giovedì 5 aprile 2018

Marcello Barbanera, Il corpo fascista, ed. Aguaplano, 2016

Nell’età classica la rappresentazione del corpo umano nudo, in specie quello maschile, ha sempre avuto un ruolo di spicco nell’arte. In Grecia e nella Roma antiche la forma fisica sintetizza due tra le più importanti virtù del tempo: la disposizione atletica e il talento militare. Due millenni dopo, il fascismo recupera questo culto passato del corpo maschile e ne fa - non senza una strana contorsione ideologica - un trampolino per un futuro radioso tutto da conquistare con il vigore e la determinazione che solo una mens sana in corpore sano può garantire. Spuntano numerose sculture di uomini nudi in pose ginniche, ma soprattutto l’atletica diventa il luogo dell’autoaffermazione dell’orientamento e della forza del fascismo sul piano internazionale: “Il notevole successo degli atleti italiani nei recenti giochi olimpici, con le medaglie d’oro di Giorgio Zampori nei concorsi di ginnastica ad Anversa e a Parigi, aiutò a superare lo stereotipo dell’italiano gracile [...] Lo sport è per noi strumento di propaganda e di potenza della Nazione”. Nel frattempo i futuristi italiani elaboravano i concetti di virilità e di rinvigorimento nazionale, preparando un manifesto per un partito che intendeva servirsi - alla stregua di un novello leviatano - dei corpi dei singoli per la costruzione dell’unico corpo politico della Nazione...
Uno studio del corpo - del suo culto, della sua immagine, del suo sfruttamento per fini secondi - in epoca fascista, intrisa di una filosofia gentiliana volta al fare, più che (o dovremmo dire: “anziché”?) al pensare, fra esperimenti di eugenetica à la Tetsuo (la commissione creata da Mussolini per sviluppare un piano di ottimizzazione dell’educazione fisica e della preparazione militare, consegnò un rapporto nel quale si parla di un “ingegnere biologico” impegnato nella “costruzione di un uomo-macchina”: “da uomini resi così automaticamente e fisiologicamente migliori deriveranno figli sempre più robusti”) e sogni di supremazia che, più si faceva difficile da realizzare, più diventava indispensabile ostentare. Un saggio dalla tesi non dirompente, scritto con un piglio accademico rivolto evidentemente a un pubblico abituato a frequentare un certo tipo di letteratura scientifica - si tratta a ben vedere di un lungo articolo, di meno di 40 cartelle - con un inserto fotografico infratestuale di 16 pagine in bianconero e una nutrita bibliografia quadrilingue, elaborato nell’ambito delle ricerche finanziate da un Award Sapienza Università di Roma del 2014. Marcello Barbanera è docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Sapienza di Roma e visiting professor a Parigi.


Marcello Barbanera, Il corpo fascista, ed. Aguaplano, 2016.

(«Mangialibri», 5 aprile 2018)

Paolo Calabrò

Filosofia e Noir

Madrelingua napoletano, vive a Caserta, dedicandosi alla famiglia, alla filosofia e, ovviamente, al noir. Gestisce il sito ufficiale di Maurice Bellet in italiano