Visualizzazione post con etichetta La guerra è guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La guerra è guerra. Mostra tutti i post

domenica 6 marzo 2011

La guerra è guerra/5


Scena da film di guerra. Un camion pieno di esplosivo si avvicina a una caserma e lì scoppia, uccidendo 28 persone tra civili e militari. Dissolvenza. Si può pensare quel che si vuole. Un militare potrà pensare “poveri colleghi!”; un padre di famiglia potrà pensare “poveri ragazzi!”; un filosofo potrà pensare che non basta armarsi fino ai denti per salvarsi la vita. Qualcun altro potrà pensare che si tratti di una scena già vista.
Infatti è più o meno quello che è accaduto il 12 novembre 2003 a Nasiriyya, occasione in cui hanno perso la vita 19 italiani e 9 iracheni. Ora, se aveste visto questa scena al cinema, vi sarebbe venuto in mente di chiamare “eroi” quei 19 uomini morti sul colpo, quasi tutti

sabato 5 febbraio 2011

La guerra è guerra/4


Chi ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3.300 soldati che diventeranno ben presto 4.000? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia [...] impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? [...] Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande.

sabato 23 ottobre 2010

La guerra è guerra/3


>Un giovane militare dell’Esercito, originario di Valle di Maddaloni, presta servizio per tre settimane in un magazzino del Reggimento di Bolzano, con la mansione di addetto alle pulizie e alla sverniciatura. Sembrerebbe il lavoro più innocuo del mondo. Se non fosse per il fatto che nel magazzino sono contenuti materiali e mezzi provenienti da zone di guerra, esposte al cosiddetto “uranio impoverito”.
E il giovane contrae la leucemia. Dopodiché sporge denuncia. L’amministrazione militare sostiene

martedì 13 luglio 2010

La guerra è guerra/2


Terribile è il bilancio delle vittime della guerra in Afghanistan. Secondo il sito internet www.icasualties.org (dal quale cita i dati la stessa ANSA), ogni giorno muoiono in Aghanistan due militari della coalizione internazionale, ad opera della guerriglia talebana. Quasi il doppio della cifra relativa allo stesso periodo dell'anno scorso (gennaio-maggio 2009).Due al giorno. Come i due militari italiani morti il 17 maggio 2010, Massimiliano Ramadù (33 anni) e Luigi Pascazio (25 anni). Due anche i feriti, nello stesso attacco: Gianfranco Scirè, 28 anni e Cristina Buonacucina, 27 anni. Un'amica della Buonacucina ha spiegato: «Cristina sapeva che avrebbe indossato una mimetica e non una divisa; sapeva a cosa sarebbe andata incontro».

In guerra, certe volte, i vivi possono invidiare i morti.
Come chiamare il nostro mondo, se non "mondo alla rovescia"?

Verrebbe da dire che gli ultimi due sono stati fortunati rispetto ai loro compagni uccisi, se la parola "fortunato" si può utilizzare in una cornice simile, per dei giovani che - se è vero che non ci hanno rimesso le penne, tuttavia c'è mancato poco. Ma forse quel che più risalta qui è, appunto, la consapevolezza: due giovani, coscienti di ciò vanno ad affrontare, decidono di arruolarsi e partire. Si può pensarla come si vuole. Ma, di fronte alla consapevolezza, nessuno può essere arbitro delle scelte altrui.
Non tutti sono così "fortunati". Alcuni vengono arruolati senza sapere che fine faranno, e si ritrovano magari proprio al fronte afghano, posto che, fino a un giorno prima, non avrebbero neanche saputo indicare sulla carta geografica. Capita così ad esempio ai ragazzi degli Stati Federati di Micronesia, che si arruolano nell'esercito statunitense per sfuggire alla povertà. Lo fanno sempre per gli stessi motivi: ricevere uno stipendio, girare il mondo e pagarsi il college. Essi non sanno nulla di ciò che può toccargli in sorte. Ma la Federazione ha un PIL pro capite di 2.200 dollari e la disoccupazione al 22%; con le rimesse dei militari si mantengono famiglie intere. Nessuno di loro fa troppe domande di fronte ai manifesti per l'arruolamento. Nessuno degli ufficiali si mette a spiegargli quale potrebbe essere la destinazione. Molti non sanno nemmeno che Washington sia in guerra. L'esito di tutto ciò è che la FSM ha subito in Iraq e in Afghanistan più perdite di qualunque altro stato americano; il tasso di mortalità dei militari micronesiani è 5 volte superiore a quello americano.
Ora immaginate delle carriole. Però, non figuratevele disposte orizzontalmente, con la ruota a terra; bensì a testa in giù, con i manici piantati al suolo, la ruota in alto e il bordo della vasca appoggiata al muro. Una file di carriole così disposte contro un muro, in Afghanistan. Sotto ciascuna carriola, un uomo, rannicchiato, seduto a terra, per ripararsi dalla pioggia occorsa d'improvviso durante lo sgombero delle macerie in seguito a un attentato terroristico. Vedo la foto della Ap/Lapresse e mi chiedo se così, di sfuggita, solo per un attimo, anche uno solo di loro - senza più nulla, nulla di ciò che aveva prima, nessuna prospettiva di pace, forse senza famiglia - non stia per caso invidiando i morti. Forse è retorica. Si dirà demagogia. Ma, dopotutto, è semplicemente guerra. Guerra. Nient'altro che guerra.

("Il Caffè", 2 luglio 2010)

sabato 17 ottobre 2009

La guerra è guerra/1


Alla notizia dei sei militari italiani morti a Kabul mi sono addolorato: come coetaneo, con i miei trentottanni ancora vitali; come padre, pensando ai genitori di quei giovani. Per il rispetto, e per il dolore, si rimane senza parole. Da cui il minuto di silenzio, il tamburo mediatico di tre giorni, funerali di Stato e così via. Tutto questo - diciamo - si capisce. Quello che non si capisce è la nota della Curia di Napoli nella quale si dichiara che quei militari sono “veri martiri della pace”, che ad essi “è stata tolta la vita solo perché operavano in nome della solidarietà umana e della giustizia, contro cui incredibilmente e follemente si battono le forze eversive locali che vogliono impedire a quel Paese di raggiungere l’ordine sociale e di affermare la democrazia”.
Francamente, non capisco. Non credo che siano stati uccisi perché operavano in nome della solidarietà e della giustizia: sono stati uccisi perché sono forza di occupazione militare armata in territorio straniero. I loro assassini non hanno agito perché vogliono affermare l’ingiustizia e la non-solidarietà: hanno agito uccidendoli perché vogliono che i militari della coalizione occupante se ne vadano a casa loro.
Non capisco perché chiamarli “martiri”. I martiri sono coloro che sono disposti a perdere la vita pur di testimoniare la loro fede; è un termine infelice da utilizzare in questo contesto, perché si attaglia più al kamikaze che alle sue vittime. Il martire è sempre povero, piccolo e solo contro un potere oppressore armato, organizzato e determinato a schiacciarlo: storicamente non abbiamo controesempi che ci autorizzino a utilizzare questa parola in un senso così tanto contrario alla percezione comune. E, se i media non ci ingannano anche su questo punto, quelli armati fino ai denti, con tanto di robot d’assalto e bombe intelligenti, be’, siamo noi.
Non capisco perché parlare di forze eversive che incredibilmente e follemente ci oppongono resistenza. Le stesse cose le dicevano dei nostri ventenni e trentenni partigiani i nazifascisti occupanti nel ‘44-45: per loro i partigiani erano così incredibilmente irrazionali che, per dissuaderli, si minacciava di fucilare dieci civili per ogni soldato nazifascista ucciso. Con ogni probabilità, al rientro in Germania della salma di un ragazzo nazista ucciso in Italia, si parlava di “eroe”, di “vittima”, di “caduto per la giustizia e la libertà”. La madre piangeva il figlio come facciamo noi oggi. È tutto uguale: gli occupanti sono occupanti, gli indigeni si ribellano - come possono. Anche i nostri partigiani erano “irregolari”, non avevano divise riconoscibili, utilizzavano metodi di guerriglia che gli avversari definivano criminali. Ma la storia è sempre la stessa: misconoscerlo significa non capire niente del passato, e nemmeno del presente.
Quei ragazzi sono finiti in maniera tragica, non v’è dubbio. Ma non meno di tutti quelli che muoiono nell’esercizio delle loro funzioni, come i vigili del fuoco durante gli incendi, i poliziotti e i carabinieri negli scontri a fuoco, gli operai di cantiere nella costruzione degli edifici, i tecnici dei laboratori di radiologia all’opera. Perché quei giovani erano stipendiati, volontari e ben consapevoli. Ogni mestiere ha i suoi incerti, ogni mestiere ha i suoi ideali. Di fronte a questa tragedia domandiamoci se abbiamo fatto di tutto per evitare che tanti giovani si ritrovino a fare il soldato per mancanza di alternative lavorative, e che vengano spinti a partire dal bisogno di tirar su un po’ di soldi extra in vista del matrimonio. In guerra, purtroppo, si muore.

(«Il Caffè», 16 ottobre 2009)