giovedì 4 agosto 2011

La società dei consumi: un’economia che non possiamo permetterci

Nelle prime pagine del suo ultimo Vite che non possiamo permetterci (ed. Laterza, 2011), Zygmunt Bauman racconta una storiella:
c’erano una volta due venditori che viaggiavano in Africa per conto delle rispettive aziende, che fabbricavano scarpe. Il primo venditore inviò al suo ufficio questo messaggio: qui tutti vanno a piedi nudi, quindi non spedite scarpe. Il secondo invece scrisse alla sua azienda: qui tutti vanno a piedi nudi, perciò spedite subito 10 milioni di paia di scarpe.
In sintesi, l’aneddoto descrive la radicale trasformazione (che il sociologo polacco si spinge a definire “inversione a U”) della produzione industriale: se in principio l’impresa capitalistica si fondava sullo sfruttamento del lavoro dipendente, da un certo punto in poi ha cominciato a fondarsi sullo sfruttamento dei desideri dei consumatori. Si è passati così da una società di produttori a una società di consumatori; dalla creazione di un’offerta alla creazione di una domanda.
Ciò ha recato con sé
un mutamento antropologico, etico, oltre che un cambiamento nell’organizzazione economica. Si è passati infatti da un’economia basata sul risparmio, sulla privazione, sulla frugalità - secondo l’adagio: “rinunciare alle piccole cose di ogni giorno per potersi permettere, dopo un po’, qualcosa di grande” - a un’economia del “tutto e subito”, che incentiva e rende possibile spendersi anche il denaro che non si possiede.
Ne è l’esempio lampante la carta di credito, annota Bauman, lanciata sul mercato con lo slogan: “take the waiting out of wanting” (“togli l’attesa dal desiderio”). L’infelice esito di questo approccio non è un mero cambiamento del proprio modo di gestire i soldi, ma la trasformazione della massa umana in una “razza di debitori”, costantemente indotta a contrarre nuovi debiti piuttosto che a ripianare i precedenti, in modo da alimentare continuamente il meccanismo dell’espansione artificiale dei bisogni.
In perfetta coerenza con l’assetto attuale delle società occidentali: orientamenti come il risparmio e la pianificazione sono adatti a una società stabile che permetta di investire sul futuro con serenità e lungimiranza; ma a una società “liquida”, in cui nessuno può sapere se manterrà il proprio posto di lavoro nelle prossime settimane, non si può far altro che “godersi la vita”, prendere oggi pensando: “pagherò”.
Per Serge Latouche, autore del recentissimo Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita (ed. Bollati Boringhieri, 2011), si tratta tuttavia di un ingranaggio destinato a incepparsi, intrinsecamente programmato per infrangersi contro lo scoglio della realtà: «la società dei consumi di massa globalizzata è arrivata in fondo al vicolo cieco. È una società che ha la sua base - anzi la sua essenza - nella crescita senza limiti, mentre i dati fisici, geologici e biologici le impediscono di proseguire su questa strada, data la finitezza del pianeta. È giunto il momento del crollo. Ne avvertiamo molti segni premonitori, anche se ci rifiutiamo di accettarne le conseguenze e di prendere le misure necessarie per limitare i danni o porvi rimedio».
Non sono solo considerazioni di buon senso quelle che spingono l’economista francese a parlare di “catastrofe produttivista”. Sono le cifre a parlare in maniera inesorabile: il 2010 è stato un anno “catastrofico”, che ha visto il succedersi di 950 catastrofi naturali in tutto il mondo, legate per il 90% ad “eventi climatici estremi” (cioè al clima impazzito anche a causa della condotta dell’uomo). Cifre che non provengono dai “soliti” ambientalisti, bensì dalle stime del grande gruppo assicurativo Munich Re: il cui rapporto 2010 individua un trend di crescita nel numero delle catastrofi naturali ed un preciso legame con la degenerazione climatica.
Il problema dell’insostenibilità ambientale di questo modello economico di sviluppo (e delle sue conseguenze: il rapporto dice Munich Re parla di 290.000 morti e di danni per oltre 130 miliardi di dollari) è certamente una responsabilità politica - di quella politica che tuttavia, riprendendo un ulteriore tema di Bauman, è sotto il continuo ricatto dell’economia finanziaria: nessun politico, a nessun livello, può compiere scelte che non tengano conto della “reazione dei mercati” - ma anche una responsabilità etica, dei singoli, spiega Latouche, del cosiddetto “cittadino medio”, «più ansioso del proprio livello di vita che di quello degli oceani».
Alla resa dei conti, l’economia ha forgiato un cittadino-consumatore a sua immagine e somiglianza, rinchiuso nel folle impossibile sogno di espansione eterna (del credito, dei bisogni, dei mercati, ecc.). Ma ora, di fronte al baratro in avvicinamento, è necessario compiere il movimento inverso, rinnovando cioè l’economia a misura delle esigenze di un’umanità che ci tiene alla propria sopravvivenza a lungo termine, oltre che al portafogli. Cominciando a liberare il senso autentico di certe parole e di certe prospettive troppo a lungo “colonizzate” dalla sindrome T.I.N.A. (There Is No Alternatives, non ci sono alternative), per scoprire ad esempio che la “decrescita” non è un regresso, un ritorno alla povertà, ma lo sgonfiarsi salutare di quello che ormai appare sempre più come un bubbone; bisogna “decolonizzare l’immaginario” - per usare l’espressione cara al professore della Sorbona - fino a comprendere che la descrescita non è un passo indietro lungo il percorso dell’evoluzione umana, ma un passo avanti verso l’uscita da una società fondata su un presupposto assurdo: che sia possibile una crescita infinita a partire da un mondo finito. Un errore di calcolo che un’economia veramente razionale non può permettersi. E nemmeno noi.

(«Il Margine», maggio 2011)

Paolo Calabrò

Filosofia e Noir

Madrelingua napoletano, vive a Caserta, dedicandosi alla famiglia, alla filosofia e, ovviamente, al noir. Gestisce il sito ufficiale di Maurice Bellet in italiano