lunedì 4 maggio 2015

P. Modiano, Via delle Botteghe Oscure, ed. Bompiani, 2015

«Questo genere di assassini non si scoprono mai... Ero sicuro che prima o poi gli sarebbe capitato. Avrebbe dovuto vedere in faccia certi ragazzi che invitava da lui, di sera. Anche in pieno giorno io ne avrei avuto paura». «La cosa più tremenda è che io so chi è l'assassino... È uno che traeva in inganno, perché aveva una faccia angelica..."».


Patrick Modiano non aveva bisogno di presentazioni, nel 1978, quando vinse il Premio Goncourt per questo romanzo. E men che meno ne ha oggi, dopo il Nobel per la Letteratura dell'anno scorso. Via delle Botteghe Oscure è un giallo atipico (qui presentato nella collana dei narratori stranieri, con sovraccoperta e la Postfazione di Giorgio Montefoschi) che verrebbe da accostare più a Dürrenmatt che ai classici dell'investigazione, per la sua ricerca atipica di una verità che tende sempre a sfuggire non per la sua particolarità, ma proprio per il suo essere "qualunque", difficile da individuare ancor prima che da afferrare. Il protagonista, che comincia a indagare sul suo passato dopo aver svolto per oltre otto anni attività di investigazione privata per conto terzi, ci mette di fronte a un'amara caratteristica della vita umana: siamo molto "notevoli" di quanto consideriamo noi stessi ogni giorno; al contrario, come elementi di uno sfondo indistinto, saremmo difficili da rilevare se non ci mettessimo con ogni buona intenzione a definire i nostri stessi contorni su quello sfondo. Questo però non ci rende meno unici, né rende quella ricerca meno indispensabile e umana. Un libro sulla memoria e sulla storia, e su quel loro legame che le rende a un tempo singolari e universali. Da non perdere.


P. Modiano, Via delle Botteghe Oscure, ed. Bompiani, 2015.

(«Pagina3», 4 maggio 2015)

Paolo Calabrò

Filosofia e Noir

Madrelingua napoletano, vive a Caserta, dedicandosi alla famiglia, alla filosofia e, ovviamente, al noir. Gestisce il sito ufficiale di Maurice Bellet in italiano