricostruire, nel suo Migranti in cronaca (ed. Ombre corte), quel periodo vergognoso - se non proprio buio - del nostro giornalismo nazionale. Titolo dopo titolo, un pezzo dopo l’altro, esamina umori, tendenze, deformazioni che non sono interamente riconducibili a secondi fini politici, ma affondano probabilmente le radici in un modo di pensare ideologico (e d’altri tempi) del quale non ci siamo ancora liberati. L’autrice ha il merito di ricordare (si annota en passant che Rosarno non è terra di camorra, come riportato a pag, 12, ma di ’ndrangheta) che dovremmo rivedere i nostri pregiudizi in proposito; magari ricominciando dal fatto che non solo “i neri non mordono” (non che l’immigrazione non sia un problema da affrontare seriamente, ma questo è un altro discorso), ma che degli immigrati abbiamo bisogno, in termini di forza-lavoro, per garantirci le nostre pensioni e via discorrendo. Proposito per il nuovo anno: buttare via i pregiudizi sugli immigrati. Vediamo se saremo in grado di fare, di questo 2015, un anno davvero nuovo.

(«Il Caffè», 9 gennaio 2015)

mercoledì 29 ottobre 2014

A. Lanza, La storia di uno è la storia di tutti, ed. Iacobelli, 2014

Dire “africani” è un po’ come dire “europei”: così come ad esempio un danese si sente (ed è) molto diverso da un greco, allo stesso modo un senegalese differisce da un tunisino. Eppure le loro storie - soprattutto quando sono storie di emigrazione - sono anche per certi versi molto simili: un giovane (a volte neanche tanto) raggranella i soldi messigli a disposizione dall’intera famiglia, dai parenti più vicini a quelli più lontani, paga i trafficanti di uomini della sua zona e, una volta superati tutti i confini di terra in carovane di fortuna, finalmente si imbarca alla volta della terra nuova. Si pensa all’Europa, ma poi è solo Lampedusa: un’isoletta dove si verrà accolti in campi di detenzione (hai voglia a chiamarli “centri di accoglienza”: ma prova a mettere piede fuori), dai quali scappare quanto prima. Sempre che a Lampedusa si riesca ad arrivarci: proprio il 3 ottobre dell’anno scorso sono morte in mare oltre 500 persone. “Africani”, appunto. Possibile che ognuno di questi viaggi debba essere una (talvolta tragica) avventura?

domenica 3 novembre 2013

Una nuova cultura dell'accoglienza. Intervista a Franco Pittau


La Caritas italiana, in collaborazione con la fondazione Migrantes, cura da ventidue anni il Dossier statistico sull’immigrazione, pubblicazione annuale che ha come scopo principale quello di fornire il numero di immigrati regolari presenti in Italia e una gran quantità di statistiche relative a tale presenza sul territorio italiano. Abbiamo parlato dell’attuale situazione migratoria in Italia con Franco Pittau, Coordinatore del Dossier statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

Dopo la tragedia di Lampedusa, si torna a parlare con forza della questione delle migrazioni. Com’è attualmente la situazione in Italia?
I termini della questione sono gli stessi degli anni passati. Nel 2000, anno del Grande Giubileo, si celebrò a Roma un convegno internazionale, nel corso del quale non si è mancato di richiamare l’attenzione sul fatto che l’Africa, un continente con poco meno di un miliardo di persone, un eccessivo numero di poveri e numerosi conflitti (anche alimentati dall’esterno) era destinato a premere sempre più sull’Europa e sull’Italia, che ne è la porta naturale per il tramite del Mediterraneo.

mercoledì 23 marzo 2011

L. Cerrocchi e A. Contini (a cura di), Culture migranti, ed. Erickson, 2011


Culture migranti
Mai come oggi siamo stati consapevoli del fatto che esistono diverse culture. La categoria della pluralità ha sostituito quella dell’unicità: non crediamo più che vi sia una sola cultura, appannaggio dell’Occidente civilizzato, cui “convertire” progressivamente popoli ancora barbari o primitivi.
Si apre così il ponderoso e ricco volume Culture migranti, curato da Laura Cerrocchi e Annamaria Contini (ed. Erickson, 2011). Affermazione incontestabile, che ci mette di fronte allo scollamento tra le nostre teorie e le nostre prassi: proprio mentre ce lo ripetiamo, infatti, continuiamo ad esportare in ogni dove le nostre democrazie e i nostri capitalismi, più o meno con la

venerdì 30 aprile 2010

Grazie. Intervista a Riccardo Staglianò, 13 aprile 2010


“Non mi propongo tanto di parlare al cuore del lettore, quanto al suo portafogli”. L’impostazione dell’ultimo libro di Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti (ed. Chiarelettere, 2010) è chiara fin dall’inizio: al di là di ogni posizione personale e politica sulle questioni della solidarietà, della fratellanza e dell’accoglienza allo straniero, accettare l’immigrazione oggi è una necessità improrogabile di tutta l’Europa e dell’Italia in particolare, che a causa dell’altissima età media rischia di far saltare i sistemi previdenziali e finanziari entro il 2050. Abbiamo rivolto all’autore alcune domande.


“Non è un bel periodo per essere immigrati in Italia”: con questa affermazione netta apre il Suo libro. Com’è il presente italiano da Lei descritto?
Molto fosco. Invece di ringraziare questi quasi 5 milioni di persone che fanno lavori indispensabili al funzionamento della nostra società e che noi non vogliamo più fare (non lo dico io, basta leggere l'ultimo rapporto sulle economie regionali della Banca d'Italia), rendiamo loro la vita sempre più difficile. Ad esempio con mostruosità giuridiche come il reato di clandestinità che ha come unico risultato di rendere gli irregolari totalmente ricattabili e di spingerli così nelle mani degli approfittatori e della criminalità.

Sostiene che sul tema dell’immigrazione la destra e la sinistra non riescano a dialogare. Perché?
Perché parlano due lingue irriducibilmente diverse. La sinistra fa appello a sentimenti alti, come la solidarietà e l'empatia. La destra invece a sentimenti molto concreti, come la paura. I primi però sono optional negli esseri umani, mentre la paura è di serie, ce l'hanno tutti, soprattutto in tempi di crisi. Quindi nessuna comunicazione, perché la solidarietà è come il coraggio di Don Abbondio, se uno non ce l'ha non se la può dare. Però andando avanti così, ognuno a parlare la sua lingua, non si va da nessuna parte. Io propongo una terza via. Che il centrosinistra cambi registro e invece di insistere sulla solidarietà cominci a parlare di cose concrete, dimostrando facilmente che senza gli immigrati saremmo - tutti, destra e sinistra - perduti.

La Sua indagine si concentra sull’immigrazione come sostegno della nostra economia nazionale. Non crede che parlare di esseri umani come mera forza-lavoro rischi di falsare la prospettiva, facendo dimenticare che non si tratta di sole “risorse” umane ma anche di “soggetti” di diritti?
No, non lo credo. Anzi penso che per uscire dalle secche in cui il dibattito politico ristagna da troppo tempo bisogna passare dal loro apporto economico. Perché se ci si rende conto che sono indispensabili bisognerà trattarli anche di conseguenza, riconoscendo i diritti che meritano come lavoratori, e quindi cittadini. Per chi l'avesse dimenticato ricordo infatti che, all'articolo 1 della Costituzione, la nostra è una repubblica fondata sul lavoro.

Il libro è strutturato come una giornata italiana, scandita ogni ora dal diverso lavoro di uno straniero. Perché ha scelto questa forma?
Perché dà un'idea molto plastica di come sono onnipresenti del nostro palinsesto esistenziale. E fa vedere bene, credo, come solo togliendo un tassello la giornata potrebbe andare a rotoli con un effetto domino incalcolabile. Se alle 8 non viene la babysitter i genitori non possono andare a lavoro, se nottetempo non sono passati gli addetti alle pulizie l'ufficio sarà impraticabile, se alle 13 i lavapiatti fanno sciopero non si potrà mangiare al ristorante e comunque, se alle 4 gli indiani che accudiscono le bufale non si svegliano, niente mozzarella. E così via.

Per chiudere La invito a commentare un classico adagio popolare: “sono arrivati qui senza niente e gli abbiamo dato un posto di lavoro. Dovremmo anche dirgli ‘grazie’?”
È il minimo che possiamo fare. Non gli abbiamo dato un posto di lavoro per filantropia, ma perché quel lavoro i nostri connazionali non lo volevano più fare - come spiega benissimo la Banca d'Italia - o perché loro lo facevano meglio e a un prezzo più basso. Gliel'abbiamo dato, in ogni caso, perché ci è convenuto darglielo. E se loro trovassero il coraggio per fare uno sciopero sul serio, non come l'1 marzo da noi ma come nel 2000 a Los Angeles quando, dopo tre settimane di astensione dal lavoro gli addetti alle pulizie ispanici hanno messo in ginocchio la città, portando a casa un aumento dello stipendio del 25% e 5 giorni di ferie in più all'anno, ecco, se succedese qualcosa del genere ci renderemmo conto nel modo più traumatico di quanto sono indispensabili. E di quanto converrebbe - prima ancora di essere giusto - trattarli bene e ringraziarli.

(«il Recensore.com», 29 aprile 2010)

martedì 16 marzo 2010

Regione straniera. Intervista a Giuseppe Civati


Giuseppe Civati è nato a Monza nel 1975. Laureato in filosofia e dottore di ricerca, ha studiato a Milano, Firenze e Barcellona. Ha scritto e curato saggi e articoli dedicati al pensiero del Novecento e della prima età moderna. Dal 2005 è consigliere regionale della Lombardia. Il suo blog (www.civati.it) è tra i più seguiti d’Italia. Tra i suoi libri: Nostalgia del futuro. La sinistra e il PD da oggi in poi, L’amore ai tempi di Facebook e il romanzo Il segreto di Alex. Abbiamo rivolto a Civati alcune domande circa il suo ultimo libro Regione straniera. Viaggio nell’ordinario razzismo padano (ed. Melampo, 2009, con la prefazione di Nando Dalla Chiesa).

Lei è da molti anni consigliere regionale della Lombardia. In che senso è una regione straniera?
Una regione è straniera quando non si confronta con la realtà, quando di un fenomeno sociale e culturale sconvolgente come l’immigrazione offre soltanto una caricatura e lo strumentalizza a fini elettorali. I problemi non si risolvono ma, paradossalmente, proprio chi non li risolve, ne trae vantaggio. È la contraddizione del tema della sicurezza: chi la cavalca non ha alcun interesse poi a raggiungere l’obiettivo.

Nel Suo libro ci mette di fronte a una Lombardia che nega agli stranieri la casa e l’abbonamento al bus e che può arrivare a uccidere un 19enne (Abdul Guibre) per un furto di biscotti. Sembrano cose d’altri luoghi e d’altri tempi. Come è possibile che accadano oggi, in Italia?
Può accadere perché l’Italia è un Paese fragile che ha visto arrivare centinaia di migliaia di persone senza avere un modello di integrazione, senza costruire politiche, senza darsi un profilo culturale. La Lombardia è la regione con più stranieri, più esposta verso la globalizzazione e la competizione dei mercati internazionali: è, insomma, la regione più “colpita” dal fenomeno.

Certe posizioni tuttavia non riguardano solo il nord Italia: nei giorni scorsi il sindaco di Lampedusa si è complimentato con il ministro leghista Maroni per i successi ottenuti nel respingimento degli immigrati in Africa.
Ormai è un dato nazionale e certo il governo Berlusconi, con le sue continue provocazioni, non contribuisce a migliorare la qualità del dibattito politico intorno a temi così importanti. Lo sguardo va sempre al consenso dell’oggi e non alla politica di domani. Vale per l’immigrazione, ma permea di sé un’intera cultura di governo, sempre che di governo si tratti, perché mi pare molto lontana, questa impostazione, da un’idea di “cosa pubblica”.

Le statistiche mostrano una criminalità comune in forte calo rispetto ai decenni precedenti, eppure esplodono in Italia le tendenze “securitarie” e repressive (fino al paradosso delle cosiddette “ordinanze pazze”), mentre il Presidente del Consiglio afferma “meno immigrati = meno crimini”. Cosa ne pensa?
Penso che Berlusconi sia un irresponsabile, che gioca con le statistiche e banalizza questioni complesse. Un atteggiamento pericoloso, perché un simile approccio e un simile comportamento da parte del Presidente del Consiglio autorizza tutti a fare lo stesso. Con le conseguenze che vediamo, ogni giorno di più. La verità è che in questi anni abbiamo perso molto tempo con i “luoghi comuni” al governo.

“Nessuno nega che l’immigrazione sia un problema” sostiene in apertura del libro. Ma esiste una via media tra l’intolleranza più forsennata e il buonismo più cieco?
Certo che c’è. È la via della mediazione, dell’incontro, dell’alleanza tra persone oneste, italiane e straniere. Non è solidarietà, è rispetto delle regole. Per tutti. Non ci vogliono leggi speciali e cattiverie istituzionali: ci vogliono soluzioni. E le soluzioni, da che mondo è mondo, si trovano insieme, non gli uni contro gli altri. Pensi alla necessità di avere più controlli sul lavoro, per tutelare i lavoratori e per evitare che la concorrenza sia falsata. Pensi alla verifica dei contratti di affitto: non è necessario fare i rastrellamenti per farsi un’idea di cosa succede in certi condomini. Un equilibrio tra rispetto del diritto e capacità di intervento si può e si deve trovare. Politica, si chiamava una volta.

Beppe Pisanu, ex ministro dell’interno, ha affermato che “per mantenere il nostro tasso d’attività, e dunque la nostra ricchezza, con l’attuale trend di nascite dobbiamo accogliere 200-300 mila stranieri all’anno”. Similmente, il «Sole 24 ore» scrive che “senza i lavoratori immigrati si fermerebbero molte aziende del Nord e la nostra agricoltura smetterebbe di funzionare”. Non solo dunque non “ci rubano il lavoro”; ma addirittura parrebbe che non possiamo farne a meno.
Proprio così. Ormai la presenza di stranieri è un dato strutturale. Se sapremo finalmente governarla e fare piani concreti e lungimiranti, potremo trarne tutti giovamento. Questo è il punto. Gli industriali dovrebbero, in questo, essere al fianco dei lavoratori. E preoccuparsi piuttosto che non ci sia qualcuno che dell’immigrazione si approfitta. La clandestinità non è nient’altro che lavoro nero, nell’80% dei casi. E questo non va bene.

Cita il “bel libro” di Luigi Zoja, La morte del prossimo, a proposito dei temi della “prossimità” e della “vicinanza”. Che importanza hanno per noi questi termini?
La prossimità è il concetto fondamentale. La globalizzazione precipita nei quartieri, nelle scale dei condomini, sui marciapiedi. Conoscersi è fondamentale. Strategico, direi. Anche perché il “noto” fa meno paura dell’“ignoto”. È l’abc di qualsiasi iniziativa amministrativa e politica. Ed è anche un punto di vista evangelico molto concreto. Dobbiamo vivere con gli altri, che vengano da Sondrio o da Timbuctù. E il libro di Zoia andrebbe distribuito presso tutte le amministrazioni pubbliche.

Lucia Parrino, che cura l’Appendice al Suo libro, parla delle tante “sane” pratiche d’integrazione già in atto in Lombardia. Possiamo aspirare anche noi al “modello catalano” (nel quale le buone pratiche vengono prima delle buone teorie, e soprattutto prima di quelle cattive)?
Il modello catalano è quello che preferisco. Lì c’è una delega regionale alla cittadinanza, un piano per l’integrazione, la promozione della identità catalana e delle culture altrui. Ci sono problemi, ma si cerca di risolverli. Con un approccio teorico “attaccato” alla realtà. Gli xenofobi ci sono, ma non governano da nessuna parte. Non è un caso.

(«il Recensore.com», 16 marzo 2010)

sabato 13 febbraio 2010

Fogli di via


Ho letto in Fogli di via di Gianpaolo Trevisi (ed. EMI, 2009) le seguenti parole, a proposito dei venditori ambulanti immigrati che “deturpano il centro delle città con i loro falsi” e della polizia incaricata di contrastare il fenomeno:
è vero, certo, non si può autorizzare o far finta di autorizzare ciò che è illegale, come del resto non si potrebbe tollerare una specie del mercatino del falso in un altro angolo della città e forse neanche i vucumprà sarebbero contenti di esser confinati in un parcheggio deserto, frequentato solo dalle loro ombre. Del resto, però, è vero anche che se fossi nato più o meno sfortunato e ora mi ritrovassi, più scuro in viso, a vendere odiosissimi oggetti spudoratamente falsi di Prada, Gucci e simili, e una prima volta, poi una seconda e anche una terza... mi avessero portato via il mio mezzo sorriso, i miei miseri guadagni e le mie cose poco vere, probabilmente, nel giro di breve tempo, proverei a vivere rubando e vendendo droga vera o quasi vera nell’elegante centro cittadino.

«Il processo mentale e l’espediente letterario che caratterizzano questo libro, si possono dire con parole diverse, tutte belle. Empatia. Simpatia. Sintonia. Compassione. Identificazione. Immedesimazione».
G. Trevisi, Fogli di via, ed. EMI, 2009 (dalla Prefazione di Gad Lerner)

Si può pensarla come si vuole. Credere che non sempre le circostanze abbiano un peso così determinante nella vita delle persone; che cattivi si nasca e così via. Ma si dovrà ammettere che queste parole, pronunciate dal vice questore di Verona, risultano non meno che audaci. Perché non capita tutti i giorni di sentire un alto funzionario di polizia “prendere le parti” dei più deboli, entrando nelle loro ragioni, le loro esigenze e i loro clinamen imposti dalla necessità, quasi trovando una sorta di giustificazione – se non dell’atto illecito in quanto tale – almeno dell’intenzione originaria. Trevisi riesce a entrare nei panni dei diseredati ai quali ha dovuto “dare la caccia” personalmente per anni, tramite l’espediente della finzione narrativa: il suo è un libro di racconti che hanno per protagonisti immigrati di diverso colore e provenienza, tutti alle prese con le difficoltà della vita in Italia e della legge italiana. Riesce veramente, per una volta, a farci domandare cosa faremmo noi al posto loro, invece di ripeterci lo stesso becero ritornello “come staremmo meglio se non ci fossero loro” (mi permetto qui di parafrasare indegnamente il più autorevole aforisma «meno immigrati = meno crimini» regalatoci tra i tanti dal presidente del consiglio). Ci fa riflettere: la stessa cosa (ad esempio, la pirateria informatica) ci appare ben diversa se vista dal calduccio di casa nostra (a scaricare musica illegalmente davanti a un computer) invece che dal freddo della strada (dove si vendono CD musicali illegali).
Ma quello di Trevisi non è solo un libro che cerca di “farci sentire come loro”: fa qualcosa di più, ci regala il sapore di come sarebbe “se anche loro si sentissero come noi”. E in uno dei racconti, suprema nemesi, un gruppo di prostitute rumene da rimpatriare in aereo viene imbarcato per errore su un volo diretto alle Maldive (mentre, viceversa, un gruppo di turisti milanesi si ritrova a Bucarest). La scena è comica e fa sorridere, ma nemmeno è tutto qui: perché quello che salta all’occhio è che il lettore è contento – certamente non per la sorte degli incolpevoli milanesi – bensì perché guarda quell’immagine e vede che tutto funziona alla perfezione, che è giusto che le cose vadano così, perché tutti abbiamo bisogno delle stesse cose ed anzi ne ha più diritto proprio chi ne ha più bisogno (proprio come noi prendiamo delle ferie quando siamo più stanchi).
Se capiremo questo, saremo già a metà dell’opera. E ci sarà più facile dare da bere agli assetati anziché dar loro... dei fogli di via.

(«Il Caffè», 12 febbraio 2010)

venerdì 4 settembre 2009

Quel clandestino un po' particolare. Intervista ad Andrea Professione, 18 agosto 2009


Andrea Professione è l’avvocato del foro di Torino il cui nome è associato negli ultimi giorni alla vicenda dell’immigrato bengalese ventisettenne Jahangir Chaklander il quale, dopo aver chiamato il 113 per denunciare l’aggressione subita da parte di tre malviventi, è stato a sua volta denunciato dalla polizia per “reato di clandestinità” (in quanto privo di permesso di soggiorno, in base al cosiddetto “decreto sicurezza” approvato l’8 agosto scorso) ed assoggettato a un provvedimento di espulsione. Grazie all’opera svolta dall’avv. Professione, la Procura della Repubblica ha accolto la richiesta della Questura di concedere a Chaklander un permesso a fini di protezione sociale (previsto dall’art. 18 del decreto legislativo n° 286 del 25 luglio 1998, “Testo unico sull’immigrazione”).

Come e quando è venuto a conoscenza del caso di Jahangir Chaklander?
Sono stato contattato telefonicamente da alcuni amici di Chaklander appena questi ha ricevuto il decreto di espulsione, subito dopo l’aggressione subita ad opera di tre malviventi, che sono stati prontamente catturati.

Di cosa si occupa solitamente?
Mi occupo di diritto penale. Di tanto in tanto mi sono occupato in particolare di casi di stranieri in difficoltà, soprattutto per questioni legate al permesso di soggiorno, anche se il caso di Chaklander è un po’ diverso dal solito.

In che senso?
Il permesso di soggiorno a fini di protezione sociale viene solitamente concesso a persone che sono a rischio fisicamente oltre che socialmente. Il caso particolare è quello delle donne, soprattutto del centrafrica, che denunciano i propri sfruttatori, che le costringono a prostituirsi. La norma, tuttavia, prevede la possibilità di concedere il permesso anche in casi come quello del mio cliente: il legislatore, evidentemente, ha ritenuto più importante assicurare dei malfattori alla giustizia italiana anziché espellere un immigrato con i documenti non in regola.

Il “permesso di soggiorno a fini di protezione sociale” è un diritto sancito dalla legge, o è “concesso” dalle autorità in maniera discrezionale?
Il permesso di cui all’art. 18 non è “concesso” dalla Procura in maniera discrezionale. È un diritto sancito, appunto, dalla legge e in tal senso vale per tutti indistintamente. La Procura, ovviamente, valuta la sussistenza dei requisiti per l’applicabilità della legge.

Un altro caso simile potrebbe trovarsi in difficoltà, per mancanza di un avvocato, per ignoranza della legge, o altro ancora?
Anche la Questura ha la facoltà di attivarsi autonomamente in tal senso. Essa emette il decreto di espulsione come atto dovuto, in base alla normativa vigente. Allo stesso modo, quando ricorre l’ipotesi della concessione di un permesso di soggiorno per motivi particolari, come nel caso in esame, può attivarsi spontaneamente.

Che durata ha questo permesso? Alla scadenza Chaklander verrà rimpatriato?
Non verrà rimpatriato. L’iter dell’art. 18 prevede che, proprio ai fini di una protezione sociale efficace e concreta, si faccia di tutto per inserire il soggetto nel mondo del lavoro (pur non essendoci alcuna garanzia che tale inserimento avvenga effettivamente). Verranno dunque intraprese tutte le azioni necessarie in tal senso, a cura dell’Ufficio Stranieri del Comune di Torino. Dimodoché, alla scadenza di questo permesso, Chaklander potrà – si spera – beneficiare di un nuovo permesso di soggiorno come lavoratore dipendente.

Il reato di clandestinità verrà trascritto sulla sua fedina penale?
La sua fedina penale resterà com’era, perché al momento il procedimento per la sua espulsione resta congelato, mentre va avanti quello per il rilascio del permesso di soggiorno. La denuncia iniziale non avrà più alcun seguito. Così come il decreto di espulsione non avrà più alcuna validità.

Questa possibilità normativa (cioè la protezione sociale) è una crepa in uno Stato schizofrenico, o un salutare “distinguo”? Ritiene che il “decreto sicurezza” dell’8 agosto 2009 sia coerente con la Costituzione e con la normativa preesistente?
Purtroppo, a guardarlo in profondità, qualunque sistema normativo presenta delle contraddizioni. L’art. 18 si inserisce in un quadro legislativo che, da un lato, è volto a regolare l’ingresso dei cittadini stranieri, dall’altro intende aiutare le persone che si trovino in difficoltà e che in qualche modo possono portare un contributo fattivo alla giustizia italiana. Questa è evidentemente, come dicevo prima, l’intenzione del legislatore, e questa è stata anche la linea seguita dalla Questura e dalla Procura di Torino.

Come si sente Chaklander? Confida nel diritto italiano oppure, come ha scritto “La Gazzetta dello sport”, «la prossima volta, se mai dovesse capitargli, non chiamerà la polizia. Subirà il furto e resterà zitto, perché sarà il solo modo per rimanere “invisibile”?»
Che io sappia, il mio cliente non ha mai detto niente del genere. Era molto spaventato, questo sì, si è presentato in Questura timoroso perché, tra l’altro, non parlando bene l’italiano, non riusciva a comprendere appieno quanto stava accadendo attorno a sé. Però sapeva di non aver fatto nulla di male, per cui si è presentato fiducioso alle istituzioni e attende altrettanto fiducioso l’esito di questo procedimento.

Dunque: da un lato c’è una norma, appena approvata, che prevede l’espulsione e una multa da diecimila euro per il “reato di clandestinità”; dall’altro c’è un immigrato “irregolare” che, ciò nonostante, si sente “con la coscienza a posto” e si affida alle istituzioni. Quelle stesse istituzioni per le quali si può essere “rei”, “colpevoli” e “perseguibili” anche se “non si è fatto male a nessuno”. Come interpreta questa strana situazione?
Lui non si sente colpevole perché le circostanze lo hanno portato a lavorare, anche fino a sera tarda, come piccolo venditore ambulante, lavoro con il quale guadagna quei pochi soldi che riesce a mettere da parte per aiutare la famiglia in patria [la somma rubatagli dai tre assalitori ammontava a 20 euro, n.d.r.]. La sua è la perfetta buona fede di colui che sa di non star facendo male a nessuno. Pur sapendo di non essere in regola con i documenti, non ha avuto timore di esporsi personalmente in nome di una causa più grande ed importante: assicurare cioè alla giustizia tre delinquenti [ciò gli è stato riconosciuto dalla stessa Questura, che ha motivato la concessione del permesso sulla base del “senso civico di questo venditore di rose” oltre che delle “esigenze di protezione sociale e di giustizia”, n.d.r.]. Tra l’altro lui – al momento della denuncia dell’aggressione alla polizia – non era a conoscenza dell’esistenza dell’art. 18; non avrebbe mai immaginato che tutto ciò lo avrebbe condotto a ricevere un permesso di soggiorno.

Ilda Curti, assessore alle politiche sociali del Comune di Torino, commentando la legge sulla sicurezza ha dichiarato che «il rischio è che i deboli abbiano sempre meno tutele. Tanti stranieri non andranno più in ospedale a farsi curare, non manderanno più i figli a scuola, non denunceranno più i reati di cui sono testimoni o vittime». Condivide questa affermazione?
In parte. Direi che, tutto sommato, nonostante le incongruenze di cui abbiamo già parlato, il sistema di tutele italiano continua a tenere.

(«l'Altrapagina», settembre 2009)

domenica 21 giugno 2009

Un sistema criminale. Intervista a padre Alex Zanotelli


Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni direttore di «Nigrizia», autore di diversi libri (con «l’Altrapagina» ha pubblicato Il ritorno della guerra), si trova oggi presso i Comboniani di Casavatore, in provincia di Napoli. Abbiamo approfittato della sua grande esperienza personale, soprattutto nella baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi, per comprendere meglio il problema dell’immigrazione in Italia, fenomeno sul quale sono spesso e dolorosamente costretti a tornare i giornali. Abbiamo formulato le domande in maniera “provocatoria”, provando ad assumere la prospettiva della maggioranza di governo, nel tentativo di esporre le motivazioni di questa politica e di quella fetta di popolazione che la sostiene, presupponendo che entrambe non agiscano per egoismo puro, ma perché mosse da paure ed esigenze precise – che magari trovano sbocchi normativi e applicativi inadeguati (e che noi non condividiamo) – ma che non di meno sono presenti. Il tentativo è stato

Muri di diffidenza. Intervista a Franco Pittau, Coordinatore del Dossier statistico Immigrazione Caritas/Migrantes


La Caritas italiana, in collaborazione con la fondazione Migrantes, cura da diciotto anni il Dossier statistico sull’immigrazione, pubblicazione annuale che ha come scopo principale quello di fornire il numero di immigrati regolari presenti in Italia e una gran quantità di statistiche relative a tale presenza sul territorio italiano (la scheda di sintesi del rapporto n° XVIII del 2008 è visibile in internet presso il sito della Caritas). Abbiamo parlato dell’attuale situazione migratoria in Italia con Franco Pittau, Coordinatore del Dossier statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

La stampa estera guarda con preoccupazione alla direzione che l’Italia sta prendendo in materia di immigrazione (e anche alcuni organi internazionali, come ad esempio l’Alto Commissariato delle nazioni Unite per i Rifugiati o Medici senza Frontiere, mostrano di non condividere affatto la nuova politica migratoria italiana). Negare la stessa possibilità di richiedere asilo politico significa minare la solidarietà tra gli uomini, primi che tra i cittadini di Stati nazionali diversi. In che modo sta cambiando – insieme alla normativa – la percezione che abbiamo dell’“altro”? E in che modo cambia quella che l’immigrato ha di noi?
Stiamo attraversando una fase in cui è difficile conciliare la regolazione dei flussi migratori con il dovere di tutela dei richiedenti asilo. Ci troviamo in una situazione completamente diversa da quella del periodo della guerra fredda, quando a richiedere asilo in Italia erano i pochi che fuggivano dalla dittatura. Oggi la crisi porta a inquadrare con sospetto i “diversi”, anche se essi hanno ben poco a che spartire con le sue cause; inoltre, quella “straniera” è anche una presenza consistente, equiparabile e superiore ai flussi degli italiani che nell’immediato dopoguerra prendevano le vie dell’Oceano o si recavano negli altri Paesi europei. La dimensione quantitativa (che è anche il portato del processo di globalizzazione in atto, che rende più facile non solo la comunicazione e la conoscenza dell’Italia ma anche i mezzi per spostarsi) rende tutto più complesso. Questo va detto perché va compresa anche la posizione dei cittadini che fanno fatica a mostrarsi aperti in una situazione problematica, in cui tante cose sono cambiate, senza che essi abbiano avuto la possibilità di abituarsi ai nuovi scenari. Ciò non toglie che bisogna saper distinguere. Un richiedente asilo che sbarca è una persona da accogliere, la cui richiesta va rifiutata se non è motivata, ma accettata se è fondata. Sappiamo che non tutti sono richiedenti asilo e molti sono solo poveri diavoli che sfuggono a situazioni di miseria: bisogna avere la pazienza di distinguere e, per giunta, senza infischiarsene dei poveri diavoli ma pensando (questo non è certamente compito unicamente dell’Italia) anche a un aiuto per lo sviluppo delle terre di origine affinché, con il tempo, venga ridotta l’espulsione e si crei sviluppo in loco.

Passando dal mare alla terra: il “muro” sembra ergersi oggi come simbolo della contraddizione insuperata nel rapporto con gli altri. Si celebra la caduta di quello di Berlino, ma poi se ne innalzano di nuovi in Cisgiordania, alla frontiera del Messico, perfino in via Anelli a Padova. Da cosa si cerca di difendersi? Da quali pericoli reali, e da quali pericoli illusori? Si tratta di una soluzione efficace?
Le migrazioni, come grande fenomeno di massa, creano anche dei problemi: sarebbe inverosimile il contrario, soprattutto oggi che le cifre parlano di un raddoppio della popolazione immigrata nel volgere di 5-6 anni. I muri sono concreti, perché fatti di pietre e di cemento, ma inefficaci, perché non riescono a proteggerci da quello che riteniamo un pericolo; e il pericolo non è la diversità in sé, ma quella del diverso che si oppone a noi. Tra i 4 milioni di immigrati regolari che vivono in Italia vi sono membri di organizzazioni criminali, furfantelli “in proprio” e anche persone alle quali, per motivi culturali e più spesso religiosi, non importa nulla di noi, delle nostre abitudini e delle nostre leggi. Ma anche mettendo tutti questi insieme, si tratta di una minoranza. La stragrande maggioranza degli immigrati è invece formata da persone che amano l’Italia, ricercano il nostro apprezzamento, si vogliono adoperare per le nostre cause, sono disposte a partecipare e a dare il loro contributo. Se dai primi dobbiamo difenderci, dei secondi dobbiamo invece apprezzare l’apporto. Gli uomini di cultura, i politici e tutti coloro che sono chiamati a prendere decisioni pubbliche, devono avere questa capacità di discernimento.

Passando invece all’Italia dall’interno, la nostra legislazione oscilla di continuo tra una “tolleranza zero” e un’apertura caotica, che porta alla confusione e alla non gestibilità (ciò soprattutto a causa del cosiddetto “complesso di Penelope”, cioè la tendenza dello schieramento politico maggioritario a disfare quanto fatto in precedenza). Su quali pilastri dovrebbe fondarsi una corretta e sana politica migratoria nazionale?
Ritengo che stiamo passando dalla politica a pendolo (tra una grande apertura e la tolleranza zero), a una condivisione della chiusura. Direi che il pendolo si è fermato, ma sul negativo, e che le innovazioni legislative stiano cercando di introdurre nel nostro ordinamento tutto quello che è possibile senza contravvenire agli obblighi internazionali. Come onesti lettori dei numeri, i membri dell’équipe del Dossier Statistico Immigrazione cercano di far presente che, tutto sommato, a fronte di flussi che sono veramente consistenti vi è anche un eccezionale bisogno dell’Italia di poter disporre di quote supplementari di forza lavoro in maniera che lo sviluppo vada avanti (bisogno che sopravvivrà alla crisi). I cittadini vanno rettamente informati, affinché capiscano che l’Italia non può fare a meno di questo apporto (se gli immigrati abbandonassero il Paese sarebbe un enorme disastro) e che, in particolare, una sana politica di accoglienza costa molto meno di una rigida politica di espulsione.

I lavoratori regolari dell’ultimo triennio (2005-2007) sono un milione e mezzo circa. Si è soliti affermare che “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”, ma questo ritornello non può che riguardare – al più – chi lavora in nero. D’altro canto, i numeri parlano di più di 165.000 imprenditori stranieri e di un contributo degli immigrati al PIL del 9%: l’immigrato – spesso dipinto come qualcuno che approfitta dei vantaggi e dei servizi della nostra società senza dar nulla in cambio – sembra al contrario essere uno che “crea ricchezza”, spesso con meno diritti degli italiani. In che modo il pregiudizio resiste all’evidenza dei fatti, e come fare per superarlo?
Personalmente penso che il pregiudizio anti-immigrati, che ha attecchito anche in ambienti nei quali una volta era impossibile prevederne la diffusione, abbia alle sue origini cause ben precise. Le competizioni elettorali sono in parte anche una guerra contro lo straniero, senza peraltro che i partiti favorevoli riescano a risollevare la situazione con argomenti credibili e comprensibili. Alle persone va spiegato che l’immigrazione è un fenomeno irresistibile, cui dobbiamo abituarci. Allo stesso modo, va spiegato che l’immigrazione è stata il supporto allo sviluppo di tanti Paesi: perché non dovrebbe esserlo anche da noi? Mi pare una buona domanda.

Quali differenze possiamo osservare rispetto alla situazione nel 2007, così come documentata nel relativo Dossier? Quale trend riusciamo a scorgere per i prossimi anni? Che tipo di società diventerà quella italiana?
L’immigrazione è, per così dire, una dimensione che la storia ci impone per supplire alle nostre deficienze demografiche e occupazionali. Vediamo così che anche nel 2008 la popolazione immigrata è aumentata, nonostante in quell’anno sia iniziata la crisi economica. Questo aumento continuerà, anche grazie ai ricongiungimenti familiari e alle nuove nascite. La società italiana ha oggi la possibilità di aprirsi alla storia, riconoscendo la funzione dell’immigrazione e riuscendo a distinguere i tanti aspetti positivi da quelli negativi, che pure non mancano. Chi vuol seriamente bene all’Italia deve augurarsi che la futura politica sia improntata a questa capacità di discernimento. Da lì potranno derivare diversi effetti positivi, tra i quali l’apprezzamento culturale della diversità di cui qui non ho parlato e che è in realtà uno stimolo quanto mai suggestivo.

(«l'Altrapagina», giugno 2009)

lunedì 15 giugno 2009

Sinistra e destra


Non dobbiamo sempre per forza dire che la sinistra è migliore della destra, ogni volta con un partito da prendere. A volte basta tener ferma la distinzione: ecco, qualcuno fece una volta osservare che Pippo Franco votava per la destra mentre Ascanio Celestini per la sinistra. Non diciamo che Celestini è migliore di Franco: smettiamola, non siamo sempre allo stadio. Però, non sono tutti uguali: questo, diciamolo.
Anche le immigrate non sono tutte uguali. C’è quella donna polacca che ha fatto un volo di tre metri dal balcone di casa in seguito al cedimento di una grondaia: è successo a Curti il 25 aprile scorso; lei ha chiesto aiuto ed è finita all’Ospedale di Caserta in prognosi riservata. C’è poi Giorgina Asante, ivoriana di cinquant’anni e “clandestina”, che qualche giorno prima ha avuto una crisi d’asma, su una panchina di Vicenza, e non ha chiamato aiuto per paura di venir denunciata da un medico. Non tutte le immigrate sono uguali: la prima è viva. La seconda, no.

Può un uomo essere “illegale”? “Esistere” in Italia oggi è diventata una colpa?

Di recente, come noto, il governo ha modificato la norma in maniera da indurre i medici a denunciare l’immigrato clandestino che si presenti in ospedale per richiedere assistenza medica. Contro di essa si è manifestato un dissenso compatto di tutto il settore medico nazionale; a Caserta si sono pronunciati, tra gli altri, Enrico Tresca, segretario provinciale della CGIL Medici e Antonio Manzi, Presidente dell’Ordine dei medici di Caserta (“per riaffermare la nostra ferma volontà a rispettare il codice deontologico e per chiedere lo stralcio di una norma inutile e incivile”). Perché la norma, al di là dello spirito abietto che la anima (lo stesso che può definire “illegale” un immigrato clandestino; ma può un uomo essere “illegale”?), miete vittime soprattutto fra le fasce più deboli del fenomeno, i bambini e le donne incinte, che si trovano a dover scegliere tra due rischi, entrambi fatali: quello di venir rimpatriati, da un lato, e dall’altro quello di contrarre infezioni potenzialmente mortali.
Quanto stimiamo grave – astenendoci per un salutare attimo dalle solite statistiche sul “fenomeno dell’immigrazione” e sulla “percezione della sicurezza” – che una legge venga a minare la solidarietà spontanea tra gli uomini, tra quei simili che sanno e sentono di appartenere all’unica famiglia umana? Quanto stimiamo grave la minaccia, da parte di un governo, di rendere colpevoli gli immigrati per il solo fatto di esistere, e al tempo stesso coloro (i medici) che li aiutano ad esistere in salute? Sembra di avvertire una sinistra eco (certo con le dovute differenze) di quei tempi in cui nascondere in casa un ebreo era un reato capitale. E allora, a quegli amici che mi hanno domandato: “mettiamoci d’accordo: la clandestinità è un reato, oppure no? E noi: vogliamo essere conniventi, o ligi alla legge?”, rispondo: a quali leggi preferiamo essere ligi? A quelle del ’38, o a quelle della solidarietà umana?
Anche i medici dell’ospedale San Rocco di Sessa Aurunca si sono dichiarati contrari alla denuncia dei clandestini: loro eserciteranno il loro mestiere indipendentemente da ogni altra considerazione. Di fronte alla vita e alla morte, siamo tutti uguali.

(«Il Caffè», 12 giugno 2009)