Visualizzazione post con etichetta Società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Società. Mostra tutti i post

venerdì 20 aprile 2018

Carmine Castoro, Il sangue e lo schermo, ed. Mimesis, 2017

Che l’intento della “TV del dolore” sia quello di far addolorare il proprio pubblico - colpendolo allo stomaco, anziché al cervello - è un dato ormai attestato che non sorprende più. La novità è l’aumento della quantità di trasmissioni che fanno un uso sistematico di tecniche e mezzi giornalistici con queste finalità, sulle principali reti nazionali, che promuovono apertamente la disinformazione, in tanti modi: invitando, ad esempio, a rendere il contributo tramite la loro testimonianza parenti e conoscenti delle vittime, anziché coloro che hanno indagato da esperti sulle circostanze di fatto degli avvenimenti; puntando a sollecitare le emozioni e l’irrazionalità, anziché la riflessione lucida; compiendo una fondamentale e radicalmente perniciosa inversione di senso, nella quale non è più la trasmissione televisiva a collocarsi all’interno della realtà per renderne conto, ma è la realtà a ridursi e a deformarsi, per poter entrare nella misura e nel format che la televisione gli impone. Alla fine, è un po’ la solita storia del mostro da sbattere in prima pagina, non importa se sia veramente tale, purché la gente continui a comprare il giornale e a restare col fiato sospeso; e la cosa più preoccupante è che il fenomeno sembra star assumendo proporzioni che vanno al di là di un singolo canale o di un certo pubblico, per offrirsi ormai indiscriminatamente - in forme e modi diversi - a tutti...
Carmine Castoro - docente universitario e giornalista professionista che ha firmato programmi per RAI e per SKY - consegna un volume di duecentocinquanta pagine che trabocca di contenuti e di riferimenti telecinefili, fin dall’indice (dove ad esempio il titolo “Malvagi senza storia” rimanda evidentemente a Bastardi senza gloria) ma ahimè anche di refusi e di imprecisioni tutt’altro che occasionali (doppi apici chiusi, invece che aperti, in presenza dell’apostrofo a inizio parola; E maiuscola con l’apostrofo al posto di quella accentata; e un’assurda pagina pari vuota, la 22, che riporta in alto il numero di pagina e il titolo del libro). Dove si parla del male e della paura e del loro effetto sulle masse, prendendo in esame praticamente ogni aspetto della raffigurazione mediatica, dai programmi di informazione alle serie TV, dal cinema fino ai cartoni animati e concludendo che un cambiamento nel modo catodico di trattare questi temi è necessario, a tutti i livelli, che “Contro lo Spavento servirebbe il Vento. Un Vento marziano, magari. Ma anche nostro, nato qui. Un Vento amorevole e pugnace. Che spazzi tutto. Il tutto di questo Tutto”. Dove la parte decostruttiva sembra farla da padrona a scapito di quella costruttiva, difficile da individuare.


Carmine Castoro, Il sangue e lo schermo, ed. Mimesis, 2017.

(«Mangialibri», 20 aprile 2018)

giovedì 5 aprile 2018

Marcello Barbanera, Il corpo fascista, ed. Aguaplano, 2016

Nell’età classica la rappresentazione del corpo umano nudo, in specie quello maschile, ha sempre avuto un ruolo di spicco nell’arte. In Grecia e nella Roma antiche la forma fisica sintetizza due tra le più importanti virtù del tempo: la disposizione atletica e il talento militare. Due millenni dopo, il fascismo recupera questo culto passato del corpo maschile e ne fa - non senza una strana contorsione ideologica - un trampolino per un futuro radioso tutto da conquistare con il vigore e la determinazione che solo una mens sana in corpore sano può garantire. Spuntano numerose sculture di uomini nudi in pose ginniche, ma soprattutto l’atletica diventa il luogo dell’autoaffermazione dell’orientamento e della forza del fascismo sul piano internazionale: “Il notevole successo degli atleti italiani nei recenti giochi olimpici, con le medaglie d’oro di Giorgio Zampori nei concorsi di ginnastica ad Anversa e a Parigi, aiutò a superare lo stereotipo dell’italiano gracile [...] Lo sport è per noi strumento di propaganda e di potenza della Nazione”. Nel frattempo i futuristi italiani elaboravano i concetti di virilità e di rinvigorimento nazionale, preparando un manifesto per un partito che intendeva servirsi - alla stregua di un novello leviatano - dei corpi dei singoli per la costruzione dell’unico corpo politico della Nazione...
Uno studio del corpo - del suo culto, della sua immagine, del suo sfruttamento per fini secondi - in epoca fascista, intrisa di una filosofia gentiliana volta al fare, più che (o dovremmo dire: “anziché”?) al pensare, fra esperimenti di eugenetica à la Tetsuo (la commissione creata da Mussolini per sviluppare un piano di ottimizzazione dell’educazione fisica e della preparazione militare, consegnò un rapporto nel quale si parla di un “ingegnere biologico” impegnato nella “costruzione di un uomo-macchina”: “da uomini resi così automaticamente e fisiologicamente migliori deriveranno figli sempre più robusti”) e sogni di supremazia che, più si faceva difficile da realizzare, più diventava indispensabile ostentare. Un saggio dalla tesi non dirompente, scritto con un piglio accademico rivolto evidentemente a un pubblico abituato a frequentare un certo tipo di letteratura scientifica - si tratta a ben vedere di un lungo articolo, di meno di 40 cartelle - con un inserto fotografico infratestuale di 16 pagine in bianconero e una nutrita bibliografia quadrilingue, elaborato nell’ambito delle ricerche finanziate da un Award Sapienza Università di Roma del 2014. Marcello Barbanera è docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Sapienza di Roma e visiting professor a Parigi.


Marcello Barbanera, Il corpo fascista, ed. Aguaplano, 2016.

(«Mangialibri», 5 aprile 2018)






Tooltip

Move the mouse over the text below:


Hover over me
Tooltip text


martedì 6 marzo 2018

Sara Hejazi, La fine del sesso?, ed. Lastoria, 2017

Di sesso parliamo d sempre. È dai tempi della scuola che confrontiamo - magari con ostentazione e vanto - le nostre conoscenze in materia, un po’ inventando, un po’ deducendo, un po’ esagerando. Ma da quando c’è internet, allora… siamo diventati tutti esperti. Aggrappati alle quattro certezze che, al riguardo, già avevamo: prima, fare sesso è naturale. Seconda, i sessi sono due, e tutto il resto è orientamento, preferenza o moda. Terza, il sesso fa nascere i bambini (o dovrei dirvi due parole a proposito della cicogna?) Quarta, esiste una normalità e una devianza. Questo è ciò che crediamo. O almeno, che credevamo. Perché le cose, da un bel po’, complice in gran parte proprio internet, sono cambiate: e ormai non sono più chiare e univoche come ai tempi in cui la morale sessuale era stabilita e stabile, e la società tutta, in qualche modo, vi si conformava e ne traeva profitto; oggi - causa anche quella specie di democrazia fomentata dai social network e dalla televisione - ciascuno di noi la pensa a modo suo, se non su argomenti caldi come la pedofilia o l’incesto, di certo su questioni come il sadomasochismo fra adulti consenzienti (tema sdoganato dal ciclo di romanzi di E.L. James, con tutte le loro sfumature http://www.mangialibri.com/autori/e-l-james). E la domanda diventa: siamo in un momento storico di grande fermento del dibattito che ci condurrà a una più ampia e profonda (auto)coscienza sessuale, o siamo di fronte a un mutamento epocale che ci renderà solo più smarriti, disgregati e soli con noi stessi?
Sara Hejazi, antropologa che ha già pubblicato con editori di rilievo, propone uno studio dal taglio divulgativo, pur basato su una eclettica bibliografia trilingue, la cui tesi è messa in chiaro fin dalle prime pagine: “La tesi di questo volume è che l’era in cui il sesso si assumeva un carico culturale centrale e fondamentale per la società tutta, è finita, almeno in Occidente”. Il sesso, che una volta era normato culturalmente e moralmente, è oggi nient’altro che una merce come tutte, spacciato in un mercato dalla domanda abbondantissima (praticamente universale) e dall’offerta in espansione (dai giocattoli erotici ai siti per agli appuntamenti o la visione), consegnata nelle mani del singolo e spogliata di ogni valenza collettiva o perfino educativa. Non c’è dunque neanche minimamente una “fine del sesso” (come recita il titolo, volutamente provocatorio, alludendo al sesso così come lo abbiamo conosciuto prima che il capitalismo industriale e la rivoluzione digitale del terzo millennio smaterializzassero il corpo umano ponendolo al di là di uno schermo, rendendo praticamente superfluo il contatto fisico). Forse stiamo perdendo, da un lato, quelle annose discussioni sul “sesso senza amore” che ha alimentato le serate di almeno due generazioni; per guadagnare, tuttavia, la consapevolezza del legame tra il sesso e la felicità personale. La fine del sesso è un libro ben scritto che - tramite l’esame di molti argomenti diversi, dalla pornografia alla clitoridectomia, con il livello di approfondimento permesso da una pubblicazione di centoquaranta pagine - dalle idee forse discutibili, ma che proprio per questo meritano di essere discusse.


Sara Hejazi, La fine del sesso?, ed. Lastoria, 2017.

(«Mangialibri», 6 MARZO 2018)

venerdì 2 febbraio 2018

Antonella Cilento, Bestiario napoletano, ed. Laterza, 2015

Le “zoccole” a Napoli ci sono sempre state, erano le prostitute che calzavano zoccoli rumorosi, tanto da essere udibili perché scarsamente visibili nel buio della notte. Il termine riecheggia quello usato per le pantegane che anch’esse a frotte, ai tempi del malgoverno spagnolo, infestavano le strade. È del sedicesimo secolo, invece, la prima testimonianza degli “scarrafoni”: uomini dediti alla criminalità in maniera organizzata assimilati, dallo stesso vocabolo utilizzato, ai comuni scarafaggi; Miguel de Cervantes li immortala, per la prima volta nella storia della letteratura, nella sua novella Rinconete e Cortadillo. Poi i “cafardi”, che hanno solo pochi decenni: la lingua ha italianizzato il francese cafard (anch’esso, guarda un po’, per “scarafaggio”) per additare, complice l’assonanza lessicale, i cafoni, in particolare coloro che - arricchitisi in tempi recentissimi e sovente senza meriti, se non quelli da casellario giudiziale - menano vanto della loro mancanza di gusto, ostentata in un sovraccarico di abiti e ornamenti firmati al punto da sembrare vetrine ambulanti, o circensi nel bel mezzo dell’esibizione. E che dire del diavolo? “Abita a Napoli. Se non l’avete notato è perché si moltiplica nell’occhio dei suoi abitanti, si nasconde dietro le gobbe, le gambe storte, gli arti meccanici”...
Farinielli e chiachielli, il munaciello e il Sileno (partendo dai testi di Benedetto Croce e Matilde Serao, Charles Dickens e Alexandre Dumas, Franz Kafka e Francesco Mastriani fino a Roberto De Simone e Renato De Falco): ce n’è per tutti i gusti in questo lavoro di Antonella Cilento, finalista al Premio Strega 2014 con Lisario o il piacere infinito delle donne e autrice di svariati titoli di saggistica e di narrativa, della quale abbiamo già avuto occasione di parlare http://www.mangialibri.com/autori/antonella-cilento. Il volume raccoglie le quasi duecento pagine uscite per anni su “Il Mattino”, quotidiano di Napoli con cui la Cilento collabora, diventando un libro divulgativo rivolto a tutti, che si legge con piacere (con meno piacere Maurizio de Giovanni lesse - e da lì scoppio la polemica, poco meno di tre anni fa - il riferimento agli “impiegati di banca, cui spesso [il diavolo] fa credere di essere scrittori” di pag. 91). D’altro canto, la mole dei riferimenti letterari, tanto nel testo quanto nella bibliografia (seguita da un indice dei nomi di otto pagine), rende Bestiario napoletano un’opera scientifica ed è anche per questo che sarebbe stato legittimo aspettarsi una maggiore cura nell’uso del dialetto che rappresenta Napoli, in questo libro come nell’immaginario collettivo, prima di ogni altra immagine o idea. In una pubblicazione che, appunto, basa tutta la propria costruzione sull’esame di singoli termini, si ritrova invece la solita casualità nell’ortografia (e, curiosamente, l’accento grave - ed errato - di “pèrete” al posto di quello - corretto - acuto: “pérete”) e un po’ di approssimazione nell’uso, ad esempio, dell’apostrofo al contrario (‘ invece che ’) a inizio parola. Deludente, in un’autrice e in un editore di questo calibro.


Antonella Cilento, Bestiario napoletano, ed. Laterza, 2015.

(«Mangialibri», 2 febbraio 2018)

sabato 27 gennaio 2018

Giovanni Ciacci, Barba e baffi, ed. Vallardi, 2017


“Solo due categorie di persone non portano la barba folta: i fanciulli e le donne. E io non sono né l’uno né l’altro” dicevano i Greci, che consideravano “l’onore del mento” una forma di raffinatezza tutta maschile socialmente ricercata e apprezzata. Al contrario di loro, si narra che Alessandro Magno fosse molto rigoroso nello sbarbarsi regolarmente, per differenziarsi tanto dal padre, quanto dai Persiani suoi nemici (cosa commenterebbe Freud al riguardo, è un altro paio di baffi, pardon, di maniche). Talora nella storia l’uomo senza barba è stato considerato più simile alla divinità, altre volte portatore di una effeminatezza sospetta e forse perniciosa. (Non si pensi tuttavia che questo non sia anche affare del gentil sesso: non solo perché sono le donne a decidere se la barba dell’uomo piace o non piace, ma anche perché ad esempio nell’antico Egitto le mogli dei faraoni, durante certe cerimonie religiose, erano solite ornarsi anch’esse di barba finta...) Ogni epoca ha le sue convinzioni e consuetudini, dall’Oriente all’Occidente, dal cristianesimo all’islam. E oggi? Se per noi la barba ha forse perso - almeno in gran parte - il proprio valore simbolico, non di meno la sua cura, talvolta maniacale, è al centro dell’attenzione di molti uomini. Di chi è la colpa? Ma di David Beckham, che dopo aver fatto per anni una pubblicità planetaria alle lamette, ci ha pensato su e ha sdoganato una nuova moda!
Giovanni Ciacci, costumista teatrale e cinematografico oggi noto ai più per la sua partecipazione al programma Detto fatto, scrive un libro che non è né un romanzo né un saggio - non essendo dotato di brio narrativo né di spessore intellettuale - nel quale si parla, fino alla noia (e fino all’evidente intento di riempire le pagine), praticamente senza alternative... dei peli del viso: barba e baffi. L’autore vorrebbe accattivarsi la simpatia del lettore, ma lo fa abusando di punti esclamativi, con osservazioni inconferenti sulla sua relazione gay (“[Quando] l’ho incontrato [...] finalmente l’incubo è finito! Mi ha insegnato a radermi e a far crescere la barba, a scolpire il pizzetto e... tante altre cose che non sto qui a raccontarvi, perché non è un libro sul Kamasutra”: al che non sappiamo di cosa stupirci, se del fatto che per lui la rasatura fosse un incubo, o se del fatto che, nel 2017, si voglia ancora sorprendere qualcuno con la propria omosessualità). Al di là di queste considerazioni, ciò che veramente non si riesce a capire è quale sia il motivo di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro, quale la sua necessità; viene da credere che sia stato prodotto il titolo solo sull’onda della notorietà dell’autore/personaggio, senza un adeguato supporto dei contenuti. “Curatevi il viso, ché è ciò con cui vi presentate al mondo” potrebbe sintetizzare ottimamente il tutto, con un cospicuo risparmio di tempo. Oltre che del prezzo di copertina.


Giovanni Ciacci, Barba e baffi, ed. Vallardi, 2017.

("Mangialibri", 27 gennaio 2018)

domenica 31 dicembre 2017

Periferia e periferie. Intervista a Giuliano Santoro


Giuliano Santoro è giornalista. Scrive su Il Manifesto. Ha lavorato per diversi anni al settimanale Carta. Ha scritto diversi libri. Tra gli altri: “Su Due Piedi” (Rubbettino), reportage narrato di un mese di cammino per la Calabria, “Un Grillo Qualunque” (Castelvecchi), sul fenomeno del Movimento 5 Stelle e “Al Palo della Morte” (Alegre Quinto Tipo), ibrido non-fiction sull’omicidio di un migrante pakistano nel quartiere romano di Tor Pignattara.

Com’è la situazione attuale delle periferie romane?
È difficile generalizzare. Roma è una città enorme, ha una superficie che è grande sette volte quella di Milano. Soltanto il municipio di Ostia, di cui in questi giorni si fa un gran parlare, è grande quanto una città come Bologna. Per ottenere a un’area vasta tanto quanto quella di Roma bisogna sommare la superficie occupata da nove capitali europee: Vienna, Atene, Lisbona, Amsterdam, Berna, Parigi, Copenaghen, Bruxelles e Dublino. L’anomalia è che di fronte a tale vastità, Roma non è fino in fondo una metropoli. Non lo è proprio perché stiamo parlando di centro e periferie, e non di una città fatta da diversi centri: di una metropoli, appunto. Ritengo che la storia di Roma sia storia di periferie che assediano il centro e i quartieri del comando e che strappano diritti di cittadinanza. Adesso che questo meccanismo si è inceppato, la città intera è entrata in crisi. Si tratta di una metafora più generale della dislocazione spaziale del conflitto sociale, soprattutto da quando – con la dissoluzione della grande fabbrica e la produzione spalmata sul territorio – la posta in gioco delle lotte sono gli spazi di vita oltre che i tempi.
In che senso e in che modo le periferie di Roma sono diverse da quelle del resto d’Italia? In cosa invece vi assomigliano?
La storia di Roma è quella di una città che, fin dai tempi antichi ma ancor di più con l’unità d’Italia e il fascismo, nelle intenzioni delle sue classi dirigenti doveva rappresentare una vetrina, la messa in scena di una società pacificata. Ecco perché Quintino Sella chiese che a Roma non venissero costruiti grandi insediamenti industriali che portassero lo scandalo della lotta di classe nella capitale. Per lo stesso motivo tra gli urbanisti fascisti si discusse molto di cosa fare delle indecorose borgate che accerchiavano le mura storiche della neonata “Capitale dell’Impero”. Benito Mussolini era terrorizzato dalla grande città, la considerava (non a torto) un posto incontrollabile, che sfuggiva all’ossessione igienica e securitaria del regime. Per questo a quel periodo risalgono le leggi contro l’urbanesimo: chiunque fosse privo di un lavoro e di una casa regolare non aveva diritto di residenza. Una specie di legge Bossi-Fini ante litteram, rivolta però ai migranti interni. Walter Tocci, che fu vicesindaco ai tempi di Rutelli, citando Pier Paolo Pasolini ha scritto di recente che Roma è una città coloniale, perché come queste è cresciuta spontaneamente e in maniera improvvisa e disordinata. Fino agli anni Settanta ancora centinaia di migliaia di romani vivevano in baracche o edifici abusivi. Per dare casa a questo popolo dell’abisso vennero costruiti casermoni che fecero la fortuna dei palazzinari. In mezzo a questi non mancano progetti di per sé non disprezzabili, grandi edifici pensati come falansteri che invogliassero il senso di comunità e il mutuo aiuto. Penso al chilometro di cemento di Corviale, pensato quasi come una diga di case. O alle case popolari di Tor Sapienza, negli anni scorsi divenute tristemente famose per una rivolta contro i rifugiati. L’utopia è divenuta distopia perché questi progetti sono rimasti isolati, senza servizi, con pessima manutenzione. Non ha aiutato il Piano regolatore varato dalla giunta Veltroni, che ha assecondato gli appetiti edificatori e costruito quartieri satellite e scollegati dal cento.
Quanto è attenta l’amministrazione Raggi ai problemi delle periferie?
Ad una prima occhiata, la mappatura del voto che ha largamente premiato il Movimento 5 Stelle e condotto Virginia Raggi fino al Campidoglio è inequivoca: al ballottaggio Raggi non ha ottenuto la maggioranza soltanto nei due municipi centrali, vincendo largamente nei restanti 13. E dunque si disse che era la vittoria delle periferie, la vendetta dei margini. È bastato poco tempo, tuttavia, per rendersi conto che le periferie avevano consegnato la vittoria a qualcun altro, avevano delegato la loro vendetta. A beneficio di chi era stata sottoscritta questa delega in bianco? Non vorrei fare sociologia spicciola ma sono costretto a essere schematico e tagliare con l’accetta. Il Movimento 5 Stelle romano, quantomeno nella parte che ha conquistato le istituzioni fin dall’inizio, ha una composizione professionale fatta di piccola avvocatura. Virginia Raggi, il presidente del consiglio comunale Marcello De Vito, la stessa Roberta Lombardi, che adesso si candida alla Regione Lazio, prima di entrare in politica erano piccoli avvocati. E quando Raggi ha dovuto affrontare le prime difficoltà, fin da subito, si è rivolta all’avvocato Sammarco, presso il quale aveva svolto il suo praticantato legale. Dunque, la sede delle decisioni, seppure in maniera informale, scombiccherata, quasi clandestina, si è spostato ancora in uno studio col parquet e le lampade di design situato al centro della città. Sia ben chiaro: la sindaca non ha colpe di molti dei mali di Roma, ha ereditato una situazione disastrosa, per l’ex assessore Paolo Berdini Roma è addirittura una città già tecnicamente fallita. Ma al momento uno dei grandi limiti della sua amministrazione è proprio l’incapacità di dialogare con la galassia di soggetti che, al di fuori dei partiti, opera sul territorio romano. Sono soggetti che esistono da molto prima che il M5S esistesse e probabilmente gli sopravvivranno. Trattarli, come spesso la sindaca e la sua giunta fanno, con un misto di paternalismo e timore, non è affatto una buona idea. È dannoso prima che sbagliato.
Ecco, che ruolo ha la società civile?
Faccio un esempio: in questo momento a Roma circa diecimila persone vivono in palazzi occupati dai movimenti per il diritto all’abitare. È una forma di welfare parallelo e di sperimentazione urbanistica, che rigenera dal basso pezzi di città altrimenti lasciati all’abbandono o alla speculazione. Un fenomeno che incontra l’ostilità assoluta della politica. Soprattutto in una fase storica come questa, in tempi di ottusa esaltazione della “legalità” fine a se stessa, si finisce per disprezzare ciò che accade in basso. Quello delle case occupate è solo un caso. Le energie sociali che animano Roma e che costruiscono reti solidali nelle periferie sono moltissime e il loro ruolo risulta decisivo. Diceva Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista recentemente scomparso, che nel modello italiano di accoglienza dei migranti la parte fondamentale la giocano strutture informali, mutualistiche, non istituzionali. Chiunque pensi di ricostruire davvero questa città non può prescindere da questo mondo.
Spesso i termini “periferia” e “degrado” vengono usati come sinonimi. Cosa ne pensa?
L’emergenza degrado e la conseguente retorica del “decoro” (si badi bene: due parole che derivano dal vocabolario militare) sono parte del problema e non della soluzione. È negli Stati Uniti che questa ossessione per la sicurezza urbana ha prodotto mostri. Come ci insegnano gli analisti statunitensi, che hanno studiato queste cose anni prima di noi, i tutori del decoro troppo spesso si preoccupano di proteggere gli spazi privati e sterilizzare, neutralizzandoli, quelli pubblici. Il che finisce per ripercuotersi proprio contro i più poveri, ha l’effetto di colpire quelli che le periferie le abitano.
Quale rapporto c’è tra la vita delle periferie e la criminalità organizzata?
Secondo gli esperti, soltanto la ’ndrangheta è la prima azienda d’Italia per fatturato. A questa bisogna aggiungere la mafia e le altre forme di criminalità organizzata. Un tempo si diceva che queste fossero un “freno allo sviluppo”, ma è evidente che siamo davanti al fenomeno contrario. Le mafie sono l’innesco e l’acceleratore di un particolare tipo di sviluppo capitalistico, condotto senza vincoli sociali ed ambientali. Mi riferisco ovviamente all’enorme massa di capitali da ripulire, che non possono non arrivare nelle grandi città, anche a Roma. Le periferie diventano il luogo di reclutamento della manovalanza, il posto in cui insediare piazze di spaccio. Ormai da anni, ad esempio, il mercato è stato invaso dalla cocaina. Si è quasi persa la memoria del passato (nient’affatto remoto) la cocaina era la droga per i ricchi, degli yuppies degli anni Ottanta. Oggi la cocaina è una droga assolutamente trasversale. Walter Siti nel fondamentale romanzo “Il contagio” traccia una lunga striscia di cocaina per connettere i ghetti di periferia dal centro di Roma. È la metafora del rovesciamento della profezia pasoliniana sulle periferie romane: la borghesia ha assunto i tratti selvaggi del sottoproletariato e il cosiddetto “popolo” è divenuto ambizioso come la borghesia.
Come commentare i fatti di Ostia? Epifenomeno di una periferia alla deriva, o conseguenza ovvia di dinamiche che partono dal centro?
La roccaforte degli Spada, sul litorale romano, è il quartiere di Nuova Ostia, cioè l’area di Roma a più alta concentrazione di case popolari. Qui gli Spada si costruiscono legittimità e radicamento sociale gestendo le liste di accesso agli alloggi. È il lato oscuro del conflitto sociale, una forma perversa e malata di quello che i movimenti per il diritto all’abitare, di cui parlavo poc’anzi, fanno alla luce del sole. Si pensi alla famigerata teoria della Terra di Mezzo esternata da Massimo Carminati: un sodalizio pensato apposta per mettere in relazione la strada coi palazzi del potere, il basso coll’alto. Laddove c’è un vuoto di mobilitazione sociale, la criminalità si propone come fattore di regolazione, a Roma sempre più spesso in combutta con neofascisti, che hanno attitudine alla violenza ed entrature col potere.

(«l'Altrapagina», dicembre 2017)

mercoledì 19 ottobre 2016

Pietro Treccagnoli, La pelle di Napoli, ed. Cairo, 2016

Rosa vende sigarette. Lo ha sempre fatto. Illegalmente, s’intende. Probabilmente è l’abitudine ad avere a che fare con la merce d’oltreoceano che le ha fatto cambiare il nome in Rosy: è così che si fa chiamare. Nata nel tabacco – nel suo profumo, nel suo commercio, nella possibilità di vita che lascia sperare a chi, senza né arte né parte, ben difficilmente potrebbe fare altro – è convinta che il contrabbando ci sarà sempre, anche dopo di lei… Emanuele è uno di quei ragazzi poco più che ventenni che sembrano una cosa sola con il loro scooter, al punto che quando muoiono in un incidente stradale i giornali parlando di “centauri”. Ma lui sullo scooter non ci muore, è uno con la testa a posto: lavora, a differenza di tanti suoi coetanei, vende rosette, il pane fresco lo porta caldo fino a casa… All’inizio il suo vocabolario può sembrare ristretto, ma poi ti rendi conto che è più ampio di quanto potrebbe diventare il tuo in dieci vite: abituata com’è ad avere a che fare – ogni giorno, ogni momento – con gente di tutte le latitudini, marocchini, russi, turchi, pakistani… Antonio Di Paolo è l’ultimo fresellaro di Napoli: la sua ditta ha centottanta anni e ancora oggi fa duemila freselle al giorno. Non ha un’insegna ed è impossibile trovarlo, se non sai dov’è: ma tutti sanno dov’è, perché la zuppa di cozze solo con la sua fresella te la puoi mangiare… E poi c’è la Cinesa, che non è una venditrice, e nemmeno una che fa quel celebre mestiere antico come il mondo: la Cinesa è la pizza che non sta in nessun menu, perché nessuno la ordinerebbe (con prosciutto cotto, pomodoro, salame, funghi e mais, senza mozzarella). Solo i Cinesi...
Questo libro di Pietro Treccagnoli, giornalista del “Mattino”, intende parlare di Napoli – città dalle mille anime, antichissima e sempre nuova, sconosciuta anche quando arcinota, e sempre da riscoprire al di sotto delle incrostazioni dello stereotipo e dell’oleografia che inevitabilmente il tempo lascia sedimentare – non dal punto di vista delle bellezze architettoniche o paesaggistiche, e nemmeno da quello dei tanto gettonati e inesauribili misteri, bensì da quello della gente qualunque, che vive realmente nei suoi vicoli esercitando arti e mestieri. Tentativo intrinsecamente ben riuscito – nonostante l’inflazionata arte di arrangiarsi la faccia da padrona – che rischia di perdersi nel mare delle pubblicazioni sull’argomento (soprattutto quelle, sempre più frequenti, in cui il reportage sconfina nella narrativa), e in un uso del dialetto napoletano distante tanto dalla grammatica quanto dall’ortografia. La pelle di Napoli è una galleria di ritratti – finalizzati a un realismo talvolta sovresposto, ma fermo sempre un passo prima di scadere nella macchietta – che fa venire in mente quelle di Peppe Lanzetta, ma senza il suo tipico intreccio romanzesco. Una lettura serale rilassante e, a tratti, perfino divertente.


Pietro Treccagnoli, La pelle di Napoli, ed. Cairo, 2016.

(«Mangialibri», 19 ottobre 2016)

sabato 23 luglio 2016

Chi è? Incontro al Convitto Giordano Bruno di Maddaloni, giovedì 14 luglio 2016


Più di cento persone al Convitto Giordano Bruno di Maddaloni per il Convegno “Volti casertani e maddalonesi”. È il 14 di luglio, e sono le 10.30 - quando si potrebbe stare al mare, almeno chi può; o si dovrebbe stare al lavoro, chi non può - e la sala “Luigi Settembrini” è gremita di uomini e donne di ogni età: si presentano i libri del prof. Michele Schioppa - giornalista e docente di Maddaloni che insegna a Caserta - dal significativo titolo Chi è? (volumi 3 e 4), finalizzati a conservare la memoria di persone che hanno fatto la storia di Maddaloni e della provincia di Caserta, tramite una serie di biografie - ottimamente corredate da foto d’archivio - e testimonianze illustri. La cosa, evidentemente, piace: e questa presenza così forte è il segno di un interesse per il territorio che fa piacere continuare a ritrovare.
E a noi, perché piace tanto questa iniziativa? Non certo per un intento autocelebrativo, completamente estraneo alle intenzioni dell’autore. Per sottolineare una volta di più che la Campania non è solo lacrime e bisogno d’aiuto? Sì, certo. Per testimoniare che la tradizione dei grandi napoletani (per “napoletano”, ovviamente, si intende “di tutta la Campania”) è viva e non si è mai interrotta? Sì, anche. Ma il vero motivo per cui quest’opera è veramente utile per noi è che ci ricorda che non è necessario essere sotto i riflettori, per essere “grandi”; a volte si può essere speciali proprio rimanendo “normali”, mettendosi con passione a disposizione della propria comunità. Idea, per non dire ideale, che sembra offuscato dai nostri tempi individualistici e gretti. Ma chi agisce sul territorio concretamente, in spirito di servizio - penso al volontariato, ad esempio, ma mi piacerebbe pensare anche alla politica - sa bene che è solo mattoncino dopo mattoncino che si costruiscono le case. Ecco, Michele Schioppa ci parla di un terreno fertile (quello della nostra provincia) e della gente che vi ha vissuto e ha saputo farlo germogliare. E noi, che ne raccogliamo i frutti, non possiamo che essere grati.

(«Il Caffè», 16 luglio 2016)

giovedì 7 luglio 2016

Luca Ferrari, Nello Trocchia, con Monika Dobrowolska Mancini, Io, morto per dovere, ed. Chiarelettere, 2016


«Roberto Mancini. Affettuoso ma volutamente dominante. Riesce a miscelare interesse per la persona con comunicazioni professionali e di servizio. Giudizio centrale su una riconosciuta ed encomiata professionalità che ha scontato l’essere indisponente e con un carattere di merda che ha impedito la giusta collocazione». È il giudizio che un superiore gli ha lasciato sulla scrivania, il giorno prima del suo ennesimo trasferimento: Roberto Mancini, poliziotto “comunista”, con il manganello alla cintura e «il manifesto» sottobraccio, è uno che sa cosa vuole. Fin troppo bene: al punto da rendersi inviso ai superiori, pagandone le conseguenze. Non solo per una generica insofferenza all’autorità: ma perché le scoperte che ha fatto “danno fastidio”, sono scomode e vanno tenute in disparte. Fin quando possibile, almeno. Perché prima o poi la verità viene fuori, e allora si scopre cosa c’è sotto al dramma della “Terra dei fuochi”, che Mancini aveva cominciato a svelare e a descrivere con tanto anticipo rispetto ai giornali e ai tribunali: una commistione di interessi nella quale il denaro circola con la stessa rapidità dei rifiuti tossici, abbastanza da mettere a tacere qualsiasi livello istituzionale...
Luca Ferrari, giornalista, documentarista e fotografo che ha lavorato sia con la carta stampata sia con la televisione, è autore dell’inchiesta che per la prima volta ha raccontato su «Repubblica» la storia e il lavoro di Roberto Mancini, poliziotto morto a causa di un linfoma contratto per aver messo le mani - in senso letterale - nelle discariche tossiche della terra dei fuochi, onde portarne alla luce la realtà concreta. Insieme a lui Nello Trocchia, giornalista e scrittore che collabora anch’egli con giornali e TV e si è distinto per i suoi servizi incentrati sul legame tra il disastro ambientale e la criminalità organizzata, scrive un libro che attinge non solo ai fatti giudiziari e di cronaca, ma anche agli appunti inediti di Mancini e alle testimonianze della moglie, Monika Dobrowolska. Per delineare il ritratto di un uomo - dagli anni del liceo e del collettivo a quelli del “cambio di prospettiva”, con il passaggio alle forze dell’ordine (ma sempre al servizio del popolo, non del potere) - che non amava gli eroi - perché tutti quanti dovrebbero “sporcarsi le mani” incidendo sulla realtà in prima persona, senza star sempre ad aspettare l’icona di turno - ma che, con il suo comportamento determinato, lo è stato. Giuseppe Fiorello, che ha interpretato il personaggio di Mancini nella recente fiction Io non mi arrendo, firma anche la Prefazione.


Luca Ferrari, Nello Trocchia, con Monika Dobrowolska Mancini, Io, morto per dovere, ed. Chiarelettere, 2016.

(«Mangialibri», 7 luglio 2016)

mercoledì 20 aprile 2016

A. Pellai, E. Morin, R. Mazzeo, M. Montanari, Parlare di ISIS ai bambini, ed. Erickson, 2016

Il terrorismo di matrice islamica è penetrato massicciamente nelle nostre vite quotidiane, negli ultimi tempi. Ce ne accorgiamo, in particolare, da come esso sia arrivato a far breccia nelle preoccupazioni dei più piccoli: i nostri figli, ancora bambini, ci chiedono spiegazioni a proposito dell’ISIS, senza neanche sapere se si tratti di una persona, di un gruppo, di uno Stato nazionale; ne parlano con i loro amichetti in classe, provando tra loro a dar risposte alle reciproche domande; ci colpiscono all’improvviso con quesiti filosofici che non ci aspetteremmo e che sembrano piovuti dal cielo: “Papà, esistono veramente delle religioni cattive?” Di fronte a ciò noi adulti abbiamo il dovere di tranquillizzarli a priori e a prescindere, senza farci prendere dalle nostre ansie incontrollabili e senza cedere al facile impulso di reagire con stereotipi come “Il mondo intero è diventato un posto troppo pericoloso”: il bambino, prima di qualunque analisi, ha bisogno di rassicurazione. Eppure noi adulti spesso ce ne dimentichiamo: perché? Perché non ne sappiamo abbastanza; o perché siamo pieni di notizie frammentarie e in gran parte incongruenti, e non sapremmo da dove cominciare; o ancora perché il nostro (malinteso) fairplay ci porta a non giudicare nessuno (finendo per rendere tutto uguale - la pace come la guerra - e tutto indistintamente e potenzialmente “a rischio”)...
Come uscire da questa impasse? si domandano i quattro autori di questo splendido volume, rispondendo ciascuno dal suo punto di vista privilegiato, da quello psicopedagogico a quello più marcatamente filosofico. La prima cosa da fare, senza meno, in quanto adulti… è crescere: uscendo dall’ossessione di dover possedere (e ostentare), agli occhi dei bambini, tutte le certezze già a portata di mano; ricordando, e così ricordando loro, che il pregiudizio nasce proprio da certezze ammuffite dal tempo e dalla mancanza di confronto; e mostrando ai più piccoli che essere grandi non vuol dire “sapere”, ma “saper ricercare e imparare”. Più in generale, capire quello che sta succedendo presuppone un importante superamento: quello del complesso di superiorità che in quanto “culla della civiltà” noi europei continuiamo a coltivare. E che adesso rischia di schiacciarci: perché uno dei motivi fondamentali del successo del “Califfato” è la sua capacità di attrarre consenso tramite la narrazione di una prospettiva in grado di dare senso al mondo, quello stesso mondo che noi vediamo spesso come caotico, insensato e forse casuale. Parlare di ISIS ai bambini è un libro necessario: non solo per la chiarezza con cui riesce a parlare anche delle cose più complesse, ma anche per l’urgenza delle questioni trattate e per il taglio pratico che rende immediatamente applicabili e utilizzabili, a scuola come in famiglia, i tanti suggerimenti offerti. Ricco di cartine, immagini e tabelle riassuntive. Con un ottimo saggio introduttivo di Dario Ianes, che offre una panoramica delle principali e più recenti pubblicazioni sul tema dell’ISIS e dei rapporti odierni tra le culture del Medioriente e dell’Europa; e un travolgente dialogo conclusivo tra Edgar Morin e Riccardo Mazzeo.


Alberto Pellai, Edgar Morin, Riccardo Mazzeo, Marco Montanari, Parlare di ISIS ai bambini, ed. Erickson, 2016.

(«Mangialibri», 20 aprile 2016; «Pagina3», 21 aprile 2016)

mercoledì 9 dicembre 2015

P. Barberi, La fame e la sete nel mondo al tempo dell’Expo, ed. Mimep-Docete, 2015

Mangiare è una necessità. Ma è anche un piacere. E può essere una cosa bella, finanche sacra. Da sempre i simboli della nutrizione sono collegati a quelli della religione (si pensi al pane e al vino nel cristianesimo), così come all’arte, con le sue tante nature morte e divinità “vestite” d’uva. Non a caso - data la centralità dell’argomento - è stato questo il tema dell’Expo 2015: nutrire il pianeta. Eppure il dato di fatto stride tremendamente con tutto ciò: l’umanità è ancora divisa tra chi mangia troppo e chi poco, tra chi finisce in ospedale a causa di malattie create da un’alimentazione troppo ricca (infarto, diabete) e chi, ancora oggi, incredibilmente, muore per non avere abbastanza di cui sostentarsi. Perché mangiare, appunto, è una necessità. E i dati parlano chiaro: c’è abbastanza cibo, su questo pianeta, per sfamare tutta l’umanità. Una volta, in mancanza di informazioni oggettive, si poteva dar la colpa all’incremento demografico. Ma oggi le statistiche e le analisi parlano chiaro: la fame è generata dalle speculazioni finanziarie sui prezzi degli alimenti, dal debito dei Paesi men industrializzati, dagli sprechi, dalla riconversione dei terreni… si potrebbe andare avanti, ma si esprimerebbe sempre lo stesso concetto: per ogni uomo al mondo che, oggi, è ancora schiavo della fame, c’è un altro uomo, da qualche altra parte, che ne è responsabile...
Un libro, questo di Barberi - sacerdote milanese che ha insegnato alla Cattolica - che abbina alla chiarezza dell’idea di fondo quella del linguaggio, di grande scorrevolezza, nonostante la mole. I fenomeni della nutrizione e della fame, strettamente correlati, vengano trattati nei loro tanti aspetti, fino ad arrivare - in una esposizione scevra da moralismi e da sensazionalismi - alla tesi fondamentale, in maniera talmente organica da risultare ineluttabile: la fame nel mondo, oggi, è innegabilmente provocata dal comportamento dell’uomo. Uomo che - in quanto ne ha i mezzi; e in quanto ne ha la responsabilità - dovrebbe smettere di fare alcune cose iniziando, al contempo, a farne delle altre. Essenzialmente dovrebbe smetterla di assecondare le ragioni del profitto come se il mercato fosse una divinità da idolatrare osservandone le leggi come se fossero dogmi: le esigenze dell’uomo (e la sua sofferenza) possono e devono essere rimesse al centro di ogni pianificazione, anche economica (e chi antepone le proprie, di ragioni, deve tornare a sembrare quello che è; un Moloch). Con un nutrito apparato statistico-iconografico a colori.


P. Barberi, La fame e la sete nel mondo al tempo dell’Expo, ed. Mimep-Docete, 2015.

(«Mangialibri», 9 dicembre 2015)

lunedì 30 novembre 2015

Africa e diaspora. Intervista a Filomeno Lopes


Bisognerebbe anzitutto capire di quale Africa stiamo parlando, ma questo è un tema che andrebbe approfondito. A volte mi trovo a dire che il mondo in cui viviamo è un po’ come un “poligino”, un uomo che ha più mogli, tra le quali l’Africa è la prima, perché ha dato i natali all’umanità, come sostiene la biologia evoluzionistica. Oggi, a distanza di tanti e tanti anni da quel matrimonio, l’Africa si trova ad essere la moglie più attempata, quella che il marito guarda e brama meno di tutte; il che le dà però anche una libertà - da quelle attenzioni che verso altre sono magari eccessive - inedita: così che la sua condizione di apparente abbandono può essere vista, in certo modo, come appunto una condizione di maggiore libertà, nella quale può pensare più autonomamente a se stessa.
Poligino… o poligamo?
È poligino il termine giusto, perché di fatto è solo uno dei due generi che può avere più di una moglie, e non viceversa. Dire “poligamo” è nient’altro che un’ipocrisia.
Quindi l’attuale condizione economica e geopolitica dell’Africa non è negativa? Almeno, non del tutto.
No, appunto. Basti osservare che la gran parte dei Paesi che crescono di più, in termini di PIL, si trovano nel continente africano (anche se si tratta sovente di una “crescita senza sviluppo”, perché non c’è una adeguata distribuzione della ricchezza), penso all’Angola, al Mozambico ecc. Il problema è: come vogliamo usare tutto questo? Ci vuole a mio avviso un progetto endogeno, come quello che ha portato all’indipendenza nella seconda metà del secolo scorso, capace di trascinare e coinvolgere i popoli. Purtroppo mi sembra che questo manchi alla politica africana, presa come tutti dalla voragine del denaro e del consumo; manca una politica à la Mandela, orientata a un ideale costi quel che costi. Siamo ancora oggi stretti nel circolo vizioso del produrre ciò che non consumiamo, e del consumare ciò che non produciamo. Bisogna cambiare direzione. E bisogna farlo, come dicevo, partendo da noi stessi: la risposta deve venire dall’Africa.
Una questione di metodo.
Sì. Se volessimo usare un termine complicato, potremmo dire che bisogna uscire dalla “epistemologia della difesa”. Per usare invece una metafora calcistica, diremmo invece che si deve cominciare a giocare attivamente all’attacco, costruendo al centrocampo. Il concetto è semplice: storicamente siamo stati (e ci siamo) collocati in difesa, e questo non va più bene. Dobbiamo formulare proposte che sappiano anticipare i tempi, essendo in grado di metterle al servizio del nostro popolo. L’Africa ha fatto parecchi passi in avanti; ma, come in tutto il mondo, sono ancora tante le cose da fare.
Crescita, sviluppo, progresso: tutto parole un po’ pericolose se pronunciate in astratto. A quale tipo di sviluppo dovrebbe aspirare l’Africa?
Proverò a rispondere con le parole del celebre vescovo Helder Camara: “Lo sviluppo non è nient’altro che ciò che è in grado di rimettere in piedi un uomo o una donna”. A questo si deve aspirare. Chiamala politica, economia, o carità. Ma l’obiettivo è questo. Non c’è nessuno sviluppo - anche se aumentano la ricchezza, la tecnologia, il potere - se gli uomini e le donne rimangono per terra. E non c’è più alibi per non farlo: il nostro pianeta è ricchissimo e già saremmo in grado di realizzare questo obiettivo. Ma non ci arriveremo mai, se non saremo capaci di mettere la dignità di ogni uomo - dal più piccolo dei bambini al più anziano dei nonni - in primo piano.
A proposito di politica: pensi per l’Africa a una federazione di Stati, magari sul modello di quella americana o europea?
Per fortuna il mondo è molto più vasto dell’America e dell’Europa. Che a volte sembra abbiano inventato la democrazia, o addirittura la politica tout court: non dovremmo invece dimenticare che Platone (che non riusciva a darsi pace per il fatto che una comunità come quella ateniese avesse potuto uccidere il suo maestro, Socrate) se ne andò in Egitto - il cuore dell’Africa - a prendere ispirazione per i suoi scritti politici. L’America e l’Europa sono, almeno da questo punto di vista, molto più giovani; anche se le vicende storiche hanno poi messo in ombra, o screditato, le esperienze politiche più antiche. “Che cos’è la democrazia?” chiedevo spesso a mio padre. E lui: “Semplice: ricordare ogni volta, agli altri, che esistono anche gli interessi degli altri”. Non c’è bisogno di venire in Europa per capire questo. Non c’è bisogno di nessuna lezione da parte di nessun continente verso un altro. Soprattutto se, dietro questa “voglia di insegnare”, si nascondono altri interessi.
Nulla da insegnare, questo è chiaro. Ma forse l’Europa potrebbe giocare un ruolo nell’aiutare l’Africa a venir fuori dai propri problemi.
Ciò che veramente serve all’Africa è che la si metta in condizione di sviluppare le proprie potenzialità. Nessun aiuto dall’esterno; se non quello che serve a rimuovere gli ostacoli alla propria evoluzione. Lo dico con una battuta che spero riesca a rendere immediatamente l’idea: se dobbiamo sacrificarci e lottare per diventare, alla fine, come l’Europa o gli USA… tanto vale consegnarci direttamente nelle loro mani, perché meglio di loro nessuno sa come si fanno le cose. Non si fraintenda: nessun disprezzo, né snobismo, per tutte le belle cose (e sono tante) che sono riusciti a realizzare a casa loro. Ma ogni luogo è unico; e ognuno, a casa propria, deve inventare da sé le soluzioni ai propri problemi. Ciascuno vuole imparare a educare da sé i propri bambini: nessuno vi rinuncerebbe, anche se potesse avere a disposizione il miglior pedagogo del mondo a farlo al posto suo. Poi c’è ancora da capire
continua
cosa sia questa “Africa” di cui parliamo. Noi continuiamo a parlare di “Africa”, di “Occidente”, ecc., in termini geografici, trascurando il fatto più importante: che cioè questo “Occidente” non è un altro continente, ma la realtà culturale nella quale tutti noi africani siamo nati e cresciuti. Abbiamo imparato a scuola esattamente le stesse cose che hanno insegnato a voi; la mia cultura è occidentale (il fatto stesso che io stia facendo questa intervista in italiano, mi sembra abbastanza eloquente)... tutto questo perché abbiamo avuto il Portogallo in casa. E l’abbiamo assorbito in tutti i sensi. Bisogna capire questo: dal momento in cui è iniziata la conquista (dal XV secolo a questa parte) ci è stato imposta una identità completamente nuova - la lingua, l’istruzione, il modo di pensare, tutto. Come diceva un filosofo del Camerun: “Ciò che noi chiamiamo Africa, non è altro che la Francia della diaspora”. Non c’è più niente di esterno che non sia diventato interno: e questo vale per tutti, come ad esempio per quei tanti europei nati e cresciuti in Africa… che non hanno più niente dei loro avi. Sono, per così dire, euroafricani, così come noi siamo afroeuropei. Che differenza c’è? E soprattutto: cosa intendiamo con “Africa” ed “Europa””, visto che ormai non c’è più nessuna “purezza” (ammesso che vi sia mai stata)? Vogliamo proprio dire cosa sia l’Africa? L’Africa è la coscienza di gruppo, di popolo, di volontà di riscatto che nasce sulle navi che trasportano gli schiavi via dalla loro terra. Lì nasce l’Africa: fuori dall’Africa. Noi parliamo di queste cose ancora in termini geografici. Ma esiste una siffatta geografia, al di là della matrice storica? Credo di no.
Bisogna puntare lo sguardo al passato, insomma.
O, più che altro, al futuro: alla “generazione della diaspora”, quella attuale, dalla quale può nascere un figlio comune alle culture che si incrociano sul piano globale: il futuro è questo. Non c’è più posto per “noi qui, voi là”. Né è una questione di principio: non ci sono proprio più i mezzi per continuare a farlo. È finito il tempo delle lotte che un popolo fa contro un altro popolo: la lezione di Mandela è stata proprio spiegare a tutti che l’emancipazione di un popolo è l’emancipazione dell’intera umanità. Siamo abbastanza maturi per portare avanti questo testamento?
Quali sono, secondo te, i più grandi problemi dell'Africa contemporanea?
Ce ne sono tre: il primo è la negazione del grande contributo storico che l’Africa ha dato a tutta l’umanità. Il secondo sono le conseguenze della tratta atlantica, del colonialismo e dell’apartheid. Il terzo è il male che noi africani ci facciamo gli uni gli altri dall’indipendenza ad oggi. Io mi concentrerei sul terzo punto: il contributo che posso dare, oggi, all’umanità.
Non c’è anche il problema del fondamentalismo religioso?
Direi che è un problema minoritario e anche in gran parte malinteso. La religione più seguita in Africa è quella tradizionale: né il cristianesimo, né l’islam. I conflitti nascono occasionalmente ad opera di gruppi facinorosi per interessi che con la religione hanno ben poco a che fare: è un problema di pochissimi Paesi, essenzialmente concentrati nell’Africa dell’ovest. Ma penso poi a un Paese come il Senegal, dove più del 90% della popolazione segue l’islam: ebbene, nonostante sia stato governato per vent’anni da un cattolico, in regime di elezioni democratiche, non c’è mai stato nessuno scontro religioso. Altrove, dei musulmani costruiscono cattedrali cristiane; e i vescovi cristiani gettano le pietre per la fondazione delle scuole coraniche. L’incompatibilità è una bugia: si può convivere tranquillamente e pacificamente.
(«l'Altrapagina», novembre 2015)

martedì 10 novembre 2015

G. Nuzzi, Via Crucis, ed. Chiarelettere, 2015


Come spesso accade quando si abusa di qualcosa, capita che se ne abbia fin sopra i capelli. Così a furia di ripetere - anche con le migliori intenzioni - che papa Francesco è solo nella Chiesa, che nella sua opera riformatrice si trova tutti contro, che lui è determinato ad andare avanti nonostante le opposizioni… succede che non se ne può più, e che anche lo slogan inizialmente più simbolico ed efficace finisca col diventare un ritornello o, peggio, una caricatura. Ancorché ben scritto, questo libro non fa eccezione alla regola, e rischia di finire nell’alveo di quelle operazioni commerciali che cavalcano la moda del momento. Un certo tono apodittico di questa pubblicazione («Una situazione negativa mai conosciuta nel suo insieme, e qui svelata, che fa capire finalmente perché Benedetto XVI si è dimesso», che tratta da certezza quella che è solo un’ipotesi) lascia perplessi; ma soprattutto non convince la tesi di fondo, per la quale ci sarebbe una guerra in atto, tra le gerarchie vaticane e il pontefice. Eppure gli scandali vaticani sembrano essere sempre gli stessi: fondi neri, elusione fiscale, appropriazione indebita, connivenza, collusione… chi non ne ha mai sentito parlare alzi la mano. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Il vero scandalo è questo.


G. Nuzzi, Via Crucis, ed. Chiarelettere, 2015.

(«Pagina3», 10 novembre 2015)

venerdì 30 ottobre 2015

Scrittori Dentro

Domenica 11 ottobre 2015 si è chiusa, al Caffè Pedrocchi di Padova, la seconda edizione del Premio Letterario “Scrittori Dentro”, rivolto ai detenuti con sentenza definitiva di diversi istituti penitenziari italiani (ne abbiamo parlato nel numero del 17 luglio scorso). Per l’occasione la presidentessa della giuria, Lella Costa, attrice e scrittrice che non ha bisogno di presentazioni; Sibyl von der Schulenburg, Presidentessa del Premio e Pino Roveredo, Premio Campiello 2005 ed ex-detenuto.
In una stanza gremita che, per le sue dimensioni, ha lasciato fuori parecchie persone, si è parlato… del carcere. Certo. Ma anche di “noi”: noi che siamo quel mondo a cui il detenuto dovrebbe poter tornare, prima o poi. Quel mondo che dovrebbe aspettarlo. E che dovrebbe far di tutto perché lui possa “riabilitarsi” quanto prima. Lasciamo stare per un attimo la riflessione (e la retorica) su quanto il carcere possa essere abolito in via definitiva (o almeno sostituito per la gran parte); e su quanto riteniamo che queste persone in difficoltà (ché di questo stiamo parlando: la sofferenza è uguale sempre, non fa distinzioni morali), be’, in fondo in fondo se lo siano meritato. Concentriamoci invece sulla cosa più importante: affinché la cosiddetta “riabilitazione” possa funzionare davvero, è necessario che il detenuto possa coltivare la speranza di un rientro fruttuoso in società: che non è solo un ritorno alla libertà di movimento e di iniziativa, ma soprattutto un reinserimento in un ambiente in cui c’è posto per lui; non è di troppo, o superfluo; e, in qualche misura, lo si stia aspettando.
Scrittori Dentro (così come il concorso gemello “Cuochi Dentro”, entrambi organizzati dall’assiciazione “Artisti Dentro”) è un modo (e c’è da credere che ce ne vorrebbe ben più d’uno) per fare proprio questo: ricordare ai detenuti che se hanno qualcosa da dire - e tutti ce l’hanno - ebbene, il mondo li ascolta. A cominciare dalla lettura: nel corso della cerimonia di chiusura è stato presentato il volume (acquistabile direttamente presso il sito dell’editore: http://www.ilprato.com/; mentre “Cuochi Dentro” si trova anche su Amazon; il ricavato delle vendite verrà interamente devoluto al finaziamento delle prossime edizioni del concorso e di nuove attività rivolte al mondo carcerario) Ah, che bbello cafè. Pensieri sul cibo da dietro le sbarre, antologia dei racconti e delle poesie premiati e segnalati. Tra i quali, probabilmente, non c’è il prossimo Premio Strega; ma in cui si può trovare, attraverso la brevità e l’immediatezza dello stile, tanta bellezza e autenticità.
L’auspicio per la terza edizione, che si aprirà entro la fine dell’anno, è che si possa avere un riscontro di partecipazione e di pubblico ancora maggiore. Qualcosa che faccia capire ai detenuti che non li abbiamo abbandonati. Perché è così, giusto? Giusto?

(«Il Caffè», 23 ottobre 2015)

venerdì 23 ottobre 2015

La fame

Nell’anno 2015 dell’esposizione mondiale dedicata al cibo, nel mondo - nello stesso mondo - almeno 1 miliardo di esseri umani mangia meno o peggio (spesso entrambe le cose) di come dovrebbe. Demagogia o matematica? In attesa di capirlo, osserviamo che la fame, che credevamo un problema ormai superato - un po’ come certe malattie che hanno fatto la loro epoca e proprio non ti aspetteresti di rivedere, come il vaiolo - è invece ritornata nel cuore dell’Europa proprio sul più bello, all’apice del trionfo del capitalismo. Quel capitalismo le cui corporation - dedite a globalizzare lo sfruttamento e a nazionalizzare i profitti - costringono noi a un curioso movimento inverso nel quale, dietro lo sbandieramento di una “maggior ricchezza per tutti”, si nazionalizza la miseria: così accade che ci si scopra (noi italiani, ad esempio), improvvisamente, non solo più poveri di prima, ma poveri, tout court; tanto da non poter più aiutare gli altri (ad esempio con i fondi internazionali di solidarietà) perché adesso ci sono “le famiglie italiane” che vivono in condizioni di difficoltà e vanno aiutate per prime. Sacrosanto: se la sofferenza di chi è lontano ci stringe il cuore, figuriamoci quella di chi ci è più vicino. Eppure, il ritorno della fame in Europa non è una disgrazia, come il vaiolo; non è mica la malasorte ad averla portata qui. Siamo ben consapevoli che si potrebbe mangiare tutti e bene, oggi, con le conoscenze e le risorse di cui già disponiamo. Solo che non lo stiamo facendo.
Perché? Quali sono le responsabilità? Quali le connivenze? Soprattutto: quali sono le vie d’uscita? A queste domande prova a rispondere Martín Caparrós nel suo splendido La fame (ed. Einaudi), in cui raccoglie le storie di uomini, donne, comunità e interi popoli che ha incontrato viaggiando un po’ in tutto il mondo e in cui racconta le loro testimonianze, difficoltà e sofferenze immediate. Uno di quei libri di cui si può ben dire che “si legge come un romanzo”, perché scritto in forma di storia narrata: la fame infatti non è cosa che si possa semplicemente descrivere - non sarebbe abbastanza: - bisogna raccontarla per poterne parlare in maniera adeguata. Un libro che ha il merito - tra gli altri - di spiegare che ogni volta che globalizziamo nell’immaginario collettivo qualche nostro successo, non dovremmo trascurare quello che, nello stesso momento, sta accadendo agli altri. Perché il problema degli altri - in un battibaleno, e quando meno ce l’aspettiamo - può diventare il nostro problema. Proprio come la fame, che non ci aspettavamo più. Cos’altro capiterà domani? La desertificazione del territorio? L’esaurimento dell’acqua potabile? La necessità di un’emigrazione di massa? Chi può dirlo. Pensarci oggi può renderci più facile affrontarlo domani; e certo ci farà guardare agli altri in difficoltà con un occhio un po’ più obiettivo. Una nuova guerra, magari, come quella che è appena cominciata? Domani, chissà, potremmo avercela in casa. Ma di questo, magari, parleremo la prossima volta.

(«Il Caffè», 16 ottobre 2015)

venerdì 16 ottobre 2015

Cliccare, o non cliccare


Venezia, luglio 2015. La notizia arriva sul web e comincia a fare scalpore: il Sindaco della città lagunare annuncia che metterà al bando 49 libri per bambini utilizzati nelle scuole del capoluogo. Censura, sì. Nel 2015. Partono subito le petizioni online, da Facebook a Change, scrittori e intellettuali invitano a sottoscrivere insieme a loro una lettera di protesta al sindaco che potrebbe riassumersi così: «Gentile Sindaco, per favore censuri anche i nostri libri: non vogliamo stare in una città che mette al bando quelli degli altri». La tentazione è forte, verrebbe subito da appoggiare la protesta e da manifestare lo sdegno. Poi, superata la compulsione da social networking, mi fermo a riflettere: in fin dei conti Venezia è una città che amo e non è vero che non vorrei starci; al contrario, non vedo l’ora di tornarci. E non è giusto che una città - o la sua popolazione - venga identificata con i suoi amministratori: non mi piaceva che, ai tempi di Berlusconi, all’estero pensassero di me in termini di “bunga bunga”. Così mi decido a scrivere a un mio caro amico che a Venezia ci abita e che insegna in una scuola del Lido, in cerca di chiarimenti. Riporto qui la sua risposta:
«Caro Paolo,
la questione è sottile. Ogni censura è sbagliata di principio e questo rende colpevole il nuovo sindaco. Però non credo nemmeno che il Consiglio, con maggioranza mista, gli permetterebbe un gesto tanto autoritario senza una forte opposizione. La disposizione è legata all’azione subdola con cui una consigliera aveva abbindolato il precedente sindaco facendosi pubblicare tutta una serie di libri di propaganda dell’ideologia gender. Ora, dal momento che la libertà d’opinione è sacra, tu potresti anche essere favorevole a un’educazione gender che insegna ai bambini dell’asilo che la nostra identità sessuale non è predefinita dai nostri organi genitali, ma può essere scelta autonomamente. Ma se così non fosse, puoi ben capire perché il nuovo sindaco si sia scagliato contro queste pubblicazioni che anticipano esageratamente l’educazione sessuale, propongono precocemente la masturbazione e impongono la definizione di genitore 1 e 2 come alternativa al concetto naturale di padre e di madre. Questa censura era una delle tante promesse elettorali, come la riduzione di tutte le salatissime spese mortuarie. Mantenere le promesse, al di là delle nostre opinioni in merito, mi sembra comunque un gesto di coerenza e di rispetto verso chi lo ha eletto.»
Non ho amici reazionari, e men che meno lo è lui. Evidentemente lì il problema si è posto in questi termini; e forse stanno cercando di porre rimedio - magari in maniera a sua volta sbagliata - a uno sbaglio precedente. Non lo so. Però da questa esperienza ho capito due cose: la prima è che ho fatto bene a non lasciarmi trascinare dall’impulso del clicca-e-opina. La seconda è che… mi manca tanto Venezia!

(«Il Caffè», 9 ottobre 2015)

venerdì 18 settembre 2015

Troppo ottimismo

Facile parlar male del sud. Voglio dire: basta guardarsi intorno per pescare qualcosa che potrebbe andare meglio. Un po’ più difficile è farlo con lo sguardo puntato a nord, soprattutto quando si tratta di uno di quei tanti nord che ami. La Toscana, ad esempio, dove sono tornato in vacanza, anche quest’anno.
Ma procediamo con ordine. Prima della pausa estiva parlavamo di Taranto (Pulsano, in realtà, un paese della provincia costiera) e dello scempio - ché di questo si tratta, pur nel suo piccolo - dell’ingresso di una chiesa aperta al pubblico interamente circondato dai tavolini di un ristorante. Ora, nella stupenda Volterra, me ne vado a passeggio e vedo… quello che anche voi vedete nella foto: l’ingresso di una chiesa… circondato da tavolini, avventori, camerieri.
Difficile a questo punto immaginare chi dei due possa aver fatto scuola all’altro. Ma vorrei provare a commentare entrambe le situazioni al di là di ogni moralismo: insomma, indipendentemente da come la si pensi, o di come si voglia valutare il rispetto per delle cose che qualcuno considera sacre, credo possiamo dire di essere di fronte al simbolo di una realtà che va facendosi, sotto i nostri occhi, sempre più indistinta. “Liquida”, si può dire con Bauman, in cui la distinzione tra le cose viene meno e tutto finisce per diventare uguale, il tempo, i luoghi, le attività, le possibilità. La qualità si sfoca e, alla fine della fiera, chi si cimenti nel cercare di capire le cose, appunto distinguendole dalle altre, ha sempre più difficoltà: non c’è da sorprendersi se i nostri giorni si svuotano dei significati e - al contempo - si riempiono di slogan.
Ero partito con l’intenzione di parlare, banalmente, di un malcostume. Magari fosse solo quello. Sono sempre troppo ottimista.

(«Il Caffè», 11 settembre 2015)

lunedì 14 settembre 2015

S. Pascarella, D. Caforio, La rivoluzione della verità, ed. d’Este, 2015

Può sembrare banale parlare, una volta di più, dell’illusione indotta da internet e dai social network in particolare, dove ci si sente avvolti in un turbinio di stimoli, di inviti a partecipare, di azioni e reazioni rapidissime che non danno il tempo di riflettere sull’essenziale; mentre la vita vera è altrove e il mondo - con il suo fascino unico, materiale, inaggirabile - è fuori, in attesa. Come una promessa. Ma anche come un inciampo. Noi stessi che ne siamo consapevoli viviamo in una perenne sindrome da screen-addiction: cosa sappiamo realmente dell’Afghanistan, se non quello che ne vediamo su qualche schermo (o, al più, sulla carta stampata)? È fondamentale - per essere informati genuinamente sull’esperienza di una “democrazia” che sta nascendo a caro prezzo - accedere all’esperienza di chi ci è stato; ha visto con i propri occhi; e, soprattutto, ha raccolto le impressioni e le opinioni di chi ci vive e intende farlo ancora a lungo. Dalle mine alle aule didattiche, dai giubbotti antiproiettile all’impegno insospettabile (e irrinunciabile) delle donne, dai matrimoni precoci agli stipendi bassi fino all’inverosimile, l’Afghanistan di oggi si presenta come un caleidoscopio di frammenti che è difficile - ma non impossibile - leggere in una luce unificante...
Silvestro Pascarella, giornalista d’inchiesta, scrive della sua esperienza in Afghanistan al seguito delle forze NATO. Davide Caforio, fotografo che ha collaborato con la stampa nazionale, registra con il suo obiettivo tutto quello che vede. Ne viene fuori un bel reportage che parla molto di bambini - le prime vittime della guerra, ma anche i primi a riemergere dai suoi orrori e a nutrire la speranza di un futuro - rivolto a tutti, ma soprattutto ai ragazzi - i quali sovente prendono qui la parola con le domande e le riflessioni scaturite nell’ambito delle frequenti visite degli autori alle nostre scuole. Un affresco di una terra bellissima, oggi abitata da un popolo martoriato che, tuttavia, non ha smesso di credere nel valore dell’impegno e della perseveranza. Monito a noi affinché non distogliamo lo sguardo, nell’eterna tentazione di dimenticare l’importanza della pace. Con la bella Prefazione di Greta Ramelli, cooperante rapita in Siria, che offre un’esperienza di prima mano al tempo stesso terrorizzante e appassionante.


S. Pascarella, D. Caforio , La rivoluzione della verità, ed. d’Este, 2015.

(«Mangialibri», 14 settembre 2015)

venerdì 31 luglio 2015

Cartolina da Taranto

Fine settimana a Taranto, a casa di amici. Luigi, il mio ospite, mi porta in spiaggia. Mentre siamo in acqua - vuoi il caldo, vuoi la vena filosofica che, a un certo punto delle giornate estive, prende sempre il sopravvento - mi chiede di guardare verso gli ombrelloni. «Vedi - mi fa - su questo piccolo tratto di costa c’è la rappresentazione perfetta dell'Italia di oggi: noi siamo in un lido attrezzato e decoroso, senza pretese. Accanto, c’è quello riservato ai soci del club: materialmente è lo stesso mare, la stessa sabbia, non c'è niente di più. Però è precluso agli altri, e questo lo rende esclusivo: i notabili della zona fanno a gara ad accaparrarsi la tessera. A pochi metri di distanza, la spiaggia libera, con i suoi teli stesi dappertutto, frittate di maccheroni e carta argentata qui e lì, un paio di piccole tende da campeggio. A seguire, il lido dell’Aeronautica militare: pagato da noi, manco a dirlo, e praticamente vuoto. Uno spreco a cielo aperto. Tutto nell’ambito di 100 metri di mare».
Una descrizione magari discutibile, ma indubbiamente suggestiva. La sera, andiamo a cena in un ristorante del centro. E qui la suggestione cede il passo all'impressione: è obiettivamente impressionante vedere i tavolini riempire la piazza, sconfinando fin sul sagrato della chiesa (aperta ai turisti e al culto; cfr. la foto). «Devo ricordarmi di portare qui i miei amici PD - mi dice - per spiegargli cosa può fare il potere dei soldi». Come se ce ne fosse bisogno: è una di quelle immagini che parlano da sole. Ma il titolare - proprietario di oltre 200 coperti - “mette da sopra”: non accetta bancomat, solo contanti. Il sacro e il profano; la ricchezza e il degrado. Sono a più di trecento chilometri di distanza. Eppure - come dire: - mi sento proprio come a casa.

(«Il Caffè», 24 luglio 2015)

venerdì 24 luglio 2015

Scrivere in carcere. Perché nasce il premio letterario Scrittori Dentro


Da qualche mese partecipo, come editor, al premio letterario “Scrittori dentro” rivolto ai detenuti con sentenza definitiva di varie carceri italiane. Avevo sempre avuto in mente di parlarne con voi, ma non ero mai riuscito a trovare le parole giuste. Oggi, l’idea: far parlare al posto mio Sibyl von der Schulenburg, colei che a monte ha concepito e allevato l’idea di questa splendida manifestazione, che permette a chi è “dentro” di parlare, almeno un po’, col mondo di fuori. Anzi, di scrivere.

«Devo andare indietro nel tempo per trovare il primo seme di questa idea. È stato impiantato da un docente di criminologia: era il 1980 e lui era Guido Galli; l’idea era quella dei diritti dell’uomo in carcere. Molti anni dopo, il brodo culturale in cui era immerso quel seme, si arricchì di conoscenze psicologiche, e compresi cosa Galli aveva voluto dire.
Ogni detenuto è anzitutto un essere umano, un cuore pulsante e un cervello pensante. Prima dell’arresto aveva un’identità che, durante il trauma di processo e detenzione, ha subito graduali modifiche. Ciò che resta dopo anni dietro le sbarre è sovente una persona con identità, individuale e sociale, ridotte al puro livello di sopravvivenza. La sua mente si accartoccia sui dettagli quotidiani, s’aggrappa al minuscolo per non cedere alla follia, e perde la capacità di concepire lo spazio aperto.
Col patrocinio della Repubblica di San Marino, è stato fondato Scrittori Dentro, un premio letterario nato con l’intento di aiutare i detenuti a dispiegare la mente, attingere alla memoria e riapprendere a organizzare il pensiero in ambito spazio-temporale, per trovare il modo di vivere, qui-e-ora, un’esistenza cosciente e dignitosa.
Vogliamo stimolare a produrre poesie ma, soprattutto, racconti che vadano oltre le sbarre, nella convinzione che la forma narrativa metta a disposizione dello scrittore la possibilità di inscenare la propria esistenza attraverso personaggi di fantasia, scegliendo di essere l’uno o l’altro, non forzando le scene, ma lasciando che avvengano. È un modo di traslare la propria vita nei personaggi e nell’io narrante che permette una visione degli eventi e delle emozioni da una prospettiva diversa.
Una prima commissione di Scrittori dentro seleziona le opere finaliste che saranno pubblicate. Ai finalisti è offerto un light editing, che significa fare una revisione sulla tecnica, sullo stile di scrittura e sulla coerenza dei contenuti per ottenere una maggiore forza narrativa. Questo lavoro è fatto dagli autori con l’aiuto di uno scrittore qualificato. Le opere sono poi valutate da una giuria che vede riuniti: Lella Costa, Pino Roveredo e Gerardo Bombonato.
Scrittori Dentro è un’attività dell’Associazione Artisti Dentro Onlus, supportata dall’editore di Padova Il Prato Publishing House e da tanti scrittori volontari. Sibyl von der Schulenburg».

“Scrittori dentro” è una speranza che vorremmo veder espandersi e crescere, diffondersi in tutta la penisola e riscuotere una partecipazione ampia il più possibile. Già le si è affiancata intanto “Cuochi dentro”, che usa “il mestolo” invece della penna. Ma di questo parleremo una prossima volta.

(«Il Caffè», 17 luglio 2015)